Archivio della categoria: RESPONSABILITA’ CIVILE

Danni punitivi e abuso del processo ex art. 96, co. 3, c.p.c.

Anno III, numero I, gennaio/marzo 2017

di MARTINA D’ONOFRIO, Dottoranda nell’Università di Verona

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La Cassazione, con la sentenza 29 settembre 2016 n. 19285, torna sul tema dell’art. 96, comma 3, c.p.c., dapprima delineandone un’ipotesi di applicabilità, per poi soffermarsi sulla ratio di tale previsione normativa, introdotta con la l. 69 del 18 giugno 2009.

La vicenda oggetto del caso trae origine da un’azione di convalida di un’intimazione di sfratto per finita locazione, confermata in primo e in secondo grado, nonostante le doglianze del conduttore, che vengono dichiarate infondate dai Supremi Giudici, i quali condannano altresì il ricorrente al pagamento della somma di 20.000€ a titolo di responsabilità di cui all’art. 96, comma 3, c.p.c., ravvisando nella condotta di costui un abuso del processo, in particolare – secondo le parole della Corte – un «abuso del diritto all’impugnazione».

Come ben noto, la disposizione di cui all’art. 96, comma 3, c.p.c., consente al giudice – anche d’ufficio – di condannare il soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata, senza tuttavia fornire al medesimo i criteri per la liquidazione del danno (si propone di fissare criteri aritmetici di quantificazione il “Protocollo ‘Valore Prassi’ sugli artt. 91, 96 e 614 bis c.p.c.” del Tribunale di Verona, su cui amplius in Economia processuale e comportamento delle parti nel processo civile. Prime applicazioni del Protocollo ‘Valore Prassi’ sugli artt. 91, 96 e 614-bis c.p.c., a cura di T. DALLA MASSARA e M. VACCARI, Napoli, 2012; così come il d.d.l. 9.8.2013, n. 1536, su cui G.C. SALVATORI, Tra abuso del diritto e funzione punitiva: una lettura ricognitiva dell’art. 96, comma 3, cod. proc. civ. e prospettive ‘de iure condendo’, in Nuova giur. civ. comm., II, 636 s.).

Le lacune emergenti dalla formulazione asettica della disposizione hanno lasciato spazio – sin dai primi tempi successivi alla sua entrata in vigore – a ricostruzioni dottrinali che si sono sforzate di delineare in particolare i presupposti e la natura di questa ipotesi di ‘responsabilità aggravata’ (propone un’interpretazione sistematica del nuovo comma T. DALLA MASSARA, Terzo comma dell’art. 96 cod. proc. civ.: quando, quanto e perché?, in Nuova giur. civ. comm., 2011, II, 55 ss.; ID., Per un inquadramento della condanna prevista dal terzo comma dell’art. 96, comma 3, c.p.c., in Economia processuale, cit., 115 ss.). Con particolare riferimento al primo dei due aspetti menzionati, ossia ai requisiti che fondano questo tipo di responsabilità, è ormai chiaro come sia superflua la prova del danno subito, a differenza di quanto richiesto dalle ipotesi di cui ai primi due commi dell’art. 96 c.p.c. (si soffermano sul punto Trib. Milano 2 dicembre 2014, n. 1428, in DeJure; Trib. Milano 20 marzo 2014, n. 3900). Sebbene non sia espressamente indicato, è altrettanto pacifico che vada invece provato l’elemento soggettivo della malafede o colpa grave nella condotta della parte condannata (in giurisprudenza di legittimità, si vedano Cass. 29 settembre 2016, n. 19298; Cass. 19 aprile 2016, n. 7726; Cass. 22 febbraio 2016, n. 3376; Cass. 30 ottobre 2015, n. 22289; Cass. 11 febbraio 2014, n. 3003; tra le sentenze di merito, recentemente Trib. Roma 3 gennaio 2017; Trib. Vicenza 22 novembre 2016; Trib. Treviso 8 novembre 2016).

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Rimesso alle Sezioni Unite il contrasto in ordine alla nozione e alle modalità di trattamento e comunicazione di dati sensibili

Con ordinanza 3455 del 9 febbraio 2017 la Prima Sezione Civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili in relazione al contrasto sorto all’interno delle Sezioni Ordinarie in ordine alle nozioni e alle modalità di trattamento e di comunicazione di dati sensibili, con particolare riferimento a quei dati che possano essere indicativi delle condizioni di salute del titolare.

Nel caso di specie, il beneficiario di un indennizzo ex l. 210/1992 pagato dalla Regione mediante accredito sul proprio conto corrente, lamentava che il riferimento non criptato alla citata legge nella causale del bonifico fosse idoneo a rivelare il proprio stato di salute e dunque costituisse un illecito trattamento di dati sensibili.

In precedenza, Cass. 19 maggio 2014 n. 10947 e Cass. 20 maggio 2015 n. 10280 si erano espresse con soluzioni divergenti proprio su questione sovrapponibile a quella sottesa all’ordinanza e cioé in merito alla citazione esplicita in causale della legge che attribuisce un indennizzo a chi ha riportato un danno alla propria integrità psico-fisica in seguito a vaccinazione obbligatoria o risulti contagiato da HIV in seguito a somministrazione di sangue, nonché agli operatori sanitari che, in occasione e durante il servizio, abbiano riportato danni permanenti , conseguenti ad infezione a seguito di contatto con sangue o derivati provenienti da soggetti affetti da HIV  (l. 210/1992).

In particolare, Cass. 20 maggio 2015 n. 10280, discostandosi da quanto affermato da Cass. 19 maggio 2014 n. 10947, aveva cassato la sentenza di primo grado del Tribunale di Napoli – che aveva accolto la domanda – per tre ragioni. [“La prima ragione è che al Banco di Napoli, soggetto privato, non si applica l’obbligo di cifratura imposto dall’art. 22, co. 6, d. Igs. 196/03 ai soli soggetti pubblici. La seconda ragione è che i soggetti privati hanno l’obbligo di cifratura dei soli dati idonei a rivelare lo stato di salute del titolare, e trattati con strumenti elettronici. Nel caso di specie, la banca risulta unicamente avere inviato alla cliente un estratto conto con l’indicazione “assegno ex lege 210/92″: sicché, tale indicazione era inidonea a rivelare lo stato di salute del destinatario; e comunque l’invio d’un estratto conto non costituisce un “trattamento di dati personali effettuato con strumenti elettronici”. La terza ragione è che la comunicazione ad una cliente di dati personali riguardanti la cliente stessa non costituisce “trattamento” di dati sensibili. L’art. 4, comma 1, lettera (a), infatti, definisce “trattamento” di dati personali (tra l’altro) la loro “comunicazione”, ma la successiva lettera (i), definisce “comunicazione” di dati “il dare conoscenza dei dati personali a uno o più soggetti determinati diversi dall’interessato”. Pertanto comunicare dati sensibili a chi ne è il titolare non costituisce una comunicazione ai sensi del d. Igs. 196/03, e di conseguenza nemmeno può costituire un “trattamento”.]

La Cassazione sulla responsabilità da infiltrazioni tra responsabilità ex art. 2051 c.c. e riparto delle spese ex art. 1126 c.c.

Cass. 7 febbraio 2017 n. 3239 cassa la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro, che con sentenza 2.12.2011 ha motivato la sua decisione richiamando il principio dell’art.1126 cc e dunque ha ritenuto che il condominio debba contribuire per i rimanenti 2/3.

Il crollo della terrazza è stato determinato – secondo la ricostruzione del CTU – dall’assenza di manutenzione del pavimento e, quindi, dalla corrosione delle strutture portanti in ferro). Tale fatto decisivo avrebbe dovuto indurre i giudici di appello a ritenere i proprietari del terrazzo responsabili esclusivi del crollo e, come tali, quindi unici obbligati ad accollarsi il rifacimento, in mancanza di prova liberatoria.

La Corte d’Appello, nel regolare la misura della contribuzione al rifacimento della terrazza crollata, ha invece applicato il principio di cui all’art. 1126 cc .

Ma, in materia di ripartizione delle spese di manutenzione di lastrici solari e terrazze a livello che provocano danni da infiltrazioni agli immobili sottostanti, le sezioni unite hanno di recente affermato che in tema di condominio negli edifici, qualora l’uso del lastrico solare o della terrazza a livello non sia comune a tutti i condomini, dei danni da infiltrazioni nell’appartamento sottostante rispondono sia il proprietario, quale custode del bene ai sensi dell’art. 2051 c.c., sia il condominio in forza degli obblighi inerenti l’adozione dei controlli necessari alla conservazione delle parti comuni incombenti sull’amministratore ex art. 1130, comma 1, n. 4, c.c., nonché sull’assemblea dei condomini ex art. 1135, comma l, n.4, c.c., tenuta a provvedere alle opere di manutenzione straordinaria; il concorso di tali responsabilità va di norma risolto, salva la rigorosa prova contraria della specifica imputabilità soggettiva del danno, secondo i criteri di cui all’art. 1126 c.c., che pone le spese di riparazione o di ricostruzione per un terzo a carico del proprietario del lastrico (o della terrazza) e per i restanti due terzi a carico del condominio (Cass. sez. un. 10 maggio 2016 n. 9449, in Dir. civ. cont., 4 luglio 2016, con nota di R. AMAGLIANI, Danno da «lastrico solare» tra responsabilità da cose in custodia e disciplina del condominio negli edifici

Il principio citato, affermato – come si è detto – in materia di riparto delle spese di riparazione per evitare danni da infiltrazioni negli appartamenti, vale logicamente anche nel caso di specie, in cui si discute pur sempre di danni da omessa manutenzione (ma anzi, forieri di ben più gravi conseguenze, rappresentate addirittura dal crollo della terrazza a livello).

Ebbene, nel caso in esame, la Corte d’Appello di Catanzaro ha applicato seccamente la regola dell’art. 1126 cc ma non si è posta il preliminare problema di verificare, sulla scorta degli accertamenti peritali e delle altre risultanze processuali, l’imputabilità soggettiva del danno, e cioè di stabilire se le cause del crollo fossero ascrivibili a fatto esclusivo del titolare del diritto di proprietà della terrazza stessa che, come pure precisato dalle sezioni unite, ne è anche il custode, con tutti i doveri di cui all’art. 2051 cc. L’indagine era assolutamente decisiva perché solo in caso di risposta positiva al quesito si sarebbe rivelata giuridicamente corretta la conclusione di applicare la regola del riparto di cui all’art. 1126 cc.

 

 

La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione)

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di ANDREA MONTANARI, Ricercatore nell’Università di Palermo

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L’ordinanza in commento rimette alle Sezioni unite il compito di pronunciarsi sulla compatibilità con l’ordine pubblico del c.d. punitive damages. Quest’ultimo sintagma allude al risarcimento punitivo il quale ha di mira non già la compensazione del pregiudizio subito dal danneggiato, bensì la sanzione della condotta del danneggiante (PONZANELLI, I punitive damages nell’esperienza nordamericana, in Riv. dir. civ., 1983, I, 435 ss.; F. BENATTI, Correggere e punire. Dalla law of torts all’inadempimento del contratto, Milano, 2008).

Ne consegue che il quantum risarcitorio non corrisponde alla perdita subita, ma viene caricato di una valenza ulteriore, punitiva per l’appunto, calibrata, per lo più, sulla riprovevolezza della condotta del danneggiante. Ciò può avvenire prevedendo l’incremento della posta di danno sia in ragione della gravità della condotta, maggiore se dolosa e minore se colposa, sia tramite la determinazione di un fattore moltiplicatore del danno risarcibile: ad es. il triplo del pregiudizio effettivamente provocato. Quest’ultima ipotesi individua una sorta di danno punitivo standardizzato [v. ad es. il c.d. treble damages previsto dal diritto antitrust statunitense e anche in materia di proprietà industriale. Al riguardo cfr. A. PLAIA, Proprietà intellettuale e risarcimento del danno, Torino, 2005, 157-160].

La necessità di stabilire della compatibilità del risarcimento punitivo con l’ordinamento italiano deriva dalla domanda, più volte avanzata, di dare esecuzione a pronunce straniere che contemplano la condanna al punitive damages. Com’è noto, già in passato la Corte di cassazione si era espressa in senso negativo sulla questione. In quell’occasione i giudici di legittimità hanno sancito l’estraneità della punizione, e più in generale della condotta del danneggiante, agli obiettivi del risarcimento del danno (Cass. 19 gennaio 2007, n. 1183, in Foro it., 2007, I, 1460 ss. con nota di PONZANELLI, Danni punitivi, no grazie; in Corriere giur., 2007, 4, 497 con nota di FAVA, Punitive damages e ordine pubblico: la Cassazione blocca lo sbarco; in Europa dir. priv., 2007, con nota di SPOTO, I punitive damages al vaglio della giurisprudenza italiana).

Di conseguenza, è risultata impossibile la delibazione della sentenza statunitense per contrarietà all’ordine pubblico (App. Trento, Sez. dist. di Bolzano, 16 agosto 2008, in Danno resp., 2009, 92 ss. con nota di PONZANELLI, Non riconoscimento dei danni punitivi nell’ordinamento italiano: una nuova vicenda; Cass. 8 febbraio 2012, n. 1781, in Corriere giur., 2012, con nota di PARDOLESI, La Cassazione, i danni punitivi e la natura polifunzionale della responsabilità civile: il triangolo no).

Il contrasto con l’ordine pubblico costituisce il centro dell’indagine cui procedono i giudici dell’ordinanza che si commenta. Gli stessi individuano tale contrasto laddove il legislatore risulti impossibilitato a introdurre nell’ordinamento una norma analoga a quella straniera. Di conseguenza, la mancata delibazione della pronuncia straniera di condanna ai danni punitivi dovrebbe implicare l’attribuzione alle regole sul carattere compensativo del risarcimento di «un valore costituzionale essenziale e imprescindibile del nostro ordinamento», sicché finanche il legislatore ordinario risulterebbe impossibilitato a derogarvi.

Secondo i giudici di legittimità un tale epilogo risulta, però, sconfessato dal fatto che l’ordinamento italiano conosce diverse ipotesi di risarcimento punitivo: l’art. 12 l. 47/1948 (c.d. legge sulla stampa); l’art. 96, co. 3, c.p.c.; l’art. 709 ter c.p.c.; gli artt. 158 l.633/1941 (l.a.) e 125 d.lgs. 30/2005 (c.p.i.); l’art. 187 undecies d.lgs. 58/1998 (TUF); gli artt. 3-5 d.lgs. 7/2016 e più in generale il danno non patrimoniale.

Di contro, l’argomentazione dei giudici di legittimità non risulta soddisfacente sotto diversi punti di vista (per una diversa lettura cfr. sin d’ora M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016) il concetto d’ordine pubblico adottato; ii) gli esempi posti a conferma dell’assunta presenza nell’ordinamento italiano di ipotesi assimilabili al punitive damages.

Infatti, proprio tali esempi offrono, come si vedrà, la conferma a contrario del contrasto con l’ordine pubblico del risarcimento punitivo (Cfr. in senso contrario C. SCOGNAMIGLIO, I danni punitivi e le funzioni della responsabilità civile, in Corriere giur., 2016, 919; mostra segni di apertura sul punto anche L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017). I settori normativi menzionati dalla Corte di cassazione mostrano, infatti, le diverse tecniche mediante le quali il diritto organizza il sociale, dando «ordine alla rissa incomposta che ribolle in seno alla società» (GROSSI, Prima lezione di diritto, Roma-Bari, 2003, 16). Tecniche rispetto alle quali il punitive damages risulta alieno.

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Il nuovo volto del danno non patrimoniale: rinascita del danno morale e «fuga» dalle tabelle milanesi

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

 di SARA SCOLA, Assegnista di ricerca nell’Università di Verona

 

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Senza alcuna pretesa di completezza ed esaustività, si intende in questa sede svolgere qualche breve riflessione a margine della nota pronuncia Cass. Civ., 20 aprile 2016, n. 7766, Rel. Travaglino, che costringe ad interrogarsi sulle peculiarità del danno non patrimoniale e sui criteri risarcitori tradizionalmente utilizzati per la sua liquidazione.

Nel caso di specie, la S.C. ha dovuto pronunciarsi sul ricorso proposto da una compagnia assicuratrice avverso la decisione di merito, resa in primo grado e confermata in Appello, la quale aveva accordato in favore della vittima di un sinistro stradale il risarcimento del danno non patrimoniale subito, discostandosi, motivatamente, dai parametri stabiliti dal Tribunale di Milano con le apposite tabelle per la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale.

Più precisamente, in sede di merito era stata attribuita una particolare rilevanza al danno estetico patito dal danneggiato, sia per come esso aveva inciso sull’esistenza della vittima sul piano delle sue relazioni esterne, sia per come la compromissione dell’aspetto fisico e dello stato di salute aveva determinato nel danneggiato un pregiudizio psichico di non scarso rilievo.

Pur non essendo noti i dettagli della pronuncia censurata dal ricorrente, si deduce che al danneggiato era stato riconosciuto in sede di merito un risarcimento il cui importo risultava diverso, e senz’altro superiore, a quello che sarebbe scaturito dalla “pura” applicazione delle tabelle milanesi; in particolare, una autonoma rilevanza era stata attribuita alle voci di danno morale e di danno cd. esistenziale, la cui liquidazione era avvenuta in modo difforme dai consueti parametri risarcitori in ragione dell’eccezionalità del caso concreto.

Orbene, la Suprema Corte, con un’accurata e dettagliata motivazione, rigetta il ricorso proposto dall’assicuratore, avallando integralmente l’operato dei giudici di merito.

In particolare, e questo è uno degli aspetti che maggiormente interessano (anche per le implicazioni pratiche che da esso derivano), la Cassazione afferma a chiare lettere che il dolore interiore (ossia il danno morale) e la significativa alterazione della vita quotidiana (ossia il danno esistenziale o alla vita di relazione) sono “danni diversi e perciò solo autonomamente risarcibili”, aprendo un varco di non scarso rilievo a modalità alternative di liquidazione del danno non patrimoniale, non più basate sulla semplice personalizzazione del danno biologico, ma che presuppongono, sin dal principio, voci di danno distinte e autonomamente risarcibili, anche al di fuori dei consueti criteri tabellari.

Al contempo, la S.C. coglie l’occasione per tracciare una sorta di statuto del danno non patrimoniale, che sembra discostarsi, almeno parzialmente, dall’impostazione tradizionale delineata dalle sentenze cc.dd. di S. Martino (ci si riferisce, evidentemente, a Cass. Civ., S.U., 11 novembre 2008, n. 26972-26975).

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Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi»

ANNO IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di LUCA NIVARRA, Ordinario nell’Università di Palermo

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L’ordinanza con la quale è stata rimessa al Primo Presidente della S.C. la questione relativa alla possibilità di riconoscere ex art.64 l.n.218/1995 una sentenza straniera di condanna al pagamento dei c.d. danni punitivi offre il destro per alcune rapide considerazioni che hanno la sola ambizione di contribuire ad un migliore inquadramento del problema (l’ordinanza è già stata commentata da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016).

Il primo punto sul quale soffermarsi è questo. L’ordinanza accoglie una nozione minimale di «ordine pubblico», del tutto in linea con lo spirito dei tempi. La globalizzazione, infatti, impone il passaggio da un uso performativo del filtro ad un suo uso, per così dire, residuale. Nella prima versione, marcatamente statalista, l’ordine pubblico esige una almeno tendenziale corrispondenza di principi, valori, istituti; nella seconda versione, al contrario, ci si può accontentare di una non plateale difformità rispetto ad un nucleo duro di regole, desumibili per via diretta o indiretta, dalla Costituzione ma anche, del tutto coerentemente, aggiunge l’ordinanza, dai Trattati sull’UE.

Già a questo stadio, il discorso sembrerebbe avviato ad imboccare una strada segnata. Vi è da chiedersi, infatti, cosa si opponga alla ricezione, nel nostro ordinamento, di una sentenza di condanna al pagamento di danni ultracompensativi se non, forse, l’art. 23 Cost., a mente del quale «nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge».

Tuttavia, a ben vedere, si tratta un impedimento solo apparente o, comunque, facilmente aggirabile proprio grazie a quell’uso minimale del filtro fatto proprio dall’ordinanza. In un mondo nel quale l’ordine pubblico vale l’evocazione della identità in senso forte di un sistema giuridico, le differenze tra il “riconoscere” (un provvedimento estero) e l’ “applicare” (in sede giurisdizionale una norma di diritto interno) si attenuano, sino a scomparire; viceversa, in un mondo nel quale l’ordine pubblico evoca un’identità debole, direi puramente difensiva, “riconoscere” e “applicare” si allontanano, recuperando, specie il primo dei due termini, notevoli margini di autonomia. In questa prospettiva, la riserva di legge istituita dall’art. 23 Cost. può dirsi soddisfatta proprio dalla previsione dell’art. 64, lett.g) l.n.218/1995, reinterpretato nella chiave globalizzatrice adottata dall’ordinanza di rimessione. In altri termini, un ordine pubblico “pesante” imporrebbe che la «legge» di cui parla l’art. 23 Cost. fosse cosa diversa dalla norma che subordina il riconoscimento della sentenza straniera all’osservanza del requisito di cui all’odierna lett.g) dell’art.64; mentre per un ordine pubblico “leggero” l’art. 64 è sufficiente a superare l’ostacolo rappresentato dall’art.23 Cost.

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Danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali (a proposito della richiesta stragiudiziale dell’ente di riscossione ai clienti debitori del professionista iscritto a ruolo)

Con una decisione particolarmente interessante, Trib. Rimini 29 novembre 2016 ritiene la sussistenza di una danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali.

Nel caso di specie, un avvocato veniva a conoscenza della circostanza che l’ente per la riscossione per i tributi aveva chiesto informazioni ad alcuni suoi clienti circa i crediti vantati nei loro confronti dall’avvocato, e messo a conoscenza gli stessi di una cartella esattoriale emessa nei confronti del professionista.

In effetti, l’articolo 75-bis del d.p.r. n. 602/73 (modificato dal d.l. n. 262/06, conv. in l. n. 286/06) prevede che l’agente della riscossione anche simultaneamente all’adozione delle azioni esecutive e cautelari, può chiedere a soggetti terzi, debitori del soggetto che è iscritto a ruolo (es. cliente, datore di lavoro) o dei coobbligati, prima di procedere al pignoramento presso terzi di indicare per iscritto, ove possibile in modo dettagliato, le cose e le somme da loro dovute al creditore (c.d. “dichiarazione stragiudiziale di terzo”).

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Non sussiste ingiustificato arricchimento se la p.a. è beneficiaria di una prestazione «contra legem»

Secondo Cass. 4 gennaio 2017 n. 80, in caso di violazione delle regole contabili in merito alla gestione degli enti locali, si realizza una sorta di novazione soggettiva (di fonte normativa) dell’originario rapporto obbligatorio che avrebbe dovuto intercorrere con l’ente pubblico di cui l’agente è organo, con l’introduzione di una nuova disciplina del rapporto tra la P.A. e i soggetti agenti, nonché tra questi ultimi e i privati contraenti improntata a schemi privatistici.

In primo grado, il Tribunale di Venezia rigettava la domanda avanzata da una impresa, la quale, premesso di aver inviato al Comune di Venezia in forza di una delibera della Giunta comunale, successivamente non ratificata, del materiale informatico, che era stato utilizzato, unitamente al software, nell’ambito di alcuni servizi comunali, aveva chiesto che il Comune fosse condannato al pagamento delle somme corrispondenti all’indebito arricchimento conseguito da detta utilizzazione. La domanda veniva rigettata in ragione della carenza del requisito della sussidiarietà, in quanto l’attrice avrebbe potuto esercitare l’azione di rivendicazione dei materiali consegnati.

La Corte di appello di Venezia, in parziale accoglimento del gravame, aveva invece condannato il comune al pagamento dell’indebito, rilevando che, pur in assenza di un valido contratto, l’amministrazione comunale – che aveva per altro pagato la fornitura di parte del materiale inviato – aveva tratto un vantaggio dall’utilizzazione dei materiali e programmi ricevuti, traendo un arricchimento, da farsi valere con una domanda che non trovava corrispondenza in alcuna altra azione esperibile.

La Suprema Corte, in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata.

La sussidiarietà dell’azione di indebito arricchimento deve tener conto dell’art. 91 del Testo Unico Enti Locali (TUEL): tale disposizione normativa ha previsto un sistema di imputazione alla sfera giuridica diretta e personale dell’amministratore o funzionario degli effetti dell’attività contrattuale dallo stesso condotta in violazione delle regole contabili in merito alla gestione degli enti locali, comportante relativamente ai beni ed ai servizi acquisiti, una vera e propria frattura o scissione ope legis del rapporto di immedesimazione organica tra i suddetti agenti e la Pubblica Amministrazione, con conseguente esclusione della riferibilità a quest’ultima delle iniziative adottate al di fuori dello schema procedimentale previsto dalla norme c.d. ad evidenza pubblica: si costituisce un contratto valido ed efficace tra agente in proprio e fornitore per via di una sorta di novazione soggettiva (di fonte normativa) dell’originario rapporto obbligatorio che avrebbe dovuto intercorrere con l’ente pubblico di cui l’agente è organo, con l’introduzione di una nuova disciplina del rapporto tra gli enti medesimi e i soggetti agenti, nonché tra questi ultimi e i privati contraenti improntata a schemi privatistici.

 

 

 

 

La Cassazione sulla responsabilità dello Stato per «illecito costituzionale» del legislatore

In caso di declaratoria di illegittimità costituzionale di legge – afferma Cass. 22 novembre 2016 n. 23730 – non è ipotizzabile alcun danno risarcibile, a somiglianza di quanto previsto per la responsabilità dello Stato italiano in caso violazione del diritto dell’Unione europea, non essendo, nella specie, ravvisabile quella distinzione tra ordinamenti – con prevalenza di quello europeo sul nazionale – che costituisce il fondamento di tale ipotesi di responsabilità.

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Responsabilità medica e perdita di chance: una sentenza eterodossa del Tribunale di Rimini

Trib. Rimini 25 ottobre 2016 si segnala poichè, seppur con argomenti in buona parte costituenti obiter dicta, si discosta dall’orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimità in tema di perdita di chance di sopravvivenza cagionata da una tardiva diagnosi di un male incurabile.