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La disciplina risarcitoria prevista per il dolo incidente quale forma di tutela per i soci di minoranza contro l’abuso di potere della maggioranza societaria.

di GIULIA BAZZONI

Nel novero dei possibili rimedi esperibili a tutela dei diritti dei soci di minoranza nelle società di capitali, nel caso di comportamenti abusivi da parte della maggioranza societaria nel procedimento assembleare di formazione delle delibere, ci si chiede se sia configurabile o meno un rimedio risarcitorio a tutela dei soci di minoranza avverso quelli di maggioranza (dunque distinto dall’azione di responsabilità sociale); inoltre, è da interrogarsi circa la qualificazione giuridica che tale rimedio eventualmente assuma. Al fine di dirimere tali questioni, si prenderà avvio da un recente caso su cui è intervenuto un lodo arbitrale (inedito), reso a Verona il 25 marzo 2017.

Nel caso di specie, Alfa S.r.l., i cui soci erano riconducibili a due differenti ceppi familiari, era proficuamente amministrata da alcuni anni dal socio Tizio, il quale, in accordo con un blocco familiare che deteneva la minoranza delle quote, proponeva di affidare la gestione di un settore dell’attività sociale a soggetti terzi, per motivi di efficienza.
Tale decisione, tuttavia, non veniva appoggiata dai soci di maggioranza, i quali decidevano di revocare Tizio e di affidare la conduzione dell’intera attività sociale alla neocostituita S.r.l.s. Beta, partecipata ed amministrata da figli di alcuni soci di maggioranza di Alfa, privi di esperienza nel settore, data la giovane età.
I soci di minoranza non venivano però minimamente coinvolti in tale decisione dai soci di maggioranza, i quali si rifiutavano altresì di prendere in considerazione le loro proposte alternative, visto lo stretto vincolo parentale che legava alcuni soci di Alfa con quelli di Beta. Per tale motivo, i soci di minoranza si sentivano ingiustamente esclusi dalla partecipazione effettiva all’assunzione delle delibere relative all’andamento della società.
I soci di minoranza proponevano, pertanto, due distinte domande all’arbitro, ossia in primis l’azione per l’annullamento della delibera, lamentando l’abuso o eccesso di potere da parte della compagine maggioritaria e, in secondo luogo, il risarcimento del danno conseguente al comportamento di malafede dei soci di maggioranza.

Orbene, relativamente alla domanda di annullamento della delibera, l’arbitro riteneva configurabile un abuso o eccesso di potere “solo qualora la delibera non abbia una propria e autonoma giustificazione sulla base dei legittimi interessi dei soci di maggioranza e la finalità fraudolenta in danno alla minoranza costituisca l’unica ragione della delibera” (così si esprime, per esempio, Cass. 19 aprile 2003, n. 6361; tra le recenti pronunce di merito, riproduce in via di sintesi e con chiarezza i requisiti imprescindibili dell’abuso Trib. Roma 21 luglio 2015, n. 15923, in Banca dati Sole 24 ore).
In seguito a tale attenta analisi relativamente all’abuso, l’arbitro riteneva che nel caso di specie la scelta di mantenere una gestione familiare della società, assunta dai soci di maggioranza a sostegno della propria posizione, non si ponesse in contrasto rispetto agli interessi societari e negava, pertanto, la sussistenza dei requisiti per l’annullamento, non delineandosi gli estremi di cui all’articolo 2373 c.c.

Per quanto concerne, invece, la domanda risarcitoria proposta dai soci di minoranza contro quelli di maggioranza, l’arbitro censurava il comportamento tenuto dalla maggioranza nei confronti della minoranza in quanto contrastante con i principi di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. poiché, secondo consolidata giurisprudenza, tali elementi intervengono ad integrare il contratto sociale e le sue lacune, imponendo il rispetto dell’equilibrio degli interessi tra le parti (cfr. Cass. 17 luglio 2007, n. 15950).
L’arbitro riconosceva pertanto, in via equitativa, un risarcimento a loro favore sostenendo che: “nella conduzione dei lavori assembleari furono tenuti comportamenti in contrasto con gli standard di buona fede e correttezza ai quali l’ordinamento impone che siano uniformate le condotte dei soci, proprio affinché sia data corretta esecuzione al contratto sociale” (per maggiori dettagli relativamente al lodo si veda: M. D’ONOFRIO, L’esportabilità della disciplina del dolo incidente a tutela del socio di minoranza danneggiato dall’abuso di potere della maggioranza, in Atti del convegno ‘A quarant’anni da “Le autorità private” di C.M. Bianca, Roma, in corso di pubblicazione).

Profilo interessante, che merita di essere attentamente analizzato, si ravvisa nel fatto che l’arbitro, in sede di decisione, avesse scisso la tutela reale, relativa all’annullamento della delibera, dalla tutela risarcitoria del danno subito dalla minoranza a causa del comportamento scorretto dei soci di maggioranza, avendo ritenuto che l’una e l’altra non fossero inscindibilmente correlate (questa scissione tra il piano della tutela reale e quello della tutela obbligatoria si riscontra anche in Trib. Milano 28 settembre 2006, Garavoglia vs. Garavoglia, inedita, ma menzionata e parzialmente riportata in A. STABILINI, L’abuso della regola di maggioranza nelle società di capitali, in Soc., 2011, 845).
Invero, nel caso di specie, sebbene non si potessero rinvenire gli estremi per l’annullamento della delibera assembleare (si veda a riguardo in primis Cass. 26 ottobre 1995, n. 11151; cfr. sul punto anche Cass. 19 aprile 2003, n. 6361; Cass. 12 dicembre 2005, n. 27387), quale conseguenza dell’abuso di potere della maggioranza, il giudice riteneva che ciò non precludesse la domanda risarcitoria, essendo le due domande indipendenti tra loro.
Secondo l’arbitro, infatti, conformemente a un orientamento giurisprudenziale consolidato, l’abuso di maggioranza può essere oggi qualificato come estrinsecazione di un comportamento contrario a buona fede e correttezza ex artt. 1175 e 1375 c.c. (sul tema si veda: C. PASQUARIELLO, Il principio di correttezza applicato alle delibere assembleari: l’abuso della regola di maggioranza al vaglio dei giudici, in Giur. comm., 2002, II, 125 ss.). Più specificamente, il principio di buona fede e correttezza, nella sua ontologia poliforme, assurge, a fonte giuridica del divieto di abuso del diritto (per uno studio più approfondito sul tema del rapporto tra buona fede e abuso del diritto, si veda F. PIRAINO, La buona fede in senso oggettivo, Torino, 2015, 375 ss.) e a conseguente criterio di valutazione del comportamento delle parti (per tutti, U. NATOLI, L’attuazione del rapporto obbligatorio, I, Milano, 1974, 1 ss.).

Nel caso di specie, pertanto, si è potuto ravvisare una lesione risarcibile delle ragionevoli aspettative disattese dei soci di minoranza. Questo convincimento nasce dall’idea secondo cui il contratto sociale non disciplinerebbe unicamente le relazioni tra società e singoli soci, ma riguarderebbe anche i rapporti intersoggettivi tra questi ultimi e, pertanto, essi sarebbero sottoposti alla disciplina contrattuale che impone un comportamento conforme a buona fede e correttezza (per maggiori dettagli sul punto: F. GUERRERA, La responsabilità ‘deliberativa’ nelle società di capitali, Torino, 2004, 289 ss.).

Questa visione dei rapporti societari consente di approdare all’idea che il comportamento abusivo dei soci di maggioranza possa, a prescindere dall’analisi dei riflessi sulla validità delle delibere, estrinsecarsi in una lesione delle aspettative dei soci di minoranza, qualora essi vedano frustrate le proprie prospettive economiche relativamente all’andamento della società, a causa della violazione delle norme di condotta nascenti dal contratto sociale. Si fornisce, così, una tutela ai soci di minoranza che esula da quella reale, spesso complessa da azionare in concreto, alla luce della difficoltà di soddisfare il corrispondente onere probatorio. Sovente, infatti, non risultano integrati i rigorosi presupposti specifici previsti per la pronuncia di annullamento delle delibere assembleari (per una più ampia trattazione: F. GUERRERA, Abuso del voto e controllo di ‘correttezza’ sul procedimento deliberativo assembleare, in Riv. Soc., 2002, 271).

È opportuno chiedersi, a questo punto, se tale interpretazione giurisprudenziale relativamente all’abuso del potere di maggioranza, quale estrinsecazione di un comportamento contrario a buona fede e correttezza ex artt. 1175 e 1375 c.c., e il conseguente rimedio risarcitorio concesso, possano essere ricondotti a una fattispecie ben nota e disciplinata nel codice, anche se in ambito differente rispetto a quello strettamente societario.
Orbene, attraverso un’analisi del fenomeno e delle fattispecie esistenti nel codice civile, appare evidente come il legislatore abbia già concepito un rimedio risarcitorio nel caso di condotta contraria a buona fede e correttezza in tema contrattuale: si vuole qui riferirsi al dolo incidente ex art. 1440 c.c., in cui è previsto che il contraente che abbia agito in malafede debba risarcire i danni. Nel caso di dolo incidente, infatti, il comportamento doloso ricomprende ogni condotta contraria a buona fede e correttezza idonea a ledere gli interessi di controparte nel momento della determinazione dei contenuti del contratto, ferma restando la validità di quest’ultimo.

Se è vero, quindi, che l’abuso di potere da parte dei soci di maggioranza nel procedimento di formazione delle delibere assembleari sia configurabile come una condotta maliziosa, contraria ai principi generali di buona fede e correttezza stabiliti nella disciplina generale del contratto, nulla osta a ritenere che, anche in ambito societario, tale comportamento possa essere concepito quale particolare estrinsecazione di un contegno doloso nei confronti della minoranza sociale che vede lesi i propri diritti soggettivi (più ampiamente sul tema si veda: T. DALLA MASSARA, L’impiego dell’azione di dolo quale rimedio risarcitorio a fronte di una condotta maliziosa: la figura del dolo incidente, in Tutele rimediali in tema di rapporti obbligatori. Archetipi romani e modelli contrattuali, a cura di L. Garofalo, Torino, 2015, 307 ss.).
Più precisamente, anche nel caso della formazione delle delibere assembleari, parimenti a quanto accade nella fase di conclusione del contratto, si può ritenere che, attraverso il comportamento fraudolento della maggioranza, venga inficiata la volontà della minoranza circa il contenuto di quella determinata manifestazione di volontà. Infatti, le delibere assembleari, godendo di autonomia nella propria composizione, possono essere considerate come singoli e autonomi negozi giuridici, la cui formazione dipende dalla volontà dei soci e, proprio per tale motivo, la condotta maliziosa di una parte è idonea ad incidere sulla formazione della volontà di controparte quanto al contenuto della medesima.

Si può allora giungere ad affermare che l’orientamento interpretativo accolto dal lodo arbitrale – quello di ritenere sanzionabile la condotta della maggioranza quale forma di abuso contrario a buona fede e correttezza nei confronti degli altri soci di minoranza – sottintenda la riconduzione di tale fattispecie alle conseguenze previste ex lege per il dolo ex art. 1440 c.c., proprio perché incidente sulla fase genetica della delibera.

 

Danno contrattuale da ritardata assunzione e finzione di avveramento della condizione (dell’approvazione definitiva della graduatoria)

Con una decisione particolarmente interessante, anche sotto il profilo degli istituti civilistici applicati (finzione di avveramento della condizione e mora del debitore), la Corte di Appello di Palermo (App. Palermo 22 dicembre 2016) dichiara il diritto all’assunzione di alcuni partecipanti ad un concorso pubblico, nonchè la responsabilità contrattuale del datore di lavoro per ritardata assunzione.

In primo grado il Tribunale dichiarava il diritto all’assunzione di due candidate ad un concorso pubblico, collocatesi in posizione utile, cui tuttavia non era seguita l’assunzione in ragione del blocco quinquennale nel periodo 2011/2015 (la graduatoria veniva approvata provvisoriamente prima dell’entrata in vigore del blocco e definitivamente solo dopo l’entrata in vigore dello stesso).

Più in particolare, in primo grado il Tribunale riteneva non giustificato e contrario a buona fede il comportamento della pubblica amministrazione che, con grave ritardo, aveva provveduto all’approvazione definitiva della graduatoria, condizione quest’ultima costituente al contempo provvedimento amministrativo, ma anche negoziale di individuazione del contraente, da cui discende il diritto all’assunzione.

Nella specie, con ragionamento condiviso dal giudice di seconde cure, il Tribunale ricorda che in pendenza della condizione la controparte deve comportarsi secondo buona fede, ciò che nella specie non sarebbe avvenuto, sicchè viene statuito il diritto all’assunzione delle ricorrenti (artt. 1359 e 1360 c.c.). La condizione della approvazione definitiva della graduatoria si considera come avvenuta, con conseguente produzione dell’effetto del diritto all’assunzione (cfr. C. RESTIVO, Note critiche sul ruolo della regola di buona fede nella disciplina della condizione, in Giur. it., 2006, 1143)

Secondo la Corte di Appello, peraltro, le ricorrenti hanno con diffida messo a disposizione le proprie energie lavorative, riversando in tal modo sulla parte datrice di lavoro le conseguenze patrimoniali della mora accipiendi (art. 1207 c.c.): viene in tal modo riconosciuto il danno patrimoniale contrattuale subito a causa della ritardata assunzione.

La Cassazione sulla natura della responsabilità precontrattuale: aliquid novi?

Anno III, Numero IV, ottobre/dicembre 2016

di ISABELLA ZAMBOTTO, Dottoranda nell’Università di Roma Tor Vergata

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La vicenda sottesa alla sentenza in commento (Cass. 12 luglio 2016 n. 14188, Rel. Valitutti) vede come protagonista una società, alla quale veniva appaltata, da parte della Pubblica Amministrazione, un servizio di impiego di personale relativamente ad operazioni di manovalanza, cucina, mensa e confezionamento del vitto, presso una caserma. Tuttavia, il contratto di appalto, stipulato in data 01.02.1993, non dispiegava i suoi effetti vincolanti tra le parti: come è noto, infatti, l’efficacia dei contratti conclusi con la P.A. è sospensivamente condizionata all’espressa approvazione ministeriale, secondo quanto disposto dall’art. 19 del R.D. 18 novembre 1923, n. 2440.

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Buona fede e contratto: una interessante decisione del Tribunale di Palermo

Trib. Palermo 3 novembre 2016 si segnala per aver risolto, applicando la regola della buona fede, una controversia tra un ente musicale e la società cui era stato commissionato l’ingaggio di alcuni artisti. Malgrado infatti le rassicurazioni di quest’ultima circa la presenza di una pianista al concerto programmato in cartellone, l’ente musicale decideva comunque di annullare l’evento in rassegna – ritenendo così di avvalersi di una clausola risolutiva espressa -: il giudice ha invece qualificato tale comportamento come inadempimento, secondo una valutazione di buona fede nell’esecuzione del contratto.

La Cassazione ribadisce la natura «contrattuale» della responsabilità precontrattuale

Cass. 12 luglio 2016 n. 14188, Rel. Valitutti ha ritenuto che la responsabilità precontrattuale (nella specie, della P.A.) non abbia natura extracontrattuale, ma debba correttamente inquadrarsi nella responsabilità di tipo contrattuale da «contatto sociale qualificato», inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni ai sensi dell’art. 1173 c.c., con conseguente applicazione del termine di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c.

La condivisibile riconduzione della responsabilità precontrattuale al genus della responsabilità contrattuale era stata operata dalla Suprema Corte nel 2011 (Cass. 20 dicembre 2011 n. 27648, in Europa dir. priv., 2012, p. 1227 con nota di CASTRONOVO, La Cassazione supera se stessa e rivede la responsabilità precontrattuale), già allora tuttavia con un’argomentazione non impeccabile sul piano filologico. In quel’occasione, si affermava infatti che, in ragione del consolidarsi della teorica del «contatto sociale», anche quella della responsabilità precontrattuale dovesse ormai considerarsi un’ipotesi di «contatto sociale qualificato».

In realtà, le cose stanno esattamente al contrario: e cioé il «contatto sociale qualificato» altro non è che una generalizzazione della culpa in contrahendo. Sicchè, per affermare la natura contrattuale della responsabilità precontrattuale non occorre scomodare la tesi del «contatto sociale».

La Cassazione sulla compatibilità della responsabilità precontrattuale con la validità del contratto concluso

Cass. 23 marzo 2016 n. 5762, Rel. Lamorgese, torna a pronunciarsi sulla questione della compatibilità della responsabilità precontrattuale con la validità del contratto concluso. La sentenza si rivela particolarmente interessante anche perché riguarda una vicenda negoziale diversa da quelle che sin qui hanno interessato il principio di diritto in questione, inducendo all’accoglimento in giurisprudenza della c.d. teoria dei vizi incompleti.

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La buona fede è criterio di valutazione del legittimo esercizio del potere di avvalersi della clausola risolutiva espressa

Secondo Cass. 23 novembre 2015 n. 23868, il principio di buona fede si pone, nell’ambito della fattispecie dell’art. 1456 c.c., come canone di valutazione sia dell’esistenza dell’inadempimento, sia del conseguente legittimo esercizio del potere unilaterale di risolvere il contratto, al fine di evitarne l’abuso ed impedendone l’esercizio ove contrario ad essa (ad esempio escludendo i comportamenti puramente pretestuosi, che quindi non riceveranno tutela dall’ordinamento).

«Misselling» di prodotti finanziari. I doveri di buona fede e correttezza in soccorso dei risparmiatori traditi

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di TOMMASO FEBBRAJO, Professore associato nell’Università di Macerata

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Nella sentenza in commento (Cass., 24 aprile 2015, n. 8412), la Cassazione affronta ex professo il problema relativo al come i generali doveri di comportarsi secondo buona fede e correttezza previsti dagli artt. 1175, 1337 e 1375 c.c. incidano, all’interno del contratto di assicurazione, sugli obblighi di condotta della parte professionale. All’esito di un interessante iter argomentativo, la sentenza in commento conclude affermando che sono doveri primari dell’assicuratore e dei suoi intermediari o promotori, quelli di fornire «una informazione esaustiva, chiara e completa, e quello di proporre al contraente polizze assicurative realmente utili per le esigenze dell’assicurato», ossia «coerenti con il profilo di rischio o con gli intenti previdenziali» manifestati. I doveri di cui si è appena detto, continua la Corte, «hanno portata generale» e «prevalgono sulle norme regolamentari, quali i regolamenti dell’autorità di vigilanza ed a fortiori sulle indicazioni contenute in atti addirittura privi di potere normativo, quali le circolari dell’autorità amministrativa».

Siffatta interpretazione delle clausole generali codicistiche ha una vocazione senz’altro allargata ed è suscettibile di applicazione anche nell’ambito della vendita di prodotti finanziari. Ciò permette di attribuire alla sentenza in esame una significativa rilevanza all’interno del contenzioso in atto derivante dall’ennesima vicenda di risparmio tradito emersa in seguito al decreto c.d. “salva banche”, emanato dal governo il 22 novembre 2015 per risolvere la crisi di quattro istituti di credito da tempo commissariati. Gli obblighi per l’intermediario di informare e di valutare l’adeguatezza dei prodotti finanziari offerti derivano direttamente dalle clausole generali di buona fede e correttezza previste dal Codice civile, con la conseguenza che i risparmiatori traditi potranno ottenere tutela a prescindere dall’applicabilità della disciplina protettiva di settore.

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