Archivio della categoria: DANNO NON PATRIMONIALE

Il nuovo volto del danno non patrimoniale: rinascita del danno morale e «fuga» dalle tabelle milanesi

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

 di SARA SCOLA, Assegnista di ricerca nell’Università di Verona

 

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Senza alcuna pretesa di completezza ed esaustività, si intende in questa sede svolgere qualche breve riflessione a margine della nota pronuncia Cass. Civ., 20 aprile 2016, n. 7766, Rel. Travaglino, che costringe ad interrogarsi sulle peculiarità del danno non patrimoniale e sui criteri risarcitori tradizionalmente utilizzati per la sua liquidazione.

Nel caso di specie, la S.C. ha dovuto pronunciarsi sul ricorso proposto da una compagnia assicuratrice avverso la decisione di merito, resa in primo grado e confermata in Appello, la quale aveva accordato in favore della vittima di un sinistro stradale il risarcimento del danno non patrimoniale subito, discostandosi, motivatamente, dai parametri stabiliti dal Tribunale di Milano con le apposite tabelle per la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale.

Più precisamente, in sede di merito era stata attribuita una particolare rilevanza al danno estetico patito dal danneggiato, sia per come esso aveva inciso sull’esistenza della vittima sul piano delle sue relazioni esterne, sia per come la compromissione dell’aspetto fisico e dello stato di salute aveva determinato nel danneggiato un pregiudizio psichico di non scarso rilievo.

Pur non essendo noti i dettagli della pronuncia censurata dal ricorrente, si deduce che al danneggiato era stato riconosciuto in sede di merito un risarcimento il cui importo risultava diverso, e senz’altro superiore, a quello che sarebbe scaturito dalla “pura” applicazione delle tabelle milanesi; in particolare, una autonoma rilevanza era stata attribuita alle voci di danno morale e di danno cd. esistenziale, la cui liquidazione era avvenuta in modo difforme dai consueti parametri risarcitori in ragione dell’eccezionalità del caso concreto.

Orbene, la Suprema Corte, con un’accurata e dettagliata motivazione, rigetta il ricorso proposto dall’assicuratore, avallando integralmente l’operato dei giudici di merito.

In particolare, e questo è uno degli aspetti che maggiormente interessano (anche per le implicazioni pratiche che da esso derivano), la Cassazione afferma a chiare lettere che il dolore interiore (ossia il danno morale) e la significativa alterazione della vita quotidiana (ossia il danno esistenziale o alla vita di relazione) sono “danni diversi e perciò solo autonomamente risarcibili”, aprendo un varco di non scarso rilievo a modalità alternative di liquidazione del danno non patrimoniale, non più basate sulla semplice personalizzazione del danno biologico, ma che presuppongono, sin dal principio, voci di danno distinte e autonomamente risarcibili, anche al di fuori dei consueti criteri tabellari.

Al contempo, la S.C. coglie l’occasione per tracciare una sorta di statuto del danno non patrimoniale, che sembra discostarsi, almeno parzialmente, dall’impostazione tradizionale delineata dalle sentenze cc.dd. di S. Martino (ci si riferisce, evidentemente, a Cass. Civ., S.U., 11 novembre 2008, n. 26972-26975).

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Danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali (a proposito della richiesta stragiudiziale dell’ente di riscossione ai clienti debitori del professionista iscritto a ruolo)

Con una decisione particolarmente interessante, Trib. Rimini 29 novembre 2016 ritiene la sussistenza di una danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali.

Nel caso di specie, un avvocato veniva a conoscenza della circostanza che l’ente per la riscossione per i tributi aveva chiesto informazioni ad alcuni suoi clienti circa i crediti vantati nei loro confronti dall’avvocato, e messo a conoscenza gli stessi di una cartella esattoriale emessa nei confronti del professionista.

In effetti, l’articolo 75-bis del d.p.r. n. 602/73 (modificato dal d.l. n. 262/06, conv. in l. n. 286/06) prevede che l’agente della riscossione anche simultaneamente all’adozione delle azioni esecutive e cautelari, può chiedere a soggetti terzi, debitori del soggetto che è iscritto a ruolo (es. cliente, datore di lavoro) o dei coobbligati, prima di procedere al pignoramento presso terzi di indicare per iscritto, ove possibile in modo dettagliato, le cose e le somme da loro dovute al creditore (c.d. “dichiarazione stragiudiziale di terzo”).

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Responsabilità medica e perdita di chance: una sentenza eterodossa del Tribunale di Rimini

Trib. Rimini 25 ottobre 2016 si segnala poichè, seppur con argomenti in buona parte costituenti obiter dicta, si discosta dall’orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimità in tema di perdita di chance di sopravvivenza cagionata da una tardiva diagnosi di un male incurabile.

Responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario tra «omessa disapplicazione» e questione di legittimità costituzionale

Cass. 30 settembre 2016 n. 19384 interviene sul tema ormai classico della responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario con riferimento alla normativa italiana sulla circolazione del libero professionista esercente la professione di avvocato.

In primo ed in secondo grado veniva riconosciuta la responsabilità dello stato italiano per aver impedito ad un avvocato tedesco l’esercizio della professione in Italia per un quinquennio, in violazione del diritto comunitario (CGUE 7 marzo 2002 causa C-145/99 e Cass. sez. un. 17 aprile 2009 n. 9147, Cass. 17 maggio 2011 n. 10813): il danno veniva quantificato in € 75.000,00 in base al fatturato medio del professionista nel periodo successivo al quinquennio.

Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento (anche) del “danno non patrimoniale” per lesione della sua reputazione in ragione del procedimento disciplinare e penale subito a causa della vigenza di una normativa interna contrastante con il principio di libera circolazione dei professionisti. In sostanza, si sarebbe trattato di un danno non patrimoniale da omessa disapplicazione della normativa interna (lesiva del diritto di stabilimento) da parte del consiglio dell’ordine e dell’autorità giudiziaria.

La sentenza che qui si segnala ritiene invece corretta la decisione della Corte di appello di Roma che, sul punto, considera non sussistere nesso di causalità tra la condotta degli organi statali “inadempienti” e il danno non patrimoniale: infatti, asserisce la Suprema Corte, se discutiamo, come vorrebbe il ricorrente, di norme comunitarie direttamente applicabili (e dunque di “danno da mancata disapplicazione”), il ricorrente avrebbe dovuto agire invocando la disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati; se invece, come sembra ritenere la suprema corte, a venire in considerazione è una normativa comunitaria non direttamente applicabile, allora si sarebbe dovuto sollevare la questione di legittimità costituzionale, da parte del ricorrente, delle norme incompatibili (cfr. AA.VV., Le «libertà fondamentali» dell’Unione europea e il diritto privato, a cura di E. Mezzanotte, 2016).

 

La Cassazione sulla responsabilità medica ex art. 1228 c.c.

Con sentenza n. 7768 del 9.12.2015 Rel. Scarano, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in tema di responsabilità medica per fatto dell’ausiliario ex art. 1228 c.c. e quantificazione in via equitativa del danno non patrimoniale. La sentenza si segnala in particolare per alcune soluzioni di sicuro interesse sia con riferimento alla nozione di ausiliario sia in merito ai soggetti legittimati alla richiesta di risarcimento danni.

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Il danno non patrimoniale nel canone di Travaglino

Con una solida decisione, densa nell’argomentazione ma non eccessivamente prolissa, Cass. 20 aprile 2016 n. 7766, Rel. Travaglino, risolve una delicata questione in merito ad una richiesta di risarcimento del danno da sinistro stradale, accolta in primo grado dal Tribunale di Bologna e confermata dalla Corte di appello di Bologna: il giudice territoriale aveva liquidato il danno non patrimoniale discostandosi dai parametri risarcitori indicati nelle tabelle milanesi, e ciò in ragione delle eccezionalità del caso, rappresentate, quanto al danno biologico, dalla particolare rilevanza del danno estetico; quanto al danno morale, dalla particolare sofferenza cui il danneggiato era stato costretto. La Cassazione rigetta il ricorso e, col pretesto dell’integrazione delle motivazioni a sostegno della decisione impugnata, coglie l’occasione per una rilettura dello statuto del danno non patrimoniale.

In particolare, la Cassazione chiarisce cosa debba intendersi per «natura unitaria»  e «natura omnicomprensiva» del danno non patrimoniale: non v’è infatti alcuna diversità nell’accertamento e nella liquidazione del danno causato ad un diritto costituzionalmnte garantito («natura unitaria»), e il giudice deve valutare tutte le conseguenze dannose, nessuna esclusa, evitando però duplicazioni e non oltrepassando la soglia minima di apprezzabilità onde evitare risarcimenti bagatellari  («natura omnicomprensiva»).

La Suprema Corte si sofferma, poi, sulla distinzione tra i diversi danni correlati al «dolore interiore» (danno morale) e, invece, alla «alterazione della vita quotidiana» (c.d. danno esistenziale o danno alla vita di relazione). Viene così descritta l’essenza del danno non patrimoniale, così come scolpita nelle sentenze del 2008 (Cass. sez. un. 11 novembre 2008 n. 26792, Rel. Preden), ma anche in quella della Corte costituzionale predicativa della legittimità dell’art. 139 del Codice delle assicurazioni (Corte Cost. 16 ottobre 2014 n. 235, Est. Morelli) che, per le lesioni di lieve entità, comunque consente l’incremento della liquidazione del danno biologico (c.d. personalizzazione), seppur con una limitazione ex lege del danno morale (sino ad  un quinto). A dire della Cassazione, la Corte costituzionale, pronunciandosi sulla norma sulla risarcibilità del danno biologico da micro permanente avrebbe definitivamente sconfessato «la tesi predicativa della unicità del danno biologico»: già all’interno del micro-sistema delle micro-permanenti resterebbe ferma la distinzione concettuale tra «sofferenza interiore» (danno morale) e «incidenza sugli aspetti relazionali della vita del soggetto» (danno esistenziale o alla vita di relazione, correlato e conseguente al danno biologico). Per contro, dalla lettura dell’art. 138 del Codice rimarrebbe confermata la distinzione tra danno biologico (personalizzabile sino al 30% in ragione della proiezione dinamica del danno nella vita di relazione, e cioé del danno esistenziale) e danno morale (sofferenza interna). L’importanza di tali indicazioni si deve anche alla circostanza che, come prevede la legge Balduzzi, le disposizioni in questione si applicano anche alla responsabilità medica, in luogo delle più generose tabelle milanesi, seppur controversa rimane la questione dell’applicazione retroattiva.: «Il danno biologico conseguente all’attivita’ dell’esercente della professione sanitaria e’ risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, eventualmente integrate con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tener conto delle fattispecie da esse non previste, afferenti all’attivita’ di cui al presente articolo» (art. 3 co. 3, DL 158/2012 c.d. “Balduzzi”).

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Danno non patrimoniale di lieve entità: le Sezioni Unite sulla «soglia minima di tollerabilità»

Cass. Sez. Un. 25 febbraio 2016 n. 3727 Rel. Amendola afferma che il reato di «pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale non coperti dal segreto» (art. 684, co. 2, 3, c.p.) ha natura monoffensiva, tutelando solo l’amministrazione della giustizia e non anche la reputazione e la riservatezza del soggetto sottoposto a procedimento penale, sicché la sua sola violazione non legittima una autonoma pretesa risarcitoria, fermo l’apprezzamento della marginalità della riproduzione alla luce del principio della irrisarcibilità del danno non patrimoniale di lieve entità.

Sul versante del danno non patrimoniale, la «tipizzazione» non risolve il problema della risarcibilità del danno, stante la sfuggente distinzione tra danno evento e danno conseguenza, tra lesione dell’interesse e sussistenza del danno: come è noto, la soglia di risarcibilità imposta dalle sezioni unite del 2008 è stata intesa in dottrina e in giurisprudenza come problema di «ingiustizia del danno» e talora invece come de minimis rule e cioè come zona di franchigia del non risarcibile, pur in presenza di un interesse leso (cfr. Cass. 15 luglio 2014, n. 16133_Est Vincenti).

Si è rilevato che «un danno diviene suscettibile di proporre un problema aquiliano solo quando costituisca attuazione di un rischio intollerabile (…) la c.d. intollerabilità del danno costituisce così un criterio generale di accesso al rimedio aquiliano» (M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 807). Solo in questo senso potrebbe condividersi il principio della «soglia minima di tollerabilità», un senso che tra l’altro lo fa operare anche rispetto al danno patrimoniale e che, proprio per questo e solo per questo, non fa considerare il ricorso all’endiadi della gravità dell’offesa e della non futilità del danno «ingiustificato e arbitrario» (M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 808)

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 807; S MAZZAMUTO, Il rapporto tra gli artt. 2059 c.c. e 2043 c.c. e le ambiguità delle Sezioni unite a proposito della risarcibilità del danno non patrimoniale, in Contr. impr., 2009, spec. 599. Per una sintesi del dibattito sul senso da attribuire ai concetti di «gravità dell’offesa» e di «serietà del danno» vedi di recente V. CECCARELLI, La soglia di risarcibilità del danno non patrimoniale da illecito trattamento dei dati personali, in Danno resp. 2015, 344.

«Nomina sunt consequentia rerum» anche nella controversia sul danno al concepito per malformazioni genetiche. Il punto dopo le Sezioni unite 22 dicembre 2015 n. 25767

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di FABRIZIO PIRAINO, Professore associato nell’Università di Palermo

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Sollecitate a pronunziarsi sul tema della distribuzione dei temi di prova in caso di danno da mancato esercizio dell’autodeterminazione in gravidanza dall’ordinanza della terza sezione della Corte di Cassazione, 23 febbraio 2015 n. 3569 (in Dir. civ. cont. 9 marzo 2015, con nota di commento di G. CRICENTI, Il danno da nascita indesiderata rimesso alle Sezioni Unite (per le ragioni sbagliate), le Sezioni unite si sono espresse con sentenza del 22 dicembre 2015, n. 25767, Rel. Spirito, Est. Bernabai, andando ben al di là della composizione del contrasto segnalato dall’ordinanza di rimessione.

La Suprema corte non si è limitata, infatti, a dirimere la divergenza di orientamenti sulla distribuzione dei temi di prova (non già – come in maniera assai scorretta si è soliti sostenere – sull’onere della prova) e sulla legittimazione del nato all’azione risarcitoria, ma si è spinta sul terreno impervio dell’ampiezza della sua protezione giuridica per fatti dannosi verificatisi prima della nascita e della configurabilità di un danno in capo al nato con malformazioni congenite legato al mancato esercizio dell’interruzione di gravidanza.

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Le Sezioni Unite sulla responsabilità medica per nascita indesiderata

Le Sezioni Unite, con sentenza 22 dicembre 2015 n. 25767, a risoluzione di contrasto sulla responsabilità medica per nascita indesiderata, hanno affermato che: a) la madre è onerata dalla prova controfattuale della volontà abortiva, ma può assolvere l’onere mediante presunzioni semplici; b) il nato con disabilità non è legittimato ad agire per il danno da “vita ingiusta”, poiché l’ordinamento ignora il “diritto a non nascere se non sano”.

Con ordinanza n. 3569 del 23 febbraio 2015, Rel. Sestini la Terza sezione aveva rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, le questioni, oggetto di contrasto, collegate al danno da nascita indesiderata per mancata informazione sull’esistenza di malformazioni congenite del feto, e relative all’onere di allegazione e al contenuto della prova a carico della gestante, nonché alla legittimazione, o meno, del nato a pretendere il risarcimento del danno.

Per un commento all’ordinanza di rimessione cfr. CRICENTI, Il danno da nascita indesiderata rimesso alle Sezioni Unite (per le ragioni sbagliate), in Dir. civ. cont., 9 marzo 2015

Il Tribunale di Udine sull’applicabilità dell’art. 139 Codice delle Assicurazioni al danno da responsabilità medica

Trib. Udine 03 novembre 2015, Giud. Carnimeo, ritiene la non applicabilità retroattiva della norma introdotta dall’art. 3 co. 3 d.l. 158/2012 (c.d. Legge Balduzzi) che prevede che la liquidazione del danno per colpa medica debba ormai effettuarsi secondo i criteri dell’art. 139 Codice assicurazioni, relativi al danno da circolazione stradale, e non invece secondo le più generose Tabelle milanesi.

Il Tribunale di Udine ritiene che la norma non abbia efficacia retroattiva e che comunque nel caso di specie tutte le conseguenze dannose del fatto illecito, anche in ragione dell’assenza di un danno biologico permanente e di una guarigione intervenuta, si siano prodotte prima dell’entrata in vigore della norma in questione.

La soluzione sembra discostarsi da taluni precedenti, in particolare del Tribunale di Milano 1453/2014, Giud. Flamini e del Tribunale di Cagliari  6 febbraio 2015, Giud Cabitza. una soluzione simile invece in Trib. Rimini 3 giugno 2015, Giud. La battaglia