Archivio della categoria: NESSO DI CAUSALITÀ

Responsabilità medica e perdita di chance: una sentenza eterodossa del Tribunale di Rimini

Trib. Rimini 25 ottobre 2016 si segnala poichè, seppur con argomenti in buona parte costituenti obiter dicta, si discosta dall’orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimità in tema di perdita di chance di sopravvivenza cagionata da una tardiva diagnosi di un male incurabile.

Responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario tra «omessa disapplicazione» e questione di legittimità costituzionale

Cass. 30 settembre 2016 n. 19384 interviene sul tema ormai classico della responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario con riferimento alla normativa italiana sulla circolazione del libero professionista esercente la professione di avvocato.

In primo ed in secondo grado veniva riconosciuta la responsabilità dello stato italiano per aver impedito ad un avvocato tedesco l’esercizio della professione in Italia per un quinquennio, in violazione del diritto comunitario (CGUE 7 marzo 2002 causa C-145/99 e Cass. sez. un. 17 aprile 2009 n. 9147, Cass. 17 maggio 2011 n. 10813): il danno veniva quantificato in € 75.000,00 in base al fatturato medio del professionista nel periodo successivo al quinquennio.

Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento (anche) del “danno non patrimoniale” per lesione della sua reputazione in ragione del procedimento disciplinare e penale subito a causa della vigenza di una normativa interna contrastante con il principio di libera circolazione dei professionisti. In sostanza, si sarebbe trattato di un danno non patrimoniale da omessa disapplicazione della normativa interna (lesiva del diritto di stabilimento) da parte del consiglio dell’ordine e dell’autorità giudiziaria.

La sentenza che qui si segnala ritiene invece corretta la decisione della Corte di appello di Roma che, sul punto, considera non sussistere nesso di causalità tra la condotta degli organi statali “inadempienti” e il danno non patrimoniale: infatti, asserisce la Suprema Corte, se discutiamo, come vorrebbe il ricorrente, di norme comunitarie direttamente applicabili (e dunque di “danno da mancata disapplicazione”), il ricorrente avrebbe dovuto agire invocando la disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati; se invece, come sembra ritenere la suprema corte, a venire in considerazione è una normativa comunitaria non direttamente applicabile, allora si sarebbe dovuto sollevare la questione di legittimità costituzionale, da parte del ricorrente, delle norme incompatibili (cfr. AA.VV., Le «libertà fondamentali» dell’Unione europea e il diritto privato, a cura di E. Mezzanotte, 2016).

 

Danno patrimoniale da responsabilità medica e stato patologico preesistente

Cass. 29 febbraio 2016 n .3893, Est. Scarano, cassa con rinvio la sentenza della Corte di appello di Genova del 29 marzo 2012 che aveva rideterminato, in diminuzione, la somma liquidata dal giudice di prime cure, a titolo di danno patrimoniale subito dal minore in conseguenza del danno neurologico da grave asfissia e permanente invalidità totale, a quest’ultimo cagionata dalla negligente condotta del medico nella gestione del travaglio e nel corso delle operazioni di parto. Secondo la Corte di appello infatti “l’invalidità grave attribuita al personale operante è cagione solo per metà dell’impotenza reddituale del danneggiato”.

In sostanza, la Corte di appello avrebbe ravvisato un “concorso di cause” tra la sindrome di down, “concausa” preesistente e non ascrivibile ad alcuna condotta umana, e la condotta negligente del medico: conseguentemente, ha ritenuto di “scorporare dal 100% di invalidità permanente (…) quella porzione imputabile solo alla concausa naturale della sindrome di down”.

Secondo la Cassazione non è possibile comparare, in punto di efficienza causale, un fatto naturale (sindrome di down) con una condotta umana negligente: anziché su quello dell’accertamento in via equitativa della frazione di nesso di causalità ad esso ascrivibile (c.d. criterio equitativo proporzionale del nesso di causalità), lo stato patologico pregresso può assumere rilievo sul piano della delimitazione del danno risarcibile.

«Nomina sunt consequentia rerum» anche nella controversia sul danno al concepito per malformazioni genetiche. Il punto dopo le Sezioni unite 22 dicembre 2015 n. 25767

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di FABRIZIO PIRAINO, Professore associato nell’Università di Palermo

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Sollecitate a pronunziarsi sul tema della distribuzione dei temi di prova in caso di danno da mancato esercizio dell’autodeterminazione in gravidanza dall’ordinanza della terza sezione della Corte di Cassazione, 23 febbraio 2015 n. 3569 (in Dir. civ. cont. 9 marzo 2015, con nota di commento di G. CRICENTI, Il danno da nascita indesiderata rimesso alle Sezioni Unite (per le ragioni sbagliate), le Sezioni unite si sono espresse con sentenza del 22 dicembre 2015, n. 25767, Rel. Spirito, Est. Bernabai, andando ben al di là della composizione del contrasto segnalato dall’ordinanza di rimessione.

La Suprema corte non si è limitata, infatti, a dirimere la divergenza di orientamenti sulla distribuzione dei temi di prova (non già – come in maniera assai scorretta si è soliti sostenere – sull’onere della prova) e sulla legittimazione del nato all’azione risarcitoria, ma si è spinta sul terreno impervio dell’ampiezza della sua protezione giuridica per fatti dannosi verificatisi prima della nascita e della configurabilità di un danno in capo al nato con malformazioni congenite legato al mancato esercizio dell’interruzione di gravidanza.

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Le Sezioni Unite sulla responsabilità medica per nascita indesiderata

Le Sezioni Unite, con sentenza 22 dicembre 2015 n. 25767, a risoluzione di contrasto sulla responsabilità medica per nascita indesiderata, hanno affermato che: a) la madre è onerata dalla prova controfattuale della volontà abortiva, ma può assolvere l’onere mediante presunzioni semplici; b) il nato con disabilità non è legittimato ad agire per il danno da “vita ingiusta”, poiché l’ordinamento ignora il “diritto a non nascere se non sano”.

Con ordinanza n. 3569 del 23 febbraio 2015, Rel. Sestini la Terza sezione aveva rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, le questioni, oggetto di contrasto, collegate al danno da nascita indesiderata per mancata informazione sull’esistenza di malformazioni congenite del feto, e relative all’onere di allegazione e al contenuto della prova a carico della gestante, nonché alla legittimazione, o meno, del nato a pretendere il risarcimento del danno.

Per un commento all’ordinanza di rimessione cfr. CRICENTI, Il danno da nascita indesiderata rimesso alle Sezioni Unite (per le ragioni sbagliate), in Dir. civ. cont., 9 marzo 2015

L’osservanza da parte della struttura ospedaliera della normativa per le prestazioni di emergenza non è sufficiente ad escludere la responsabilità

Secondo Cass. 19 ottobre 2015 n. 21090, Rel. De Stefano, in materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’osservanza da parte di una struttura ospedaliera – pubblica o privata – delle dotazioni ed istruzioni previste dalla normativa vigente per le prestazioni di emergenza non è sufficiente ad escludere la responsabilità per i danni subiti da un paziente in conseguenza della loro esecuzione, essendo comunque necessaria l’osservanza delle comuni regole di diligenza e prudenza.

Sulla “complicanza” come causa di impossibilità non imputabile ex art. 1218 c.c. e sulla relativa prova cfr. M. FACCIOLI, La rilevanza del concetto medico-legale di «complicanze» nei giudizi di responsabilità medica, in Dir. civ. cont., 18 ottobre 2015

La rilevanza del concetto medico-legale di «complicanze» nei giudizi di responsabilità medica

Anno II, Numero IV, ottobre/dicembre 2015

di MIRKO FACCIOLI, Ricercatore di Diritto privato nellUniversità di Verona

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Con la pronuncia n. 13328 del 30 giugno 2015, la Corte di Cassazione si è occupata della rilevanza che nei giudizi di responsabilità civile medica deve attribuirsi al concetto di «complicanza», espressione con la quale – secondo la Suprema Corte – «la medicina clinica e la medicina legale designano solitamente un evento dannoso, insorto nel corso dell’iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile, non sarebbe evitabile» e che, come tale, esclude la sussistenza della responsabilità in discorso. Affermando principi che, come meglio vedremo, sembrano porsi in distonia con il consolidato orientamento giurisprudenziale in materia, la pronuncia in esame ha sostenuto che «tale concetto è inutile nel campo giuridico.

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Pazienti terminali, ritardi diagnostici e danni risarcibili

Anno II, Numero IV, ottobre/dicembre 2015

di GIAMPAOLO MIOTTO

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Da quel poco che si evince dalla sua motivazione, il caso deciso da Cass. Civ. 20.8.2015, n. 16993 ha riguardato una paziente afflitta da una “forma tumorale, particolarmente maligna e aggressiva” di carcinoma uterino, che non era stata diagnosticata tempestivamente dal suo ginecologo, ma con due mesi di ritardo, a seguito di un ricovero, in occasione del quale era stata eseguita una biopsia.

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Obblighi di protezione gravanti su una struttura sanitaria psichiatrica e danno da “perdita parentale”

Trib. Rimini 18 agosto 2015, Giud. La Battaglia affronta talune questioni civilistiche relative ad una peculiare e delicata vicenda di responsabilità medica: Il caso origina dalla domanda risarcitoria per “danno parentale” avanzata dalla moglie di un malato psichiatrico, ricoverato per decisione dell’AUSL in una casa di cura residenziale convenzionata con la stessa, ma scomparso durante la degenza e poi ritrovato morto (per un precedente non dissimile cfr.  Cass. 16 maggio 2014 n. 10832) Continua a leggere

L’omessa o tardiva diagnosi di una patologia terminale implica la risarcibilità del danno “tanatologico”

Secondo Cass. 20 agosto 2015 n. 16993 anche quando non sussiste nesso di causalità tra l’omessa diagnosi di un male terminale e l’evento morte – cui comunque si sarebbe pervenuti anche all’esito di una corretta diagnosi – deve essere risarcito il danno subito dal paziente per non avere potuto usufruire di cure palliative o comunque per non avere potuto gestire in piena consapevolezza la fase terminale della propria vita (c.d. danno tanatologico). Il riferimento al “danno tanatologico” è forse qui improprio, dovendosi piuttosto parlare di “danno catostrofale”.

E così, per la Suprema Corte, sussiste un danno risarcibile sia quando non c’è imperizia, l’intervento è necessario e risolutivo, ma manca il consenso informato (G. MIOTTO, La “struttura” dei danni da omissione del “consenso informato”, in Dir. civ. cont., 21 luglio 2015), sia quando una diagnosi puntuale e tempestiva non avrebbe potuto comunque evitare l’esito infausto.