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La Cassazione su vendita con patto di riscatto e patto commissorio

Con decisione 21 gennaio 2016 n. 1075, la Cassazione si pronuncia in merito alla validità di una compravendita con patto di riscatto (art. 1500 c.c.) a seguito della quale i venditori erano comunque rimasti nella detenzione dell’immobile in ragione di un contratto di comodato.

Alla scadenza del termine per l’eventuale riscatto, il relativo diritto non veniva esercitato dai venditori, né seguiva alcuna restituzione del prezzo, e tuttavia gli stessi si rifiutavano di consegnare l’immobile agli acquirenti ritenendo la vendita nulla in ragione della sussistenza di un patto commissorio (art. 2744 c.c.).

Il Tribunale, prima, e la Corte di appello, poi, ritengono invece la validità dell’atto di compravendita e l’insussistenza di un patto commissorio e condannano i convenuti alla consegna dell’immobile all’acquirente. La Cassazione respinge il ricorso dei venditori, confermando la soluzione dei giudici di merito. La decisione merita di essere segnalata poiché nell’argomentazione la suprema corte traccia i confini operativi del patto commissorio.

In argomento cfr. Cass. 28 gennaio 2015 n. 1625 con nota di  A. LUNETTA, Divieto del patto commissorio, contratto di «sale and lease back» e autonomia privata, in Dir. civ. cont., 22 gennaio 2016

Divieto del patto commissorio, contratto di «sale and lease back» e autonomia privata

ANNO III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di ALBERTO LUNETTA

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La controversia sulla quale la Suprema Corte si è pronunciata (Cass. 28 gennaio 2015 n. 1625, Rel. Nazzicone) concerne la validità di un contratto di sale and lease-back, contenente la clausola marciana, stipulato da due società (la sentenza si trova anche pubblicata in Riv. not., 2015, p. 182 ss.; in Il fallimento, 7/2015, p. 791 ss. con nota di M. SPADARO; in Giur. it., 2015, p. 2341 ss., con nota di V. VITI; M. NATALE, Lease-back e strutture utili di patto marciano, in Riv. dir. civ., 6/2015, p. 1595 ss.).

La questione sollevata innanzi alla Suprema Corte s’innesta nell’ambito di un ricorso proposto dal creditore fallimentare, ossia la società concedente il leasing-acquirente, avverso il decreto che aveva respinto la sua opposizione allo stato passivo del fallimento della società alienante-utilizzatrice. Il giudice del fallimento aveva ritenuto che il contratto di sale and lease-back fosse nullo perché in violazione del divieto di patto commissorio (e ciò sia in quanto, all’epoca della conclusione del contratto, la parte alienante era insolvente, sia per la sproporzione tra valore del bene e prezzo convenuto), tralasciando di considerare la sussistenza in esso della cautela marciana.

La Suprema Corte è chiamata a decidere sulla compatibilità del contratto di lease-back con il divieto sancito dall’art. 2744 c.c.

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Rimessa alle Sezioni Unite la questione relativa alla possibilità che l’eccezione di prescrizione sollevata dall’assicuratore estingua anche il credito vantato dal danneggiato verso l’assicurato

Con ordinanza 25967 del 23 dicembre 2015, la Terza Sezione Civile – sul presupposto dell’esistenza di un contrasto di giurisprudenza sul punto – ha rimesso al Primo Presidente della Corte, ai fini dell’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione relativa alla possibilità che l’eccezione di prescrizione sollevata dall’assicuratore della responsabilità civile estingua anche il credito vantato dal danneggiato verso l’assicurato.

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Le Sezioni Unite in tema di prescrizione

Le Sezioni Unite, con sentenza 9 dicembre 2015 n. 24822, a soluzione di una questione di massima di particolare importanza, hanno affermato il principio secondo cui ove il diritto non si possa far valere se non con un atto processuale, la prescrizione è interrotta dall’atto di esercizio del diritto, ovvero dalla consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario per la notifica, mentre in ogni altro caso opera la soluzione opposta.

Nel caso di specie, si trattava dell’esercizio dell’azione revocatoria, rispetto al quale la giurisprudenza è incline a ritenere che l’effetto interruttivo della prescrizione si verifichi al momento della notifica al destinatario dell’atto di citazione. Le Sezioni Unite ritengono invece di dovere applicare il principio sancito dalla sentenza della Corte costituzionale 477/2002 (art. 149.c.p.c.) della differente decorrenza degli effetti della notificazione, nelle sfere giuridiche del notificante e del destinatario, anche all’interpretazione dell’art. 2943 c.c.

Responsabilità medica e “consulenza tecnica preventiva”: un’interessante ordinanza del Tribunale di Roma

L’ordinanza che si segnala (Tribunale di Roma 26 marzo 2015) asserisce l’inidoneità della consulenza tecnica preventiva quando si tratti di accertare la responsabilità contrattuale di un medico. Essa esibisce un contenuto assai rilevante e comunque interessante anche dal punto di vista del diritto sostanziale.

Il Tribunale ritiene inammissibile il ricorso ex art. 696-bis c.p.c. perché “seppur confezionato come una consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite (…) il contenuto dell’atto altro non è che una domanda di accertamento di responsabilità contrattuale in materia medico-sanitaria”. Dunque, pur non essendo necessario, per l’ammissibilità del mezzo, la certezza e la non contestazione dell’an, di certo non può ammettersene l’utilizzo nei casi in cui sussista un radicale contrasto sull’esistenza stessa del credito, ovvero quando l’accertamento richieda non solo indagini in fatto ma anche “in diritto”, involgendo questioni la cui soluzione non è possibile demandare al consulente tecnico.

Nel caso di specie, si contestava al medico radiologo di aver prescritto una terapia (radioterapia) inadeguata, addebito respinto dal medico convenuto, che riteneva di non aver mai prescritto una radioterapia al paziente poi deceduto.

 

 

La Cassazione sull’efficacia probatoria della quietanza

Cass. 12 novembre 2015 n. 23128 Rel. Migliucci afferma che la quietanza non può avere valere confessorio ex art. 2732 c.c. anche nei confonti di chi non la ha sottoscritta, nel caso di specie la moglie del promittente venditore che sia stata convenuta in giudizio ex art. 2932 c.c.

Conseguentemente, viene cassata la decisione della Corte di appello di Venezia che, confermando la decisione di primo grado, aveva ritenuto opponibile la quietanza non disconosciuta dal marito anche alla ricorrente.

In dottrina cfr. GRANELLI, Quietanza, in Digesto civ., XVI, Torino, 1997, 167

E’ valida la donazione stipulata da una società di capitali

Secondo Cass. 21 settembre 2015 n. 18449 Rel. Carluccio, non può ritenersi nulla una donazione stipulata da una società di capitali a favore di un soggetto terzo, avendo la società capacità generale, ossia capacità di essere parte di qualsiasi atto o rapporto anche non inerente l’oggetto sociale. Quest’ultimo non costituisce un limite alla capacità della società ma piuttosto un limite al potere deliberativo e rappresentativo degli organi sociali.

Nel caso di specie, la curatela fallimentare di una società edilizia aveva convenuto in giudizio il Partito Popolare Italiano in ragione del fatto che la società fallita nel 1998 aveva ceduto a titolo gratuito (d.lgs. 460/1997) “Palazzo Sturzo”, immobile di notevole pregio, al fine di consentire al partito di pagare i suoi ingenti debiti. Nel 2005 il PPI aveva poi effettivamente ceduto a terzi l’immobile per il corrispettivo di 34 milioni di euro. La curatela aveva proposto in primo e secondo grado domanda di nullità dell’atto di cessione a titolo gratuito del 1998 e in subordine azione revocatoria. Le domande veniva respinte in primo e secondo grado (in particolare, l’azione revocatoria veniva ritenuta prescritta).

La nullità dell’atto deliberato dall’assemblea (e del successivo rogito) veniva argomentata in ragione del vizio di “causa” stante la contrarietà alla disciplina codicistica delle società di capitali e allo statuto sociale (vedi però già nel senso della decisione che si segnala Cass. 224/1968; 2001/1996; 12325/1998).

In dottrina cfr. NATALE, Tratt. dir. successioni e donazioni, diretto da G. Bonilini, VI, Le Donazioni,  Milano, 2009, 308.

Pignorabilità del bene in regime di comunione legale: breve critica alle degenerazioni della ragion pratica

Anno II, Numero IV, ottobre/dicembre 2015

di SIMONE ALECCI

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Trib. Enna, 4 maggio 2015, Est. Noto, si innesta sul terreno – invero assai impervio – dell’espropriazione promossa dal creditore personale di uno dei coniugi sui beni ricadenti nel regime di comunione legale allineandosi pedissequamente alla prospettiva esegetica tracciata da Cass. Civ., 14 marzo 2013, n. 6575.

L’adesione incondizionata al discutibile dictum pretorio si rivela, nondimeno, indubbiamente apprezzabile non soltanto nella misura in cui non frustra l’affidamento riposto dal creditore procedente sulla tendenziale continuità del nuovo corso giurisprudenziale, ma anche e soprattutto laddove impedisce che il processo esecutivo precipiti sotto le forche caudine dell’improcedibilità.

Sulla base dell’assunto – perentoriamente declinato dalla giurisprudenza di legittimità mediante un clamoroso travisamento dello spirito ermeneutico che anima la celebre Corte cost. 17 marzo 1988 n. 311, Rel. Mengoni – stando al quale l’eccentricità fenomenologica della comunione legale precluderebbe l’accesso al sentiero della pignorabilità della sola quota del coniuge obbligato, il giudice di merito non può materialmente fare a meno di consentire al creditore l’estensione del pignoramento sull’intero bene aggredito.

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Occupazione “sine titulo” di immobile: il danno non è in “re ipsa” ma può consistere nella perdita dell’utilità ricavabile dall’uso diretto del bene

Secondo Cass. 21 settembre 2015 n. 18494, Rel. Rossetti, “La perduta disponibilità d’un immobile non costituisce un danno in re ipsa, nel senso che, provata l’occupazione abusiva, non può dirsi per ciò solo provato il danno. Quest’ultimo, tuttavia, può essere dimostrato col ricorso a presunzioni semplici, e può consistere anche nell’utilità teorica che il danneggiato poteva ritrarre dall’uso diretto del bene, durante il tempo per il quale è stato occupato da altri.”

L’ex convivente more uxorio, collocatario dei figli minori e assegnatario della casa familiare, esercita sull’immobile un diritto di godimento assimilabile a quello del comodatario

Con sentenza 11 settembre 2015 n. 17971, Rel. Acierno, la prima sezione civile della Cassazione ha stabilito che, in caso di cessazione della convivenza di fatto, il genitore collocatario dei figli minori, nonché assegnatario della casa familiare, esercita sull’immobile un diritto di godimento assimilabile a quello del comodatario, la cui opponibilità infranovennale è garantita, pur in assenza di trascrizione del provvedimento giudiziale di assegnazione, anche nei confronti dei terzi acquirenti consapevoli della pregressa condizione di convivenza.

Nel caso specifico, la Corte Suprema ritiene irrilevante l’anteriorità dell’acquisto da parte del terzo rispetto alla data del provvedimento giudiziale di assegnazione, non soltanto in ragione della condizione di detentore qualificato dell’ex convivente more uxorio (cfr. OMODEI SALE’, Il convivente estromesso dall’abitazione può esercitare l’azione di reintegrazione, Dir. civ. cont. 25 giugno 2014), ma anche in considerazione della circostanza che lo stesso aveva esperito con esito positivo azione revocatoria dell’atto di vendita dell’immobile adibito a casa familiare.