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Le Sezioni Unite sul luogo dell’adempimento nelle obbligazioni pecuniarie: quale coordinamento con la disciplina dei debiti di valuta?

Anno III, Numero IV, ottobre/dicembre 2016

di TOMMASO DALLA MASSARA, Ordinario dell’Università di Verona

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Alfa agisce contro Beta per ottenere un pagamento dovuto – quale corrispettivo per la prestazione di un servizio – che ancora non può dirsi certo nel suo ammontare: in effetti, il credito diviene oggetto di esatta quantificazione soltanto in sede di proposizione della domanda; nella vicenda processuale, il profilo della determinatezza/determinabilità della somma di denaro oggetto della pretesa assume un ruolo decisivo, giacché proprio su quel profilo viene a fondarsi l’applicabilità del comma 3 dell’art. 1182 c.c., il quale impone che l’obbligazione avente per oggetto una somma di denaro sia adempiuta al domicilio che il creditore ha al tempo della scadenza. Una volta fissata la regola della portabilità dell’obbligazione, rimane per conseguenza determinata la competenza per territorio nel luogo di esecuzione della prestazione, ai sensi dell’art. 20 c.p.c.

Questi, assai in breve, gli estremi della questione giunta alla decisione delle Sezioni Unite della Suprema Corte (per un primo commento, cfr. P. Di Michele, in Dir. e giust., 14 settembre 2016, 7 ss., e G. Bellia, Obbligazioni pecuniarie portabili: le Sezioni Unite chiariscono ‘il modo di intendere il requisito della liquidità’, in www.ildirittoamministrativo.it, 26 settembre 2016).

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Le Sezioni Unite sulle obbligazioni pecuniarie

Con la sentenza n. 17989 del 13.9.2016, le Sezioni Unite, chiamate a pronunciarsi su una questione di competenza territoriale in materia di obbligazioni pecuniarie, trovano l’occasione per trattare una questione particolarmente importante, concernente l’interpretazione e l’ambito di applicazione dell’art. 1182, co. 3 c.c.

Nel caso di specie il problema di competenza si era posto per il semplice fatto che il contratto stipulato tra le due società coinvolte non prevedeva l’esatto importo del corrispettivo dovuto. Per tale ragione, la convenuta debitrice, invocando la tesi che qualifica come obbligazioni pecuniarie esclusivamente quelle che sin dalla loro costituzione hanno ad oggetto la prestazione di una somma di denaro determinata, aveva ritenuto non applicabile l’art. 1182, co. 3 c.c., che ne prevede l’adempimento al domicilio del creditore, e aveva richiamato, piuttosto, quale luogo rilevante ai sensi dell’art. 20 ult. parte c.p.c., quello del domicilio del debitore (art. 1182, ult. co., c.c.).

La Sesta Sezione, con ordinanza de 17.11.2015 n. 23527, consapevole del contrasto interpretativo esistente sul punto, rimetteva gli atti al Primo Presidente al fine di sollecitare un intervento del Supremo Consesso proprio sulla questione relativa all’applicabilità o meno dell’art. 1182, co. 3 c.c. nei casi in cui l’importo del corrispettivo di una prestazione non risulti predeterminato nel contratto ma venga fissato autonomamente dall’attore nell’atto in cui fa valere la propria pretesa creditoria.

La Sezione rimettente, in primo luogo, dà conto dell’esistenza di interpretazioni non uniformi sulla disposizione citata.

Vi è un primo orientamento (Cassazione n. 22326/2007), secondo il quale, ove la somma di denaro oggetto dell’obbligazione debba essere ancora determinata dalle parti o, in loro sostituzione, liquidata dal giudice mediante indagini e operazioni diverse dal semplice calcolo aritmetico, troverà applicazione l’ultimo comma dell’art. 1182, che identifica il luogo di adempimento nel domicilio del debitore; secondo un altro indirizzo (Cassazione n. 7476/2005; 12455/2010; n. 10837/2011), invece, il forum destinatae solutionis di cui all’art. 1182, co. 3 è applicabile in tutte le cause aventi ad oggetto una somma di denaro qualora l’attore abbia richiesto il pagamento di una somma determinata, atteso che la maggiore o minore complessità dell’indagine sulla determinazione dell’ammontare effettivo del credito attiene esclusivamente alla successiva fase di merito (non incidendo sulla competenza territoriale).

Per prima cosa deve essere affrontata la questione preliminare attinente l’esatta interpretazione e definizione della categoria delle obbligazioni aventi ad oggetto una somma di denaro, dal momento che si rileva da subito che il contrasto non riguarda tanto la necessità che il credito sia liquido al fine di considerare la relativa obbligazione portable, quanto il modo di intendere tale requisito.

Come si diceva, un certo orientamento giurisprudenziale, assolutamente prevalente, circoscrive la portata dell’art. 1182 comma 3 c.c. alle sole obbligazioni aventi ad oggetto debiti pecuniari certi, liquidi ed esigibili, relativi cioè a somme di denaro determinate o determinabili, laddove, però, tale attività di determinazione sia riducibile ad un semplice calcolo aritmetico basato su dati già pre-individuati dalle parti, dalla legge o dagli usi. Da ciò si ricava l’ulteriore conclusione per cui tutte le volte in cui l’obbligazione pecuniaria non presenta tali caratteri, la stessa cesserebbe di essere sottoposta alla regola generale della portabilità e assumerebbe i connotati di una obbligazione querable con fondamentali conseguenze sul piano pratico (la mora non sarebbe più ex re ma diventerebbe ex persona, con necessità di un atto di costituzione in mora da parte del creditore, e muterebbe, poi, il giudice competente ai sensi dell’art. 20 c.p.c.).

Un altro orientamento, invece, minoritario tra le corti di legittimità ma supportato da autorevole dottrina, basandosi su una interpretazione letterale dell’art. 1182, co. 3, rifiuta l’opinione dominante che pretende di restringere irragionevolmente la portata applicativa della norma, atteso che non si riscontra – nel dato positivo – alcun elemento utile a legittimare una simile impostazione.

Preso atto delle differenti posizioni emerse nel dibattito giurisprudenziale e dottrinale, le Sezioni Unite, nella sentenza in esame, affermano di dovere aderire all’indirizzo tradizionale, che, al fine di qualificare la stessa come portabile (per gli effetti di cui al combinato disposto degli artt. 1182, co. 3 c.c. e 20 c.p.c.), richiede l’effettiva liquidità della prestazione in base al titolo.

La Corte rileva che la particolarità delle obbligazioni pecuniarie illiquide consiste nel fatto che ai fini dell’adempimento del debitore è necessario un ulteriore titolo, convenzionale o giudiziale, il che assume una portata fondamentale se solo si ha riguardo a quanto già accennato in precedenza, e cioè che la natura “portabile” o “chiedibile” di un’obbligazione rileva anche in tema di mora. L’art. 1129, co. 2 n. 3 (c.d. mora ex re) esclude la necessità della costituzione in mora quando l’obbligazione deve essere adempiuta presso il domicilio del creditore, quando cioè essa è portable. Ebbene, la Cassazione nega che tale disposizione si applichi anche alle obbligazioni pecuniari illiquide, perché se così fosse, si osserva, “la mora – e con essa la responsabilità ex art. 1224 c.c. – scatterebbe automaticamente anche a carico del debitore la cui prestazione non sia in concreto possibile” a causa dell’incertezza del relativo ammontare, il che sarebbe ingiustificato, oltre che illogico, posto che in base alla regola generale di cui all’art. 1218 c.c., è esclusa la responsabilità del debitore la cui prestazione sia impossibile per causa a lui non imputabile.

Per tali motivi, la Corte conclude affermando che “le indicate esigenze di protezione del debitore richiedono evidentemente che la liquidità del credito sia ancorata a dati oggettivi, mentre sarebbero frustrate se essa si facesse coincidere con la pura e semplice precisazione, da parte dell’attore, della somma di denaro dedotta in giudizio, pur in assenza di indicazioni nel titolo. In tal modo non il dato oggettivo della liquidità del credito radicherebbe la controversia presso il forum creditoris, bensì il mero arbitrio del creditore stesso, il quale scelga di indicare una determinata somma come oggetto della sua domanda giudiziale, con conseguente lesione anche del principio costituzionale del giudice naturale”.