Archivio della categoria: CAUSA

Una nuova accezione “debole” della nozione di contratto pubblico «a titolo oneroso»?

Anno V, Numero I, gennaio/marzo 2018

di RICCARDO SABATO

Il Consiglio di Stato, con la recente sentenza del 3 ottobre 2017 n. 4614, occupandosi di un contratto di appalto di servizi stipulato da un ente pubblico territoriale, tratteggia una nuova e peculiare nozione di contratto “a titolo oneroso”. Per il contratto pubblico, afferma il supremo giudice amministrativo, questa “può assumere … un significato attenuato o in parte diverso rispetto all’accezione tradizionale e propria del mondo interprivato” (nel caso di specie, viene in considerazione un contratto di appalto di servizi a titolo gratuito per la redazione di un piano strutturale per un comune, il cui bando viene impugnato dagli ordini professionali degli ingegneri e architetti per illegittimità derivante dal contrasto con il divieto di appalto gratuito) .

E se resta formalmente ferma la concezione per cui è contratto a titolo gratuito quello in cui una parte, a fronte della propria prestazione, non ottiene dall’altra parte un vantaggio economico, finanziario o patrimoniale significativo, in contrapposizione dunque al contratto a titolo oneroso, significativamente lo stesso Cons. St., sez. III, all’indomani della sentenza in commento, ha con sentenza-ordinanza 4 ottobre 2017, n. 4631 (alla cui lettura si rinvia per ulteriori approfondimenti) formulato rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia U.E. in ordine ad altra questione «ritenendo preferibile la tesi interpretativa secondo cui nella direttiva n. 18/2014 la nozione di onerosità debba essere intesa in senso sostanziale, comprendendo anche i vantaggi economici che il fornitore riceva da altra amministrazione pubblica interessata alla esecuzione del rapporto, in ragione delle sue finalità istituzionali». E’ evidente, dunque, che i giudici di Palazzo Spada intendano dare continuità al nuovo orientamento, anche coinvolgendo nel percorso interpretativo la Corte del Lussemburgo.

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Lezioni di diritto civile

Acquistabile su Amazon in versione ebook, il volume raccoglie le lezioni di Diritto civile tenute dal prof. Armando Plaia, Ordinario di Diritto privato, alla Scuola di perfezionamento Sant’Alfonso de Liguori di Palermo nell’ambito del corso riservato ai candidati al concorso per 360 posti di Magistrato ordinario (bandito in Gazzetta Ufficiale il 15 novembre 2016).

Lezioni di livello accademico, attente alla giurisprudenza di legittimità più recente, su alcuni temi individuati sulla base delle tracce estratte e non estratte ai concorsi precedenti: La causa, La nullità, La responsabilità contrattuale, Il danno non patrimoniale, I danni punitivi, La responsabilità precontrattuale.

Gli accordi preventivi sull’assegno di divorzio sono nulli per illiceità della causa

Secondo Cass. 30 gennaio 2017 n. 2224 gli accordi preventivi aventi ad oggetto l’assegno di divorzio sono affetti da nullità. Gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico–patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’art. 160 cod. civ..

Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto non solo quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione – specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione degli effetti civili del matrimonio

Ne consegue, tra l’altro, che la disposizione dell’art. 5, ottavo comma, della legge n. 898 del 1970 nel testo di cui alla legge n. 74 del 1987 – a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico -, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio”.

Vessatorietà, atipicità e dubbia meritevolezza delle clausole claims made

Anno III, Numero III, luglio/settembre 2016

di ALESSIA ROMEO, Dottoranda di ricerca nell’Università di Messina

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La controversia decisa dalle Sezioni Unite del 6 maggio 2016, n. 9140, risolve l’annosa questione relativa alla validità o meno delle clausole c.d. claims made, che sovente vengono inserite nei contratti di assicurazione per la responsabilità civile, in forza delle quali la copertura assicurativa opera solo se la domanda risarcitoria pervenga nel periodo di vigenza del contratto.

Il nodo problematico sul quale essenzialmente è stato sollecitato l’intervento nomofilattico delle Sezioni Unite è quello relativo al quesito vertente la vessatorietà o meno delle clausole claims made, allo scopo di valutarne l’applicabilità in un’ottica di tutela dell’assicurato, al fine di tenerlo indenne dalle conseguenze di fatti illeciti da lui compiuti prima della stipula del contratto di assicurazione. La sentenza in esame, si sofferma sulla natura giuridica e sull’efficacia delle clausole claims made, spostando l’attenzione dal giudizio di vessatorietà al profilo della meritevolezza degli interessi perseguiti.

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Le Sezioni Unite sulla clausola «claims made»

Per le Sezioni Unite (Cass. sez. un. 6 maggio 2016 n. 9140, Rel. Amendola) non è vessatoria la clausola che, nel contratto di assicurazione della responsabilità civile, subordina l’operatività della copertura assicurativa alla circostanza che tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano entro il periodo di efficacia del contratto o, comunque, entro determinati periodi di tempo preventivamente individuati (c.d. clausola claims made mista o impura); essa tuttavia può essere dichiarata nulla per difetto di meritevolezza o perchè determina a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

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Le Sezioni Unite sulla donazione di cosa altrui

Secondo Cass. sez. un. 15 marzo 2016 n. 5068, la donazione di cosa, in tutto od in parte, altrui (qual è la quota del bene indiviso di una massa ereditaria da parte del coerede), è nulla per mancanza di causa donandi, salvo che l’alterità del bene sia nota alle parti e risulti dal titolo, traducendosi in una donazione obbligatoria di dare.

In sostanza, la donazione di cosa altrui deve ritenersi nulla non già in ragione di un’applicazione estensiva o analogica del divieto di donazione di cosa futura. La donazione di cosa altrui sarebbe infatti nulla per assenza della causa.

Conseguentemente, deve considerasi nulla in quanto “donazione di cosa altrui” la donazione di una quota di un bene determinato, quando il donante ha la com-proprietà di una massa ereditaria e dunque non può dirsi titolare della quota sul singolo bene (donato, seppur nei limiti della quota) ma su più beni.

Cfr. l’ordinanza di rimessione 23 maggio 2014 n. 11545 in Dir. civ. cont. 9 luglio 2014, con nota di E. FERRANTE, Donazione di cosa altrui: perché «scomodare» le Sezioni Unite?

Regole di condotta e giudizio di «meritevolezza» del contratto

Con la decisione che si segnala (Cass. 15 febbraio 2016, n. 2900, Rel. Acierno), sulla scia dell’insegnamento delle sezioni unite 26724/2007, la Suprema Corte ritiene infondati i motivi di impugnazione del ricorrente, il quale contestava la decisione della Corte di appello che aveva ritenuto la nullità del contratto stipulato con l’investitore: la violazione di norme di condotta, questo l’argomento del ricorrente, non potrebbe comportare la invalidità del contratto. ma semmai potrebbe essere motivo di responsabilità.

La Corte di Cassazione, coerentemente con quanto affermato da Cass. 776/2014, osserva che in il contratto di intermediazione finanziaria ha tendenzialmente natura atipica ed è pertanto soggetto alla valutazione di meritevolezza in concreto di interessi ovvero della causa in concreto.

Sicché, se la violazione delle regole di condotta conduce ad un giudizio di responsabilità e non di invalidità, è pur vero che quest’ultima può essere predicata a monte ove il contratto di intermediazione finanziaria non superi il giudizio di meritevolezza ex art, 1322 c.c. E’ la stessa Corte di appello d’altronde ad aver ritenuto di dover pervenire al giudizio di nullità in ragione di un vizio strutturale e genetico e non della violazione di una regola di condotta.

Tale sindacato sulla meritevolezza, secondo la Suprema Corte, può essere peraltro effettuato in sede di legittimità e soprattutto d’ufficio, per le medesime ragioni per cui è possibile rilevare la nullità di un contratto.

In definitiva, ribadendo un passaggio già presente in Cass. 19559/2015, si afferma la nullità del contratto sotteso al giudizio, poiché «l’enorme alterazione dell’equilibrio contrattuale» si risolve in un «tessuto di regole e vincoli contrattuali congegnati in modo tale da esporre il cliente esclusivamente a conseguenze svantaggiose», mentre l’interesse dell’intermediario è sostanzialmente «privo di effettivi margini di rischio».