Archivio della categoria: NULLITA’

Il contratto non è nullo per mancanza di concessione in capo all’appaltatore se quest’ultimo affida l’esecuzione della prestazione ad un terzo ausiliario munito della relativa concessione

Cass. 14 luglio 2016 n. 14355 aferma che in materia di appalto (di servizi di operazioni portuali), l’assenza – in capo all’appaltatore – della concessione necessaria al compimento di tali operazioni non comporta la nullità del contratto per violazione di norma imperativa, allorché la materiale esecuzione della prestazione sia stata affidata ad un terzo munito della concessione e lo stesso si configuri come ausiliario dell’appaltatore ex art. 1228 c.c.

Le Sezioni Unite sulla donazione di cosa altrui (commento a Cass. 15 marzo 2016 n. 5068)

Anno III, Numero II, aprile/giugno 2016

di EDOARDO FERRANTE, Professore associato nell’Università di Torino

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È giunto l’atteso responso delle Sezioni Unite sulla donazione di cosa altrui. Con sentenza 15 marzo 2016, n. 5068, la Corte si pronuncia in composizione allargata sul quesito rimessole da Cass., ord. 23 maggio 2014, n. 11545.

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La Cassazione sulla validità del preliminare di immobile abusivo

Afferma Cass. 9 maggio 2016 n. 9318, Rel. Lombardo, che: “Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non vi è ragione di discostarsi, la sanzione della nullità prevista dall’art. 40 l. 47/1985, con riferimento a vicende negoziali relative ad immobili privi della necessaria concessione edificatoria, trova applicazione nei soli contratti traslativi e non anche con riguardo ai contratti con efficacia obbligatoria, quali il preliminare di vendita, ben potendo essere resa la dichiarazione o prodotta la documentazione relative alla regolarità dell’edificazione, all’eventuale concessione in sanatoria o alla domanda di oblazione e ai relativi primi due versamenti, all’atto della stipulazione del definitivo contratto traslativo, ovvero in corso di giudizio e prima della pronuncia della sentenza ex art. 2932, che tiene luogo di tale contratto”.

Nel caso di specie, il promittente acquirente di un immobile aveva convenuto in giudizio il promittente venditore, ma la domanda ex art. 2932 c.c. non era stata accolta in primo e in secondo grado in ragione del fatto che nel contratto non venivano menzionati gli estremi della concessione in sanatoria e che la relativa documentazione non era comunque stata prodotta in giudizio.

La cassazione ritiene invece che il contratto preliminare in questione debba considerarsi valido, ben potendo peraltro essere prodotta la relativa documentazione prima della pronuncia della sentenza ex art. 2932 c.c.

Contrariamente a quanto affermato nella decisione che si segnala, la soluzione sembra porsi in discontinuità con i più recenti precedenti di legittimità.

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Le Sezioni Unite sulla donazione di cosa altrui

Secondo Cass. sez. un. 15 marzo 2016 n. 5068, la donazione di cosa, in tutto od in parte, altrui (qual è la quota del bene indiviso di una massa ereditaria da parte del coerede), è nulla per mancanza di causa donandi, salvo che l’alterità del bene sia nota alle parti e risulti dal titolo, traducendosi in una donazione obbligatoria di dare.

In sostanza, la donazione di cosa altrui deve ritenersi nulla non già in ragione di un’applicazione estensiva o analogica del divieto di donazione di cosa futura. La donazione di cosa altrui sarebbe infatti nulla per assenza della causa.

Conseguentemente, deve considerasi nulla in quanto “donazione di cosa altrui” la donazione di una quota di un bene determinato, quando il donante ha la com-proprietà di una massa ereditaria e dunque non può dirsi titolare della quota sul singolo bene (donato, seppur nei limiti della quota) ma su più beni.

Cfr. l’ordinanza di rimessione 23 maggio 2014 n. 11545 in Dir. civ. cont. 9 luglio 2014, con nota di E. FERRANTE, Donazione di cosa altrui: perché «scomodare» le Sezioni Unite?

Nullità virtuale per contrarietà a norma imperativa del mutuo fondiario in caso di superamento della soglia massima di finanziabilità

Corte di cassazione 15 febbraio 2016 affronta il problema delle conseguenze derivanti dal superamento della soglia massima di finanziabilità per la concessione di un mutuo fondiario (art. 38, co. 2 TUB), senza tuttavia prendere esplicita posizione in merito alla questione più delicata, risolta dal più recente orientamento di legittimità nel senso della validità del contratto in questione. La decisione si rivela piuttosto ambigua, rifugiandosi su una censura sul punto dello sforamento del tetto del provvedimento del Tribunale di Venezia, che aveva ritenuto la nullità del mutuo per superamento della soglia massima di finanziabilità.

La disposizione normativa richiamata pur fissando una soglia massima di finanziabilità per il mutuo fondiario – che secondo il CICR si assesta sul 80% del valore dell’immobile – non prevede in modo esplicito la nullità del contratto che preveda un finanziamento eccedente la soglia massima.

Come  è noto, secondo un’accreditata interpretazione dell’art. 1418 co. 1, l’inciso “salvo che la legge non disponga altrimenti” conferisce all’interprete il potere di individuare le ipotesi in cui la sanzione della nullità non possa ritenersi compatibile con la ratio della norma imperativa violata. In sostanza, un’interpretazione non pleonastica della disposizione generale di cui all’art. 1418 co. 1 c.c. indicherebbe che del contratto contrario a norme imperative debba volta per volta predicarsi la nullità, che dunque non sarebbe la regola ma solo un esito possibile di detto contrasto, all’esito di una valutazione della ratio della norma violata. Nel caso di specie, in particolare, la decisione del Tribunale di Venezia impugnata ha ritenuto che il contrasto con la norma imperativa che indica un soglia massima di finanziabilità conduca alla nullità virtuale del contratto, poichè la norma sarebbe posta a tutela non già della singola banca ma della stabilità del mercato bancario.

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Clausole abusive: un procedimento di ingiunzione che non preveda un sindacato del giudice sull’abusività di una clausola, anche se ha efficacia di cosa giudicata, si pone in contrasto con il principio di effettività

La Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, sentenza 18 febbraio, causa C-49/14  Finanmadrid si è pronunciata in merito alla domanda di rinvio pregiudiziale proposta dal Tribunale di primo grado di Cartagena, Spagna, stabilendo che:

la direttiva 93/13/CEE sulle clausole abusive dev’essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella spagnola, che non consente al giudice investito dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento, avente ormai efficacia di cosa giudicata, di valutare d’ufficio il carattere abusivo di una clausola inserita in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore, ove l’autorità (non giurisdizionale) investita della domanda d’ingiunzione di pagamento non abbia competenza per procedere a una simile valutazione.

La questione proposta e la vicenda sottesa è assai simile a quella già decisa nella nota sentenza Banco Español de Crédito ancorchè, così come prevede la recente novella al codice di procedura civile spagnolo, ora il provvedimento venga emesso non da un giudice ma dal «Secretario judicial» (cancelliere), il quale è tenuto ad adire il giudice unicamente qualora dai documenti allegati alla domanda si evinca che l’importo richiesto non è corretto.

In Banco Español de Crédito il Tribunale di prima istanza aveva ritenuto di poter rilevare d’ufficio la nullità della clausola abusiva ancorchè non vi fosse stata opposizione e dunque non vi fosse un giudizio di cognizione. Il giudice di appello aveva rimesso in via pregiudiziale proprio tale questione alla Corte di Giustizia.

Nel nuovo procedimento d’ingiunzione di pagamento spagnolo, sotteso alla sentenza Finanmadrid, l’autorità è in sostanza il cancelliere, poichè si prevede che, salvo che non ricorrano determinate circostanze, non c’è intervento del giudice e il procedimento è chiuso senza possibilità che venga eseguito un controllo dell’esistenza di clausole abusive in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore. Sicché, il giudice interviene solo in fase di esecuzione dell’ingiunzione di pagamento, quando ormai non potrebbe più valutare d’ufficio l’esistenza di tali clausole poichè il provvedimento ha ormai efficacia di cosa giuicata: il consumatore, di fronte a un titolo esecutivo, potrebbe trovarsi nella situazione di non poter beneficiare, in nessuna fase del procedimento, della garanzia che venga compiuta la valutazione sulla sussistenza dell’abusività della clausola. Solo per completezza può ricordarsi che anche la nostra giurisprudenza di legitimità riconosce che il decreto ingiuntivo non opposto acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata sostanziale in relazione al diritto in esso consacrato.

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Regole di condotta e giudizio di «meritevolezza» del contratto

Con la decisione che si segnala (Cass. 15 febbraio 2016, n. 2900, Rel. Acierno), sulla scia dell’insegnamento delle sezioni unite 26724/2007, la Suprema Corte ritiene infondati i motivi di impugnazione del ricorrente, il quale contestava la decisione della Corte di appello che aveva ritenuto la nullità del contratto stipulato con l’investitore: la violazione di norme di condotta, questo l’argomento del ricorrente, non potrebbe comportare la invalidità del contratto. ma semmai potrebbe essere motivo di responsabilità.

La Corte di Cassazione, coerentemente con quanto affermato da Cass. 776/2014, osserva che in il contratto di intermediazione finanziaria ha tendenzialmente natura atipica ed è pertanto soggetto alla valutazione di meritevolezza in concreto di interessi ovvero della causa in concreto.

Sicché, se la violazione delle regole di condotta conduce ad un giudizio di responsabilità e non di invalidità, è pur vero che quest’ultima può essere predicata a monte ove il contratto di intermediazione finanziaria non superi il giudizio di meritevolezza ex art, 1322 c.c. E’ la stessa Corte di appello d’altronde ad aver ritenuto di dover pervenire al giudizio di nullità in ragione di un vizio strutturale e genetico e non della violazione di una regola di condotta.

Tale sindacato sulla meritevolezza, secondo la Suprema Corte, può essere peraltro effettuato in sede di legittimità e soprattutto d’ufficio, per le medesime ragioni per cui è possibile rilevare la nullità di un contratto.

In definitiva, ribadendo un passaggio già presente in Cass. 19559/2015, si afferma la nullità del contratto sotteso al giudizio, poiché «l’enorme alterazione dell’equilibrio contrattuale» si risolve in un «tessuto di regole e vincoli contrattuali congegnati in modo tale da esporre il cliente esclusivamente a conseguenze svantaggiose», mentre l’interesse dell’intermediario è sostanzialmente «privo di effettivi margini di rischio».

Valore probatorio della quietanza rilasciata per conto del (con)creditore e nullità del contratto preliminare ex art. 30 co. 2 TU edilizia. Considerazioni critiche a margine di una recente pronunzia della Cassazione

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di ENRICO CAMILLERI, Ordinario nell’Università di Palermo

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A poco più di un anno dall’intervento nomofilattico che ha ricondotto a mera analogia legis l’ascrizione alla quietanza di pagamento del regime della confessione stragiudiziale (Cass. Sez. Un., 22 settembre 2014, n. 19888, in I Contratti, 2015, 147 e ss.), la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23128 del 12 novembre 2015 resa dalla Sezione II, è tornata sull’argomento, muovendo però in questo caso da premesse ricostruttive – ed approdando ad esiti – che, a ben vedere, non solo deflettono dal solco dell’autorevole precedente, ma a tal punto esasperano alcune tensioni interne alla tessitura concettuale della fattispecie di cui all’art. 1199 c.c., da mettere capo ad autentici paradossi.

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Divieto del patto commissorio, contratto di «sale and lease back» e autonomia privata

ANNO III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di ALBERTO LUNETTA

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La controversia sulla quale la Suprema Corte si è pronunciata (Cass. 28 gennaio 2015 n. 1625, Rel. Nazzicone) concerne la validità di un contratto di sale and lease-back, contenente la clausola marciana, stipulato da due società (la sentenza si trova anche pubblicata in Riv. not., 2015, p. 182 ss.; in Il fallimento, 7/2015, p. 791 ss. con nota di M. SPADARO; in Giur. it., 2015, p. 2341 ss., con nota di V. VITI; M. NATALE, Lease-back e strutture utili di patto marciano, in Riv. dir. civ., 6/2015, p. 1595 ss.).

La questione sollevata innanzi alla Suprema Corte s’innesta nell’ambito di un ricorso proposto dal creditore fallimentare, ossia la società concedente il leasing-acquirente, avverso il decreto che aveva respinto la sua opposizione allo stato passivo del fallimento della società alienante-utilizzatrice. Il giudice del fallimento aveva ritenuto che il contratto di sale and lease-back fosse nullo perché in violazione del divieto di patto commissorio (e ciò sia in quanto, all’epoca della conclusione del contratto, la parte alienante era insolvente, sia per la sproporzione tra valore del bene e prezzo convenuto), tralasciando di considerare la sussistenza in esso della cautela marciana.

La Suprema Corte è chiamata a decidere sulla compatibilità del contratto di lease-back con il divieto sancito dall’art. 2744 c.c.

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