Archivio della categoria: DIRITTI DELLA PERSONALITA’

Rimesso alle Sezioni Unite il contrasto in ordine alla nozione e alle modalità di trattamento e comunicazione di dati sensibili

Con ordinanza 3455 del 9 febbraio 2017 la Prima Sezione Civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili in relazione al contrasto sorto all’interno delle Sezioni Ordinarie in ordine alle nozioni e alle modalità di trattamento e di comunicazione di dati sensibili, con particolare riferimento a quei dati che possano essere indicativi delle condizioni di salute del titolare.

Nel caso di specie, il beneficiario di un indennizzo ex l. 210/1992 pagato dalla Regione mediante accredito sul proprio conto corrente, lamentava che il riferimento non criptato alla citata legge nella causale del bonifico fosse idoneo a rivelare il proprio stato di salute e dunque costituisse un illecito trattamento di dati sensibili.

In precedenza, Cass. 19 maggio 2014 n. 10947 e Cass. 20 maggio 2015 n. 10280 si erano espresse con soluzioni divergenti proprio su questione sovrapponibile a quella sottesa all’ordinanza e cioé in merito alla citazione esplicita in causale della legge che attribuisce un indennizzo a chi ha riportato un danno alla propria integrità psico-fisica in seguito a vaccinazione obbligatoria o risulti contagiato da HIV in seguito a somministrazione di sangue, nonché agli operatori sanitari che, in occasione e durante il servizio, abbiano riportato danni permanenti , conseguenti ad infezione a seguito di contatto con sangue o derivati provenienti da soggetti affetti da HIV  (l. 210/1992).

In particolare, Cass. 20 maggio 2015 n. 10280, discostandosi da quanto affermato da Cass. 19 maggio 2014 n. 10947, aveva cassato la sentenza di primo grado del Tribunale di Napoli – che aveva accolto la domanda – per tre ragioni. [“La prima ragione è che al Banco di Napoli, soggetto privato, non si applica l’obbligo di cifratura imposto dall’art. 22, co. 6, d. Igs. 196/03 ai soli soggetti pubblici. La seconda ragione è che i soggetti privati hanno l’obbligo di cifratura dei soli dati idonei a rivelare lo stato di salute del titolare, e trattati con strumenti elettronici. Nel caso di specie, la banca risulta unicamente avere inviato alla cliente un estratto conto con l’indicazione “assegno ex lege 210/92″: sicché, tale indicazione era inidonea a rivelare lo stato di salute del destinatario; e comunque l’invio d’un estratto conto non costituisce un “trattamento di dati personali effettuato con strumenti elettronici”. La terza ragione è che la comunicazione ad una cliente di dati personali riguardanti la cliente stessa non costituisce “trattamento” di dati sensibili. L’art. 4, comma 1, lettera (a), infatti, definisce “trattamento” di dati personali (tra l’altro) la loro “comunicazione”, ma la successiva lettera (i), definisce “comunicazione” di dati “il dare conoscenza dei dati personali a uno o più soggetti determinati diversi dall’interessato”. Pertanto comunicare dati sensibili a chi ne è il titolare non costituisce una comunicazione ai sensi del d. Igs. 196/03, e di conseguenza nemmeno può costituire un “trattamento”.]

Danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali (a proposito della richiesta stragiudiziale dell’ente di riscossione ai clienti debitori del professionista iscritto a ruolo)

Con una decisione particolarmente interessante, Trib. Rimini 29 novembre 2016 ritiene la sussistenza di una danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali.

Nel caso di specie, un avvocato veniva a conoscenza della circostanza che l’ente per la riscossione per i tributi aveva chiesto informazioni ad alcuni suoi clienti circa i crediti vantati nei loro confronti dall’avvocato, e messo a conoscenza gli stessi di una cartella esattoriale emessa nei confronti del professionista.

In effetti, l’articolo 75-bis del d.p.r. n. 602/73 (modificato dal d.l. n. 262/06, conv. in l. n. 286/06) prevede che l’agente della riscossione anche simultaneamente all’adozione delle azioni esecutive e cautelari, può chiedere a soggetti terzi, debitori del soggetto che è iscritto a ruolo (es. cliente, datore di lavoro) o dei coobbligati, prima di procedere al pignoramento presso terzi di indicare per iscritto, ove possibile in modo dettagliato, le cose e le somme da loro dovute al creditore (c.d. “dichiarazione stragiudiziale di terzo”).

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Responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario tra «omessa disapplicazione» e questione di legittimità costituzionale

Cass. 30 settembre 2016 n. 19384 interviene sul tema ormai classico della responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario con riferimento alla normativa italiana sulla circolazione del libero professionista esercente la professione di avvocato.

In primo ed in secondo grado veniva riconosciuta la responsabilità dello stato italiano per aver impedito ad un avvocato tedesco l’esercizio della professione in Italia per un quinquennio, in violazione del diritto comunitario (CGUE 7 marzo 2002 causa C-145/99 e Cass. sez. un. 17 aprile 2009 n. 9147, Cass. 17 maggio 2011 n. 10813): il danno veniva quantificato in € 75.000,00 in base al fatturato medio del professionista nel periodo successivo al quinquennio.

Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento (anche) del “danno non patrimoniale” per lesione della sua reputazione in ragione del procedimento disciplinare e penale subito a causa della vigenza di una normativa interna contrastante con il principio di libera circolazione dei professionisti. In sostanza, si sarebbe trattato di un danno non patrimoniale da omessa disapplicazione della normativa interna (lesiva del diritto di stabilimento) da parte del consiglio dell’ordine e dell’autorità giudiziaria.

La sentenza che qui si segnala ritiene invece corretta la decisione della Corte di appello di Roma che, sul punto, considera non sussistere nesso di causalità tra la condotta degli organi statali “inadempienti” e il danno non patrimoniale: infatti, asserisce la Suprema Corte, se discutiamo, come vorrebbe il ricorrente, di norme comunitarie direttamente applicabili (e dunque di “danno da mancata disapplicazione”), il ricorrente avrebbe dovuto agire invocando la disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati; se invece, come sembra ritenere la suprema corte, a venire in considerazione è una normativa comunitaria non direttamente applicabile, allora si sarebbe dovuto sollevare la questione di legittimità costituzionale, da parte del ricorrente, delle norme incompatibili (cfr. AA.VV., Le «libertà fondamentali» dell’Unione europea e il diritto privato, a cura di E. Mezzanotte, 2016).

 

Danno non patrimoniale di lieve entità: le Sezioni Unite sulla «soglia minima di tollerabilità»

Cass. Sez. Un. 25 febbraio 2016 n. 3727 Rel. Amendola afferma che il reato di «pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale non coperti dal segreto» (art. 684, co. 2, 3, c.p.) ha natura monoffensiva, tutelando solo l’amministrazione della giustizia e non anche la reputazione e la riservatezza del soggetto sottoposto a procedimento penale, sicché la sua sola violazione non legittima una autonoma pretesa risarcitoria, fermo l’apprezzamento della marginalità della riproduzione alla luce del principio della irrisarcibilità del danno non patrimoniale di lieve entità.

Sul versante del danno non patrimoniale, la «tipizzazione» non risolve il problema della risarcibilità del danno, stante la sfuggente distinzione tra danno evento e danno conseguenza, tra lesione dell’interesse e sussistenza del danno: come è noto, la soglia di risarcibilità imposta dalle sezioni unite del 2008 è stata intesa in dottrina e in giurisprudenza come problema di «ingiustizia del danno» e talora invece come de minimis rule e cioè come zona di franchigia del non risarcibile, pur in presenza di un interesse leso (cfr. Cass. 15 luglio 2014, n. 16133_Est Vincenti).

Si è rilevato che «un danno diviene suscettibile di proporre un problema aquiliano solo quando costituisca attuazione di un rischio intollerabile (…) la c.d. intollerabilità del danno costituisce così un criterio generale di accesso al rimedio aquiliano» (M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 807). Solo in questo senso potrebbe condividersi il principio della «soglia minima di tollerabilità», un senso che tra l’altro lo fa operare anche rispetto al danno patrimoniale e che, proprio per questo e solo per questo, non fa considerare il ricorso all’endiadi della gravità dell’offesa e della non futilità del danno «ingiustificato e arbitrario» (M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 808)

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE: M. BARCELLONA, Trattato della responsabilità civile, Torino, 2011, 807; S MAZZAMUTO, Il rapporto tra gli artt. 2059 c.c. e 2043 c.c. e le ambiguità delle Sezioni unite a proposito della risarcibilità del danno non patrimoniale, in Contr. impr., 2009, spec. 599. Per una sintesi del dibattito sul senso da attribuire ai concetti di «gravità dell’offesa» e di «serietà del danno» vedi di recente V. CECCARELLI, La soglia di risarcibilità del danno non patrimoniale da illecito trattamento dei dati personali, in Danno resp. 2015, 344.

Il Codice sulla privacy vieta le telefonate a scopo commerciale senza il consenso del destinatario se il numero non è presente in un pubblico elenco e la telefonata non è effettuata da un operatore

Cass. 4 febbraio 2016 n. 2196 ritiene illegittimo il sistema adottato da molte società e che provoca le c.d. “telefonate mute”. Viene affermato che il Codice sulla privacy vieta le telefonate a scopo commerciale a meno che non sussistano tre condizioni cumulative: 1) il numero sia presente in un pubblico elenco; 2) la telefonata avvenga attraverso un operatore; 3) non sia stato esercitato il diritto di opposizione.

Nell’ottica di una massimizzazione del telemarketing le telefonate vengono sovente effettuate non da un operatore, ma da un sistema automatico programmato per un numero di chiamate in eccesso rispetto a quello gestibile dagli operatori, sul presupposto che alcune delle chiamate non otterranno risposta. Quando però le risposte dei destinatari sono superiori a quelle previste, alcuni degli utenti chiamati ricevono una chiamata “muta”, poiché gli operatori sono tutti impegnati.

Questo trattamento viene ora ritenuto dalla Cassazione contrario al canone della correttezza. Il Codice della privacy (artt. 129 e 130) consente infatti il trattamento dei dati personali (nominativi e numero utenze) con sistema automatico soltanto con il consenso dell’interessato. E’ dunque infondato il rilievo del ricorrente in base al quale il consenso non è richiesto per chi sia abbonato ai servizi di telefonia e non abbia esercitato il diritto di opposizione (c.d. opt out): tale opzione è stata infatti ipotizzata solo con riferimento alle chiamate con operatore.

In sostanza, la disciplina interna (art. 130 co. 3-bis Codice privacy), letta alla luce della normativa comunitaria, consente di ritenere che la norma che sancisce la legittimità del trattamento quando non sia stato esercitato il diritto di opposizione non trova applicazione: 1) nel caso in cui l’autore del trattamento abbia inviato telefonate senza operatore (come nel caso delle telefonate “mute”); 2) nell’ipotesi in cui l’utenza chiamata non risulti inserita in uno degli elenchi cartacei o elettronici a disposizione del pubblico di cui all’art. 129 co. 1 del Codice sulla privacy (come nel caso della telefonia mobile).

 

Il Tribunale di Roma sul diritto all’oblio

Con sentenza 3 dicembre 2015 il Tribunale di Roma rigetta il ricorso di un professionista che chiedeva al motore di ricerca Google la cancellazione, o “deindicizzazione”, dei link al proprio nominativo con riferimento ad alcune vicende giudiziarie in cui era stato coinvolto e di cui si trovava ancora traccia sul web.

La decisione si segnala perché costituisce attuazione della nota sentenza della Corte di Giustizia UE 13 maggio 2014 C-131/12 Costejache ha previsto l’obbligo dei motori di ricerca di rimuovere dai propri risultati i link a quei siti che siano ritenuti dagli interessati lesivi del proprio diritto all’oblio (c.d. deindicizzazione),  peculiare espressione del diritto alla privacy, e delle successive decisioni del Garante della protezione dei dati personali.

In considerazione della “attualità” delle vicende e del ruolo rivestito dal ricorrente nella vita pubblica, Il Tribunale ritiene tuttavia prevalente, nel caso concreto, l’interesse pubblico a rinvenire sul web, attraverso il motore di ricerca, notizie circa il ricorrente, sul diritto all’oblio dello stesso – quale diritto a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alle generalità dei consociati.

L’intervento chirurgico non è necessario ai fini della rettificazione del sesso: la Corte costituzionale dichiara non fondata la questione di legittimità dell’art. 1 L. 164/1982

A distanza di trent’anni, la Corte costituzionale torna a pronunciarsi sulla questione dell’intervento chirurgico come modalità non necessaria, né esclusiva, ai fini della rettificazione del sesso e, con sentenza 5 novembre 2015, Rel. G. Amato – decidendo su questione sollevata dal Tribunale di Trento – dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1, l. 164/1982 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 32, 117, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 8 CEDU.

Riprendendo testualmente taluni passaggi della sentenza 161/85, Rel. Malagugini, la Corte ribadisce che “La disposizione in esame costituisce l’approdo di un’evoluzione culturale ed ordinamentale volta al riconoscimento del diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona (art. 2 Cost. e art. 8 della CEDU).”

Nella sentenza n. 161 del 1985, infatti, già si leggeva che la legge n. 164 del 1982 accoglie «un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato, nel senso che ai fini di una tale identificazione viene conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero “naturalmente” evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale. Presupposto della normativa impugnata è, dunque, la concezione del sesso come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando ‒ poiché la differenza tra i due sessi non è qualitativa, ma quantitativa ‒ il o i fattori dominanti […]. La legge n. 164 del 1982 si colloca, dunque, nell’alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità, della persona umana, che ricerca e tutela anche nelle situazioni minoritarie ed anomale».

Sicché, alla luce di una conclusione cui era già pervenuta anche la Cassazione con sentenza 20 luglio 2015 n. 15138, nonchè in precedenza la giurisprudenza di merito, si afferma: “La prevalenza della tutela della salute dell’individuo sulla corrispondenza fra sesso anatomico e sesso anagrafico, porta a ritenere il trattamento chirurgico non quale prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione – come prospettato dal rimettente −, ma come possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico. Il percorso ermeneutico sopra evidenziato riconosce, quindi, alla disposizione in esame il ruolo di garanzia del diritto all’identità di genere, come espressione del diritto all’identità personale (art. 2 Cost. e art. 8 della CEDU) e, al tempo stesso, di strumento per la piena realizzazione del diritto, dotato anch’esso di copertura costituzionale, alla salute”.

In argomento cfr. BARTOLINI, Per la rettificazione anagrafica del sesso l’intervento chirurgico non è più necessario, in Dir. civ. cont., 21 luglio 2015 e ID., Identità di genere: per cambiare l’intervento chirurgico non è (più) necessario (secondo il Tribunale di Genova), in Dir. civ. cont., 3 giugno 2015

 

Danno da pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale: rimessa alle Sezioni Unite la questione del rapporto tra art. 684 c.p. e art. 114 c.p.p.

Con ordinanza 28 ottobre 2015 n. 22003, Rel. Campanile, la Prima sezione civile della Corte, dovendo decidere su una questione di risarcimento del danno conseguente al reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, ha rimesso gli atti alle Sezioni Unite con riferimento all’interpretazione del combinato disposto degli artt. 114 c.p.p. e 684 c.p.,, oggetto di contrasto e giudicata di particolare importanza, e cioè se la valutazione del giudice di merito debba ritenersi vincolata al semplice rilievo della mera (anche) “minima” riproduzione di un atto non divugabile ovvero possa essere orientata all’apprezzamento dei contenuti della riproduzione medesima.

Nel caso di specie, il Tribunale di Milano con sentenza 4 settembre 2006, e poi la Corte di appello di Milano, rigettavano la domanda di risarcimento per violazione della privacy e lesione della reputazione di una società, in relazione alla pubblicazione su un periodico di due articoli relativi a indagini in cui l’attrice era risultata coinvolta.

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Le sezioni unite confermano la non risarcibilità del danno subito dalla vittima in conseguenza della morte: un ritorno al passato

Anno II, Numero III, luglio/settembre 2015

di STEFANO CAVASSA, Dottorando di ricerca nell’Università di Genova

stefano cavassa

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Con la sentenza n. 15350 del 2015, Rel. Salmè (in Dir. Civ. Cont., 24 luglio 2015) le Sezioni Unite si pronunciano in risposta a un’ordinanza della sezione terza (Cass. 4 marzo 2014 n. 5056) che, in materia di risarcibilità del danno derivante dalla perdita della vita, ha rilevato l’esistenza di un contrasto tra una recente sentenza di legittimità (Cass. 23 gennaio 2014, n. 1361, Rel. Scarano) e l’orientamento della giurisprudenza pregressa, tradizionalmente attestato in senso contrario.

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L’installazione di un impianto di videosorveglianza all’interno di un esercizio commerciale costituisce “trattamento di dati personali”

Cass. 2 settembre 2015 n. 17440, Rel. Petitti, decidendo un ricorso avverso una sentenza del Tribunale di Palmi impugnata dall’Autorità garante per la privacy, ritiene che “L’installazione di un impianto di videosorveglianza all’interno di un esercizio commerciale, allo scopo di sorvegliare l’accesso degli avventori, costituisce “trattamento di dati personali” agli effetti del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, e deve perciò formare oggetto di informativa rivolta ai soggetti che facciano ingresso nel locale.”