Archivio della categoria: PROVE

La funzionalizzazione del principio dell’onere della prova nella prospettiva dell’illecito antitrust

Anno II, Numero III, luglio/settembre 2015

di ROSA RIZZO, dottore di ricerca

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Cass. 4 giugno 2015 n. 11564, Rel. Lamorgese (in Dir.civ.cont., 24 giugno 2015) afferma, in maniera inequivoca e con completezza di motivazione, che ai fini di una tutela effettiva del diritto al risarcimento del danno da condotta anticoncorrenziale, in considerazione dell’asimmetria informativa esistente tra le parti nell’accesso alla prova, il giudice non deve limitarsi ad un’applicazione meccanica e rigorosa del principio dell’onere della prova, ma è tenuto ad interpretare estensivamente le regole poste dal codice di procedura civile, soprattutto per quanto concerne gli artt. 210-213-218, consentendo in tal modo un esercizio efficace dei poteri di indagine nel rispetto del principio del contraddittorio.

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L’eccezione di difetto di rappresentanza secondo le Sezioni Unite: a proposito di Cass. Sez. Un. 3 giugno 2015 n. 11377

Anno II, numero II, aprile-giugno 2015

di FEDERICO RUSSO, Ricercatore di Diritto processuale civile nellUniversità di Palermo

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La fattispecie affrontata dalle Sezioni Unite con la sentenza in commento è quella del contratto concluso dal terzo contraente con il rappresentante, nel caso in cui il rappresentato, convenuto in giudizio dal terzo, eccepisca la natura di falsus procurator del soggetto che, nella fase negoziale, lo aveva apparentemente rappresentato.

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La Cassazione su risarcimento del danno da condotta anticoncorrenziale e onere della prova

Secondo Cass. 4 giugno 2015 n. 11564, Rel. Lamorgese, la tutela effettiva del diritto al risarcimento del danno da condotta anticoncorrenziale postula, in considerazione dell’asimmetria informativa esistente tra le parti in tali ambiti nell’accesso alla prova, relativa a fatti complessi di natura economica, che il giudice non può applicare meccanicamente il principio dell’onere della prova ma deve interpretare estensivamente le condizioni stabilite dal codice di procedura civile (nella specie, in tema di esibizione di documenti, richiesta di informazioni e di consulenza tecnica di ufficio), per l’esercizio dei poteri, anche officiosi, d’indagine, fermo il rispetto del principio del contraddittorio.

Le Sezioni Unite sull’onere della prova dell’autenticità del testamento olografo

Le Sezioni Unite, con sentenza 15 giugno 2015 n. 12307, Rel. Travaglino, componendo il relativo contrasto, hanno affermato il principio secondo il quale, ove la parte contesti l’autenticità del testamento olografo, la stessa è tenuta a proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura e, quindi, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo, su di essa grava l’onere della relativa prova.

Tra le due tesi sostenute in dottrina e giurisprudenza – quella della querela di falso e quella del mero disconoscimento – le Sezioni Unite prediligono una terza via, rispolverando l’impianto argomentativo e la soluzione del primo precedente del 1951 (Cass. 15 giugno 1951 n. 1545, Pres. Mandrioli, est. Torrente, in Foro it., 1951, I, 855).

In quell’occasione, la Cassazione aveva ritenuto che “incombe al successibile ex lege che, dopo aver disconosciuto l’autografia del testamento olografo, promuove petizione d’eredità, l’onere di provare la falsità della scheda testamentaria”. Ciò, in quanto l’attrice (nipote del de cuius) aveva promosso un’azione di accertamento negativo diretta a negare la qualità di erede testamentaria della convenuta, vedova del de cuius, “ed è noto l’insegnamento della migliore e prevalente dottrina” – aggiungeva il relatore Andrea Torrente – “che nelle azioni di accertamento negativo impone all’attore l’onere della prova dell’inesistenza degli elementi costitutivi della fattispecie dedotta.” Nè, poteva ritenersi – proseguiva la cassazione – che il principio in questione soffrisse deroghe in relazione alla fattispecie della scrittura privata e del testamento olografo. In sostanza, “il principio generale, secondo il quale l’onere della prova nelle azioni di accertamento negativo incombe all’attore si applica anche in tema di accertamento negativo della provenienza di scritture private, o dell’autografia di testamenti olografi (senza che occorra qui precisare se all’uopo sia necessaria la querela di falso)”.

In sostanza, il successore legittimo che intenda impugnare il testamento olografo per difetto di autenticità non può limitarsi a disconoscerlo, ma non è neppure tenuto ad esperire querela di falso: ad ogni modo, l’onere probatorio grava comunque sullo stesso, trattandosi di azione di accertamento negativo.

In applicazione del principio di diritto affermato, le sezioni unite cassano con rinvio alla Corte di appello di Roma la sentenza impugnata, relativa ad una vicenda sorta nel 1963 e ora continuata dagli eredi degli originari attori che, rivendicando il proprio diritto e il riconoscimento della qualità di erede, avevano impugnato il testamento olografo – con cui il de cuius attribuiva l’intero patrimonio alla vedova – a loro dire falso per difetto di autenticità.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: Sull’onere della prova nell’azione di accertamento negativo cfr. MICHELI, L’onere della prova, Padova, 1942, 300, 386 (richiamato nella nota redazionale a corredo del precedente del 1951); e già CHIOVENDA, Istituzioni di diritto processuale civile, I, Napoli, 1936, 205; Sulla questione del disconoscimento o della querela di falso, una sintesi di giurisprudenza in BIANCA, Diritto civile, 2.2, Le successioni, Milano, 2015, 289; ed una presa di posizione a favore della querela di falso, da ultimo, in SESTA, Questioni sulla prova della falsità del testamento olografo, in Contr. impr., 2014, 69 che cita proprio il precedente del 1951. Cass., 15 giugno 1951, n. 1545, est. Torrente, è pubblicata in Foro it., 1951, I, p. 855, e in Riv. dir. proc., 1952, II, p. 69 con nota di LISANTI, In tema di onere della prova nella petitio ereditatis, approvata da SATTA, Commentario al Codice di procedura civile, Milano, 1960, p. 194, e da MICHELI, In tema di onere della prova nelle azioni di accertamento negativo (impugnativa di testamento olografo di parte dell’erede legittimo, in Giur. compl. Cass. civ., 1951, p. 414; ma criticata da ANDRIOLI, Commentario al codice di procedura civile, Napoli, II, 1956, p. 147.

Per le Sezioni Unite la deducibilità dell’inefficacia del contratto concluso dal “falsus procurator” costituisce mera difesa

Ribaltando un orientamento uniforme e consolidato nel tempo, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza 3 giugno 2015 n. 11377, Rel Giusti, hanno statuito che in caso di contratto concluso da falsus procurator, la deducibilità nel giudizio costituisce una mera difesa, poiché la sussistenza del potere rappresentativo in capo a colui che ha speso il nome altrui integra un elemento costitutivo della pretesa fatta valere dal terzo contraente, sicché non è soggetta alle preclusioni di cui agli artt. 167 e 345 cod. proc. civ., può essere dedotta dalla parte interessata e, ove il difetto risulti dagli atti, può essere rilevata d’ufficio dal giudice.

In argomento cfr. almeno PAGLIANTINI, Nuovi profili del diritto dei contratti, Torino, 2014, 63; F. RUSSO La rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite (note in margine a Cass. sez. un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014), in Dir. civ. cont., 15 marzo 2015; nonchè F. RUSSO, Il regime processuale delle eccezioni di difetto di legittimazione attiva e passiva e di difetto di titolarità del rapporto. A proposito del l’ordinanza di rimessione alle sezioni unite 13 febbraio 2015 n. 2977, in Dir. civ. cont., 25 maggio 2015

Il regime processuale delle eccezioni di difetto di legittimazione attiva e passiva e di difetto di titolarità del rapporto. A proposito dell’ordinanza di rimessione alle sezioni unite 13 febbraio 2015 n. 2977

Anno II, Numero II, aprile/giugno 2015

di FEDERICO RUSSO, Ricercatore di Diritto processuale civile nell’Università di Palermo

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E credo nella torta e nel tortello: l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo; e ’l vero paternostro è il fegatello, e posson esser tre, due ed un solo, e diriva dal fegato almen quello.

(L. Pulci, Morgante, XVIII, 116).

La questione che si affronterà nel presente commento (a Cass. ord. 13 febbraio 2015 n. 2977) è posta, per così dire, al confine tra eccezioni sostanziali e processuali. Si è detto questione, ma, a dire il vero, sarebbe stato forse più corretto parlare di questioni, volendosi sottolineare con l’uso del plurale la possibile – ancorché forse non del tutto scontata – differenza tra le due fattispecie.

La stessa distinzione tra legittimazione e titolarità del rapporto risente, in effetti, della maggiore o minore propensione dell’interprete verso una concezione astratta o concreta dell’azione. Della questione si è parlato più volte nei nostri scritti precedenti, ai quali si rinvia (F. RUSSO, Contributo allo studio delleccezione nel processo civile, Roma, 2014, in part. cap. IV; F. RUSSO, La rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite (note in margine a Cass. sez. un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014), in Dir. civ. cont., 15 marzo 2015; G. TOMEI, (voce) Legittimazione ad agire, in Enc. dir., XXIV, Milano, 1974, p. 66).

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Le Sezioni Unite sul danno risarcibile in caso di responsabilità contrattuale degli amministratori di società fallita

Con l’ordinanza del 3 giugno 2014 n. 12366 Rel. Scaldaferri, la I Sezione della Corte di Cassazione aveva trasmesso gli atti al Primo Presidente affinché questo valutasse l’opportunità di sollecitare una pronuncia delle Sezioni Unite in materia di responsabilità degli amministratori di società, fallimento e onere probatorio. Il Collegio rimettente sollevava una questione essenziale circa l’utilizzabilità, ai fini dell’accertamento e liquidazione del danno nel caso di responsabilità degli amministratori di una società, del dato rappresentato dalla differenza tra attivo e passivo fallimentare: “in particolare” – proseguiva la Corte – “ove si dia risposta positiva, occorre stabilire quali siano le condizioni e i limiti entro i quali tale dato sia utilizzabile, in connessione con le ragioni che lo giustificano”.

Nella vicenda sottesa, il curatore fallimentare di una società conveniva in giudizio l’amministratore unico della stessa al fine di sentirne accertare la responsabilità per violazione degli obblighi inerenti la sua funzione, con conseguente condanna al risarcimento del danno in misura pari alla “differenza tra attivo e passivo fallimentare”; il convenuto, invece, costituitosi in giudizio, chiedeva il rigetto della domanda attorea o, comunque, la riduzione della condanna entro i limiti dell’aggravamento del passivo in conseguenza dei fatti a lui contestati.

Con sentenza 6 maggio 2015 n. 9100, le Sezioni Unite si pronunciano sulla questione e statuiscono che: “nell’azione di responsabilità promossa dal curatore a norma dell’art. 146, co. II, l.f.., la mancata (o irregolare) tenuta delle scritture contabili, pur se addebitabile all’amministratore convenuto, non giustifica che il danno risarcibile sia determinato e liquidato nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo accertato e l’attivo liquidato in sede fallimentare, che integra solo un parametro per una liquidazione equitativa, ove ne sussistano le condizioni, sempreché il ricorso a tale criterio sia, in ragione delle circostanze del caso concreto, logicamente plausibile e, comunque, che l’attore abbia indicato le ragioni che gli hanno impedito l’accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell’amministratore”.

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Disconoscimento di scrittura privata e procedimento di verificazione: un’interessante sentenza del Tribunale di Torino

Trib. Torino 11 marzo 2015 Giud. Di Capua, ammette che nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo venga incardinato giudizio incidentale di verificazione della firma. Nel caso di specie, in particolare, parte attrice opponente disconosceva le sottoscrizioni apposte al contratto di finanziamento, dal cui inadempimento era scaturito il decreto ingiuntivo stesso.

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La rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite (note in margine a Cass. sez. un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014)

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di FEDERICO RUSSO, Ricercatore di Diritto processuale civile nell’Università di Palermo

foto federico russo B&N

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Con la decisione n. 26243 del 12 dicembre 2014, contemporanea, più che coeva, alla precedente del medesimo contenuto n. 26242/2014 (in Dir. civ. cont. 15 marzo 2015, con nota di N. Rizzo, Accertamento della nullità e azioni di impugnazione del contratto), le Sezioni Unite della Suprema Corte, con motivazione dotta, faconda ed – absit iniuria verbis – estesa forse oltre i limiti del funzionale ed auspicabile in quello che resta pur sempre un provvedimento giurisdizionale (si rammenta che l’art.132 comma 2 n. 4 c.p.c. prevede che la sentenza debba contenere “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione e che con lettera del 17 giugno 2013, il Primo Presidente della Corte di Cassazione aveva individuato la chiarezza e sinteticità quali requisiti delle best pratices in materia di redazione delle sentenze. Cfr. anche l’esperienza d’oltralpe, e segnatamente della Cour de Cassation francese – il modello cui le nostre Cassazioni, oggi unificate, furono ispirate, le cui sentenze, anche in Assemblée plénière superano raramente le poche pagine necessarie alla decisione e alla comprensibilità del testo) tornano nuovamente sulla questione della rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di nullità, non solo allorché sia stata proposta domanda di adempimento o di risoluzione del contratto, ma anche nel caso in cui sia domandato l’annullamento del contratto stesso (cfr. l’ordinanza di remissione 27 novembre 2012, n. 21083, in Corr. giur., 2013, p. 174 con nota di S. PAGLIANTINI, A proposito dell’ordinanza interlocutoria 21083/2013 e dintorni: rilievo d’ufficio della nullità all’ultimo atto? e di C. Consolo, Postilla di completamento. Il giudicato ed il rilievo officioso della nullità del contratto: quanto e come devono essere ampi?).

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Rilevanza probatoria delle comunicazioni tramite posta elettronica non certificata: una preziosa ordinanza del Tribunale di Termini Imerese

Con ordinanza 22 febbraio 2015 il Trib. Termini Imerese, Giud. Rubino, si pronuncia sul problema della valenza probatoria di un documento informatico inviato tramite posta elettronica non certificata; problema assai spinoso, perché non trova una risposta chiara e univoca nel Codice dell’Amministrazione Digitale (d.lgs 7 marzo 2005 n. 82), e di cui non sfugge la rilevanza, vista la frequenza con cui, nella prassi negoziale, gli operatori economici affidano le loro comunicazioni alla posta elettronica non certificata.

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