Archivio della categoria: DIRITTO PRIVATO EUROPEO

La Cassazione sulla responsabilità dello Stato per «illecito costituzionale» del legislatore

In caso di declaratoria di illegittimità costituzionale di legge – afferma Cass. 22 novembre 2016 n. 23730 – non è ipotizzabile alcun danno risarcibile, a somiglianza di quanto previsto per la responsabilità dello Stato italiano in caso violazione del diritto dell’Unione europea, non essendo, nella specie, ravvisabile quella distinzione tra ordinamenti – con prevalenza di quello europeo sul nazionale – che costituisce il fondamento di tale ipotesi di responsabilità.

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Responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario tra «omessa disapplicazione» e questione di legittimità costituzionale

Cass. 30 settembre 2016 n. 19384 interviene sul tema ormai classico della responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario con riferimento alla normativa italiana sulla circolazione del libero professionista esercente la professione di avvocato.

In primo ed in secondo grado veniva riconosciuta la responsabilità dello stato italiano per aver impedito ad un avvocato tedesco l’esercizio della professione in Italia per un quinquennio, in violazione del diritto comunitario (CGUE 7 marzo 2002 causa C-145/99 e Cass. sez. un. 17 aprile 2009 n. 9147, Cass. 17 maggio 2011 n. 10813): il danno veniva quantificato in € 75.000,00 in base al fatturato medio del professionista nel periodo successivo al quinquennio.

Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento (anche) del “danno non patrimoniale” per lesione della sua reputazione in ragione del procedimento disciplinare e penale subito a causa della vigenza di una normativa interna contrastante con il principio di libera circolazione dei professionisti. In sostanza, si sarebbe trattato di un danno non patrimoniale da omessa disapplicazione della normativa interna (lesiva del diritto di stabilimento) da parte del consiglio dell’ordine e dell’autorità giudiziaria.

La sentenza che qui si segnala ritiene invece corretta la decisione della Corte di appello di Roma che, sul punto, considera non sussistere nesso di causalità tra la condotta degli organi statali “inadempienti” e il danno non patrimoniale: infatti, asserisce la Suprema Corte, se discutiamo, come vorrebbe il ricorrente, di norme comunitarie direttamente applicabili (e dunque di “danno da mancata disapplicazione”), il ricorrente avrebbe dovuto agire invocando la disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati; se invece, come sembra ritenere la suprema corte, a venire in considerazione è una normativa comunitaria non direttamente applicabile, allora si sarebbe dovuto sollevare la questione di legittimità costituzionale, da parte del ricorrente, delle norme incompatibili (cfr. AA.VV., Le «libertà fondamentali» dell’Unione europea e il diritto privato, a cura di E. Mezzanotte, 2016).

 

Clausole abusive: un procedimento di ingiunzione che non preveda un sindacato del giudice sull’abusività di una clausola, anche se ha efficacia di cosa giudicata, si pone in contrasto con il principio di effettività

La Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, sentenza 18 febbraio, causa C-49/14  Finanmadrid si è pronunciata in merito alla domanda di rinvio pregiudiziale proposta dal Tribunale di primo grado di Cartagena, Spagna, stabilendo che:

la direttiva 93/13/CEE sulle clausole abusive dev’essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella spagnola, che non consente al giudice investito dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento, avente ormai efficacia di cosa giudicata, di valutare d’ufficio il carattere abusivo di una clausola inserita in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore, ove l’autorità (non giurisdizionale) investita della domanda d’ingiunzione di pagamento non abbia competenza per procedere a una simile valutazione.

La questione proposta e la vicenda sottesa è assai simile a quella già decisa nella nota sentenza Banco Español de Crédito ancorchè, così come prevede la recente novella al codice di procedura civile spagnolo, ora il provvedimento venga emesso non da un giudice ma dal «Secretario judicial» (cancelliere), il quale è tenuto ad adire il giudice unicamente qualora dai documenti allegati alla domanda si evinca che l’importo richiesto non è corretto.

In Banco Español de Crédito il Tribunale di prima istanza aveva ritenuto di poter rilevare d’ufficio la nullità della clausola abusiva ancorchè non vi fosse stata opposizione e dunque non vi fosse un giudizio di cognizione. Il giudice di appello aveva rimesso in via pregiudiziale proprio tale questione alla Corte di Giustizia.

Nel nuovo procedimento d’ingiunzione di pagamento spagnolo, sotteso alla sentenza Finanmadrid, l’autorità è in sostanza il cancelliere, poichè si prevede che, salvo che non ricorrano determinate circostanze, non c’è intervento del giudice e il procedimento è chiuso senza possibilità che venga eseguito un controllo dell’esistenza di clausole abusive in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore. Sicché, il giudice interviene solo in fase di esecuzione dell’ingiunzione di pagamento, quando ormai non potrebbe più valutare d’ufficio l’esistenza di tali clausole poichè il provvedimento ha ormai efficacia di cosa giuicata: il consumatore, di fronte a un titolo esecutivo, potrebbe trovarsi nella situazione di non poter beneficiare, in nessuna fase del procedimento, della garanzia che venga compiuta la valutazione sulla sussistenza dell’abusività della clausola. Solo per completezza può ricordarsi che anche la nostra giurisprudenza di legitimità riconosce che il decreto ingiuntivo non opposto acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata sostanziale in relazione al diritto in esso consacrato.

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L’autoveicolo non conforme al contratto va sostituito: il Tribunale di Palermo e l’art. 130 del Codice del Consumo

Il Tribunale di Palermo con sentenza 17 novembre 2015 ha condannato una concessionaria automobilistica alla sostituzione di un autoveicolo acquistato da un consumatore nel 2012, in ragione della circostanza che il bene presentava vizi tali da renderlo non conforme al contratto di vendita.

La decisione che si segnala costituisce una rarissima applicazione dell’art. 130 del Codice del Consumo, il quale prevede che:

  1. Il venditore e’ responsabile nei confronti del consumatore per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene.
  2. In caso di difetto di conformità, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione (…) ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto (…).
  3. Il consumatore può chiedere, a sua scelta, al venditore di riparare il bene o di sostituirlo, senza spese in entrambi i casi, salvo che il rimedio richiesto sia oggettivamente impossibile o eccessivamente oneroso rispetto all’altro.

Nel caso di specie, il giudice non solo ha ritenuto l’operatività della garanzia di conformità (art. 129 Cod. cons.), ma altresì che vi fossero i presupposti per accogliere la richiesta di sostituzione ex art. 130 Codice del consumo, malgrado i vizi del bene fossero stati nel corso del biennio eliminati con diversi interventi di riparazione gratuita. Il venditore è stato inoltre condannato al risarcimento del danno subito dal consumatore per i disagi subiti.

 

La Corte di giustizia sull’esecuzione di un contratto nullo perchè in contrasto con il divieto di aiuti di Stato e la “disapplicazione” di una sentenza passata in giudicato che conferma la validità del contratto

La Corte di Giustizia UE con sentenza 11 novembre 2015 ha ritenuto che il diritto dell’Unione osta a che l’applicazione di una norma interna volta a sancire il principio dell’autorità di cosa giudicata impedisca al giudice nazionale, il quale abbia rilevato che i contratti oggetto della controversia sottopostagli costituiscono un aiuto di Stato, di trarre tutte le conseguenze di questa violazione a causa di una sentenza definitiva, con cui, senza esaminare se tali contratti istituiscano un aiuto di Stato, è stata dichiarata la loro “validità”.

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Rimessa alle Sezioni unite la questione della responsabilità dello stato per violazione del diritto comunitario: attendendo l’ultima parola sugli specializzandi

Con sentenza 27 settembre 2012, la Corte di appello di Palermo riconosceva il diritto alla remunerazione di alcuni medici iscrittisi alla scuola di specializzazione in epoca anteriore all’A.A. 1983/1984, in ragione della mancata attuazione della Direttiva 82/76/CEE. Ciò, sul presupposto che la prescrizione decennale del diritto alla remunerazione – fondato sull’inadempimento da parte dello Stato dell’obbligazione ex lege nascente dal diritto comunitario, di natura indennitaria per attività non antigiuridica – non fosse ancora decorso.

Secondo alcune pronunce di legittimità, anche molto recenti, il risarcimento sarebbe in realtà spettato soltanto agli specializzandi che avevano iniziato il corso prima dell’entrata in vigore della Direttiva (A.A. 1983/1984). Al momento dell’iscrizione, infatti, non poteva dirsi sussistente alcun inadempimento dello Stato.

E’ pur vero che la Direttiva viene attuata in modo incompleto con d.lgs. 257/91, che riconosce il diritto alla remunerazione agli specializzandi solo a far data dall’A.A. 1991/1992 e che la Corte di giustizia UE ha ritenuto che la legge interna di recepimento potesse applicarsi retroattivamente anche agli specializzandi iscritti tra il 1983 e il 1991. E così, tra le altre, Cass. 10612/2015, cui si è uniformata la Corte di appello di Palermo, ha ritenuto che  il risarcimento sarebbe in realtà spettato anche agli specializzandi che non avevano ancora iniziato il corso prima dell’entrata in vigore della Direttiva (A.A. 1983/1984).

In ragione di tale contrasto e dell’importanza della questione, con ordinanza 21654 del 23 ottobre 2015, Rel. Doronzo, la Sezione Lavoro della Suprema Corte ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione relativa al riconoscimento, anche in favore dei medici iscritti a corsi di specializzazione anteriormente al 31 dicembre 1982, del diritto al risarcimento del danno da inadempimento della direttiva comunitaria 26 gennaio 1982, n. 82/76/CEE.

Conformità con il diritto europeo e con il divieto di discriminazione fondato sull’orientamento sessuale (art. 21 CDFUE) della previsione normativa di una “controindicazione permanente” alla donazione di sangue nel caso di un uomo che abbia avuto rapporti sessuali con un altro uomo

Corte di Giustizia UE 29 aprile 2015 C‑528:13, Léger stabilisce che il punto 2.1 dell’allegato III della direttiva 2004/33/CE della Commissione, del 22 marzo 2004, che applica la direttiva 2002/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a taluni requisiti tecnici del sangue e degli emocomponenti, deve essere interpretato nel senso che il criterio di esclusione permanente dalla donazione di sangue di cui a tale disposizione e relativo al comportamento sessuale ricomprende l’ipotesi in cui uno Stato membro, considerata la situazione in esso esistente, preveda una controindicazione permanente alla donazione di sangue per gli uomini che hanno avuto rapporti sessuali con una persona dello stesso sesso, laddove sia dimostrato, sulla base delle conoscenze e dei dati medici, scientifici ed epidemiologici attuali, che un simile comportamento sessuale espone dette persone ad un alto rischio di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili col sangue e che, nel rispetto del principio di proporzionalità, non esistono tecniche efficaci di individuazione di queste malattie infettive o, in difetto di tali tecniche, metodi meno restrittivi rispetto ad una siffatta controindicazione per garantire un livello elevato di protezione della salute dei riceventi. Spetta al giudice nazionale verificare se, nello Stato membro di cui trattasi, tali condizioni siano rispettate.

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Illecito antitrust e nesso di causalità: l’allocazione del danno da maggiorazione del prezzo applicato da un’impresa estranea all’intesa vietata. “Umbrella Effects” nel caso “Kone”

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di CLARA MATRANGA, dottorando di ricerca

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Corte di giustizia UE, causa C-557/12, 5 giugno 2014, Kone AG e altri contro ÖBB Infrastruktur AG stende generosamente il perimetro già elastico della risarcibilità dei danni da illecito antitrust, espungendo la connessione diretta tra le imprese partecipanti all’intesa vietata e il danneggiato dalle condizioni necessarie ai fini dell’ottenimento del ristoro. La pronuncia, allocando il peso del danno causato dal comportamento di un’impresa terza rispetto all’intesa sulle partecipanti alla stessa, descrive un atteggiamento di policy espansiva della tutela del mercato che, però, collide con le normative interne degli Stati Membri, contribuendo ad ampliare la discrasia tra queste e l’interpretazione sistematica del diritto dell’Unione.

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Danno non patrimoniale da ritorsione avverso un’iniziativa antidiscriminatoria. Considerazioni critiche a margine di alcuni provvedimenti giurisprudenziali nel caso dei cartelli di divieto di Burqa e attività di “vu cumprà” apposti dal Comune di Varallo

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di LUCA SITZIA, Ricercatore nell’Università di Cagliari

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Trib. Vercelli 4 dicembre 2014, Giud. Fiengo, condanna l’attività ritorsiva seguita ad un’azione giudiziale esercitata dinanzi il Tribunale di Torino, che con ordinanza pronunziata il 14 aprile 2014 (passata in giudicato) riteneva discriminanti (art. 43 d.lgs. 286/1998 e art. 2 d.lgs. 215/2003) alcuni cartelli posti nel comune di Varallo.

Nell’agosto del 2009 il Comune di Varallo emanò le ordinanze n. 99 e 100, aventi ad oggetto, rispettivamente, il divieto, con previsione di una sanzione amministrativa per l’eventualità della violazione, di indossare il burqini su tutto il territorio comunale «nelle strutture finalizzate alla balneazione» (ord. n. 99/09), e «di abbigliamento che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, quale, a titolo esemplificativo, caschi motociclistici al di fuori di quanto previsto dal Codice della Strada e qualunque altro copricapo che nasconda integralmente il volto» (ord. n. 100/09).

Ad ogni entrata del paese furono installati cartelli di grandi dimensioni sui quali era riportata la scritta: «su tutte le aree pubbliche è vietato l’uso di burqa, burqini e niqab, vietata l’attività a “vu’ cumprà” e “mendicanti”», inserita all’interno di un simbolo indicante il divieto di sosta e affiancata da due immagini femminili abbigliate col burqa e il niqab e da un’immagine maschile, con sovraimpresse due linee incrociate e l’epigrafe “NO niqab e burqa” e “NO vu’ cumprà”, oltre che da un’immagine femminile col velo islamico accompagnata dall’epigrafe “SÌ velo”.

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La proprietà è un diritto inviolabile? Ammessa la risarcibilità del danno non patrimoniale da lesione della proprietà

Con Tribunale Vercelli,12 febbraio 2015, Giud. Fiengo, torna alla ribalta delle cronache giuridiche la delicata questione della risarcibilità del danno non patrimoniale da lesione della proprietà.

A seguito di procedimento per ATP volto ad accertare la causa di infiltrazioni di acqua nei propri immobili, gli attori coltivavano giudizio meritale ex art. 2051 c.c. ai fini della condanna delle parti convenute, da un lato, all’esecuzione delle opere di risanamento necessarie per l’eliminazione delle infiltrazioni e, dall’altro, al risarcimento dei danni subiti, patrimoniali e non patrimoniali.

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