Archivi categoria: DIRITTI DELLA PERSONALITA’

Il difficile bilanciamento tra diritto di cronaca e diritto all’oblio al vaglio delle Sezioni unite.


di Tommaso Febbrajo, Professore associato nell’Universita di Macerata

Con l’ordinanza in commento (Cass., sez. III, 5 novembre 2018, n. 28084), vengono rimessi gli atti al Primo Presidente della Corte per l’eventuale assegnazione alle Sezioni unite della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, concernente il bilanciamento del diritto di cronaca – posto al servizio dell’interesse pubblico all’informazione – ed il c.d. diritto all’oblio – posto a tutela della riservatezza della persona – alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale dell’ordinamento interno e di quello sovranazionale.

Questi, in sintesi, i fatti da cui prende avvio la vicenda. Nel 2009, un quotidiano sardo rievoca, all’interno di rubrica domenicale dedicata agli omicidi più efferati avvenuti nella città di Cagliari, un drammatico uxoricidio avvenuto nel 1982.
L’autore dell’omicidio conviene in giudizio la testata giornalistica, lamentando che la pubblicazione dell’articolo, dopo lunghissimo lasso di tempo dall’episodio, non soltanto avesse determinato un profondo senso di angoscia e prostrazione, che si era riflesso sul suo stato di salute già piuttosto precario, ma avesse anche causato un notevole danno per la sua immagine e per la sua reputazione, in quanto era stato esposto ad una nuova “gogna mediatica” quando ormai, con lo svolgimento della sua apprezzata attività di artigiano, era riuscito a ricostruirsi una nuova vita e a reinserirsi nel contesto della società, dopo aver scontato la pena detentiva. Ciò premesso, l’attore chiede il risarcimento di tutti i danni subiti, sia di natura patrimoniale che di natura non patrimoniale, tra cui l’aver dovuto cessare la propria attività di ciabattino.
La domanda viene rigettata sia in primo che in secondo grado. In particolar modo, la Corte di appello, dopo aver ricostruito il contesto fattuale nel quale la pubblicazione dell’articolo rievocativo dell’omicidio si era collocata, ritiene che non si fosse realizzata «nessuna gratuita e strumentale rievocazione del delitto, nessuna ricerca di volontaria spettacolarizzazione, come anche nessuna violazione […] al principio della continenza delle espressioni come nessuna offesa triviale o irridente del sentimento umano».
La Corte d’appello ritiene che nella specie non possa trovare accoglimento il richiamo al diritto all’oblio. E ciò alla luce di plurime argomentazioni:

  • lo spirito della pubblicazione dell’articolo non era quello di riportare alla memoria una tragica vicenda per il solo fine di “riempire” strumentalmente una pagina nella edizione della domenica del quotidiano, bensì era quello di «offrire, all’interno di una rubrica ben definita e strutturata nel tempo, una sponda di riflessione per i lettori su temi delicati quali l’emarginazione, la gelosia, la depressione, la prostituzione, con tutti i risvolti e le implicazioni che queste realtà possono determinare nella vita quotidiana»;
  • alla base della pubblicazione vi era «una puntuale contestualizzazione» idonea ad escludere una immotivata volontà editoriale di generare una rinnovata condanna mediatica e sociale in danno dell’autore del reato, lesiva in ipotesi della sua privacy e del diritto all’oblio e al silenzio; e, dunque, un progetto editoriale «la cui valenza non è nè può essere oggetto di valutazione da parte di questa Corte», in quanto indiscutibilmente rientrante nel costituzionale diritto di cronaca, di libertà di stampa e di espressione;
  • in via generale, la cronaca (e nella specie fatti di cronaca nera risalenti nel tempo), se inserita in un preciso disegno editoriale, «non può mai dirsi superata», se correttamente intesa e gestita, in quanto «il tempo non cancella ogni cosa e la memoria, anche se dura e crudele, può svolgere un ruolo nel sociale, in una assoluta attualità che ne giustifica il ricordo» (così Cass. 16111/2013); e nella specie il giornalista aveva disegnato il colpevole con una penna obiettiva, puntuale, senza alcun accostamento suggestionante e/o fuorviante, in una continenza espositiva corretta, mai dileggiante, dove l’omicida veniva rappresentato quasi come “vittima” di una situazione, di un contesto, cui la Corte di Assise aveva appunto riservato una attenta considerazione.

L’attore ricorre in Cassazione, lamentando, tra l’altro, la violazione dei suoi diritti di ex detenuto a reinserirsi nella società. In questo senso, denuncia violazione degli artt. 3 e 27 Cost., nella parte in cui la Corte di appello ha confermato quanto statuito dal giudice di primo grado (e cioè che la pubblicazione di una notizia, risalente nel tempo, anche relativa a vicende di cronaca, persino locale, potrebbe fondarsi sulla necessità di una informazione volta a concorrere utilmente alla evoluzione sociale), senza considerare che lui si era riabilitato e reinserito nel tessuto sociale, anche trovando un modesto impiego come ciabattino; nonché nella parte in cui non ha tenuto conto che ripubblicare nel 2009 un articolo risalente al 1982 costituisce di per sé un trattamento disumano per qualsiasi persona (per quanto colpevole di un grave delitto).
Nella sentenza in commento, la Corte premette alla decisione del caso in esame una estesa ricognizione del quadro normativo e giurisprudenziale dell’ordinamento interno e di quello sovranazionale, in materia di bilanciamento del diritto di cronaca e del diritto all’oblio, che vale la pena ripercorrere.
Il diritto di cronaca, secondo l’unanime insegnamento della giurisprudenza di legittimità, è un diritto pubblico soggettivo, da comprendersi in quello più ampio concernente la libera manifestazione di pensiero e di stampa, sancito dall’art. 21 Cost., e consiste nel potere-dovere, conferito al giornalista, di portare a conoscenza dell’opinione pubblica fatti, notizie e vicende interessanti la vita sociale. A questo riguardo, la Corte costituzionale (cfr. sent. 30 maggio 1977, n. 94) ha da tempo chiarito che «i grandi mezzi di diffusione del pensiero (nella più lata accezione, comprensiva delle notizie) sono a buon diritto suscettibili di essere considerati nel nostro ordinamento, come in genere nelle democrazie contemporanee, quali servizi oggettivamente pubblici o comunque di interesse pubblico».
Il diritto di cronaca, tuttavia, non può essere considerato senza limiti. Tali limiti sono stati riassunti in due sentenze che costituiscono ancora oggi imprescindibile punto di riferimento nella materia in esame: la sentenza n. 8959 del 30 giugno 1984 delle Sezioni Unite Penali e la sentenza n. 5259 del 18 ottobre 1984 della Prima Sezione Civile della Cassazione.
In particolare, in quest’ultima è stato affermato che il diritto di cronaca «è legittimo quando concorrono le seguenti tre condizioni: a) utilità sociale dell’informazione; b) verità (oggettiva o anche soltanto putativa, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) dei fatti esposti, che non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato; c) forma “civile” dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione, cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena obiettività almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio e, comunque, in ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole delle persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente verso i più umani sentimenti. La forma della critica non è civile quando non è improntata a leale chiarezza, quando cioè il giornalista ricorre al sottinteso sapiente, agli accostamenti suggestionanti, al tono sproporzionatamente scandalizzato e sdegnato o comunque all’artificiosa e sistematica drammatizzazione con cui si riferiscono notizie neutre, alle vere e proprie insinuazioni. In tali ipotesi l’esercizio del diritto di stampa può costituire illecito civile anche ove non costituisca reato» (Cass., 18 ottobre 1984, n. 5259).
Peraltro, giurisprudenza successiva (cfr., tra le tante, Cass., 29 agosto 1990, n. 8963; Cass., 15 dicembre 2004, n. 23366; Cass., 4 febbraio 2005, n. 2271) ha avuto modo di precisare che i requisiti della verità dei fatti narrati, della forma civile della loro esposizione e della loro valutazione, nonchè la sussistenza di un pubblico interesse alla conoscenza della notizia sono requisiti, tra loro strettamente connessi, in composizione variabile a seconda che si eserciti un diritto di cronaca o un diritto di critica giornalistica. Invero, nella cronaca, assume carattere determinante la verità dei fatti narrati, mentre, nella critica, è centrale la rilevanza sociale dell’argomento trattato e la correttezza delle espressioni utilizzate. Ciò in quanto il diritto di critica si distingue dal diritto di cronaca per il fatto di consistere nell’espressione di un’opinione che, come tale, non può pretendersi rigorosamente obiettiva e asettica, ma che ha, per sua natura, carattere congetturale e soggettivo. E la giurisprudenza di legittimità penale ha di recente chiarito anche la differenza tra cronaca e storia (Cass., 08 gennaio 2015, n. 13941): la prima presuppone la immediatezza della notizia e la tempestività dell’informazione e, se si riconosce l’interesse pubblico ad una notizia tempestiva, non può non ammettersi che l’esigenza di velocità possa comportare un qualche sacrificio dell’accuratezza della verifica sulla verità della notizia e sulla bontà della fonte dalla quale si è appresa. La storia, invece, ha ad oggetto fatti o comportamenti distanti nel tempo e, quanto più sono lontani nel tempo i fatti narrati, tanto meno si giustifica il menzionato sacrificio dell’accuratezza della verifica (per quanto nessuna storia raccontata può essere del tutto imparziale, essendo operazione soggettiva anche la semplice operazione di connessione dei dati) (v. pure Cass. 07 aprile 2016, n. 6784).
Dunque, l’esercizio del diritto all’oblio è collegato, in coppia dialettica, al diritto di cronaca. L’interesse del singolo all’anonimato assurge a “diritto” esclusivamente allorquando: non vi sia più un’apprezzabile utilità sociale ad informare il pubblico; ovvero la notizia sia diventata “falsa” in quanto non aggiornata o, infine, quando l’esposizione dei fatti non sia stata commisurata all’esigenza informativa ed abbia recato un vulnus alla dignità dell’interessato.
In coerenza con le suddette premesse concettuali, la Cassazione ha esplicitamente riconosciuto il diritto all’oblio, qualificandolo come «giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata» (Cass., 09 aprile 1998, n. 3679). In detta pronuncia è stato precisato che, per il legittimo esercizio del diritto di cronaca, non è sufficiente la sussistenza del requisito dell’interesse pubblico circa il fatto narrato, ma è necessaria anche l’attualità della notizia. E sempre in questo senso, più di recente:
-in riferimento alla trasposizione on line degli archivi storici delle maggiori testate giornalistiche ed alla digitalizzazione di banche dati istituite per finalità di ricerca, Cass., 05 aprile 2012, n. 5525 ha riconosciuto in capo al soggetto, titolare dei dati personali, il diritto alla contestualizzazione e all’aggiornamento della notizia, in relazione alla finalità di trattamento dei dati, in quanto «la notizia, originariamente completa e vera, diviene non aggiornata, risultando quindi parziale e non esatta, e pertanto sostanzialmente non vera» e, dunque, astrattamente idonea a ledere l’identità personale del soggetto interessato; alla luce del principio di verità e di correttezza, è stato così ampliato il concetto di oblio: quest’ultimo può essere considerato non soltanto in senso negativo e passivo, come diritto (per così dire statico) alla cancellazione dei propri dati, ma anche in senso positivo ed attivo, come diritto (per così dire dinamico) volto alla contestualizzazione, all’aggiornamento ovvero all’integrazione dei dati contenuti nell’articolo, per mezzo di un collegamento “ad altre informazioni successivamente pubblicate concernenti l’evoluzione della vicenda”;

Le linee direttrici del delicato bilanciamento tra il diritto di cronaca ed il diritto all’oblio sono state di recente ripercorse in un ulteriore importante arresto (Cass., 20 marzo 2018, n. 6919), il quale – dopo aver richiamato i principali precedenti in materia della giurisprudenza di legittimità, della Corte di Giustizia UE (in particolare, nella sentenza 13 maggio 2014, C-131/12, Google Spain; nonché nella sentenza 9 marzo 2017, C-398, Manni) e della Corte EDU (in particolare, nella sentenza 19 ottobre 2017, Fuschsmann c/o Germania); nonché il «reticolo di norme nazionali (art. 2 Cost., art. 10 c.c., L. n. 633 del 1941, art. 97) ed Europee (art. 8, e art. 10, comma 2 CEDU, 7 e 8 della Carta di Nizza)» che innerva questo rapporto, dal richiamato quadro normativo e giurisprudenziale ha desunto che: «il diritto fondamentale all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza di specifici e determinati presupposti:
1) il contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico;
2) l’interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia (per ragioni di giustizia, di polizia o di tutela dei diritti e delle libertà altrui, ovvero per scopi scientifici, didattici o culturali);
3) l’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese;
4) le modalità impiegate per ottenere e nel dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa con modalità non eccedenti lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali, sì da evidenziare un esclusivo interesse oggettivo alla nuova diffusione;
5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire all’interessato il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico».
Ricostruito in questo modo il quadro regolamentare e giurisprudenziale, la Corte procede, quindi, alla individuazione delle criticità che suggeriscono l’intervento chiarificatore delle Sezioni unite, «a garanzia del generale principio della certezza del diritto», trattandosi di una «questione di massima di particolare importanza». La Corte, infatti, ritiene che il bilanciamento tra il diritto di cronaca ed il diritto all’oblio incida «sul modo di intendere la democrazia nella nostra attuale società civile, che, da un lato fa del pluralismo delle informazioni e della loro conoscenza critica un suo pilastro fondamentale; e, dall’altro, non può prescindere dalla tutela della personalità della singola persona umana nelle sue diverse espressioni».

In primo luogo, a destare perplessità sono gli esiti raggiunti dalla giurisprudenza interna, la quale affida il difficile bilanciamento tra diritto all’oblio e diritto di cronaca ad una serie di presupposti. Nonostante gli sforzi di razionalizzazione della giurisprudenza (da ultimo, la già citata Cass. n. 6919/2018), ad avviso della Corte non è ancora dato evincere con certezza, se i presupposti indicativi «siano richiesti in via concorrente ovvero, come sembra a questo Collegio, in via alternativa. Invero, ove mai si ritenesse che tutti gli indicati presupposti debbano essere compresenti, in considerazione dell’improbabilità della circostanza, il diritto all’oblio sarebbe destinato a prevalere sul diritto di cronaca soltanto in casi davvero residuali».
Ulteriori profili di criticità vengono rinvenuti nella necessità di coordinare il quadro disciplinare interno con il Regolamento UE n. 2016/679, sulla protezione di dati «relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali» (c.d. Gdpr), il quale, in particolare, all’art. 17 regola espressamente il diritto all’oblio.
In conclusione, la Corte ritiene che il delicato assetto dei rapporti tra diritto all’oblio e diritto di cronaca o di manifestazione del pensiero assuma così – alla luce del vigente quadro normativo e giurisprudenziale, nazionale ed Europeo, il primo dei quali come di recente innovato – «i contorni della questione di massima di particolare importanza, parendo ormai indifferibile l’individuazione di univoci criteri di riferimento che consentano agli operatori del diritto (ed ai consociati) di conoscere preventivamente i presupposti in presenza dei quali un soggetto ha diritto di chiedere che una notizia, a sé relativa, pur legittimamente diffusa in passato, non resti esposta a tempo indeterminato alla possibilità di nuova divulgazione; e, in particolare, precisare in che termini sussista l’interesse pubblico a che vicende personali siano oggetto di (ri)pubblicazione, facendo così recedere il diritto all’oblio dell’interessato in favore del diritto di cronaca».
Si rimettono, pertanto, gli atti al Primo Presidente della Corte per «l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione di massima di particolare importanza, concernente il bilanciamento del diritto di cronaca – posto al servizio dell’interesse pubblico all’informazione – e del c.d. diritto all’oblio – posto a tutela della riservatezza della persona – alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale negli ordinamenti interno e sovranazionale».

Sicuramente condivisibile appare l’esigenza di effettuare chiarezza sul punto manifestata dalla sentenza in commento.
Con l’occasione, tuttavia, sarebbe opportuno ripensare lo stesso approccio adottato tradizionalmente dalla nostra giurisprudenza, che tenta di affidare il bilanciamento tra diritto all’oblio e diritto di cronaca ad un decalogo di regole applicabili in modo generalizzato, come se il problema possa essere risolto in modo unitario, sub specie aeternitatis.
In realtà, a nostro giudizio, quando si parla di diritto all’oblio, sono tanti e tali i distinguo da operare, che appare molto difficile continuare a coltivare l’approccio generalizzante ed unitario della nostra giurisprudenza.
In primo luogo, va detto che solo impropriamente ed a costo di una discutibile semplificazione, l’esigenza di bilanciamento può essere ricostruita tra il diritto alla privacy, da un lato, e il diritto di cronaca, dall’altro. Le situazioni giuridiche che innervano il c.d. diritto all’oblio sono le più diverse, coinvolgendo non solo altri diritti della personalità, come il diritto all’identità personale, all’immagine, alla riservatezza, all’onore e alla reputazione ecc., ma anche, come insegna il caso di specie, delicate situazioni costituzionalmente rilevanti legate alla funzione rieducativa della sanzione penale ed al diritto del reo a reinserirsi nella società e a “rifarsi una vita”, senza che gli eventi del passato continuino a condizionarne l’esistenza.
Per converso, mette conto osservare come non ogni rievocazione di fatti del passato effettuato da testate giornalistiche sia sempre supportato dal diritto di cronaca. Spesso, la rievocazione avviene per mere finalità commerciali e di sfruttamento economico (si veda, ad esempio, il caso riguardante il noto cantautore Antonello Venditti, deciso da Cass., 20 marzo 2018, n. 6919), per il solo fatto che un certo argomento incontra l’interesse del pubblico. Sarebbe quanto mai opportuna, da parte delle Sezioni Unite, una presa di posizione chiarificatrice su questi aspetti.
Sempre in questo senso, poi, occorrerebbe indagare se ed in che modo il diritto all’oblio si atteggi diversamente a seconda che riguardi fatti penalmente rilevanti, per cui è stata inflitta una condanna e semplici fatti di cronaca non penalmente rilevanti. È noto come la giurisprudenza Cedu, in tema di possibili offese alla reputazione di un individuo, limiti fortemente le tutele nel caso di condanne penali. La Corte ha, infatti, ricordato che la protezione prevista dall’art. 8 Cedu non potrà essere invocata «qualora la reputazione sia compromessa in seguito ad un atto proprio di un individuo, quale un illecito di natura penale» (da ultimo, Corte Edu, 28 giugno 2018, M.L. e W.W. c. Germania, ric. 60798/10 e 65599/10, par. 88). In questo senso, orienta anche la Raccomandazione Rec(2003)13 del 10 luglio 2003 sulla diffusione di informazioni da parte dei media in riferimento a procedimenti penali, nella quale si evidenzia, tra l’altro, come quello di informare il pubblico sia un diritto-dovere dei media e che i reportage relativi a procedimenti penali espletano anche l’importante compito di rendere visibile a tutti la funzione dissuasiva del diritto penale e di far conoscere al pubblico il funzionamento del sistema giudiziario penale.
Di questa modulazione della tutela rispetto alle condanne penali non c’è significativa traccia nella nostra giurisprudenza e sarebbe quanto mai opportuno che l’intervento chiarificatore delle Sezioni Unite affrontasse anche questo delicato aspetto. In questo senso, il riferimento effettuato dalla nostra giurisprudenza ad un «interesse effettivo ed attuale alla riproposizione di una notizia» come criterio universale di valutazione, non sembra appagante. Facendo applicazione di questo principio si dovrebbe, infatti, affermare che, in assenza di fatti sopravvenuti tali da rinnovare l’interesse pubblico circa un fatto di cronaca nera del passato, questo sarebbe destinato sempre e comunque all’oblio. Ma questa soluzione, oltre ad essere smentita dalla realtà e da molti precedenti della stessa giurisprudenza italiana, finirebbe per comportare una eccessiva compressione del diritto di cronaca.
Infine, occorre operare una distinzione in relazione alle forme con cui viene leso il diritto all’oblio. Un conto, infatti, sono i tradizionali strumenti della riproduzione di un articolo di giornale, della riproposizione di un servizio giornalistico televisivo e simili; altro conto, invece, le dinamiche che si instaurano su internet ed i problemi posti dagli archivi digitali. In questa direzione, occorre distinguere, tra l’altro, il problema della legittimità della creazione e del mantenimento di questi archivi digitali (con i protagonisti chiaramente identificabili) con il problema della indicizzazione delle notizie sui motori di ricerca; in altre parole, occorre chiarire se il diritto all’oblio comporti la rimozione della notizia dall’archivio o, semplicemente, la sua de-indicizzazione dai motori di ricerca (problematiche parzialmente affrontate dalla nota sentenza Google Spain, Corte di giustizia Ue, 13 maggio 2014, C-131/12).
L’auspicio è che le Sezioni Unite della cassazione si misurino con tutti questi aspetti, prendendo atto di come il bilanciamento tra diritto all’oblio e diritto di cronaca sia una questione complessa, dai numerosi profili problematici, difficilmente inquadrabile, come sin qui avvenuto, all’interno di una prospettiva unitaria e generalizzante.

Tommaso Febbrajo
Prof. Associato di Diritto privato
Università di Macerata

Rimessa alle Sezioni Unite la questione del bilanciamento tra diritto di cronaca e diritto all’oblio

Con Ordinanza 5 novembre 2018 n. 28084 la Terza Sezione civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite in ordine alla risoluzione della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, concernente il bilanciamento del diritto di cronaca e del c.d. diritto all’oblio – posto a tutela della riservatezza della persona – (In fattispecie di ripubblicazione, nel 2009, di articolo già pubblicato nel 1982)

Privacy e “diritto all’oblio”: la Cassazione stila un decalogo per un bilanciamento con il diritto di cronaca

In tema di riservatezza, stabilisce la Cassazione, dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale ed europeo (artt. 8 e 10, comma 2, CEDU e 7 e 8 della c.d. “Carta di Nizza”), si ricava che il diritto all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti presupposti: 1) contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia; 3) elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese; 4) modalità impiegate per ottenere e dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.

Rimesso alle Sezioni Unite il contrasto in ordine alla nozione e alle modalità di trattamento e comunicazione di dati sensibili

Con ordinanza 3455 del 9 febbraio 2017 la Prima Sezione Civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili in relazione al contrasto sorto all’interno delle Sezioni Ordinarie in ordine alle nozioni e alle modalità di trattamento e di comunicazione di dati sensibili, con particolare riferimento a quei dati che possano essere indicativi delle condizioni di salute del titolare.

Nel caso di specie, il beneficiario di un indennizzo ex l. 210/1992 pagato dalla Regione mediante accredito sul proprio conto corrente, lamentava che il riferimento non criptato alla citata legge nella causale del bonifico fosse idoneo a rivelare il proprio stato di salute e dunque costituisse un illecito trattamento di dati sensibili.

In precedenza, Cass. 19 maggio 2014 n. 10947 e Cass. 20 maggio 2015 n. 10280 si erano espresse con soluzioni divergenti proprio su questione sovrapponibile a quella sottesa all’ordinanza e cioé in merito alla citazione esplicita in causale della legge che attribuisce un indennizzo a chi ha riportato un danno alla propria integrità psico-fisica in seguito a vaccinazione obbligatoria o risulti contagiato da HIV in seguito a somministrazione di sangue, nonché agli operatori sanitari che, in occasione e durante il servizio, abbiano riportato danni permanenti , conseguenti ad infezione a seguito di contatto con sangue o derivati provenienti da soggetti affetti da HIV  (l. 210/1992).

In particolare, Cass. 20 maggio 2015 n. 10280, discostandosi da quanto affermato da Cass. 19 maggio 2014 n. 10947, aveva cassato la sentenza di primo grado del Tribunale di Napoli – che aveva accolto la domanda – per tre ragioni. [“La prima ragione è che al Banco di Napoli, soggetto privato, non si applica l’obbligo di cifratura imposto dall’art. 22, co. 6, d. Igs. 196/03 ai soli soggetti pubblici. La seconda ragione è che i soggetti privati hanno l’obbligo di cifratura dei soli dati idonei a rivelare lo stato di salute del titolare, e trattati con strumenti elettronici. Nel caso di specie, la banca risulta unicamente avere inviato alla cliente un estratto conto con l’indicazione “assegno ex lege 210/92″: sicché, tale indicazione era inidonea a rivelare lo stato di salute del destinatario; e comunque l’invio d’un estratto conto non costituisce un “trattamento di dati personali effettuato con strumenti elettronici”. La terza ragione è che la comunicazione ad una cliente di dati personali riguardanti la cliente stessa non costituisce “trattamento” di dati sensibili. L’art. 4, comma 1, lettera (a), infatti, definisce “trattamento” di dati personali (tra l’altro) la loro “comunicazione”, ma la successiva lettera (i), definisce “comunicazione” di dati “il dare conoscenza dei dati personali a uno o più soggetti determinati diversi dall’interessato”. Pertanto comunicare dati sensibili a chi ne è il titolare non costituisce una comunicazione ai sensi del d. Igs. 196/03, e di conseguenza nemmeno può costituire un “trattamento”.]

Danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali (a proposito della richiesta stragiudiziale dell’ente di riscossione ai clienti debitori del professionista iscritto a ruolo)

Con una decisione particolarmente interessante, Trib. Rimini 29 novembre 2016 ritiene la sussistenza di una danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali.

Nel caso di specie, un avvocato veniva a conoscenza della circostanza che l’ente per la riscossione per i tributi aveva chiesto informazioni ad alcuni suoi clienti circa i crediti vantati nei loro confronti dall’avvocato, e messo a conoscenza gli stessi di una cartella esattoriale emessa nei confronti del professionista.

In effetti, l’articolo 75-bis del d.p.r. n. 602/73 (modificato dal d.l. n. 262/06, conv. in l. n. 286/06) prevede che l’agente della riscossione anche simultaneamente all’adozione delle azioni esecutive e cautelari, può chiedere a soggetti terzi, debitori del soggetto che è iscritto a ruolo (es. cliente, datore di lavoro) o dei coobbligati, prima di procedere al pignoramento presso terzi di indicare per iscritto, ove possibile in modo dettagliato, le cose e le somme da loro dovute al creditore (c.d. “dichiarazione stragiudiziale di terzo”).

Continua a leggere

Responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario tra «omessa disapplicazione» e questione di legittimità costituzionale

Cass. 30 settembre 2016 n. 19384 interviene sul tema ormai classico della responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario con riferimento alla normativa italiana sulla circolazione del libero professionista esercente la professione di avvocato.

In primo ed in secondo grado veniva riconosciuta la responsabilità dello stato italiano per aver impedito ad un avvocato tedesco l’esercizio della professione in Italia per un quinquennio, in violazione del diritto comunitario (CGUE 7 marzo 2002 causa C-145/99 e Cass. sez. un. 17 aprile 2009 n. 9147, Cass. 17 maggio 2011 n. 10813): il danno veniva quantificato in € 75.000,00 in base al fatturato medio del professionista nel periodo successivo al quinquennio.

Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento (anche) del “danno non patrimoniale” per lesione della sua reputazione in ragione del procedimento disciplinare e penale subito a causa della vigenza di una normativa interna contrastante con il principio di libera circolazione dei professionisti. In sostanza, si sarebbe trattato di un danno non patrimoniale da omessa disapplicazione della normativa interna (lesiva del diritto di stabilimento) da parte del consiglio dell’ordine e dell’autorità giudiziaria.

La sentenza che qui si segnala ritiene invece corretta la decisione della Corte di appello di Roma che, sul punto, considera non sussistere nesso di causalità tra la condotta degli organi statali “inadempienti” e il danno non patrimoniale: infatti, asserisce la Suprema Corte, se discutiamo, come vorrebbe il ricorrente, di norme comunitarie direttamente applicabili (e dunque di “danno da mancata disapplicazione”), il ricorrente avrebbe dovuto agire invocando la disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati; se invece, come sembra ritenere la suprema corte, a venire in considerazione è una normativa comunitaria non direttamente applicabile, allora si sarebbe dovuto sollevare la questione di legittimità costituzionale, da parte del ricorrente, delle norme incompatibili (cfr. AA.VV., Le «libertà fondamentali» dell’Unione europea e il diritto privato, a cura di E. Mezzanotte, 2016).

 

Danno non patrimoniale di lieve entità: le Sezioni Unite sulla «soglia minima di tollerabilità»

Cass. Sez. Un. 25 febbraio 2016 n. 3727 Rel. Amendola afferma che il reato di «pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale non coperti dal segreto» (art. 684, co. 2, 3, c.p.) ha natura monoffensiva, tutelando solo l’amministrazione della giustizia e non anche la reputazione e la riservatezza del soggetto sottoposto a procedimento penale, sicché la sua sola violazione non legittima una autonoma pretesa risarcitoria, fermo l’apprezzamento della marginalità della riproduzione alla luce del principio della irrisarcibilità del danno non patrimoniale di lieve entità.

Sul versante del danno non patrimoniale, la «tipizzazione» non risolve il problema della risarcibilità del danno, stante la sfuggente distinzione tra danno evento e danno conseguenza, tra lesione dell’interesse e sussistenza del danno: come è noto, la soglia di risarcibilità imposta dalle sezioni unite del 2008 è stata intesa in dottrina e in giurisprudenza come problema di «ingiustizia del danno» e talora invece come de minimis rule e cioè come zona di franchigia del non risarcibile, pur in presenza di un interesse leso (cfr. Cass. 15 luglio 2014, n. 16133_Est Vincenti).

Si è rilevato che «un danno diviene suscettibile di proporre un problema aquiliano solo quando costituisca attuazione di un rischio intollerabile (…) la c.d. intollerabilità del danno costituisce così un criterio generale di accesso al rimedio aquiliano» (M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 807). Solo in questo senso potrebbe condividersi il principio della «soglia minima di tollerabilità», un senso che tra l’altro lo fa operare anche rispetto al danno patrimoniale e che, proprio per questo e solo per questo, non fa considerare il ricorso all’endiadi della gravità dell’offesa e della non futilità del danno «ingiustificato e arbitrario» (M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 808)

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 807; S MAZZAMUTO, Il rapporto tra gli artt. 2059 c.c. e 2043 c.c. e le ambiguità delle Sezioni unite a proposito della risarcibilità del danno non patrimoniale, in Contr. impr., 2009, spec. 599. Per una sintesi del dibattito sul senso da attribuire ai concetti di «gravità dell’offesa» e di «serietà del danno» vedi di recente V. CECCARELLI, La soglia di risarcibilità del danno non patrimoniale da illecito trattamento dei dati personali, in Danno resp. 2015, 344.

Il Codice sulla privacy vieta le telefonate a scopo commerciale senza il consenso del destinatario se il numero non è presente in un pubblico elenco e la telefonata non è effettuata da un operatore

Cass. 4 febbraio 2016 n. 2196 ritiene illegittimo il sistema adottato da molte società e che provoca le c.d. “telefonate mute”. Viene affermato che il Codice sulla privacy vieta le telefonate a scopo commerciale a meno che non sussistano tre condizioni cumulative: 1) il numero sia presente in un pubblico elenco; 2) la telefonata avvenga attraverso un operatore; 3) non sia stato esercitato il diritto di opposizione.

Nell’ottica di una massimizzazione del telemarketing le telefonate vengono sovente effettuate non da un operatore, ma da un sistema automatico programmato per un numero di chiamate in eccesso rispetto a quello gestibile dagli operatori, sul presupposto che alcune delle chiamate non otterranno risposta. Quando però le risposte dei destinatari sono superiori a quelle previste, alcuni degli utenti chiamati ricevono una chiamata “muta”, poiché gli operatori sono tutti impegnati.

Questo trattamento viene ora ritenuto dalla Cassazione contrario al canone della correttezza. Il Codice della privacy (artt. 129 e 130) consente infatti il trattamento dei dati personali (nominativi e numero utenze) con sistema automatico soltanto con il consenso dell’interessato. E’ dunque infondato il rilievo del ricorrente in base al quale il consenso non è richiesto per chi sia abbonato ai servizi di telefonia e non abbia esercitato il diritto di opposizione (c.d. opt out): tale opzione è stata infatti ipotizzata solo con riferimento alle chiamate con operatore.

In sostanza, la disciplina interna (art. 130 co. 3-bis Codice privacy), letta alla luce della normativa comunitaria, consente di ritenere che la norma che sancisce la legittimità del trattamento quando non sia stato esercitato il diritto di opposizione non trova applicazione: 1) nel caso in cui l’autore del trattamento abbia inviato telefonate senza operatore (come nel caso delle telefonate “mute”); 2) nell’ipotesi in cui l’utenza chiamata non risulti inserita in uno degli elenchi cartacei o elettronici a disposizione del pubblico di cui all’art. 129 co. 1 del Codice sulla privacy (come nel caso della telefonia mobile).

 

Il Tribunale di Roma sul diritto all’oblio

Con sentenza 3 dicembre 2015 il Tribunale di Roma rigetta il ricorso di un professionista che chiedeva al motore di ricerca Google la cancellazione, o “deindicizzazione”, dei link al proprio nominativo con riferimento ad alcune vicende giudiziarie in cui era stato coinvolto e di cui si trovava ancora traccia sul web.

La decisione si segnala perché costituisce attuazione della nota sentenza della Corte di Giustizia UE 13 maggio 2014 C-131/12 Costejache ha previsto l’obbligo dei motori di ricerca di rimuovere dai propri risultati i link a quei siti che siano ritenuti dagli interessati lesivi del proprio diritto all’oblio (c.d. deindicizzazione),  peculiare espressione del diritto alla privacy, e delle successive decisioni del Garante della protezione dei dati personali.

In considerazione della “attualità” delle vicende e del ruolo rivestito dal ricorrente nella vita pubblica, Il Tribunale ritiene tuttavia prevalente, nel caso concreto, l’interesse pubblico a rinvenire sul web, attraverso il motore di ricerca, notizie circa il ricorrente, sul diritto all’oblio dello stesso – quale diritto a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alle generalità dei consociati.

L’intervento chirurgico non è necessario ai fini della rettificazione del sesso: la Corte costituzionale dichiara non fondata la questione di legittimità dell’art. 1 L. 164/1982

A distanza di trent’anni, la Corte costituzionale torna a pronunciarsi sulla questione dell’intervento chirurgico come modalità non necessaria, né esclusiva, ai fini della rettificazione del sesso e, con sentenza 5 novembre 2015, Rel. G. Amato – decidendo su questione sollevata dal Tribunale di Trento – dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1, l. 164/1982 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 32, 117, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 8 CEDU.

Riprendendo testualmente taluni passaggi della sentenza 161/85, Rel. Malagugini, la Corte ribadisce che “La disposizione in esame costituisce l’approdo di un’evoluzione culturale ed ordinamentale volta al riconoscimento del diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona (art. 2 Cost. e art. 8 della CEDU).”

Nella sentenza n. 161 del 1985, infatti, già si leggeva che la legge n. 164 del 1982 accoglie «un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato, nel senso che ai fini di una tale identificazione viene conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero “naturalmente” evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale. Presupposto della normativa impugnata è, dunque, la concezione del sesso come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando ‒ poiché la differenza tra i due sessi non è qualitativa, ma quantitativa ‒ il o i fattori dominanti […]. La legge n. 164 del 1982 si colloca, dunque, nell’alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità, della persona umana, che ricerca e tutela anche nelle situazioni minoritarie ed anomale».

Sicché, alla luce di una conclusione cui era già pervenuta anche la Cassazione con sentenza 20 luglio 2015 n. 15138, nonchè in precedenza la giurisprudenza di merito, si afferma: “La prevalenza della tutela della salute dell’individuo sulla corrispondenza fra sesso anatomico e sesso anagrafico, porta a ritenere il trattamento chirurgico non quale prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione – come prospettato dal rimettente −, ma come possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico. Il percorso ermeneutico sopra evidenziato riconosce, quindi, alla disposizione in esame il ruolo di garanzia del diritto all’identità di genere, come espressione del diritto all’identità personale (art. 2 Cost. e art. 8 della CEDU) e, al tempo stesso, di strumento per la piena realizzazione del diritto, dotato anch’esso di copertura costituzionale, alla salute”.

In argomento cfr. BARTOLINI, Per la rettificazione anagrafica del sesso l’intervento chirurgico non è più necessario, in Dir. civ. cont., 21 luglio 2015 e ID., Identità di genere: per cambiare l’intervento chirurgico non è (più) necessario (secondo il Tribunale di Genova), in Dir. civ. cont., 3 giugno 2015