Archivio della categoria: FILIAZIONE

Le Sezioni Unite riconoscono il diritto del figlio di conoscere le proprie origini in caso di parto anonimo

Le Sezioni Unite con sentenza 25 gennaio 2017 hanno statuito che, in tema di parto anonimo, per effetto della sentenza delle Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte stessa, idonee ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità della donna, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorchè la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità.

Trascrizione dell’atto di nascita straniero con due genitori dello stesso sesso e ordine pubblico internazionale. La Cassazione alle prese con un singolare caso di «doppia maternità»

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di BARTOLO SALONE, Giudice del Tribunale di Agrigento

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Cass. 30 settembre 2016, n. 19599, Est. Lamorgese, ha confermato che è trascrivibile in Italia l’atto di nascita, formato all’estero, dal quale risulti che il minore – generato da una coppia di donne coniugate all’estero tramite il ricorso alla procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo – è figlio di due madri.

Nella specie, una donna italiana e una spagnola, unitesi in matrimonio in Spagna nel 2009, hanno avuto un bambino a Barcellona: la donna italiana ha messo a disposizione il proprio ovulo, il quale, dopo essere stato fecondato con il seme di un donatore, è stato trasferito nell’utero dell’altra donna, che ha portato a termine la gravidanza. Abbiamo, quindi, sia la fecondazione eterologa mediante la donazione di seme da un soggetto esterno alla coppia sia la scissione fra la madre genetica (la donna italiana cui risale l’ovocita fecondato, indicata come madre “B” nel certificato di nascita del minore di cui è stata domandata la trascrizione in Italia) e la madre biologica (la donna spagnola che ha condotto la gestazione, indicata come madre “A” nel ricordato certificato di nascita).

Le donne hanno chiesto congiuntamente la trascrizione dell’atto di nascita in Italia, ma l’ufficiale dello stato civile di Torino ha opposto un rifiuto per ragioni di ordine pubblico; successivamente hanno divorziato consensualmente in Spagna, sulla base di un accordo che prevede l’affidamento congiunto del minore ad entrambe con condivisione della responsabilità genitoriale. Il Tribunale di Torino, investito del ricorso avverso il diniego dell’ufficiale di stato civile, ha concluso per la non trascrivibilità dell’atto di nascita estero per contrarietà con l’ordine pubblico ai sensi dell’art. 18 d.p.r. 3 novembre 2000, n. 396, rilevando che tra i principi fondanti il nostro assetto ordinamentale vi sono “le norme in materia di filiazione che fanno espresso riferimento ai concetti di padre, madre, marito e moglie”; la Corte d’Appello di Torino, in sede di reclamo, è pervenuta alla soluzione opposta (favorevole alla trascrizione), valorizzando l’interesse del minore a vedersi riconosciuto il legame con la madre genetica sotto il profilo dell’identità personale e dello status del bambino nello Stato italiano, tanto più che, dopo il divorzio delle due co-madri, la mancata trascrizione del certificato di nascita avrebbe comportato conseguenze rilevanti in ordine alla libera circolazione del minore e della donna italiana, la quale in Italia non avrebbe avuto titolo per spostarsi e tenere con sé il bambino.

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Non è possibile adottare il figlio biologico della convivente anche se si è uniti civilmente

Trib. Milano 17 ottobre 2016 concerne due ricorsi riuniti per una richiesta di adozione – reciproca e incrociata – della figlia biologica della convivente da parte di una coppia omosessuale, convivente dal 2002. La conservazione del seme dello stesso donatore aveva consentito alle due donne di accedere, in tempi diversi, ad una procedura di fecondazione assistita di tipo eterolologo.

Con ricorso, ora le due donne chiedevano di poter adottare la figlia biologica della convivente in applicazione dell’art. 44 lett d) l. 184/83.

Il Tribunale ritiene che il ricorso debba essere rigettato in quanto non sussistenti i presupposti di cui all’art. 44 lett. d) L. 184/83 e cioé l’impossibilità di affidamento preadottivo (nello stesso senso, rispetto alla richiesta di adozione del figlio della convivente coniugata con un terzo, Trib. Milano 20 ottobre 2016).

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Maternità assistita con donazione «interna» dell’ovocita ed «esterna» del gamete maschile

La procedura di maternità assistita, afferma cass 30 settembre 2016 n. 19599 tra due donne legate da un rapporto di coppia, con donazione dell’ovocita da parte della prima e conduzione a termine della gravidanza da parte della seconda con utilizzo di un gamete maschile di un terzo ignoto, integra un’ipotesi di genitorialità realizzata all’interno della coppia, assimilabile alla fecondazione eterologa, dalla quale si distingue per essere il feto legato biologicamente ad entrambe le donne.

Riconoscimento in Italia di un provvedimento straniero di «stepchild adoption»: la Corte costituzionale ritiene inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 35 e 36 della legge 184/1983

Con l’attesa sentenza 7 aprile 2016 n. 76, Rel. Zanon, la Corte Costituzionale  ha dichiarato l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli artt. 35 e 36 della legge 184/1983 sull’adozione, sollevate, in riferimento agli artt. 2, 3, 30, 31 e 117 della Costituzione, nonché in relazione agli artt. 8 e 14 della CCEDU, dal Tribunale per i minorenni di Bologna.

L’inadeguata individuazione, da parte del giudice rimettente, del contesto normativo determina, ad avviso della Corte, un’erronea qualificazione dei fatti sottoposti al suo giudizio, tale da riverberarsi sulla rilevanza delle questioni proposte. Una soluzione della questione, quella dell’inammissibilità per irrilevanza, che, in ragione della prospettazione del giudice a quo, la dottrina aveva indicato come esito inevitabile (cfr. E. BILOTTI  Il riconoscimento in Italia dei provvedimenti stranieri di “stepchild adoption” da parte del coniuge “same sex” del genitore biologico: il Tribunale per i Minorenni di Bologna solleva la questione di legittimità costituzionale degli artt. 35 e 36 della legge 184/1983, in Dir. civ. cont. 3 dicembre 2014)

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Adozione “incrociata” della figlia della convivente: un nuovo caso di adozione legittimante ex art. 44 lett. d) L. 184/83

Sulla scia di App. Roma 23 dicembre 2015, con sentenza decisa il 30 dicembre 2015, il Tribunale per i minorenni di Roma accoglie il ricorso di due donne conviventi e unite da una relazione sentimentale di adozione in casi particolari dei propri figli: ciascuna delle due donne è infatti madre biologica per inseminazione eterologa di una bambina, che con il provvedimento che si segnala viene adottata dal convivente. In questo senso, si tratta del primo caso di adozione in casi particolari “incrociata” ex art. 44 lett. d L. 184/83. Le due bambine, a seguito dell’adozione del convivente della madre, assumono lo stesso doppio cognome ma, trattandosi di adozione non legittimante, non divengono parenti.

Per la Corte di appello di Roma «un profondo legame» giustifica l’adozione della figlia della convivente

Confermando la decisione del Tribunale dei minorenni di Roma del 30 luglio 2014 in Dir. Civ. Cont. 5 giugno 2015, con nota critica di G. MIOTTO, Stepchild adoption omoparentale ed interesse del minore, la Corte di appello di Roma con sentenza 23 dicembre 2015, Rel. Pagliari, ribadisce che, ove sussista «un profondo legame» della minore instaurato con la convivente della madre biologica «sin dalla nascita e caratterizzato da tutti gli elementi affettivi e di riferimento relazionale, interno ed esterno, qualificanti il rapporto di tipo genitoriale/filiale», si tratta di «prendere atto di una relazione già sussistente e consolidata nella vita della minore e valutare l’utilità per quest’ultima che la relazione di fatto esistente sia rivestita giuridicamente a tutela della minore medesima».

In altre parole, il giudice può valutare se nel caso concreto l’adozione – ex art. art. 44 co. 1, lett. D della Legge n. 184/1983 – sia nell’interesse del minore. E a tal fine occorre valutare il legame esistente tra la minore ed il soggetto con cui sussiste il legame affettivo, considerato «autonomamente e non per la relazione con la madre della minore, escludendo alcuna sovrapposizione del rapporto che lega le due figure adulte con quello di tipo filiale».

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La Corte di Appello di Palermo solleva la questione di legittimità costituzionale dell’art. 337-ter c.c. nella parte in cui non consente al giudice di valutare se risponda all’interesse del minore mantenere un rapporto stabile con l’ex convivente del genitore biologico

Con ordinanza 31 agosto 2015 la Corte di appello di Palermo ritiene che tra i soggetti con il quale il figlio minore ha diritto a mantener un rapporto stabile e significativo non rientra anche l’ex partner del genitore biologico. Conseguentemente ritiene necessario sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 337-ter c.c.: tale disposizione, infatti, nello stabilire che “il figlio minore ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori” – finalità per realizzare la quale il giudice ex art. 337-bis “adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa” – si pone in contrasto non componibile in via interpretativa con la Costituzione (artt. 2, 3, 30, 31 117) e la CEDU (art. 8).

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Accesso del figlio alle informazioni sulle proprie origini

L’Assemblea della Camera ha approvato, giovedì 18 giugno 2015, un testo unificato di alcune proposte di legge, finalizzato ad ampliare la possibilità del figlio adottato o non riconosciuto alla nascita di conoscere le proprie origini biologiche. In particolare, anche per dare seguito a una sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della disciplina vigente, è prevista la possibilità di chiedere alla madre se intenda revocare la volontà di anonimato, manifestata alla nascita del figlio. Il progetto passa ora al Senato.

Il contenuto della riforma

Il testo unificato delle proposte di legge C. 784 e abbinate, approvato dalla Camera, all’articolo 1, intervenendo sulla legge sull’adozione:

estende anche al figlio non riconosciuto alla nascita da donna che abbia manifestato la volontà di rimanere anonima la possibilità, raggiunta la maggiore età, di chiedere al tribunale dei minorenni l’accesso alle informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici;
disciplina la possibilità di accesso alle proprie informazioni biologiche nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata.
In particolare l’accesso – che non legittima, tuttavia, azioni di stato nè da diritto a rivendicazioni di natura patrimoniale o successoria – è consentito:

– nei confronti della madre che abbia successivamente revocato la volontà di anonimato;

– nei confronti della madre deceduta.

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Illegittime le norme che non consentono il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili gravi

Con sentenza 5 giugno 2015 n. 96 la Corte Costituzionale, Rel. Morelli, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, commi 1 e 2, e 4, comma 1, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui non consentono il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), accertate da apposite strutture pubbliche.

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