Archivio della categoria: CONCORRENZA

Il Tribunale di Torino sulla concorrenza sleale di Uber

Con ricorso ex art. 700 c.p.c. depositato in data 20 marzo 2015, le società che gestiscono i servizi di radio taxi in Milano, Torino e Genova chiedevano in via cautelare al Tribunale di Milano di inibire alle società UBER l’utilizzo del servizio UberPop, con conseguente blocco e/o oscuramento del sito internet e dell’applicazione informatica.

In sintesi, le parti ricorrenti sostenevano che le società resistenti avevano ideato e organizzato un sistema equivalente al radio taxi, attraverso il quale i conducenti reclutati offrivano un servizio di taxi da ritenersi abusivo, attesa la violazione da parte di questi ultimi di tutte le regole di natura pubblicistica che disciplinavano il settore, tanto quelle che individuavano i requisiti soggettivi che dovevano possedere gli operatori di trasporto pubblico non di linea, quanto quelle che disciplinavano le modalità di svolgimento del servizio stesso.

Secondo la tesi dei ricorrenti, dunque, in base alla violazione delle norme di natura pubblicistica o, comunque, dell’utilizzo di mezzi -l’app UberPop- non conformi ai principi della correttezza professionale, le attività dei resistenti avrebbero dovuto essere qualificate sul piano giuridico come condotte di concorrenza sleale ex art. 2598 n. 3 c.c., posto che la violazione delle norme pubblicistiche avrebbe consentito alle società resistenti di acquisire un vantaggio concorrenziale, consistente nella possibilità per gli autisti aderenti al servizio di non sostenere determinati costi (costi invece indispensabili per fornire regolarmente il servizio taxi) e, conseguentemente, di offrire, nel medesimo mercato in cui agivano i ricorrenti, lo stesso servizio a prezzi, tuttavia, notevolmente inferiori rispetto alle tariffe praticate dagli operatori regolari del pubblico servizio.

Ad avviso delle parti ricorrenti, poiché le società resistenti attraverso l’app gestivano direttamente il servizio di trasporto a fini di lucro, la loro condotta -ancorché fossero i singoli guidatori a violare materialmente le norme pubblicistiche di settore- avrebbe dovuto ritenersi sul piano giuridico più grave rispetto a quella dei conducenti, con la conseguenza che avrebbero dovuto essere proprio le società resistenti ad essere considerate quali principali autori della concorrenza sleale verso le parti ricorrenti.

Nel merito, le società resistenti contestavano che UberPop potesse ritenersi un servizio di trasporto di taxi, in quanto si trattava di un’applicazione informatica idonea a favorire forme di trasporto condiviso, realizzate direttamente dagli utenti. Sul piano sociale, tale sistema risultava, infatti, espressione della nuova concezione di utilizzazione dell’autovettura in maniera condivisa, al fine di abbattere i costi di impiego dell’auto privata e di ridurre l’inquinamento. Attraverso il sistema elaborato dalle resistenti si sarebbe creata una community, alla quale prendevano parte solo coloro che installavano sul proprio smartphone l’app UberPop. Una simile peculiarità valeva a confermare il carattere privato del trasporto, in quanto per usufruire del servizio, sia come guidatore che come passeggero, era necessario aderire al gruppo UBER.

L’ideazione della piattaforma tecnologica sarebbe stata volta esclusivamente a dotare di maggiore efficienza forme di condivisione nell’ambito del trasporto privato, allargandone la cerchia dei fruitori.

Tali caratteristiche sarebbero valse ad escludere il carattere abusivo di una simile forma di trasporto. Dunque, secondo le parti resistenti, il rapporto che si instaurava fra i passeggeri e gli autisti attraverso l’applicazione UberPop, sul piano giuridico avrebbe dovuto essere qualificato come un contratto atipico, espressione del principio di autonomia negoziale di cui all’art. 1322 c.c.. Conseguentemente, non trattandosi di un servizio di trasporto pubblico, non si profilava alcuna violazione di norme pubblicistiche. 

Con Ordinanza datata 25 maggio 2015, depositata in data 26 maggio 2015, il Giudice Designato del Tribunale di Milano Dott. Claudio Marangoni in parziale accoglimento del ricorso cautelare, accertata la concorrenza sleale posta in essere ai sensi dell’art. 2598 n. 3 c.c. dalle parti resistenti, inibiva in via cautelare ed urgente alle medesime l’utilizzazione sul territorio nazionale dell’app denominata UberPop e, comunque, la prestazione di un servizio – comunque denominato e con qualsiasi mezzo promosso e diffuso – che organizzasse, diffondesse e promuovesse da parte di soggetti privi di autorizzazione amministrativa e/o di licenza un trasporto terzi dietro corrispettivo su richiesta del trasportato, in modo non continuativo o periodico, su itinerari e secondo orari stabiliti di volta in volta;

Le società UBER proponevano reclamo avverso la predetta Ordinanza, ai sensi dell’art. 669 terdecies c.p.c., 

Con Ordinanza collegiale datata 02 luglio 2015, il Collegio della Sezione Specializzata Impresa “A” del Tribunale di Milano rigettava il reclamo proposto dalle società UBER

Con atto di citazione datato 06 agosto 2015, le società UBER hanno convenuto in giudizio presso il Tribunale di Torino le società cooperative di TAXI chiedendo di accertare e dichiarare che le società UBER non sono responsabili del compimento di alcun atto di concorrenza sleale o illecito ad altro titolo a danno dei convenuti in relazione al predetto servizio; per l’effetto, di revocare l’ordine cautelare inibitorio disposto con l’Ordinanza del Tribunale di Milano in data 25 maggio 2015, confermata con Ordinanza Collegiale del 2 luglio 2015, nei confronti di parte attrice in riferimento al servizio UberPop.

Il Tribunale di Torino con sentenza 1 marzo 2017 rigetta tutte le domande e le istanze proposte dalle parti attrici e, in accoglimento della domanda riconvenzionale proposta dalle parti convenute costituite in via principale (cooperative di taxi), dichiara la concorrenza sleale svolta dalle parti attrici con i drivers da esse reclutati attraverso il servizio già denominato UberPop (o altro equivalente, comunque denominato) e, per l’effetto, inibisce alle parti attrici l’utilizzazione sul territorio nazionale dell’app denominata UberPop e, comunque, la prestazione di un servizio – comunque denominato e con qualsiasi mezzo promosso e diffuso – che organizzi, diffonda e promuova da parte di soggetti privi di autorizzazione amministrativa e/o di licenza un trasporto terzi dietro corrispettivo su richiesta del trasportato, in modo non continuativo o periodico, su itinerari e secondo orari stabiliti di volta in volta.

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La Corte di giustizia sull’esecuzione di un contratto nullo perchè in contrasto con il divieto di aiuti di Stato e la “disapplicazione” di una sentenza passata in giudicato che conferma la validità del contratto

La Corte di Giustizia UE con sentenza 11 novembre 2015 ha ritenuto che il diritto dell’Unione osta a che l’applicazione di una norma interna volta a sancire il principio dell’autorità di cosa giudicata impedisca al giudice nazionale, il quale abbia rilevato che i contratti oggetto della controversia sottopostagli costituiscono un aiuto di Stato, di trarre tutte le conseguenze di questa violazione a causa di una sentenza definitiva, con cui, senza esaminare se tali contratti istituiscano un aiuto di Stato, è stata dichiarata la loro “validità”.

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La funzionalizzazione del principio dell’onere della prova nella prospettiva dell’illecito antitrust

Anno II, Numero III, luglio/settembre 2015

di ROSA RIZZO, dottore di ricerca

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Cass. 4 giugno 2015 n. 11564, Rel. Lamorgese (in Dir.civ.cont., 24 giugno 2015) afferma, in maniera inequivoca e con completezza di motivazione, che ai fini di una tutela effettiva del diritto al risarcimento del danno da condotta anticoncorrenziale, in considerazione dell’asimmetria informativa esistente tra le parti nell’accesso alla prova, il giudice non deve limitarsi ad un’applicazione meccanica e rigorosa del principio dell’onere della prova, ma è tenuto ad interpretare estensivamente le regole poste dal codice di procedura civile, soprattutto per quanto concerne gli artt. 210-213-218, consentendo in tal modo un esercizio efficace dei poteri di indagine nel rispetto del principio del contraddittorio.

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La Cassazione su risarcimento del danno da condotta anticoncorrenziale e onere della prova

Secondo Cass. 4 giugno 2015 n. 11564, Rel. Lamorgese, la tutela effettiva del diritto al risarcimento del danno da condotta anticoncorrenziale postula, in considerazione dell’asimmetria informativa esistente tra le parti in tali ambiti nell’accesso alla prova, relativa a fatti complessi di natura economica, che il giudice non può applicare meccanicamente il principio dell’onere della prova ma deve interpretare estensivamente le condizioni stabilite dal codice di procedura civile (nella specie, in tema di esibizione di documenti, richiesta di informazioni e di consulenza tecnica di ufficio), per l’esercizio dei poteri, anche officiosi, d’indagine, fermo il rispetto del principio del contraddittorio.

Inibito l’uso sul territorio nazionale della “app” UBER POP: il Tribunale di Milano accoglie il ricorso cautelare dei taxisti

Con ordinanza 25 maggio 2015 il Trib. Milano, Giud. Marangoni, accogliendo il ricorso ex art. 700 c.p.c., ritiene che la mancata soggezione degli autisti UBER POP ai costi del servizio Taxi consente l’applicazione di tariffe minori a quelle del servizio pubblico e non praticabili dal tassista.

Conseguentemente, ritenendo la sussistenza di un comportamento lesivo dei principi della correttezza professionale e idoneo ad uno sviamento della clientela  indebito (art. 2598 n. 3 c.c.), il Tribunale inibisce l’uso sul territorio nazionale dell’app UBER POP, e comunque la prestazione di un servizio che organizzi diffonda e promuova da parte di soggetti privi di autorizzazione amministrativa e di licenza un trasporto terzi dietro corrispettivo.

Illecito antitrust e nesso di causalità: l’allocazione del danno da maggiorazione del prezzo applicato da un’impresa estranea all’intesa vietata. “Umbrella Effects” nel caso “Kone”

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di CLARA MATRANGA, dottorando di ricerca

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Corte di giustizia UE, causa C-557/12, 5 giugno 2014, Kone AG e altri contro ÖBB Infrastruktur AG stende generosamente il perimetro già elastico della risarcibilità dei danni da illecito antitrust, espungendo la connessione diretta tra le imprese partecipanti all’intesa vietata e il danneggiato dalle condizioni necessarie ai fini dell’ottenimento del ristoro. La pronuncia, allocando il peso del danno causato dal comportamento di un’impresa terza rispetto all’intesa sulle partecipanti alla stessa, descrive un atteggiamento di policy espansiva della tutela del mercato che, però, collide con le normative interne degli Stati Membri, contribuendo ad ampliare la discrasia tra queste e l’interpretazione sistematica del diritto dell’Unione.

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La Corte di appello di Messina sull’annullabilità ex art. 1394 c.c. del contratto concluso dalla banca in conflitto di interessi

La Corte di Appello di Messina con sentenza 14 marzo 2014, Pres. Zumbo, Rel. Patania, si pronuncia su una controversia, relativa ad un piano finanziario denominato “4you”, in primo grado decisa da Tribunale Patti 22 settembre 2007, che aveva rigettato la domanda di nullità del contratto, nonché quella risarcitoria, dichiarandone al contempo l’annullamento per conflitto d’interessi, e condannando la banca alla restituzione delle somme versate dall’attore.

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Per la Cassazione il contratto stipulato in stand allestiti all’interno di fiere non può ritenersi concluso fuori dai locali commerciali

Cass. 28 ottobre 2014 22863, Rel. Lanzillo ha stabilito che In materia di contratti negoziati fuori dai locali commerciali, l’art. 1, comma 1, lett. c), del d.lgs. 15 gennaio 1992, n. 50 va interpretato in coerenza con le finalità della direttiva comunitaria di cui è attuazione (ossia di evitare negoziazioni che possano cogliere di sorpresa il consumatore), sicché non rientrano fra i contratti e le note d’ordine sottoscritti in “area pubblica o aperta al pubblico” quelli sottoscritti in “stand” allestiti all’interno di fiere o saloni di esposizione.

Da Düsseldorf a Lussemburgo e ritorno: “Towards Horizontal Effect For the Free Movement of Goods?”

Anno I, numero III, ottobre /dicembre 2014

di ARMANDO PLAIA, Ordinario nell’Università di Palermo

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A seguito di rinvio pregiudiziale deciso da CGUE 12 luglio 2012 C-171/11, Fra.bo/DVGW, che ammette, per la prima volta, l’efficacia orizzontale, e cioè nei rapporti privatistici, del principio della libera circolazione delle merci, già affermata dalla giurisprudenza europea per le altre libertà fondamentali di circolazione (CGUE 12 luglio 2012 C-171/11, Fra.bo/DVGW, in European Review of Contract Law, 2013, 186, con commento di Harm SHEPEL; nonché, H. van HARTEN, T. NAUTA, Towards Horizontal Direct Effect For the Free Movement of Goods. Comment on Fra.Bo., in European Law Review, 2013, 677; SHUIBHNE, The Coherence of EU Free Movement Law. Consitutional Responsibility and the Court of Justice, Oxford, 2013), con sentenza 14 agosto 2013 i giudici di seconda istanza di Düsseldorf hanno applicato il  citato principio di diritto nel giudizio a quo.

In sostanza, la libertà di circolazione delle merci avrebbe come destinatari non solo gli stati membri, ma anche i soggetti privati, le cui condotte sarebbero dunque sindacabili dal giudice alla stregua delle misure degli Stati membri.

Sin qui si era soltanto ammesso l’effetto verticale, e cioè la possibilità di sindacare la misura statale lesiva della libertà di circolazione, e comunque, quanto alle condotte private (ad es. distruzione di prodotti agricoli importati da altro stato membro, blocco delle strade da parte degli autotrasportatori) si era ritenuto che solo lo Stato potesse essere chiamato a rispondere per non aver impedito la condotta del soggetto privato.

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