Archivio della categoria: DANNI PUNITIVI

Le Sezioni Unite sui danni punitivi

Le Sezioni Unite, decidendo con sentenza 5 luglio 2017 n. 16601 la corrispondente questione ritenuta di massima di particolare importanza, hanno affermato che, nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.

Non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi. Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve però corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità con l’ordine pubblico.

L’ordinanaza di rimessione alle Sezioni Unite era stata commentata in questa rivista da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016; L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017; A. MONTANARI, La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione), in Dir. civ. cont., 2 febbraio 2017

Danni punitivi e abuso del processo ex art. 96, co. 3, c.p.c.

Anno III, numero I, gennaio/marzo 2017

di MARTINA D’ONOFRIO, Dottoranda nell’Università di Verona

Scarica il PDF della Nota

La Cassazione, con la sentenza 29 settembre 2016 n. 19285, torna sul tema dell’art. 96, comma 3, c.p.c., dapprima delineandone un’ipotesi di applicabilità, per poi soffermarsi sulla ratio di tale previsione normativa, introdotta con la l. 69 del 18 giugno 2009.

La vicenda oggetto del caso trae origine da un’azione di convalida di un’intimazione di sfratto per finita locazione, confermata in primo e in secondo grado, nonostante le doglianze del conduttore, che vengono dichiarate infondate dai Supremi Giudici, i quali condannano altresì il ricorrente al pagamento della somma di 20.000€ a titolo di responsabilità di cui all’art. 96, comma 3, c.p.c., ravvisando nella condotta di costui un abuso del processo, in particolare – secondo le parole della Corte – un «abuso del diritto all’impugnazione».

Come ben noto, la disposizione di cui all’art. 96, comma 3, c.p.c., consente al giudice – anche d’ufficio – di condannare il soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata, senza tuttavia fornire al medesimo i criteri per la liquidazione del danno (si propone di fissare criteri aritmetici di quantificazione il “Protocollo ‘Valore Prassi’ sugli artt. 91, 96 e 614 bis c.p.c.” del Tribunale di Verona, su cui amplius in Economia processuale e comportamento delle parti nel processo civile. Prime applicazioni del Protocollo ‘Valore Prassi’ sugli artt. 91, 96 e 614-bis c.p.c., a cura di T. DALLA MASSARA e M. VACCARI, Napoli, 2012; così come il d.d.l. 9.8.2013, n. 1536, su cui G.C. SALVATORI, Tra abuso del diritto e funzione punitiva: una lettura ricognitiva dell’art. 96, comma 3, cod. proc. civ. e prospettive ‘de iure condendo’, in Nuova giur. civ. comm., II, 636 s.).

Le lacune emergenti dalla formulazione asettica della disposizione hanno lasciato spazio – sin dai primi tempi successivi alla sua entrata in vigore – a ricostruzioni dottrinali che si sono sforzate di delineare in particolare i presupposti e la natura di questa ipotesi di ‘responsabilità aggravata’ (propone un’interpretazione sistematica del nuovo comma T. DALLA MASSARA, Terzo comma dell’art. 96 cod. proc. civ.: quando, quanto e perché?, in Nuova giur. civ. comm., 2011, II, 55 ss.; ID., Per un inquadramento della condanna prevista dal terzo comma dell’art. 96, comma 3, c.p.c., in Economia processuale, cit., 115 ss.). Con particolare riferimento al primo dei due aspetti menzionati, ossia ai requisiti che fondano questo tipo di responsabilità, è ormai chiaro come sia superflua la prova del danno subito, a differenza di quanto richiesto dalle ipotesi di cui ai primi due commi dell’art. 96 c.p.c. (si soffermano sul punto Trib. Milano 2 dicembre 2014, n. 1428, in DeJure; Trib. Milano 20 marzo 2014, n. 3900). Sebbene non sia espressamente indicato, è altrettanto pacifico che vada invece provato l’elemento soggettivo della malafede o colpa grave nella condotta della parte condannata (in giurisprudenza di legittimità, si vedano Cass. 29 settembre 2016, n. 19298; Cass. 19 aprile 2016, n. 7726; Cass. 22 febbraio 2016, n. 3376; Cass. 30 ottobre 2015, n. 22289; Cass. 11 febbraio 2014, n. 3003; tra le sentenze di merito, recentemente Trib. Roma 3 gennaio 2017; Trib. Vicenza 22 novembre 2016; Trib. Treviso 8 novembre 2016).

Continua a leggere

La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione)

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di ANDREA MONTANARI, Ricercatore nell’Università di Palermo

Scarica il PDF della Nota

L’ordinanza in commento rimette alle Sezioni unite il compito di pronunciarsi sulla compatibilità con l’ordine pubblico del c.d. punitive damages. Quest’ultimo sintagma allude al risarcimento punitivo il quale ha di mira non già la compensazione del pregiudizio subito dal danneggiato, bensì la sanzione della condotta del danneggiante (PONZANELLI, I punitive damages nell’esperienza nordamericana, in Riv. dir. civ., 1983, I, 435 ss.; F. BENATTI, Correggere e punire. Dalla law of torts all’inadempimento del contratto, Milano, 2008).

Ne consegue che il quantum risarcitorio non corrisponde alla perdita subita, ma viene caricato di una valenza ulteriore, punitiva per l’appunto, calibrata, per lo più, sulla riprovevolezza della condotta del danneggiante. Ciò può avvenire prevedendo l’incremento della posta di danno sia in ragione della gravità della condotta, maggiore se dolosa e minore se colposa, sia tramite la determinazione di un fattore moltiplicatore del danno risarcibile: ad es. il triplo del pregiudizio effettivamente provocato. Quest’ultima ipotesi individua una sorta di danno punitivo standardizzato [v. ad es. il c.d. treble damages previsto dal diritto antitrust statunitense e anche in materia di proprietà industriale. Al riguardo cfr. A. PLAIA, Proprietà intellettuale e risarcimento del danno, Torino, 2005, 157-160].

La necessità di stabilire della compatibilità del risarcimento punitivo con l’ordinamento italiano deriva dalla domanda, più volte avanzata, di dare esecuzione a pronunce straniere che contemplano la condanna al punitive damages. Com’è noto, già in passato la Corte di cassazione si era espressa in senso negativo sulla questione. In quell’occasione i giudici di legittimità hanno sancito l’estraneità della punizione, e più in generale della condotta del danneggiante, agli obiettivi del risarcimento del danno (Cass. 19 gennaio 2007, n. 1183, in Foro it., 2007, I, 1460 ss. con nota di PONZANELLI, Danni punitivi, no grazie; in Corriere giur., 2007, 4, 497 con nota di FAVA, Punitive damages e ordine pubblico: la Cassazione blocca lo sbarco; in Europa dir. priv., 2007, con nota di SPOTO, I punitive damages al vaglio della giurisprudenza italiana).

Di conseguenza, è risultata impossibile la delibazione della sentenza statunitense per contrarietà all’ordine pubblico (App. Trento, Sez. dist. di Bolzano, 16 agosto 2008, in Danno resp., 2009, 92 ss. con nota di PONZANELLI, Non riconoscimento dei danni punitivi nell’ordinamento italiano: una nuova vicenda; Cass. 8 febbraio 2012, n. 1781, in Corriere giur., 2012, con nota di PARDOLESI, La Cassazione, i danni punitivi e la natura polifunzionale della responsabilità civile: il triangolo no).

Il contrasto con l’ordine pubblico costituisce il centro dell’indagine cui procedono i giudici dell’ordinanza che si commenta. Gli stessi individuano tale contrasto laddove il legislatore risulti impossibilitato a introdurre nell’ordinamento una norma analoga a quella straniera. Di conseguenza, la mancata delibazione della pronuncia straniera di condanna ai danni punitivi dovrebbe implicare l’attribuzione alle regole sul carattere compensativo del risarcimento di «un valore costituzionale essenziale e imprescindibile del nostro ordinamento», sicché finanche il legislatore ordinario risulterebbe impossibilitato a derogarvi.

Secondo i giudici di legittimità un tale epilogo risulta, però, sconfessato dal fatto che l’ordinamento italiano conosce diverse ipotesi di risarcimento punitivo: l’art. 12 l. 47/1948 (c.d. legge sulla stampa); l’art. 96, co. 3, c.p.c.; l’art. 709 ter c.p.c.; gli artt. 158 l.633/1941 (l.a.) e 125 d.lgs. 30/2005 (c.p.i.); l’art. 187 undecies d.lgs. 58/1998 (TUF); gli artt. 3-5 d.lgs. 7/2016 e più in generale il danno non patrimoniale.

Di contro, l’argomentazione dei giudici di legittimità non risulta soddisfacente sotto diversi punti di vista (per una diversa lettura cfr. sin d’ora M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016) il concetto d’ordine pubblico adottato; ii) gli esempi posti a conferma dell’assunta presenza nell’ordinamento italiano di ipotesi assimilabili al punitive damages.

Infatti, proprio tali esempi offrono, come si vedrà, la conferma a contrario del contrasto con l’ordine pubblico del risarcimento punitivo (Cfr. in senso contrario C. SCOGNAMIGLIO, I danni punitivi e le funzioni della responsabilità civile, in Corriere giur., 2016, 919; mostra segni di apertura sul punto anche L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017). I settori normativi menzionati dalla Corte di cassazione mostrano, infatti, le diverse tecniche mediante le quali il diritto organizza il sociale, dando «ordine alla rissa incomposta che ribolle in seno alla società» (GROSSI, Prima lezione di diritto, Roma-Bari, 2003, 16). Tecniche rispetto alle quali il punitive damages risulta alieno.

Continua a leggere

Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi»

ANNO IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di LUCA NIVARRA, Ordinario nell’Università di Palermo

Scarica il PDF della Nota

L’ordinanza con la quale è stata rimessa al Primo Presidente della S.C. la questione relativa alla possibilità di riconoscere ex art.64 l.n.218/1995 una sentenza straniera di condanna al pagamento dei c.d. danni punitivi offre il destro per alcune rapide considerazioni che hanno la sola ambizione di contribuire ad un migliore inquadramento del problema (l’ordinanza è già stata commentata da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016).

Il primo punto sul quale soffermarsi è questo. L’ordinanza accoglie una nozione minimale di «ordine pubblico», del tutto in linea con lo spirito dei tempi. La globalizzazione, infatti, impone il passaggio da un uso performativo del filtro ad un suo uso, per così dire, residuale. Nella prima versione, marcatamente statalista, l’ordine pubblico esige una almeno tendenziale corrispondenza di principi, valori, istituti; nella seconda versione, al contrario, ci si può accontentare di una non plateale difformità rispetto ad un nucleo duro di regole, desumibili per via diretta o indiretta, dalla Costituzione ma anche, del tutto coerentemente, aggiunge l’ordinanza, dai Trattati sull’UE.

Già a questo stadio, il discorso sembrerebbe avviato ad imboccare una strada segnata. Vi è da chiedersi, infatti, cosa si opponga alla ricezione, nel nostro ordinamento, di una sentenza di condanna al pagamento di danni ultracompensativi se non, forse, l’art. 23 Cost., a mente del quale «nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge».

Tuttavia, a ben vedere, si tratta un impedimento solo apparente o, comunque, facilmente aggirabile proprio grazie a quell’uso minimale del filtro fatto proprio dall’ordinanza. In un mondo nel quale l’ordine pubblico vale l’evocazione della identità in senso forte di un sistema giuridico, le differenze tra il “riconoscere” (un provvedimento estero) e l’ “applicare” (in sede giurisdizionale una norma di diritto interno) si attenuano, sino a scomparire; viceversa, in un mondo nel quale l’ordine pubblico evoca un’identità debole, direi puramente difensiva, “riconoscere” e “applicare” si allontanano, recuperando, specie il primo dei due termini, notevoli margini di autonomia. In questa prospettiva, la riserva di legge istituita dall’art. 23 Cost. può dirsi soddisfatta proprio dalla previsione dell’art. 64, lett.g) l.n.218/1995, reinterpretato nella chiave globalizzatrice adottata dall’ordinanza di rimessione. In altri termini, un ordine pubblico “pesante” imporrebbe che la «legge» di cui parla l’art. 23 Cost. fosse cosa diversa dalla norma che subordina il riconoscimento della sentenza straniera all’osservanza del requisito di cui all’odierna lett.g) dell’art.64; mentre per un ordine pubblico “leggero” l’art. 64 è sufficiente a superare l’ostacolo rappresentato dall’art.23 Cost.

Continua a leggere

L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni)

Anno III, Numero III, luglio/settembre 2016

di MAURO GRONDONA, Professore associato nell’Università di Genova

Scarica il PDF della Nota

Con ordinanza 16 maggio 2016 n. 9978 la Prima Sezione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione, ritenuta di massima di particolare importanza, della riconoscibilità, o meno (per contrasto con l’ordine pubblico), delle sentenze straniere comminatorie di danni punitivi.

In queste cursorie e frammentarie annotazioni mi propongo soltanto di ripercorrere il ragionamento della S.C. nella prospettiva generale dell’analisi di un fenomeno che ormai suscita in maniera crescente, com’è del resto facile registrare, non pochi dubbi e perplessità, quando non serrate critiche: alludo evidentemente al mutamento del diritto per via giurisprudenziale.

E mi riferisco non tanto ai mutamenti di specifiche regole giuridiche, quanto soprattutto ai mutamenti dell’ordinamento giuridico quale orizzonte assiologico; mutamenti che appunto accadono per impulso di quel formidabile meccanismo che è il dialogo tra corti e tra giurisdizioni, spesso in competizione (a mio avviso virtuosa) con il legislatore. Continua a leggere

Rimessa alle Sezioni Unite la questione della compatibilità dei danni punitivi con l’ordine pubblico

Con ordinanza 16 maggio 2016 n. 9978 la Prima Sezione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione, ritenuta di massima di particolare importanza, della riconoscibilità, o meno (per contrasto con l’ordine pubblico), delle sentenze straniere comminatorie di danni punitivi.

L’ordinanza, in particolare, rileva una “evoluzione della interpretazione del principio di ordine pubblico” nella giurisprudenza di legittimità e un “progressivo e condivisibile allentamento del livello di guardia” tradizionalmente opposto dall’ordinamento nazionale all’ingresso di istituti giuridici e valori estranei.

Ad avviso dell’estensore dell’ordinanza, non dovrebbe considerarsi pregiudizialmente contrario a valori essenziali della comunità internazionale (e quindi all’ordine pubblico) l’istituto di origine nordamericana dei danni non risarcitori aventi carattere punitivo “se non quando la liquidazione sia giudicata effettivamente abnorme”.

Discostandosi dal leading case n. 1183/2007 – peraltro innescato da una vicenda identica a quella sottesa all’ordinanza che si segnala (responsabilità per prodotti difettosi in relazione ad un casco motociclistico) – nonchè dall’altro precedente n. 1781/2012, l’ordinanza dubita che la funzione compensativa sia davvero l’unica attribuibile alla responsabilità civile e che comunque tale funzione “assurga al rango di un valore costituzionalmente essenziale”.

In argomento, anche per riferimenti bibliografici, cfr. N. SCIARRATTA, La Cassazione su astreinte, danni punitivi e (funzione della) responsabilità civile, in Dir. civ. cont., 7 luglio 2015.

 

La Cassazione su astreinte, danni punitivi e (funzione della) responsabilità civile

Anno II, Numero III, luglio/settembre 2015

di NICOLETTA SCIARRATTA

Scarica il PDF della Nota

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 15.4.2015 n. 7613 Rel. Nazzicone (già in Dir.civ.cont., 17 aprile 2015), si pronuncia sul delicato tema delle cc.dd. pene private – nella specie, riguardo ad una particolare misura prevista dall’ordinamento belga – affermando il principio di diritto per cui “le astreintes previste in altri ordinamenti dirette ad attuare, con il pagamento di una somma crescente con il protrarsi dell’inadempimento, una coercizione per propiziare l’adempimento di obblighi non coercibili in forma specifica, non sono incompatibili con l’ordine pubblico italiano”.

Continua a leggere