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Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi»

ANNO IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di LUCA NIVARRA, Ordinario nell’Università di Palermo

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L’ordinanza con la quale è stata rimessa al Primo Presidente della S.C. la questione relativa alla possibilità di riconoscere ex art.64 l.n.218/1995 una sentenza straniera di condanna al pagamento dei c.d. danni punitivi offre il destro per alcune rapide considerazioni che hanno la sola ambizione di contribuire ad un migliore inquadramento del problema (l’ordinanza è già stata commentata da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016).

Il primo punto sul quale soffermarsi è questo. L’ordinanza accoglie una nozione minimale di «ordine pubblico», del tutto in linea con lo spirito dei tempi. La globalizzazione, infatti, impone il passaggio da un uso performativo del filtro ad un suo uso, per così dire, residuale. Nella prima versione, marcatamente statalista, l’ordine pubblico esige una almeno tendenziale corrispondenza di principi, valori, istituti; nella seconda versione, al contrario, ci si può accontentare di una non plateale difformità rispetto ad un nucleo duro di regole, desumibili per via diretta o indiretta, dalla Costituzione ma anche, del tutto coerentemente, aggiunge l’ordinanza, dai Trattati sull’UE.

Già a questo stadio, il discorso sembrerebbe avviato ad imboccare una strada segnata. Vi è da chiedersi, infatti, cosa si opponga alla ricezione, nel nostro ordinamento, di una sentenza di condanna al pagamento di danni ultracompensativi se non, forse, l’art. 23 Cost., a mente del quale «nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge».

Tuttavia, a ben vedere, si tratta un impedimento solo apparente o, comunque, facilmente aggirabile proprio grazie a quell’uso minimale del filtro fatto proprio dall’ordinanza. In un mondo nel quale l’ordine pubblico vale l’evocazione della identità in senso forte di un sistema giuridico, le differenze tra il “riconoscere” (un provvedimento estero) e l’ “applicare” (in sede giurisdizionale una norma di diritto interno) si attenuano, sino a scomparire; viceversa, in un mondo nel quale l’ordine pubblico evoca un’identità debole, direi puramente difensiva, “riconoscere” e “applicare” si allontanano, recuperando, specie il primo dei due termini, notevoli margini di autonomia. In questa prospettiva, la riserva di legge istituita dall’art. 23 Cost. può dirsi soddisfatta proprio dalla previsione dell’art. 64, lett.g) l.n.218/1995, reinterpretato nella chiave globalizzatrice adottata dall’ordinanza di rimessione. In altri termini, un ordine pubblico “pesante” imporrebbe che la «legge» di cui parla l’art. 23 Cost. fosse cosa diversa dalla norma che subordina il riconoscimento della sentenza straniera all’osservanza del requisito di cui all’odierna lett.g) dell’art.64; mentre per un ordine pubblico “leggero” l’art. 64 è sufficiente a superare l’ostacolo rappresentato dall’art.23 Cost.

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