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Le Sezioni Unite sulle obbligazioni pecuniarie

Con la sentenza n. 17989 del 13.9.2016, le Sezioni Unite, chiamate a pronunciarsi su una questione di competenza territoriale in materia di obbligazioni pecuniarie, trovano l’occasione per trattare una questione particolarmente importante, concernente l’interpretazione e l’ambito di applicazione dell’art. 1182, co. 3 c.c.

Nel caso di specie il problema di competenza si era posto per il semplice fatto che il contratto stipulato tra le due società coinvolte non prevedeva l’esatto importo del corrispettivo dovuto. Per tale ragione, la convenuta debitrice, invocando la tesi che qualifica come obbligazioni pecuniarie esclusivamente quelle che sin dalla loro costituzione hanno ad oggetto la prestazione di una somma di denaro determinata, aveva ritenuto non applicabile l’art. 1182, co. 3 c.c., che ne prevede l’adempimento al domicilio del creditore, e aveva richiamato, piuttosto, quale luogo rilevante ai sensi dell’art. 20 ult. parte c.p.c., quello del domicilio del debitore (art. 1182, ult. co., c.c.).

La Sesta Sezione, con ordinanza de 17.11.2015 n. 23527, consapevole del contrasto interpretativo esistente sul punto, rimetteva gli atti al Primo Presidente al fine di sollecitare un intervento del Supremo Consesso proprio sulla questione relativa all’applicabilità o meno dell’art. 1182, co. 3 c.c. nei casi in cui l’importo del corrispettivo di una prestazione non risulti predeterminato nel contratto ma venga fissato autonomamente dall’attore nell’atto in cui fa valere la propria pretesa creditoria.

La Sezione rimettente, in primo luogo, dà conto dell’esistenza di interpretazioni non uniformi sulla disposizione citata.

Vi è un primo orientamento (Cassazione n. 22326/2007), secondo il quale, ove la somma di denaro oggetto dell’obbligazione debba essere ancora determinata dalle parti o, in loro sostituzione, liquidata dal giudice mediante indagini e operazioni diverse dal semplice calcolo aritmetico, troverà applicazione l’ultimo comma dell’art. 1182, che identifica il luogo di adempimento nel domicilio del debitore; secondo un altro indirizzo (Cassazione n. 7476/2005; 12455/2010; n. 10837/2011), invece, il forum destinatae solutionis di cui all’art. 1182, co. 3 è applicabile in tutte le cause aventi ad oggetto una somma di denaro qualora l’attore abbia richiesto il pagamento di una somma determinata, atteso che la maggiore o minore complessità dell’indagine sulla determinazione dell’ammontare effettivo del credito attiene esclusivamente alla successiva fase di merito (non incidendo sulla competenza territoriale).

Per prima cosa deve essere affrontata la questione preliminare attinente l’esatta interpretazione e definizione della categoria delle obbligazioni aventi ad oggetto una somma di denaro, dal momento che si rileva da subito che il contrasto non riguarda tanto la necessità che il credito sia liquido al fine di considerare la relativa obbligazione portable, quanto il modo di intendere tale requisito.

Come si diceva, un certo orientamento giurisprudenziale, assolutamente prevalente, circoscrive la portata dell’art. 1182 comma 3 c.c. alle sole obbligazioni aventi ad oggetto debiti pecuniari certi, liquidi ed esigibili, relativi cioè a somme di denaro determinate o determinabili, laddove, però, tale attività di determinazione sia riducibile ad un semplice calcolo aritmetico basato su dati già pre-individuati dalle parti, dalla legge o dagli usi. Da ciò si ricava l’ulteriore conclusione per cui tutte le volte in cui l’obbligazione pecuniaria non presenta tali caratteri, la stessa cesserebbe di essere sottoposta alla regola generale della portabilità e assumerebbe i connotati di una obbligazione querable con fondamentali conseguenze sul piano pratico (la mora non sarebbe più ex re ma diventerebbe ex persona, con necessità di un atto di costituzione in mora da parte del creditore, e muterebbe, poi, il giudice competente ai sensi dell’art. 20 c.p.c.).

Un altro orientamento, invece, minoritario tra le corti di legittimità ma supportato da autorevole dottrina, basandosi su una interpretazione letterale dell’art. 1182, co. 3, rifiuta l’opinione dominante che pretende di restringere irragionevolmente la portata applicativa della norma, atteso che non si riscontra – nel dato positivo – alcun elemento utile a legittimare una simile impostazione.

Preso atto delle differenti posizioni emerse nel dibattito giurisprudenziale e dottrinale, le Sezioni Unite, nella sentenza in esame, affermano di dovere aderire all’indirizzo tradizionale, che, al fine di qualificare la stessa come portabile (per gli effetti di cui al combinato disposto degli artt. 1182, co. 3 c.c. e 20 c.p.c.), richiede l’effettiva liquidità della prestazione in base al titolo.

La Corte rileva che la particolarità delle obbligazioni pecuniarie illiquide consiste nel fatto che ai fini dell’adempimento del debitore è necessario un ulteriore titolo, convenzionale o giudiziale, il che assume una portata fondamentale se solo si ha riguardo a quanto già accennato in precedenza, e cioè che la natura “portabile” o “chiedibile” di un’obbligazione rileva anche in tema di mora. L’art. 1129, co. 2 n. 3 (c.d. mora ex re) esclude la necessità della costituzione in mora quando l’obbligazione deve essere adempiuta presso il domicilio del creditore, quando cioè essa è portable. Ebbene, la Cassazione nega che tale disposizione si applichi anche alle obbligazioni pecuniari illiquide, perché se così fosse, si osserva, “la mora – e con essa la responsabilità ex art. 1224 c.c. – scatterebbe automaticamente anche a carico del debitore la cui prestazione non sia in concreto possibile” a causa dell’incertezza del relativo ammontare, il che sarebbe ingiustificato, oltre che illogico, posto che in base alla regola generale di cui all’art. 1218 c.c., è esclusa la responsabilità del debitore la cui prestazione sia impossibile per causa a lui non imputabile.

Per tali motivi, la Corte conclude affermando che “le indicate esigenze di protezione del debitore richiedono evidentemente che la liquidità del credito sia ancorata a dati oggettivi, mentre sarebbero frustrate se essa si facesse coincidere con la pura e semplice precisazione, da parte dell’attore, della somma di denaro dedotta in giudizio, pur in assenza di indicazioni nel titolo. In tal modo non il dato oggettivo della liquidità del credito radicherebbe la controversia presso il forum creditoris, bensì il mero arbitrio del creditore stesso, il quale scelga di indicare una determinata somma come oggetto della sua domanda giudiziale, con conseguente lesione anche del principio costituzionale del giudice naturale”.

 

 

 

La Cassazione ribadisce la natura «contrattuale» della responsabilità precontrattuale

Cass. 12 luglio 2016 n. 14188, Rel. Valitutti ha ritenuto che la responsabilità precontrattuale (nella specie, della P.A.) non abbia natura extracontrattuale, ma debba correttamente inquadrarsi nella responsabilità di tipo contrattuale da «contatto sociale qualificato», inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni ai sensi dell’art. 1173 c.c., con conseguente applicazione del termine di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c.

La condivisibile riconduzione della responsabilità precontrattuale al genus della responsabilità contrattuale era stata operata dalla Suprema Corte nel 2011 (Cass. 20 dicembre 2011 n. 27648, in Europa dir. priv., 2012, p. 1227 con nota di CASTRONOVO, La Cassazione supera se stessa e rivede la responsabilità precontrattuale), già allora tuttavia con un’argomentazione non impeccabile sul piano filologico. In quel’occasione, si affermava infatti che, in ragione del consolidarsi della teorica del «contatto sociale», anche quella della responsabilità precontrattuale dovesse ormai considerarsi un’ipotesi di «contatto sociale qualificato».

In realtà, le cose stanno esattamente al contrario: e cioé il «contatto sociale qualificato» altro non è che una generalizzazione della culpa in contrahendo. Sicchè, per affermare la natura contrattuale della responsabilità precontrattuale non occorre scomodare la tesi del «contatto sociale».

Accollo del debito futuro restitutorio nascente da sopravvenuta revocatoria del pagamento di crediti all’azienda in caso di cessione: rimessa la questione alle Sezioni Unite

Con ordinanza 21 aprile 2016 n. 8090 viene rimessa alle Sezioni Unite la questione se, e a quali condizioni, la cessione o il conferimento dell’azienda accolli al cessionario o conferitario il debito restitutorio nascente dalla sopravvenuta revocatoria fallimentare del pagamento di crediti aziendali.

In argomento cfr. STEFINI, La Cassazione su accollo “interno” ed “esterno”, in Dir. civ. cont., 25 giugno 2014.

La Cassazione sulla compatibilità della responsabilità precontrattuale con la validità del contratto concluso

Cass. 23 marzo 2016 n. 5762, Rel. Lamorgese, torna a pronunciarsi sulla questione della compatibilità della responsabilità precontrattuale con la validità del contratto concluso. La sentenza si rivela particolarmente interessante anche perché riguarda una vicenda negoziale diversa da quelle che sin qui hanno interessato il principio di diritto in questione, inducendo all’accoglimento in giurisprudenza della c.d. teoria dei vizi incompleti.

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Al termine della locazione commerciale: sulla legittimazione del conduttore a subordinare la restituzione dell’immobile alla corresponsione dell’indennità di avviamento e sulla forma dell’offerta

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di STEFANO CAVASSA, Dottorando nell’Università di Genova

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La Corte di Cassazione con sentenza 20 gennaio 2016, n. 890 torna a pronunciarsi sulle dinamiche conseguenti al venir meno di un contratto di locazione d’immobile ad uso non abitativo. In particolare, il giudice di legittimità si sofferma sulla validità dell’offerta formale condizionata con cui il conduttore subordina il rilascio dell’immobile al pagamento, da parte del locatore, dell’indennità per la perdita dell’avviamento (art. 34 l. 27.7.1978, n. 392).

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La buona fede è criterio di valutazione del legittimo esercizio del potere di avvalersi della clausola risolutiva espressa

Secondo Cass. 23 novembre 2015 n. 23868, il principio di buona fede si pone, nell’ambito della fattispecie dell’art. 1456 c.c., come canone di valutazione sia dell’esistenza dell’inadempimento, sia del conseguente legittimo esercizio del potere unilaterale di risolvere il contratto, al fine di evitarne l’abuso ed impedendone l’esercizio ove contrario ad essa (ad esempio escludendo i comportamenti puramente pretestuosi, che quindi non riceveranno tutela dall’ordinamento).

Valore probatorio della quietanza rilasciata per conto del (con)creditore e nullità del contratto preliminare ex art. 30 co. 2 TU edilizia. Considerazioni critiche a margine di una recente pronunzia della Cassazione

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di ENRICO CAMILLERI, Ordinario nell’Università di Palermo

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A poco più di un anno dall’intervento nomofilattico che ha ricondotto a mera analogia legis l’ascrizione alla quietanza di pagamento del regime della confessione stragiudiziale (Cass. Sez. Un., 22 settembre 2014, n. 19888, in I Contratti, 2015, 147 e ss.), la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23128 del 12 novembre 2015 resa dalla Sezione II, è tornata sull’argomento, muovendo però in questo caso da premesse ricostruttive – ed approdando ad esiti – che, a ben vedere, non solo deflettono dal solco dell’autorevole precedente, ma a tal punto esasperano alcune tensioni interne alla tessitura concettuale della fattispecie di cui all’art. 1199 c.c., da mettere capo ad autentici paradossi.

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La Cassazione sulla mora del creditore e sull’offerta formale di restituzione dell’immobile in locazione condizionata al pagamento dell’indennità di avviamento

Cass. 20 gennaio 2016 n. 890, Rel. Vincenti, all’esito di un’articolata ricostruzione dei meccanismi della mora del creditore nel rapporto obbligatorio, afferma con una decisione di grande rilevo pratico che, estinto il rapporto di locazione, il conduttore di immobile ad uso commerciale si libera dall’obbligo di corresponsione dei canoni mediante offerta formale di restituzione dell’immobile, ai sensi dell’art. 1216, comma 2, c.c., anche qualora condizioni la riconsegna al pagamento, da parte del locatore, dell’indennità di avviamento.

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La questione della compensabilità del credito «sub iudice» al vaglio delle Sezioni Unite. Il «giusto processo» oltre gli steccati codicistici?

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di SIMONE ALECCI, Dottore di ricerca nell’Università di Palermo

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Cass. ord. 11 settembre 2015, n. 18001, Rel. Vivaldi, immette nel caleidoscopio esegetico delle Sezioni Unite gli ingranaggi del meccanismo compensativo nell’ipotesi in cui uno dei crediti sia sub iudice. Il provvedimento di rimessione scaturisce dall’incursione all’interno del circuito giurisprudenziale di una recente pronuncia – Cass. 17 ottobre 2013 n. 23573, Rel. Frasca – che, dilatando con piglio iperbolico i principi di effettività e di concentrazione delle dinamiche giudiziali, ha audacemente scardinato quell’architrave interpretativa a dir poco monolitica postulante l’irriducibilità allo schema della compensazione del credito incagliato in una vicenda processuale non ancora definitivamente cristallizzata.

L’opportunità di chiamare in causa la giurisdizione di legittimità nella sua composizione più autorevole è ampiamente condivisibile, in quanto il tessuto motivazionale dell’eterodossa sentenza segnalata dall’ordinanza interlocutoria appare innervato da considerazioni di ordine sistematico pericolosamente fuorvianti. Ed infatti, mediante il pretesto argomentativo di non voler intaccare le interazioni tra diritto sostanziale e processo, l’orientamento giurisprudenziale di segno contrario a quello assolutamente prevalente ammette, livellando radicalmente il divario qualitativo e funzionale tra la fattispecie regolata dal primo e quella disciplinata dal secondo comma dell’art. 1243 c.c., l’elisione delle reciproche posizioni debitorie anche allorquando il credito opposto in compensazione sia oggetto di accertamento da parte di un giudice differente da quello investito della controversia relativa al credito principale. Continua a leggere

«Misselling» di prodotti finanziari. I doveri di buona fede e correttezza in soccorso dei risparmiatori traditi

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di TOMMASO FEBBRAJO, Professore associato nell’Università di Macerata

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Nella sentenza in commento (Cass., 24 aprile 2015, n. 8412), la Cassazione affronta ex professo il problema relativo al come i generali doveri di comportarsi secondo buona fede e correttezza previsti dagli artt. 1175, 1337 e 1375 c.c. incidano, all’interno del contratto di assicurazione, sugli obblighi di condotta della parte professionale. All’esito di un interessante iter argomentativo, la sentenza in commento conclude affermando che sono doveri primari dell’assicuratore e dei suoi intermediari o promotori, quelli di fornire «una informazione esaustiva, chiara e completa, e quello di proporre al contraente polizze assicurative realmente utili per le esigenze dell’assicurato», ossia «coerenti con il profilo di rischio o con gli intenti previdenziali» manifestati. I doveri di cui si è appena detto, continua la Corte, «hanno portata generale» e «prevalgono sulle norme regolamentari, quali i regolamenti dell’autorità di vigilanza ed a fortiori sulle indicazioni contenute in atti addirittura privi di potere normativo, quali le circolari dell’autorità amministrativa».

Siffatta interpretazione delle clausole generali codicistiche ha una vocazione senz’altro allargata ed è suscettibile di applicazione anche nell’ambito della vendita di prodotti finanziari. Ciò permette di attribuire alla sentenza in esame una significativa rilevanza all’interno del contenzioso in atto derivante dall’ennesima vicenda di risparmio tradito emersa in seguito al decreto c.d. “salva banche”, emanato dal governo il 22 novembre 2015 per risolvere la crisi di quattro istituti di credito da tempo commissariati. Gli obblighi per l’intermediario di informare e di valutare l’adeguatezza dei prodotti finanziari offerti derivano direttamente dalle clausole generali di buona fede e correttezza previste dal Codice civile, con la conseguenza che i risparmiatori traditi potranno ottenere tutela a prescindere dall’applicabilità della disciplina protettiva di settore.

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