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Revisione dell’assegno divorzile: rileva la sopraggiunta «indipendenza o autosufficienza economica»

La Prima Sezione civile con sentenza Cass. 22 giugno 2017 n. 15481 ha ritenuto che il giudice richiesto della revisione dell’assegno divorzile che incida sulla stessa spettanza del relativo diritto (precedentemente riconosciuto), in ragione della sopravvenienza di giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio», deve verificare se i sopravvenuti motivi dedotti giustifichino effettivamente, o meno, la negazione del diritto all’assegno a causa della sopraggiunta “indipendenza o autosufficienza economica” dell’ex coniuge beneficiario, desunta dagli indici individuati con la sentenza di questa Corte n. 11504 del 2017, (in Dir. civ. cont., 12 maggio 2017con nota di R. NATOLI, Noterelle “a caldo” su Cassazione 11504/2017: dal tramonto dell’assegno divorzile a una nuova alba del diritto agli alimenti?); ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dall’ex coniuge obbligato, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge beneficiario.

Noterelle “a caldo” su Cassazione 11504/2017: dal tramonto dell’assegno divorzile a una nuova alba del diritto agli alimenti?

Anno III, Numero II, aprile/giugno 2017

di ROBERTO NATOLI, Professore associato nell’Università di Palermo

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Nell’autunno del 1990 gli italiani erano ancora reduci dalle notti magiche e avevano conosciuto gli occhi spiritati di Totò Schillaci, il mondo si avviava a un nuovo ordine dopo il crollo del muro di Berlino e la Cassazione civile metteva un punto fermo sul tema dell’interpretazione dell’art. 5 della legge 898/1970, da poco riformato con le modifiche apportate dalla l. 74 del 1987.

In quella sentenza si affermava un principio destinato a diventare, per quasi un quarto di secolo, un caposaldo dei giudizi divorzili: quello per cui «il presupposto per concedere l’assegno è costituito dall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (tenendo conto non solo dei suoi redditi, ma anche dei cespiti patrimoniali e delle altre utilità di cui può disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto, il quale può essere anche economicamente autosufficiente»: il tenore di vita precedentemente goduto dal coniuge richiedente in costanza di matrimonio diventava così, nel diritto vivente, il parametro di riferimento per stabilire non già il quantum, ma, ancor prima, l’an dell’assegno divorzile.

Nei decenni successivi il mito di Schillaci naufragò nell’isola dei famosi, il mondo cambiò ordine ma il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio restò il mantra dei giudizi divorzili, dal quale la Cassazione non volle, almeno fino alla sentenza in commento, prendere espressamente congedo.

Non che fossero mancati i sintomi di insofferenza verso questo mantra; sintomi che trovavano sfogo — e nella giurisprudenza di merito, e in quella di legittimità — in un proliferare di avverbi e aggettivi volti a depotenziare la portata del principio: ed infatti negli ultimi anni si è assistito, per un verso, alla precisazione che il tenore di vita precedentemente goduto andava riguardato come un criterio solo tendenziale da raggiungere (ad esempio, con riguardo all’assegno di separazione, Cass. 11/7/2013, n. 17199, in Dir. fam. pers., 2014, 60: “la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto nel corso della convivenza, che costituisce la finalità precipua dell’assegno di cui all’art. 156 c.c., prevede il riconoscimento in sede di separazione coniugale, ove uno dei coniugi non disponga di redditi propri sufficienti a consentirgli il mantenimento di tale condizione e sussista una situazione di disparità economica con l’altro coniuge, rappresenta un obbiettivo meramente tendenziale, non sempre suscettibile di piena realizzazione, avuto riguardo agli effetti economici negativi della separazione, la quale, facendo venir meno i vantaggi derivanti dall’appartenenza al consorzio familiare, si riflette anche sulle possibilità economiche del coniuge onerato dall’assegno»; ma v. pure Appello Palermo 22/12/2015, in questa Rivista); per altro verso, al chiarimento per cui, fondandosi l’assegno divorzile su un obbligo di solidarietà postconiugale, lo stesso si estinguesse, senza possibilità di reviviscenza, in caso di nuova relazione sentimentale da parte del coniuge richiedente (così, ad esempio, Cass. 29/9/2016, n. 19345).

Ma i sintomi di insofferenza rispetto a un parametro ormai sentito come antistorico non avevano mai trovato uno sfogo verbale così manifesto come quello contenuto nella sentenza in commento, che giunge al punto di affermare che «a distanza di quasi ventisette anni» l’orientamento fondato sul precedente tenore di vita è così divenuto poco attuale da esonerare il giudice di legittimità che se ne discosti dall’onere di rinviare, ai sensi dell’art. 374, comma III, c.p.c., la questione alle Sezioni unite.

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L’assegno divorzile è dovuto soltanto se l’ex coniuge non è indipendente economicamente: la Suprema Corte abbandona il criterio del «tenore di vita»

La Suprema Corte, superando con sentenza 10 maggio 2017 n. 11504 , in considerazione dell’evoluzione del costume sociale, il proprio consolidato orientamento, ha stabilito che il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile postula che il giudice cui sia rivolta la corrispondente domanda accerti che l’istante sia privo di indipendenza o autosufficienza economica (desumibile dal possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, dalle capacità e possibilità effettive di lavoro personale, dalla stabile disponibilità di una casa di abitazione), sicchè, solo ricorrendo tale condizione, potrà procedere alla relativa quantificazione avvalendosi di tutti i parametri indicati, dall’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970 (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio).

Parametro di riferimento per valutare se il coniuge richiedente l’assegno abbia o non abbia «mezzi adeguati» – così come richiesto dalla legge – non è più il tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, ma l’indipendenza economica e la possibilità di procurarsela.

Sulla convivenza more uxorio quale causa di decadenza dalla spettanza dell’assegno divorzile cfr. E. Bilotti, Convivenza more uxorio e solidarietà post-coniugale, in Dir. civ. cont., 11 aprile 2015

Gli accordi preventivi sull’assegno di divorzio sono nulli per illiceità della causa

Secondo Cass. 30 gennaio 2017 n. 2224 gli accordi preventivi aventi ad oggetto l’assegno di divorzio sono affetti da nullità. Gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico–patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’art. 160 cod. civ..

Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto non solo quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione – specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione degli effetti civili del matrimonio

Ne consegue, tra l’altro, che la disposizione dell’art. 5, ottavo comma, della legge n. 898 del 1970 nel testo di cui alla legge n. 74 del 1987 – a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico -, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio”.

La «ratio» del provvedimento di assegnazione della casa familiare ed i limiti della domanda congiunta di divorzio

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di CARLO PETTA, Docente a contratto nell’Università LUMSA

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Con l’ordinanza in commento il Tribunale di Palermo ha opportunamente respinto una domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio alla luce di una interpretazione assiologicamente orientata dell’art. 337 sexies c.c. volta a tutelare l’interesse della prole.

Nel provvedimento, si legge, infatti, che i ricorrenti, al punto n. 2) della domanda, avevano disposto che il diritto al godimento della casa familiare (sull’argomento si rimanda, per tutti a M.G. CUBEDDU, La casa familiare, Milano, 2005), attribuito alla (ex) moglie, sarebbe venuto meno qualora quest’ultima avesse instaurato una nuova convivenza more uxorio. Risulta evidente che una siffatta pattuizione avrebbe comportato un nocumento all’interesse del figlio alla conservazione dell’habitat familiare, implicando un automatismo che, seppur all’apparenza confermato dal dato meramente testuale dell’art. 337-sexies c.c., è stato escluso dalla stessa Corte costituzionale (Corte cost. 30 luglio 2008, n. 308, di cui infra).

L’ordinanza rappresenta una rara ipotesi di rigetto della domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio, sul cui contenuto il sindacato giudiziale è alquanto ridotto ed essenzialmente limitato alla rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli, in forza dell’art. 4, comma 16, l. n. 898 del 1970. Continua a leggere

Divorzio congiunto ed assegnazione della casa familiare: l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 337 sexies c.c.

Trib. Palermo, 29 dicembre 2016 ha stabilito che l’instaurazione di una convivenza more uxorio da parte dell’assegnatario della casa familiare non costituisce di per sé circostanza idonea a determinare il venir meno del diritto di godimento sull’immobile. L’ordinanza emessa dal collegio palermitano rappresenta una rara ipotesi di rigetto della domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio, sul cui contenuto, infatti, lo spettro del sindacato giudiziale è solitamente ridotto ai minimi termini.

La presenza in seno al ricorso presentato dai coniugi di una pattuizione che preveda l’automatica estinzione del diritto di godimento della casa familiare nell’ipotesi di instaurazione di convivenza more uxorio da parte del genitore assegnatario è stata ritenuta dall’organo giudicante non rispondente all’interesse delle prole, nella misura in cui – come già espressamente rimarcato da Corte Cost., 30 luglio 2008, n. 308 – la revoca dell’assegnazione, in quanto istituto refrattario a qualunque automatismo di matrice negoziale, va sempre sottoposta ad un giudizio di conformità all’interesse del minore.

Sull’argomento cfr. PETTA, La tutela del futuro assegnatario della casa familiare nella fase introduttiva del giudizio di sperazione, in Dir. Civ. Cont., 24 dicembre 2015; BUFFONE, Assegnazione della “casa coniugale” solo nell’interesse dei figli o anche del coniuge più debole?, in Il Civilista, 2009, III, 6.

Giuramento decisorio deferito allo scopo di dimostrare la consistenza delle risorse economiche dei coniugi nel giudizio di separazione o divorzio

Trib. Palermo ord. 23 dicembre 2016 dichiara l’inammissibilità del giuramento decisorio deferito allo scopo di dimostrare l’effettiva consistenza delle risorse economiche dei coniugi nell’alveo di un giudizio di separazione o di divorzio.

Dopo aver passato in rassegna le contrastanti prospettazioni ermeneutiche stratificatesi sul tema – dando al contempo atto dell’esistenza di una linea di pensiero che, proponendo una soluzione intermedia, perimetra l’inammissibilità del giuramento decisorio alla sola porzione alimentare dell’assegno (in quanto ritenuta indisponibile) – l’organo giudicante perviene alla conclusione dell’inammissibilità del giuramento decisorio non tanto in virtù dell’indisponibilità sostanziale del diritto alla prestazione di natura assistenziale (cfr., in tal senso, FINOCCHIARO, Assegno alimentare e di mantenimento (Voce), in Enc. Dir., agg. IV, 2000, 11; BARBIERA, Divorzio (Disciplina sostanziale), in Enc. giur., 1989, XI, 9) quanto sulla base della dirimente argomentazione (sostenuta in dottrina, tra gli altri, da FREZZA, Mantenimento diretto e affidamento condiviso, Milano, 2008, 142) per cui il suo deferimento non permetterebbe comunque un’automatica decisione sul punto, in quanto le dichiarazioni da esso scaturenti rappresenterebbero né più né meno che semplici elementi presuntivi, idonei al più a riscontrare altre prove.

Maternità assistita con donazione «interna» dell’ovocita ed «esterna» del gamete maschile

La procedura di maternità assistita, afferma cass 30 settembre 2016 n. 19599 tra due donne legate da un rapporto di coppia, con donazione dell’ovocita da parte della prima e conduzione a termine della gravidanza da parte della seconda con utilizzo di un gamete maschile di un terzo ignoto, integra un’ipotesi di genitorialità realizzata all’interno della coppia, assimilabile alla fecondazione eterologa, dalla quale si distingue per essere il feto legato biologicamente ad entrambe le donne.

Per la Cassazione l’onere della prova dell’inefficacia causale dell’infedeltà sulla sopravvenuta intollerabilità della convivenza grava sull’autore della violazione del relativo dovere coniugale

Discostandosi da alcuni precedenti di legittimità Cass. 25 maggio 2016 n. 10823  precisa che l’onere della prova dell’inefficacia causale dell’infedeltà sulla sopravvenuta intollerabilità della convivenza grava sull’autore della violazione del relativo dovere coniugale.

L’infedeltà viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione. È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).

Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.

Precisa infatti la Suprema Corte che l’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie”- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte – non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.

Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità: la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale. Diversamente, nel caso – infrequente, ma non eccezionale – di accettazione reciproca di un allentamento degli obblighi previsti dalla norma (come nel regime – secondo la definizione invalsa nell’uso- dei “separati in casa”), si prospetta un fatto secondario, accidentale e atipico, che contrasta l’applicabilità della regola generale di causalità: onde, il relativo onere probatorio incumbit ei qui dicit.

Di regola, spetterà quindi al coniuge infedele (o che ha abbandonato il tetto coniugale) la prova della mancanza del nesso eziologico tra infedeltà (o abbandono del tetto) e crisi coniugale: sotto il profilo che il suo comportamento si sia inserito in una situazione matrimoniale già compromessa e connotata da un reciproco disinteresse. In una parola, in una crisi del rapporto matrimoniale già in atto.

 

La sproporzione tra i redditi e un deterioramento delle condizioni economiche non «apprezzabile» non giustificano la corresponsione dell’assegno divorzile

Con sentenza 22 dicembre 2015 la Corte di appello di Palermo ha riformato la sentenza di prime cure con cui il Tribunale di Palermo aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, ponendo a carico dell’ex marito l’obbligo di corrispondere un assegno mensile alla ex moglie (già peraltro pattuito in sede di separazione consensuale).

Ritiene in particolare la Corte come non sia sufficiente – come ritenuto invece dal giudice di primo grado – la sussistenza di una sproporzione tra i redditi degli ex coniugi se le condizioni economiche siano comunque idonee a garantire un tenore di vita analogo a quello tenuto in costanza di vita in comune, dovendosi peraltro ritenere inevitabile un certo deterioramento delle rispettive condizioni, quale effetto diretto della separazione ed in ragione della duplicazione delle voci di spesa fissa.