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Buona fede e gravità dell’inadempimento nella «exceptio inadimpleti contractus»

 Anno IV, numero I, gennaio/marzo 2017

di MATTEO PELLINI, Dottorando nell’Università di Genova

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Con la sentenza n. 8912 del 4 maggio 2016 la Cassazione ritorna sul rapporto fra il rimedio dell’eccezione di inadempimento e la risoluzione del contratto, affermando che, nei contratti sinallagmatici, per poter opporre l’eccezione inadimplenti non est adimplendum è necessario che venga accertata la gravità o la rilevanza rispetto all’interesse della controparte, dell’inadempimento del soggetto contro cui viene proposta tale eccezione, in caso contrario l’eccezione non supera il vaglio della buona fede (art. 1460, secondo comma, c.c.).

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La Cassazione sul contenuto del contratto di acquisto di strumenti finanziari non «adeguato»

Cass. 6 giugno 2016, n. 11578, Rel. Nazzicone, stabilisce che la sottoscrizione da parte del cliente della clausola in calce al modulo d’ordine, contenente la segnalazione dell’inadeguatezza dell’operazione sulla quale egli è stato avvisato, è idonea a far presumere assolto l’obbligo previsto in capo all’intermediario dell’art. 29 co. 3 reg. Consob n. 11522/1998; tuttavia a fronte della contestazione del cliente il quale alleghi quali specifiche informazioni furono omesse, grava sulla banca l’onere di provare, con qualsiasi mezzo, che invece quelle informazioni essa aveva specificamente reso.

La buona fede è criterio di valutazione del legittimo esercizio del potere di avvalersi della clausola risolutiva espressa

Secondo Cass. 23 novembre 2015 n. 23868, il principio di buona fede si pone, nell’ambito della fattispecie dell’art. 1456 c.c., come canone di valutazione sia dell’esistenza dell’inadempimento, sia del conseguente legittimo esercizio del potere unilaterale di risolvere il contratto, al fine di evitarne l’abuso ed impedendone l’esercizio ove contrario ad essa (ad esempio escludendo i comportamenti puramente pretestuosi, che quindi non riceveranno tutela dall’ordinamento).

La Cassazione ribadisce l’incompatibilità tra risoluzione e recesso con ritenzione della caparra: ritorno alle Sezioni Unite dopo l’ordinanza 24841/2011

Cass. 30 novembre 2015, n. 24337 torna sul tema del rapporto tra recesso e risoluzione del contratto per inadempimento, discostandosi da quanto affermato dalla sesta sezione con ordinanza 24 novembre 2011 n. 24841.

Nel caso di specie, la Corte di appello di Napoli, con sentenza depositata il 4 febbraio 2011, aveva confermato la decisione di primo grado che accoglieva la domanda del promissario acquirente di risoluzione di un contratto preliminare di vendita di un immobile per inadempimento del promittente venditore, condannando quest’ultimo a restituire al promissario acquirente la somma di L. 50.000.000 (Euro 25.822,84), versata al momento del preliminare a titolo di caparra confirmatoria, oltre al pagamento della somma di Euro 6.197,48 e di Euro 430,93 per risarcimento del danno.

Il giudice di primo grado aveva qualificato la domanda proposta dal promissario acquirente come domanda di risoluzione per inadempimento con richiesta di risarcimento del danno.

La Corte di appello rigettatava la domanda volta ad ottenere il doppio della caparra confirmatoria sul rilievo che qualora il contraente non inadempiente abbia agito per la risoluzione ed il risarcimento del danno costituisce domanda nuova inammissibile in appello quella volta ad ottenere la declaratoria dell’intervenuto recesso con ritenzione della caparra o pagamento del doppio, avuto riguardo oltre che alla disomogeneità esistente tra la domanda di risoluzione giudiziale e quella di recesso ed all’irrinunciabilità dell’effetto conseguente alla risoluzione di diritto – all’incompatibilità strutturale e funzionale tra ritenzione della caparra e domanda di risarcimento.

Osserva la Corte Suprema che la corte di appello ha giustamente rilevato l’incompatibilità giuridica tra la domanda di risoluzione per inadempimento e quella di recesso e la contraddittorietà fra la richiesta di risarcimento del danno e quella di ritenzione della caparra a seguito del recesso.

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La locazione di immobile abusivo è nulla per illiceità della causa

Trib. Taranto, Sez. II, sentenza, 27 gennaio 2015 si pronuncia sulla domanda di risarcimento danni proposta dalla parte venditrice di un contratto di compravendita, avente ad oggetto immobile abusivo, già dichiarato risolto per inadempimento del compratore. Specificatamente, gli attori avevano tra l’altro domandato la riparazione dei danni sofferti con riferimento “al reddito che si sarebbe ricavato per il valore locativo della casa durante la detenzione del compratore”. Continua a leggere