Archivio della categoria: LE FAMIGLIE

Noterelle “a caldo” su Cassazione 11504/2017: dal tramonto dell’assegno divorzile a una nuova alba del diritto agli alimenti?

Anno III, Numero II, aprile/giugno 2017

di ROBERTO NATOLI, Professore associato nell’Università di Palermo

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Nell’autunno del 1990 gli italiani erano ancora reduci dalle notti magiche e avevano conosciuto gli occhi spiritati di Totò Schillaci, il mondo si avviava a un nuovo ordine dopo il crollo del muro di Berlino e la Cassazione civile metteva un punto fermo sul tema dell’interpretazione dell’art. 5 della legge 898/1970, da poco riformato con le modifiche apportate dalla l. 74 del 1987.

In quella sentenza si affermava un principio destinato a diventare, per quasi un quarto di secolo, un caposaldo dei giudizi divorzili: quello per cui «il presupposto per concedere l’assegno è costituito dall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (tenendo conto non solo dei suoi redditi, ma anche dei cespiti patrimoniali e delle altre utilità di cui può disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto, il quale può essere anche economicamente autosufficiente»: il tenore di vita precedentemente goduto dal coniuge richiedente in costanza di matrimonio diventava così, nel diritto vivente, il parametro di riferimento per stabilire non già il quantum, ma, ancor prima, l’an dell’assegno divorzile.

Nei decenni successivi il mito di Schillaci naufragò nell’isola dei famosi, il mondo cambiò ordine ma il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio restò il mantra dei giudizi divorzili, dal quale la Cassazione non volle, almeno fino alla sentenza in commento, prendere espressamente congedo.

Non che fossero mancati i sintomi di insofferenza verso questo mantra; sintomi che trovavano sfogo — e nella giurisprudenza di merito, e in quella di legittimità — in un proliferare di avverbi e aggettivi volti a depotenziare la portata del principio: ed infatti negli ultimi anni si è assistito, per un verso, alla precisazione che il tenore di vita precedentemente goduto andava riguardato come un criterio solo tendenziale da raggiungere (ad esempio, con riguardo all’assegno di separazione, Cass. 11/7/2013, n. 17199, in Dir. fam. pers., 2014, 60: “la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto nel corso della convivenza, che costituisce la finalità precipua dell’assegno di cui all’art. 156 c.c., prevede il riconoscimento in sede di separazione coniugale, ove uno dei coniugi non disponga di redditi propri sufficienti a consentirgli il mantenimento di tale condizione e sussista una situazione di disparità economica con l’altro coniuge, rappresenta un obbiettivo meramente tendenziale, non sempre suscettibile di piena realizzazione, avuto riguardo agli effetti economici negativi della separazione, la quale, facendo venir meno i vantaggi derivanti dall’appartenenza al consorzio familiare, si riflette anche sulle possibilità economiche del coniuge onerato dall’assegno»; ma v. pure Appello Palermo 22/12/2015, in questa Rivista); per altro verso, al chiarimento per cui, fondandosi l’assegno divorzile su un obbligo di solidarietà postconiugale, lo stesso si estinguesse, senza possibilità di reviviscenza, in caso di nuova relazione sentimentale da parte del coniuge richiedente (così, ad esempio, Cass. 29/9/2016, n. 19345).

Ma i sintomi di insofferenza rispetto a un parametro ormai sentito come antistorico non avevano mai trovato uno sfogo verbale così manifesto come quello contenuto nella sentenza in commento, che giunge al punto di affermare che «a distanza di quasi ventisette anni» l’orientamento fondato sul precedente tenore di vita è così divenuto poco attuale da esonerare il giudice di legittimità che se ne discosti dall’onere di rinviare, ai sensi dell’art. 374, comma III, c.p.c., la questione alle Sezioni unite.

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L’assegno divorzile è dovuto soltanto se l’ex coniuge non è indipendente economicamente: la Suprema Corte abbandona il criterio del «tenore di vita»

La Suprema Corte, superando con sentenza 10 maggio 2017 n. 11504 , in considerazione dell’evoluzione del costume sociale, il proprio consolidato orientamento, ha stabilito che il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile postula che il giudice cui sia rivolta la corrispondente domanda accerti che l’istante sia privo di indipendenza o autosufficienza economica (desumibile dal possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, dalle capacità e possibilità effettive di lavoro personale, dalla stabile disponibilità di una casa di abitazione), sicchè, solo ricorrendo tale condizione, potrà procedere alla relativa quantificazione avvalendosi di tutti i parametri indicati, dall’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970 (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio).

Parametro di riferimento per valutare se il coniuge richiedente l’assegno abbia o non abbia «mezzi adeguati» – così come richiesto dalla legge – non è più il tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, ma l’indipendenza economica e la possibilità di procurarsela.

Sulla convivenza more uxorio quale causa di decadenza dalla spettanza dell’assegno divorzile cfr. E. Bilotti, Convivenza more uxorio e solidarietà post-coniugale, in Dir. civ. cont., 11 aprile 2015

Decadenza dalla responsabilità genitoriale: un nuovo arresto della Suprema Corte in merito al riparto di competenza tra il Tribunale ordinario e il Tribunale per i minorenni

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2017

di CAMILLA FIN, Magistrato e Dottoressa di ricerca 

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Nel caso esaminato dalla Suprema Corte (Ordinanza 14 dicembre 2016 n. 25798), un genitore proponeva davanti al Tribunale per i minorenni un ricorso ex art. 330 c.c. perché fosse pronunciata la decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre delle loro due figlie minori.

Successivamente, la madre depositava presso il Tribunale ordinario un ricorso ex art. 337-ter c.c. per ottenere l’affidamento delle predette figlie minori. Il padre, costituitosi in questo secondo giudizio, ne eccepiva l’inammissibilità, stante la pendenza presso il Tribunale per i minorenni, tra le stesse parti, del procedimento relativo alla decadenza dalla responsabilità genitoriale.

Il Tribunale per i minorenni dapprima, con decreto, sospendeva la madre dalla responsabilità genitoriale sulle figlie, e, successivamente, con ordinanza, dichiarava la propria incompetenza a provvedere sulla decadenza dalla responsabilità, reputando che la decisione su quest’ultima questione spettasse al Tribunale ordinario.

Il Tribunale ordinario, per parte sua, sollevava d’ufficio regolamento di competenza, ritenendo che fosse il Tribunale minorile a doversi occupare sia del procedimento sulla decadenza dalla responsabilità genitoriale sia di quello relativo all’affidamento delle figlie minori.

Con l’ordinanza in esame – diretta a risolvere il conflitto negativo di competenza tra il Tribunale ordinario e il Tribunale per i minorenni – la Corte di Cassazione stabilisce, innanzitutto, che sussiste la competenza del Tribunale ordinario in merito al procedimento per l’affidamento delle figlie minori alla madre.

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Gli accordi preventivi sull’assegno di divorzio sono nulli per illiceità della causa

Secondo Cass. 30 gennaio 2017 n. 2224 gli accordi preventivi aventi ad oggetto l’assegno di divorzio sono affetti da nullità. Gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico–patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’art. 160 cod. civ..

Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto non solo quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione – specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione degli effetti civili del matrimonio

Ne consegue, tra l’altro, che la disposizione dell’art. 5, ottavo comma, della legge n. 898 del 1970 nel testo di cui alla legge n. 74 del 1987 – a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico -, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio”.

Le Sezioni Unite riconoscono il diritto del figlio di conoscere le proprie origini in caso di parto anonimo

Le Sezioni Unite con sentenza 25 gennaio 2017 hanno statuito che, in tema di parto anonimo, per effetto della sentenza delle Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorché il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte stessa, idonee ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità della donna, fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorchè la dichiarazione iniziale per l’anonimato non sia rimossa in seguito all’interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità.

La «ratio» del provvedimento di assegnazione della casa familiare ed i limiti della domanda congiunta di divorzio

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di CARLO PETTA, Docente a contratto nell’Università LUMSA

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Con l’ordinanza in commento il Tribunale di Palermo ha opportunamente respinto una domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio alla luce di una interpretazione assiologicamente orientata dell’art. 337 sexies c.c. volta a tutelare l’interesse della prole.

Nel provvedimento, si legge, infatti, che i ricorrenti, al punto n. 2) della domanda, avevano disposto che il diritto al godimento della casa familiare (sull’argomento si rimanda, per tutti a M.G. CUBEDDU, La casa familiare, Milano, 2005), attribuito alla (ex) moglie, sarebbe venuto meno qualora quest’ultima avesse instaurato una nuova convivenza more uxorio. Risulta evidente che una siffatta pattuizione avrebbe comportato un nocumento all’interesse del figlio alla conservazione dell’habitat familiare, implicando un automatismo che, seppur all’apparenza confermato dal dato meramente testuale dell’art. 337-sexies c.c., è stato escluso dalla stessa Corte costituzionale (Corte cost. 30 luglio 2008, n. 308, di cui infra).

L’ordinanza rappresenta una rara ipotesi di rigetto della domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio, sul cui contenuto il sindacato giudiziale è alquanto ridotto ed essenzialmente limitato alla rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli, in forza dell’art. 4, comma 16, l. n. 898 del 1970. Continua a leggere

Divorzio congiunto ed assegnazione della casa familiare: l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 337 sexies c.c.

Trib. Palermo, 29 dicembre 2016 ha stabilito che l’instaurazione di una convivenza more uxorio da parte dell’assegnatario della casa familiare non costituisce di per sé circostanza idonea a determinare il venir meno del diritto di godimento sull’immobile. L’ordinanza emessa dal collegio palermitano rappresenta una rara ipotesi di rigetto della domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio, sul cui contenuto, infatti, lo spettro del sindacato giudiziale è solitamente ridotto ai minimi termini.

La presenza in seno al ricorso presentato dai coniugi di una pattuizione che preveda l’automatica estinzione del diritto di godimento della casa familiare nell’ipotesi di instaurazione di convivenza more uxorio da parte del genitore assegnatario è stata ritenuta dall’organo giudicante non rispondente all’interesse delle prole, nella misura in cui – come già espressamente rimarcato da Corte Cost., 30 luglio 2008, n. 308 – la revoca dell’assegnazione, in quanto istituto refrattario a qualunque automatismo di matrice negoziale, va sempre sottoposta ad un giudizio di conformità all’interesse del minore.

Sull’argomento cfr. PETTA, La tutela del futuro assegnatario della casa familiare nella fase introduttiva del giudizio di sperazione, in Dir. Civ. Cont., 24 dicembre 2015; BUFFONE, Assegnazione della “casa coniugale” solo nell’interesse dei figli o anche del coniuge più debole?, in Il Civilista, 2009, III, 6.

Trascrizione dell’atto di nascita straniero con due genitori dello stesso sesso e ordine pubblico internazionale. La Cassazione alle prese con un singolare caso di «doppia maternità»

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di BARTOLO SALONE, Giudice del Tribunale di Agrigento

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Cass. 30 settembre 2016, n. 19599, Est. Lamorgese, ha confermato che è trascrivibile in Italia l’atto di nascita, formato all’estero, dal quale risulti che il minore – generato da una coppia di donne coniugate all’estero tramite il ricorso alla procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo – è figlio di due madri.

Nella specie, una donna italiana e una spagnola, unitesi in matrimonio in Spagna nel 2009, hanno avuto un bambino a Barcellona: la donna italiana ha messo a disposizione il proprio ovulo, il quale, dopo essere stato fecondato con il seme di un donatore, è stato trasferito nell’utero dell’altra donna, che ha portato a termine la gravidanza. Abbiamo, quindi, sia la fecondazione eterologa mediante la donazione di seme da un soggetto esterno alla coppia sia la scissione fra la madre genetica (la donna italiana cui risale l’ovocita fecondato, indicata come madre “B” nel certificato di nascita del minore di cui è stata domandata la trascrizione in Italia) e la madre biologica (la donna spagnola che ha condotto la gestazione, indicata come madre “A” nel ricordato certificato di nascita).

Le donne hanno chiesto congiuntamente la trascrizione dell’atto di nascita in Italia, ma l’ufficiale dello stato civile di Torino ha opposto un rifiuto per ragioni di ordine pubblico; successivamente hanno divorziato consensualmente in Spagna, sulla base di un accordo che prevede l’affidamento congiunto del minore ad entrambe con condivisione della responsabilità genitoriale. Il Tribunale di Torino, investito del ricorso avverso il diniego dell’ufficiale di stato civile, ha concluso per la non trascrivibilità dell’atto di nascita estero per contrarietà con l’ordine pubblico ai sensi dell’art. 18 d.p.r. 3 novembre 2000, n. 396, rilevando che tra i principi fondanti il nostro assetto ordinamentale vi sono “le norme in materia di filiazione che fanno espresso riferimento ai concetti di padre, madre, marito e moglie”; la Corte d’Appello di Torino, in sede di reclamo, è pervenuta alla soluzione opposta (favorevole alla trascrizione), valorizzando l’interesse del minore a vedersi riconosciuto il legame con la madre genetica sotto il profilo dell’identità personale e dello status del bambino nello Stato italiano, tanto più che, dopo il divorzio delle due co-madri, la mancata trascrizione del certificato di nascita avrebbe comportato conseguenze rilevanti in ordine alla libera circolazione del minore e della donna italiana, la quale in Italia non avrebbe avuto titolo per spostarsi e tenere con sé il bambino.

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Giuramento decisorio deferito allo scopo di dimostrare la consistenza delle risorse economiche dei coniugi nel giudizio di separazione o divorzio

Trib. Palermo ord. 23 dicembre 2016 dichiara l’inammissibilità del giuramento decisorio deferito allo scopo di dimostrare l’effettiva consistenza delle risorse economiche dei coniugi nell’alveo di un giudizio di separazione o di divorzio.

Dopo aver passato in rassegna le contrastanti prospettazioni ermeneutiche stratificatesi sul tema – dando al contempo atto dell’esistenza di una linea di pensiero che, proponendo una soluzione intermedia, perimetra l’inammissibilità del giuramento decisorio alla sola porzione alimentare dell’assegno (in quanto ritenuta indisponibile) – l’organo giudicante perviene alla conclusione dell’inammissibilità del giuramento decisorio non tanto in virtù dell’indisponibilità sostanziale del diritto alla prestazione di natura assistenziale (cfr., in tal senso, FINOCCHIARO, Assegno alimentare e di mantenimento (Voce), in Enc. Dir., agg. IV, 2000, 11; BARBIERA, Divorzio (Disciplina sostanziale), in Enc. giur., 1989, XI, 9) quanto sulla base della dirimente argomentazione (sostenuta in dottrina, tra gli altri, da FREZZA, Mantenimento diretto e affidamento condiviso, Milano, 2008, 142) per cui il suo deferimento non permetterebbe comunque un’automatica decisione sul punto, in quanto le dichiarazioni da esso scaturenti rappresenterebbero né più né meno che semplici elementi presuntivi, idonei al più a riscontrare altre prove.

Non è possibile adottare il figlio biologico della convivente anche se si è uniti civilmente

Trib. Milano 17 ottobre 2016 concerne due ricorsi riuniti per una richiesta di adozione – reciproca e incrociata – della figlia biologica della convivente da parte di una coppia omosessuale, convivente dal 2002. La conservazione del seme dello stesso donatore aveva consentito alle due donne di accedere, in tempi diversi, ad una procedura di fecondazione assistita di tipo eterolologo.

Con ricorso, ora le due donne chiedevano di poter adottare la figlia biologica della convivente in applicazione dell’art. 44 lett d) l. 184/83.

Il Tribunale ritiene che il ricorso debba essere rigettato in quanto non sussistenti i presupposti di cui all’art. 44 lett. d) L. 184/83 e cioé l’impossibilità di affidamento preadottivo (nello stesso senso, rispetto alla richiesta di adozione del figlio della convivente coniugata con un terzo, Trib. Milano 20 ottobre 2016).

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