Archivio della categoria: DANNO NON PATRIMONIALE

Responsabilità della p.a. ex art. 2049 c.c. e danno non patrimoniale a seguito di allontanamento di un minore dalla casa familiare

In una delicata vicenda, probabilmente priva di precedenti specifici, la Cassazione con sentenza 16 ottobre 2015 n. 20928, Rel. Lanzillo ha ritenuto che la responsabilità di un Comune ex art. 2049 c.c., con obbligo dello stesso di risarcire il danno biologico e non patrimoniale cagionato ai genitori, allorché il Sindaco abbia disposto ex art. 403 c.c. l’allontanamento di una minore dalla casa familiare, sulla base di una segnalazione (rivelatasi infondata) degli addetti ai servizi sociali, i quali avevano sollecitato l’immediata adozione del provvedimento, senza avvertire la necessità di ulteriori e più approfondite indagini da parte dei competenti organi giudiziari.

Danno non patrimoniale da immissioni anche in assenza di danno biologico

Con sentenza 16 ottobre 2015 n. 20927, Rel Rubino, la Cassazione – confermando quanto statuito in una recente pronuncia e discostandosi da un orientamento precedente – precisa che in caso di immissioni che superino la soglia di tollerabilità, è dovuto il risarcimento del danno alla persona anche in assenza di un pregiudizio alla salute, a condizione che risulti leso il diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa di abitazione e alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, anche in ragione del rilievo che al diritto al rispetto della propria vita privata e familiare viene attribuito dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

In argomento cfr. S. GATTI, Danno non patrimoniale da infiltrazioni: risarcibile in quanto conseguenza della lesione del diritto (inviolabile) di proprietà oppure della lesione di un diritto ulteriore?, in Dir. civ. cont., 7 luglio 2015

Danno non patrimoniale contrattuale: il Tribunale di Matera oltre le Sezioni Unite

Il Tribunale di Matera con sentenza 23 settembre 2015 si spinge oltre l’affermazione in obiter dictum delle Sezioni Unite 11 novembre 2008 n. 26972, Rel Preden, le quali, pur valorizzando la “causa concreta” del contratto, ammettono poi la risarcibilità del danno non patrimoniale (anche) contrattuale soltanto ove l’inadempimento determini la lesione di un diritto inviolabile della persona del creditore.

Secondo il Tribunale, che opportunamente non applica l’art. 2059 c.c. (così invece Cass. 11 maggio 2012 n. 7256, Est Carluccio), ove il contratto per la sua funzione economico individuale sia diretto a perseguire un interesse non patrimoniale di una delle parti, il pregiudizio non patrimoniale è comunque risarcibile.

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Pazienti terminali, ritardi diagnostici e danni risarcibili

Anno II, Numero IV, ottobre/dicembre 2015

di GIAMPAOLO MIOTTO

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Da quel poco che si evince dalla sua motivazione, il caso deciso da Cass. Civ. 20.8.2015, n. 16993 ha riguardato una paziente afflitta da una “forma tumorale, particolarmente maligna e aggressiva” di carcinoma uterino, che non era stata diagnosticata tempestivamente dal suo ginecologo, ma con due mesi di ritardo, a seguito di un ricovero, in occasione del quale era stata eseguita una biopsia.

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Le sezioni unite confermano la non risarcibilità del danno subito dalla vittima in conseguenza della morte: un ritorno al passato

Anno II, Numero III, luglio/settembre 2015

di STEFANO CAVASSA, Dottorando di ricerca nell’Università di Genova

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Con la sentenza n. 15350 del 2015, Rel. Salmè (in Dir. Civ. Cont., 24 luglio 2015) le Sezioni Unite si pronunciano in risposta a un’ordinanza della sezione terza (Cass. 4 marzo 2014 n. 5056) che, in materia di risarcibilità del danno derivante dalla perdita della vita, ha rilevato l’esistenza di un contrasto tra una recente sentenza di legittimità (Cass. 23 gennaio 2014, n. 1361, Rel. Scarano) e l’orientamento della giurisprudenza pregressa, tradizionalmente attestato in senso contrario.

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Obblighi di protezione gravanti su una struttura sanitaria psichiatrica e danno da “perdita parentale”

Trib. Rimini 18 agosto 2015, Giud. La Battaglia affronta talune questioni civilistiche relative ad una peculiare e delicata vicenda di responsabilità medica: Il caso origina dalla domanda risarcitoria per “danno parentale” avanzata dalla moglie di un malato psichiatrico, ricoverato per decisione dell’AUSL in una casa di cura residenziale convenzionata con la stessa, ma scomparso durante la degenza e poi ritrovato morto (per un precedente non dissimile cfr.  Cass. 16 maggio 2014 n. 10832) Continua a leggere

L’omessa o tardiva diagnosi di una patologia terminale implica la risarcibilità del danno “tanatologico”

Secondo Cass. 20 agosto 2015 n. 16993 anche quando non sussiste nesso di causalità tra l’omessa diagnosi di un male terminale e l’evento morte – cui comunque si sarebbe pervenuti anche all’esito di una corretta diagnosi – deve essere risarcito il danno subito dal paziente per non avere potuto usufruire di cure palliative o comunque per non avere potuto gestire in piena consapevolezza la fase terminale della propria vita (c.d. danno tanatologico). Il riferimento al “danno tanatologico” è forse qui improprio, dovendosi piuttosto parlare di “danno catostrofale”.

E così, per la Suprema Corte, sussiste un danno risarcibile sia quando non c’è imperizia, l’intervento è necessario e risolutivo, ma manca il consenso informato (G. MIOTTO, La “struttura” dei danni da omissione del “consenso informato”, in Dir. civ. cont., 21 luglio 2015), sia quando una diagnosi puntuale e tempestiva non avrebbe potuto comunque evitare l’esito infausto.

Le Sezioni Unite ribadiscono la non risarcibilità del danno tanatologico

Con la sentenza n. 15350 del 22 luglio 2015, Rel. Salmé, le SS.UU. dirimono il contrasto sorto in giurisprudenza (in particolare tra Cass. 1361/2014 ed il precedente costante orientamento) e ritengono la non risarcibilità iure hereditatis del danno dal perdita del bene vita, immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da un fatto illecito. Al contrario, ribadiscono la risarcibilità del danno da lesione del bene vita in capo al defunto, con conseguente trasmissibilità mortis causa dell’obbligazione risarcitoria agli eredi, qualora la morte segua dopo un apprezzabile lasso di tempo (sebbene parte della giurisprudenza si riferisca ad un danno biologico terminale, mentre altra ad un danno catastrofale). Continua a leggere

Danno non patrimoniale da infiltrazioni: risarcibile in quanto conseguenza della lesione del diritto (inviolabile) di proprietà oppure della lesione di un diritto ulteriore?

Anno II, Numero III, luglio/settembre 2015

di STEFANO GATTI, Dottorando di ricerca nel’Università di Verona

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In merito all’orientamento, di cui è espressione la pronuncia del Tribunale di Vercelli 12 febbraio 2015, il quale riconosce la risarcibilità del danno non patrimoniale conseguente alla lesione del diritto di proprietà, una riflessione in chiave critica può muoversi in due direzioni.

Innanzitutto, ci si può chiedere se tale diritto rientri nel novero degli interessi della persona costituzionalmente garantiti coperti dal crisma dell’inviolabilità. In secondo luogo, ci si può interrogare se le pretese risarcitorie dei danneggiati, diverse dal danno emergente e dal lucro cessante, possano essere davvero inquadrate, in una fattispecie come questa, nell’ambito delle conseguenze dannose della violazione del diritto dominicale.

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Responsabilità medica e diritto all’informazione: per la Cassazione la lesione sussiste anche in caso di intervento necessario e risolutivo

Cass. 12 giugno 2015 n. 12205, Rel. Frasca afferma la sussistenza della lesione del diritto all’informazione in un caso in cui la paziente era stata sottoposta ad un intervento all’ovaio poi estesosi, in assenza di previo consenso, all’asportazione dell’utero in quanto ritenuto interessato dal tumore.

Secondo la Cassazione, la necessità dell’intervento, secondo una valutazione ex ante, e il suo buon esito, alla luce di una valutazione ex post, non sono assorbenti rispetto alla violazione del diritto all’informazione, anche in ragione della necessità ma non dell’urgenza di un intervento che la paziente avrebbe potuto decidere di non eseguire ovvero di eseguire in altro tempo e luogo.