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Immobile abusivo e contrattazione preliminare

Anno IV, numero I, gennaio/marzo 2017

di MARCO RIZZUTI, Assegnista di ricerca nell’Università di Firenze

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Una recente sentenza di legittimità (Cass., 9 maggio 2016, n. 9318) ci consente di spendere qualche riflessione su quanto si presenti ancora come non del tutto chiaro il regime delle conseguenze sulla circolazione dei beni immobili della violazione delle norme urbanistiche ed edilizie, nonostante (o forse a causa de?) i decenni di reiterati interventi normativi in materia di condoni.

Quando, negli ormai lontani anni del boom economico e del connesso inurbamento di massa, il problema dell’abusivismo edilizio aveva iniziato ad assumere proporzioni di indubbio rilievo pratico, l’orientamento dominante era nel senso di una sua incapacità di invalidare l’effetto traslativo dei negozi aventi ad oggetto immobili irregolari. Si riteneva piuttosto che il rimedio andasse trovato nella garanzia del venditore ex art. 1490 c.c. e/o nella problematica ipotesi della risoluzione per aliud pro alio datum (cfr. A. Liserre, Legge e autonomia nella contrattazione immobiliare, in Jus, 1986, p. 58 e segg.). Col tempo, in una giurisprudenza che mirava a colpire con maggior rigore il fenomeno, si venne a consolidare l’impostazione per cui i vincoli urbanistici non potevano essere qualificati come oneri non apparenti, per cui al compratore veniva negata la tutela di cui all’art. 1489 c.c.: un meccanismo evidentemente destinato a ritorcersi in danno di chi si fosse trovato ad acquistare dagli speculatori, molto più che degli speculatori stessi (cfr. L. Cabella Pisu, Garanzia e responsabilità nelle vendite commerciali, Milano, 1983, pp. 130-168; R. Calvo, Nullità urbanistiche e irragionevolezza del legislatore, in Nuove leggi civ. comm., 2006, pp. 1316-1318).

A tale stato di cose reagì quindi il legislatore, introducendo una sorta di nullità di protezione ante litteram dei contratti traslativi di immobili abusivi, nel solo caso di buona fede dell’acquirente (art. 15, comma 7, della legge 28 gennaio 1977, n. 10, cosiddetta legge Bucalossi), che infatti la giurisprudenza dell’epoca ritenne di dover riqualificare in termini di annullabilità (cfr. Cass., 27 gennaio 1983, n. 739, in Riv. not., 1983, p. 1210). La norma rimase comunque uno strumento di scarsa applicazione pratica, dato che il forte tasso di inflazione di quegli anni rendeva poco convenienti, per i compratori, le azioni restitutorie consequenziali alla invalidità dei contratti in discorso (cfr. G.C. Mengoli, Compravendita immobiliare e normativa urbanistica, Milano, 2011, p. 153).

La svolta verso l’incommerciabilità degli immobili abusivi si è avuta con la legislazione sul cosiddetto primo condono edilizio, che ha sancito la nullità assoluta degli atti inter vivos a titolo oneroso aventi per oggetto il trasferimento, o la costituzione o lo scioglimento della comunione, di diritti reali diversi da servitù ed ipoteche, relativi ad edifici o loro parti la cui costruzione sia iniziata dopo il 17 marzo 1985, laddove dagli atti stessi non risultino gli estremi del titolo abilitativo alla costruzione oppure della documentazione comprovante l’avvio del procedimento amministrativo di sanatoria (artt. 40 e 46, l. 28 febbraio 1985, n. 47). Si passa quindi dalla tutela dell’acquirente non informato all’attuazione di un interesse pubblico a reprimere comunque la circolazione degli immobili in condizioni di irregolarità urbanistica. Invero, occorre dare atto che tuttora parte della dottrina (cfr. A. Albanese, Violazione di norme imperative e nullità del contratto, Napoli, 2003, p. 225; P. Gallo, Trattato del contratto, Torino, 2010, III, p. 1927) nega che si possa parlare di incommerciabilità in senso pieno degli immobili abusivi, dal momento che restano fuori dal campo di applicazione della disciplina in esame certi atti traslativi, come le donazioni e gli atti mortis causa, oltre ai contratti costitutivi dei diritti personali di godimento. Prescindendo, però, dai profili terminologici, la svolta verso la nullità ha rappresentato comunque un passaggio decisivo, anche per la caratteristica conformazione che il legislatore ha ritenuto di imprimere a tale invalidità. Continua a leggere

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato sul contratto di avvalimento

Cons. Stato Ad. Plen. 4 novembre 2016 n. 23 ha ritenuto che il contratto di avvalimento – contratto atipico e oneroso che presenta tratti propri del contratto di mandato e dell’appalto di servizi – debba rispondere ai requisiti di cui all’art. 1346 c.c., sicché è sufficiente che l’oggetto sia determinabile, dovendosi invece escludere la nullità del contratto in ragione della non immediata determinatezza dell’oggetto.

Più in particolare, la prescrizione secondo cui il contratto di avvalimento debba riportare “in modo compiuto esplicito ed esauriente (…) le risorse e i mezzi prestati in modo determinato e specifico” (art. 88 DPR 207/2010) non costituisce un vincolo di forma la cui violazione possa implicare la nullità (di protezione) del contratto. Al contrario, è sufficiente ai fini della validità del negozio, che la parte dell’oggetto del contratto di avvalimento, in ipotesi non puntualmente determinata, sia comunque agevolmente determinabile.

Sulla nullità di protezione cfr. PAGLIANTINI (a cura di) Le forme della nullità, Torino, 2009 e, nella manualistica più recente, MAZZAMUTO (a cura di), Manuale del diritto privato, Torino, 2016, 684, 728)