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Principio di apparenza «pura» (difetto di legittimazione passiva e prescrizione)

Anno V, numero I, gennaio/marzo 2018

di ABIGAIL OWUSU, Dottoranda nell’Università di Verona

La sentenza che si commenta (Tribunale di Verona) merita  di essere segnalata in quanto contiene una interessante applicazione del principio dell’apparenza del diritto al di fuori delle ipotesi espressamente previste dal codice civile. La vicenda sottesa alla pronuncia vede protagonista una signora che, a seguito di trasfusione di sangue, contrae l’epatite C. Accertata l’origine trasfusionale della patologia, l’attrice promuove un’azione risarcitoria nei confronti dell’ente ospedaliero del quale, tuttavia, viene esclusa la legittimazione passiva affermandosi quella del Comune: l’art. 66 l. n. 833/1978 e l’art. 71 l. Regionale Veneto n. 17/1980 prevedono, infatti, il trasferimento, ai Comuni territorialmente competenti, dei debiti contratti dai disciolti enti ospedalieri. Il Comune convenuto in giudizio eccepisce, in via preliminare, la prescrizione del diritto al risarcimento del danno, ritenendo decorso il termine di prescrizione decennale. Nell’esame dell’eccezione di prescrizione, formulata dal convenuto, il Tribunale si è interrogato sulla possibilità di estendere al Comune, in virtù di una applicazione evolutiva del principio dell’apparentia iuris, gli effetti dell’interruzione della prescrizione avvenuta tempestivamente, con la notifica dell’atto di citazione, nei confronti dell’ente ospedaliero. Il giudice veronese è giunto a dare una risposta positiva all’interrogativo testé evidenziato, sulla base delle considerazioni che saranno qui di seguito esaminate.

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Il principio consensualistico nella vendita e nell’appalto: coordinate essenziali per lo svolgimento di una traccia

 

di ARMANDO PLAIA

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Ne Il contratto di Vincenzo Roppo si dice che tutti i contratti producono effetti obbligatori, mentre soltanto alcuni tra essi producono anche effetti reali. Discorso più complesso – aggiunge il chiaro Autore – richiede l’appalto, “in relazione ai diversi tempi e modi in cui il committente acquista la proprietà dell’opera” (ROPPO, 2011, 483): ci sono, cioè, ipotesi in cui il committente acquista a titolo derivativo la proprietà dell’opera realizzata dall’appaltatore, e da quest’ultimo acquistata a titolo originario. Roppo indica una sola vicenda, quella dell’appalto di mobili con materiale dell’appaltatore, ma può aggiungersi un’ulteriore ipotesi di contratto di appalto ad effetti reali, quella dell’appalto di costruzione di un immobile su fondo dell’appaltatore.

Ma andiamo con ordine.

Cosa sia il principio consensualistico lo dice il Codice civile all’art. 1376 c.c.: il trasferimento del diritto è un effetto automatico dello scambio del consenso. In ragione di tale principio, nei contratti che trasferiscono un diritto reale o di credito – ovviamente, non anche nei contratti che non trasferiscono un diritto ma creano soltanto un rapporto obbligatorio (es. locazione, comodato) – il consenso è traslativo, cioè l’effetto del trasferimento del diritto è correlato allo scambio del consenso (c’è immedesimazione fra titolo e modo dell’acquisto).

Nella manualistica (PLAIA, in Manuale del diritto privato a cura di Mazzamuto, 2017, 797) e nella letteratura specialistica (D’AMICO, La vendita, 2013, 236) si insegna che la riconducibilità dell’effetto all’atto negoziale esiste, e cioè non viene meno, neanche quando l’effetto traslativo è differito nel tempo: anche in questo caso cioé l’effetto è reale e non obbligatorio. Si è però sostenuto che il differimento della produzione dell’effetto traslativo, ancorché non faccia venir meno la connotazione reale dell’effetto, incida però sul meccanismo consensualistico: l’idea è cioé che il contratto ad effetti reali differiti non obbedisca al principio consensualistico, almeno nel senso che il trasferimento del diritto non sarebbe conseguenza immediata e automatica dello scambio del consenso. La produzione dell’effetto reale – secondo questa dottrina – sarebbe infatti  mediata da un’obbligazione strumentale di creare o non ostacolare le condizioni di produzione dell’effetto reale (ROPPO, Il contratto, 2011, 487, ma vedi FERRANTE, Consensualismo e trascrizione, 2008, 76).

Gli esempi di vendita ad effetti reali differiti sono noti.

Si pensi ad esempio alla “vendita con riserva di proprietà”, in cui il trasferimento del diritto non è contestuale alla conclusione del contratto, ma è differito al pagamento dell’ultima rata (art. 1523 c.c.). Stesso discorso può farsi – ma il punto è controverso – per la “vendita di cosa generica”, in cui il trasferimento del diritto è si differito – al momento della “individuazione” – ma rimane comunque “collegato” alla fattispecie contrattuale, e ciò perché la dottrina (ma vedi l’opinione contraria di TORRENTE, SCHLESINGER, 2017, 743 e CALVO, La vendita, 2016, 54) nega che l’individuazione sia un atto negoziale: l’effetto è reale, perché il trasferimento del diritto è collegato all’unico negozio confezionato dalle parti, non potendosi considerare quello della “individuazione” come un (secondo) atto (avente natura negoziale) cui sarebbe riconducibile il trasferimento del diritto. Tra le ipotesi di vendita c.d. ad effetti obbligatori o reali differiti si considera, tradizionalmente, anche la vendita di cosa futura, una vicenda contrattuale sovente oggetto di considerazione giurisprudenziale proprio per la somiglianza con l’appalto. Come dimostra la vicenda sottesa ad una nota decisione delle Sezioni Unite del 2008, le due figure contrattuali sono talora convergenti e sostanzialmente sovrapponibili, e soltanto un’indagine sull’intento perseguito dalle parti può orientare la qualificazione del contratto (es. vendita di cosa futura, oppure negozio misto e cioé vendita immediata del fondo correlata ad un appalto).

Fatta questa premessa, occorre tornare al problema degli effetti del contratto di appalto.

Secondo la risalente tesi di Domenico Rubino (RUBINO, L’appalto, 3° ed., 1958, 533 e 537; RUBINO-IUDICA, 1992, 339), il contratto di appalto può avere effetti reali: l’accettazione, cioè, assume rilevanza ai fini dell’acquisto “a titolo derivativo” della proprietà dell’opera da parte del committente, negli appalti aventi ad oggetto la costruzione di beni immobili su suolo di proprietà dell’appaltatore o la realizzazione di beni mobili con materiali in tutto o per la maggior parte dell’appaltatore (Cass. 1 giugno 1974 n. 1569, Foro Pad., 1974, I, 387 che esclude la sussistenza di una vendita con riserva di proprietà e ritiene la sussistenza di un contratto di appalto, con riferimento alla costruzione di una edicola accettata e, dunque, ormai divenuta di proprietà del committente, ancorchè il corrispettivo non sia stato pagato; Cass. 21 giugno 1974 n. 1823, Giur. It., 1975, I, 678 che accoglie esplicitamente la tesi della “più moderna e accreditata dottrina” sull’appalto mobiliare con materia fornita dall’appaltatore – tesi sostenuta dalla curatela della società appaltatrice – e respinge il ricorso di un condominio committente di una fornitura di serramenti, che invece riteneva l’acquisto della proprietà già al momento della venuta ad esistenza e non invece al momento dell’accettazione dell’opera).

In entrambi i casi, afferma il Rubino, l’opera viene, in prima battuta, acquistata a titolo originario dall’appaltatore, per poi essere trasferita “a titolo derivativo” al committente: in virtù dell’art. 1350 c.c., allora, il contratto di appalto di costruzione sull’immobile dell’appaltatore deve essere stipulato in forma scritta (ma la tesi dell’efficacia reale inciderebbe anche sull’ambito applicativo della nuova disciplina sugli immobili da costruire: così LUMINOSO, Codice dell’appalto privato, 2010, 544). L’idea che il contratto di appalto possa talora produrre effetti reali non è condivisa da alcuni autori, i quali obiettano che anche in queste ipotesi l’effetto traslativo non verrebbe prodotto dal contratto di appalto (titulus), ma dal successivo negozio di accettazione, che in sostanza costituirebbe il modus adquirendi (CAGNASSO, Contratto di appalto e trasferimento della proprietà, Diritto privato, 1995, 48, CARBONARO, Vita not., 2002, 1045).

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Questa Nota può essere così citata:

A. PLAIA, Il principio consensualistico nella vendita e nell’appalto: coordinate essenziali per lo svolgimento di una traccia, in Dir. civ. cont., 25 gennaio 2018

Le Sezioni Unite sul luogo dell’adempimento nelle obbligazioni pecuniarie: quale coordinamento con la disciplina dei debiti di valuta?

Anno III, Numero IV, ottobre/dicembre 2016

di TOMMASO DALLA MASSARA, Ordinario dell’Università di Verona

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Alfa agisce contro Beta per ottenere un pagamento dovuto – quale corrispettivo per la prestazione di un servizio – che ancora non può dirsi certo nel suo ammontare: in effetti, il credito diviene oggetto di esatta quantificazione soltanto in sede di proposizione della domanda; nella vicenda processuale, il profilo della determinatezza/determinabilità della somma di denaro oggetto della pretesa assume un ruolo decisivo, giacché proprio su quel profilo viene a fondarsi l’applicabilità del comma 3 dell’art. 1182 c.c., il quale impone che l’obbligazione avente per oggetto una somma di denaro sia adempiuta al domicilio che il creditore ha al tempo della scadenza. Una volta fissata la regola della portabilità dell’obbligazione, rimane per conseguenza determinata la competenza per territorio nel luogo di esecuzione della prestazione, ai sensi dell’art. 20 c.p.c.

Questi, assai in breve, gli estremi della questione giunta alla decisione delle Sezioni Unite della Suprema Corte (per un primo commento, cfr. P. Di Michele, in Dir. e giust., 14 settembre 2016, 7 ss., e G. Bellia, Obbligazioni pecuniarie portabili: le Sezioni Unite chiariscono ‘il modo di intendere il requisito della liquidità’, in www.ildirittoamministrativo.it, 26 settembre 2016).

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Per il giudice amministrativo la ZTL istituita dal comune di Palermo costituisce misura utile e ragionevole

Con ordinanza 7 dicembre 2016 Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia ha respinto la domanda cautelare avverso il provvedimento di istituzione della “nuova” ZTL nel comune di Palermo.

In particolare, il TAR afferma che “nel bilanciamento degli interessi tra quelli declinati dai ricorrenti e quelli connessi alla tutela dell’ambiente e della salute, l’introduzione di ZTL appare misura utile e ragionevole”, che “il provvedimento impugnato appare assunto nell’ambito di una serie di misure ad esso coordinate”. E ancora, che “non risulta supportata dal punto di vista probatorio la tesi di parte ricorrente in ordine alla non effettivitiviutà dell’ampliamento/rinnovamento del parco bus”, mentre “assume particolare rilievo il risultato dell’indagine sugli agenti inquinanti, per i quali si è calcolata la riduzione dei livelli di concentrazione”.

La vicenda giudiziaria era iniziata con l’ordinanza 6 aprile 2016 con cui il TAR aveva invece sospeso l’efficacia della delibera del Consiglio Comunale di Palermo e della Giunta comunale di Palermo istitutiva di una più ampia ZTL rispetto a quella successivamente istituita (e ora avallata dal giudice amministrativo).

Referendum costituzionale: le ragioni del SI e le ragioni del NO

Il 4 dicembre il popolo italiano è chiamato a confermare o respingere la riforma della Costituzione approvata dal parlamento italiano.

DCC intende agevolare la riflessione dell’elettore indicando due interessanti e agevoli scritti dei costituzionalisti Alessandro Pace (Le ragioni del NO) e Beniamino Caravita (Le ragioni del SI).

Molto utile anche la lettura della “Riforma” nel testo a fronte con la Costituzione vigente.

Buona lettura.

Rimessa alle Sezioni Unite la questione della sorte dei debiti restitutori da revocatoria fallimentare nella cessione d’azienda

Anno III, Numero III, luglio/settembre 2016

di UMBERTO STEFINI, Professore associato nell’Università di Pavia

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Con l’ordinanza del 21 aprile 2016 n. 8090, la Corte di Cassazione rimette alle Sezioni Unite un problema piuttosto dibattuto, tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, in materia di cessione d’azienda.

Sintetizzando il caso, una società cessionaria d’azienda, in quanto conferitaria dell’azienda di un’impresa individuale (con qualche semplificazione: in realtà si trattava di un’ulteriore società che aveva incorporato, attraverso un’operazione di fusione, la società conferitaria, subentrando in tutti i rapporti giuridici anteriori alla fusione, ai sensi dell’art. 2504-bis c.c.), viene convenuta in giudizio per la revocatoria fallimentare, e conseguente restituzione, di una serie di pagamenti effettuati a suo tempo a favore dell’impresa cedente da una terza società, all’epoca in bonis, ma sottoposta poi (successivamente alla cessione d’azienda) ad amministrazione straordinaria. Continua a leggere

La Cassazione sulla responsabilità medica ex art. 1228 c.c.

Con sentenza n. 7768 del 9.12.2015 Rel. Scarano, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in tema di responsabilità medica per fatto dell’ausiliario ex art. 1228 c.c. e quantificazione in via equitativa del danno non patrimoniale. La sentenza si segnala in particolare per alcune soluzioni di sicuro interesse sia con riferimento alla nozione di ausiliario sia in merito ai soggetti legittimati alla richiesta di risarcimento danni.

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La sproporzione tra i redditi e un deterioramento delle condizioni economiche non «apprezzabile» non giustificano la corresponsione dell’assegno divorzile

Con sentenza 22 dicembre 2015 la Corte di appello di Palermo ha riformato la sentenza di prime cure con cui il Tribunale di Palermo aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, ponendo a carico dell’ex marito l’obbligo di corrispondere un assegno mensile alla ex moglie (già peraltro pattuito in sede di separazione consensuale).

Ritiene in particolare la Corte come non sia sufficiente – come ritenuto invece dal giudice di primo grado – la sussistenza di una sproporzione tra i redditi degli ex coniugi se le condizioni economiche siano comunque idonee a garantire un tenore di vita analogo a quello tenuto in costanza di vita in comune, dovendosi peraltro ritenere inevitabile un certo deterioramento delle rispettive condizioni, quale effetto diretto della separazione ed in ragione della duplicazione delle voci di spesa fissa.

Esame avvocato 2015: seconda traccia e soluzione parere civile

di ROBERTO NATOLI, Professore associato nell’Università di Palermo

e FRANCESCO TAGLIALAVORO, Avvocato e dottore di ricerca

Francesco Taglialavoro

Tizio di professione commercialista viene contattato da un agente assicurativo della compagnia Alfa che gli propone di stipulare una polizza assicurativa per la responsabilità professionale contenente fra l’altro la clausola di copertura di tutte le richieste di risarcimento dei danni presentate per la prima volta all’assicurato nel periodo di assicurazione anche per fatti anteriori alla stipula. In epoca successiva alla stipula del contratto, Tizio riceve da Caio una domanda giudiziale di risarcimento dei danni derivanti da un presunto illecito professionale risalente ad epoca anteriore alla stipula stessa. Tizio si costituisce in giudizio e, dopo aver contestato la fondatezza dell’avversa pretesa, chiede ed ottiene l’autorizzazione alla chiamata in causa della compagnia Alfa. Il giudice di primo grado, ritenuta la sussistenza dell’illecito professionale, condanna Tizio al risarcimento del relativo danno e respinge la domanda di garanzia spiegata nei confronti di Alfa, affermando la nullità della clausola sopra richiamata in quanto contrastante con il principio generale secondo cui l’alea coperta dalla garanzia deve riguardare un evento futuro e incerto. Tizio si reca dunque da un legale e, dopo aver esposto i fatti come sopra detti, precisa che al momento della stipula del contratto di assicurazione non era a conoscenza né del presunto illecito contestatogli e dei relativi effetti dannosi, né dell’intenzione del danneggiato di richiederne il risarcimento.

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Mi si chiede di esprimere motivato parere sulla possibilità di appellare una sentenza con cui è stata in primo grado respinta la domanda di garanzie spiegata da un dottore commercialista nei confronti della propria assicurazione, poiché il contratto conteneva una clausola, reputata nulla dal giudice di prime cure, in forza della quale l’assicuratore avrebbe dovuto tenere indenne l’assicurato di quanto questi deve pagare a un terzo per la responsabilità civile anche se per fatti anteriori alla stipula del contratto di assicurazione.

Per intendere meglio la portata delle questioni sottoposte allo scrivente, pare opportuno premettere alcune brevi considerazioni sulla categoria dei contratti c.d. aleatori.

Elemento caratterizzante di tali contratti è che il rischio penetra nella causa degli stessi di guisa che, in conseguenza di fatti sopravvenuti incerti e ignoti alle parti, una o entrambe le prestazioni possano subire rilevanti modificazioni. Considerato che l’entità delle prestazioni è fin dall’origine incerta, si spiega perché ai contratti aleatori non si applichi né il rimedio della risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta né quello della rescissione per lesione. Il rischio deve essere giuridico, vale a dire connesso alla prestazione in sé considerata, e non meramente economico, relativo cioè al costo della prestazione o al valore della controprestazione.

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