Archivio della categoria: CONTRATTO IN GENERALE

Gli accordi preventivi sull’assegno di divorzio sono nulli per illiceità della causa

Secondo Cass. 30 gennaio 2017 n. 2224 gli accordi preventivi aventi ad oggetto l’assegno di divorzio sono affetti da nullità. Gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico–patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’art. 160 cod. civ..

Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto non solo quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione – specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione degli effetti civili del matrimonio

Ne consegue, tra l’altro, che la disposizione dell’art. 5, ottavo comma, della legge n. 898 del 1970 nel testo di cui alla legge n. 74 del 1987 – a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico -, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio”.

Rimessa alle Sezioni Unite la questione della determinazione degli interessi usurari (ai contratti di mutuo pendenti alla data di entrata in vigore della l. 108/1996)

Con ordinanza 31 gennaio 2017 n. 2484 la Prima Sezione Civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili in relazione al contrasto sorto in ordine alla applicabilità dei criteri fissati dalla l. n. 108 del 1996 per la determinazione degli interessi usurari ai contratti di mutuo ancora pendenti alla data di entrata in vigore della menzionata legge, anche in considerazione degli effetti della norma di interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 1, del d.l. n. 394 del 2000 (conv., con modif., nella l. n. 24 del 2001).

Come è noto l’art. 1815 c.c. (così come modificato con la l. 108/1996) prevede al secondo comma che: “Se sono convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

Due sostanzialmente gli orientamenti sin qui sostenuti dalla giurisprudenza di legittimità: il primo ritiene che il contratto di mutuo stipulato prima della modifica dell’art. 1815 c.c. rimanga pienamente valido, non applicandosi la disciplina introdotta con la l. 108/1996 (Cass. 29 gennaio 2016 n. 801); il secondo invece ritiene che il contratto di mutuo con clausola usuraria, ancorché inizialmente valido, debba considerarsi parzialmente inefficace ex nunc a partire dall’entrata in vigore della nuova disciplina (Cass. 17 agosto 2016 n. 17150).

La Cassazione sulla trascrizione nel contratto preliminare per persona da nominare

Cass. 24 gennaio 2017 n. 1797 ha sancito che, affinchè, in un contratto per persona da nominare, l’electus possa godere degli effetti prenotativi del preliminare – anche quanto alle ipoteche iscritte contro il promittente alienante tra la trascrizione del preliminare suddetto e del contratto definitivo – è necessario, ma sufficiente, che la dichiarazione di nomina sia trascritta entro il termine stabilito nel preliminare, e comunque, entro quello ex art. 2645-bis, comma 3, c.c., non occorrendo, altresì, che la riserva di nomina risulti dalla nota di trascrizione del preliminare.

Danno contrattuale da ritardata assunzione e finzione di avveramento della condizione (dell’approvazione definitiva della graduatoria)

Con una decisione particolarmente interessante, anche sotto il profilo degli istituti civilistici applicati (finzione di avveramento della condizione e mora del debitore), la Corte di Appello di Palermo (App. Palermo 22 dicembre 2016) dichiara il diritto all’assunzione di alcuni partecipanti ad un concorso pubblico, nonchè la responsabilità contrattuale del datore di lavoro per ritardata assunzione.

In primo grado il Tribunale dichiarava il diritto all’assunzione di due candidate ad un concorso pubblico, collocatesi in posizione utile, cui tuttavia non era seguita l’assunzione in ragione del blocco quinquennale nel periodo 2011/2015 (la graduatoria veniva approvata provvisoriamente prima dell’entrata in vigore del blocco e definitivamente solo dopo l’entrata in vigore dello stesso).

Più in particolare, in primo grado il Tribunale riteneva non giustificato e contrario a buona fede il comportamento della pubblica amministrazione che, con grave ritardo, aveva provveduto all’approvazione definitiva della graduatoria, condizione quest’ultima costituente al contempo provvedimento amministrativo, ma anche negoziale di individuazione del contraente, da cui discende il diritto all’assunzione.

Nella specie, con ragionamento condiviso dal giudice di seconde cure, il Tribunale ricorda che in pendenza della condizione la controparte deve comportarsi secondo buona fede, ciò che nella specie non sarebbe avvenuto, sicchè viene statuito il diritto all’assunzione delle ricorrenti (artt. 1359 e 1360 c.c.). La condizione della approvazione definitiva della graduatoria si considera come avvenuta, con conseguente produzione dell’effetto del diritto all’assunzione (cfr. C. RESTIVO, Note critiche sul ruolo della regola di buona fede nella disciplina della condizione, in Giur. it., 2006, 1143)

Secondo la Corte di Appello, peraltro, le ricorrenti hanno con diffida messo a disposizione le proprie energie lavorative, riversando in tal modo sulla parte datrice di lavoro le conseguenze patrimoniali della mora accipiendi (art. 1207 c.c.): viene in tal modo riconosciuto il danno patrimoniale contrattuale subito a causa della ritardata assunzione.

La Cassazione sulla natura della responsabilità precontrattuale: aliquid novi?

Anno III, Numero IV, ottobre/dicembre 2016

di ISABELLA ZAMBOTTO, Dottoranda nell’Università di Roma Tor Vergata

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La vicenda sottesa alla sentenza in commento (Cass. 12 luglio 2016 n. 14188, Rel. Valitutti) vede come protagonista una società, alla quale veniva appaltata, da parte della Pubblica Amministrazione, un servizio di impiego di personale relativamente ad operazioni di manovalanza, cucina, mensa e confezionamento del vitto, presso una caserma. Tuttavia, il contratto di appalto, stipulato in data 01.02.1993, non dispiegava i suoi effetti vincolanti tra le parti: come è noto, infatti, l’efficacia dei contratti conclusi con la P.A. è sospensivamente condizionata all’espressa approvazione ministeriale, secondo quanto disposto dall’art. 19 del R.D. 18 novembre 1923, n. 2440.

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L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato sul contratto di avvalimento

Cons. Stato Ad. Plen. 4 novembre 2016 n. 23 ha ritenuto che il contratto di avvalimento – contratto atipico e oneroso che presenta tratti propri del contratto di mandato e dell’appalto di servizi – debba rispondere ai requisiti di cui all’art. 1346 c.c., sicché è sufficiente che l’oggetto sia determinabile, dovendosi invece escludere la nullità del contratto in ragione della non immediata determinatezza dell’oggetto.

Più in particolare, la prescrizione secondo cui il contratto di avvalimento debba riportare “in modo compiuto esplicito ed esauriente (…) le risorse e i mezzi prestati in modo determinato e specifico” (art. 88 DPR 207/2010) non costituisce un vincolo di forma la cui violazione possa implicare la nullità (di protezione) del contratto. Al contrario, è sufficiente ai fini della validità del negozio, che la parte dell’oggetto del contratto di avvalimento, in ipotesi non puntualmente determinata, sia comunque agevolmente determinabile.

Sulla nullità di protezione cfr. PAGLIANTINI (a cura di) Le forme della nullità, Torino, 2009 e, nella manualistica più recente, MAZZAMUTO (a cura di), Manuale del diritto privato, Torino, 2016, 684, 728)

Buona fede e contratto: una interessante decisione del Tribunale di Palermo

Trib. Palermo 3 novembre 2016 si segnala per aver risolto, applicando la regola della buona fede, una controversia tra un ente musicale e la società cui era stato commissionato l’ingaggio di alcuni artisti. Malgrado infatti le rassicurazioni di quest’ultima circa la presenza di una pianista al concerto programmato in cartellone, l’ente musicale decideva comunque di annullare l’evento in rassegna – ritenendo così di avvalersi di una clausola risolutiva espressa -: il giudice ha invece qualificato tale comportamento come inadempimento, secondo una valutazione di buona fede nell’esecuzione del contratto.

La Cassazione torna sul rilievo d’ufficio della nullità, pregiudiziale logico-giuridica (non solo delle impugnazioni negoziali ma anche) del risarcimento del danno contrattuale

Anno III, Numero IV, ottobre/dicembre 2016

di GIUSTINO VERÌ

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Cass. 23 giugno 2016 n. 12996 si impone all’attenzione dell’interprete nella parte in cui torna a trattare il delicato tema della rilevazione ex officio della nullità contrattuale, ponendosi – non soltanto idealmente – sulla scia dei più recenti precedenti delle sezioni unite nn. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014, già oggetto di approfonditi commenti sulle pagine di questa rivista (N. RIZZO, Accertamento della nullità e azioni di impugnazione del contratto; F. RUSSOLa rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite [note in margine a Cass. sez. un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014], entrambe in Dir. civ. cont., 15 marzo 2015), nonché di quanto in precedenza sancito, sempre in funzione nomofilattica, da Cass., SS.UU., 4 settembre 2012, n. 14828.

Il tema implica un’indagine sulla qualificazione della domanda proposta dall’attore al fine di comprendere se la stessa, avendo a oggetto un risarcimento danni per inesatta esecuzione della prestazione, postuli necessariamente l’esistenza di un contratto valido ed efficace nonché, in caso di risposta positiva a tale quesito, quali siano le modalità di intervento da parte del giudice che ritenga al contrario sussistente una causa di nullità.

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Alle Sezioni Unite la questione della simulazione relativa del canone nelle locazioni ad uso diverso da quello abitativo: la tardiva registrazione può avere effetto sanante della nullità?

Con ordinanza 5 agosto 2016 n. 16604 la Terza Sezione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione, ritenuta di massima di particolare importanza, se, con riferimento alle locazioni ad uso diverso da quello abitativo, in caso di simulazione relativa del canone mediante separato accordo recante l’importo maggiorato, la tardiva registrazione di quest’ultimo possa avere effetto sanante della nullità conseguente all’elusione della norma imperativa fiscale.

In argomento cfr.L. MODICA, Cass. Sezioni Unite 18214/2015: i giudici di legittimità sulla «interpretazione assiologicamente orientata» delle nullità per vizio di forma, in Dir. civ. cont., 28 dicembre 2015

Cfr. anche la recente decisione delle Sezioni Unite sulla locazione ad uso abitativo registrata per un canone inferiore al reale secondo cui l’accordo relativo al maggior canone è nullo e non sanabile con eventuale registrazione tardiva, mentre il contratto resta valido per il canone apparente

Vessatorietà, atipicità e dubbia meritevolezza delle clausole claims made

Anno III, Numero III, luglio/settembre 2016

di ALESSIA ROMEO, Dottoranda di ricerca nell’Università di Messina

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La controversia decisa dalle Sezioni Unite del 6 maggio 2016, n. 9140, risolve l’annosa questione relativa alla validità o meno delle clausole c.d. claims made, che sovente vengono inserite nei contratti di assicurazione per la responsabilità civile, in forza delle quali la copertura assicurativa opera solo se la domanda risarcitoria pervenga nel periodo di vigenza del contratto.

Il nodo problematico sul quale essenzialmente è stato sollecitato l’intervento nomofilattico delle Sezioni Unite è quello relativo al quesito vertente la vessatorietà o meno delle clausole claims made, allo scopo di valutarne l’applicabilità in un’ottica di tutela dell’assicurato, al fine di tenerlo indenne dalle conseguenze di fatti illeciti da lui compiuti prima della stipula del contratto di assicurazione. La sentenza in esame, si sofferma sulla natura giuridica e sull’efficacia delle clausole claims made, spostando l’attenzione dal giudizio di vessatorietà al profilo della meritevolezza degli interessi perseguiti.

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