Archivio della categoria: SINGOLI CONTRATTI

La Cassazione sul contenuto del contratto di acquisto di strumenti finanziari non «adeguato»

Cass. 6 giugno 2016, n. 11578, Rel. Nazzicone, stabilisce che la sottoscrizione da parte del cliente della clausola in calce al modulo d’ordine, contenente la segnalazione dell’inadeguatezza dell’operazione sulla quale egli è stato avvisato, è idonea a far presumere assolto l’obbligo previsto in capo all’intermediario dell’art. 29 co. 3 reg. Consob n. 11522/1998; tuttavia a fronte della contestazione del cliente il quale alleghi quali specifiche informazioni furono omesse, grava sulla banca l’onere di provare, con qualsiasi mezzo, che invece quelle informazioni essa aveva specificamente reso.

Pubblico impiego contrattualizzato e art. 18 dello Statuto dei lavoratori

Ai rapporti di pubblico impiego contrattualizzato (art. 2 d.lgs. n. 165/2001), chiarisce la Cassazione con sentenza 9 giugno 2016 n. 11868, non si applicano le modifiche apportate dalla l. n. 92 del 2012 (cd. legge Fornero) all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, sicché la tutela del dipendente pubblico nel caso di licenziamento illegittimo intimato in data successiva all’entrata in vigore di tali modifiche resta quella prevista dall’art. 18 dello Statuto nel testo precedente alla riforma.

La Suprema Corte ritorna sulla difficile determinazione della linea di confine tra vendita con patto di riscatto e divieto del patto commissorio

Anno III, numero II, aprile/giugno 2016

di MARIA ASTONE, Professore associato nell’Università di Messina

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Con la sentenza n. 1075 del 21/01/2016 la Suprema Corte di Cassazione ritorna a pronunciarsi sulla antica questione del rapporto tra vendita con patto di riscatto e divieto del patto commissorio.

La decisione della Corte è relativa ad una controversia sorta a seguito della stipula di una vendita con patto di riscatto, nella quale i venditori, oltre a riservarsi il diritto di riscattare l’immobile con conseguente restituzione del prezzo pattuito, avevano anche mantenuto il godimento del bene alienato mediante un contratto di comodato.
Alla scadenza del termine per l’esercizio del diritto di riscatto i venditori, pur non esercitando tale diritto, si rifiutavano di consegnare l’immobile, né restituivano la somma ricevuta a titolo di corrispettivo; e ciò perché, a loro avviso, la vendita assistita da patto di riscatto era finalizzata alla garanzia della restituzione di un debito, come risultava dalla constatazione che il corrispettivo pattuito non era proporzionale all’effettivo valore del bene.
Controdeducevano, quindi, che la vendita assistita da patto di riscatto fosse nulla in quanto utilizzata in funzione di garanzia, ciò in violazione dell’art. 2744 c.c.
Tesi alla quale, tuttavia, non hanno ritenuto di aderire né le corti di merito, di primo e secondo grado, che si sono limitate a condannare i convenuti venditori al rilascio dell’immobile e a dichiarare inammissibile l’esistenza del patto commissorio per mancanza di prova; né successivamente il Supremo Organo di legittimità che nella sentenza de qua conferma la decisione impugnata.

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Sulla responsabilità contrattuale dell’intermediario che ometta di prospettare al cliente i rischi dell’investimento

La sentenza che si segnala (Cass. 23 maggio 2016 n. 10640) precisa che la responsabilità dell’intermediario che ometta di informarsi sulla propensione al rischio del cliente o di rappresentare a quest’ultimo i rischi dell’investimento, ovvero che compia operazioni inadeguate quando dovrebbe astenersene, ha natura contrattuale.

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Le Sezioni Unite sulla clausola «claims made»

Per le Sezioni Unite (Cass. sez. un. 6 maggio 2016 n. 9140, Rel. Amendola) non è vessatoria la clausola che, nel contratto di assicurazione della responsabilità civile, subordina l’operatività della copertura assicurativa alla circostanza che tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano entro il periodo di efficacia del contratto o, comunque, entro determinati periodi di tempo preventivamente individuati (c.d. clausola claims made mista o impura); essa tuttavia può essere dichiarata nulla per difetto di meritevolezza o perchè determina a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

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Al termine della locazione commerciale: sulla legittimazione del conduttore a subordinare la restituzione dell’immobile alla corresponsione dell’indennità di avviamento e sulla forma dell’offerta

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di STEFANO CAVASSA, Dottorando nell’Università di Genova

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La Corte di Cassazione con sentenza 20 gennaio 2016, n. 890 torna a pronunciarsi sulle dinamiche conseguenti al venir meno di un contratto di locazione d’immobile ad uso non abitativo. In particolare, il giudice di legittimità si sofferma sulla validità dell’offerta formale condizionata con cui il conduttore subordina il rilascio dell’immobile al pagamento, da parte del locatore, dell’indennità per la perdita dell’avviamento (art. 34 l. 27.7.1978, n. 392).

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Le Sezioni Unite sul danno da abuso di contratto di lavoro a tempo determinato da parte della pubblica amministrazione

Per Cass. sez. un. 15 marzo 2016 n. 5072, nel regime del lavoro pubblico contrattualizzato, in caso di abusivo ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato da parte di una P.A., il dipendente, esclusa la possibilità di conversione del rapporto, ha diritto al risarcimento del danno per l’illegittima precarizzazione nella misura e nei limiti di cui all’art. 32, comma 5, della l. n. 183 del 2010.

In sostanza, le Sezioni Unite ribadiscono che l’abuso di contratti a termine nel settore pubblico non conduce alla conversione in contratto a tempo indeterminato e ciò significa anche che il danno non consiste nella perdita del posto di lavoro, ma piuttosto nella perdita di chance lavorative alternative.

Chiarito in cosa consista il danno, le Sezioni Unite precisano che la sua quantificazione non può essere basata sulla disciplina del licenziamento illegittimo, perché lì si guarda al lavoro perso. E’ invece alla disciplina sul contratto di lavoro a termine nel settore privato che occorre far riferimento e all’indennità forfettaria contenuta tra 2,5 e 12 mensilità: indennità che nel rapporto privato ha una funzione di “contenimento”, mentre nel rapporto pubblico concede al lavoratore che ha subito l’abuso un ristoro “agevolato”, senza cioé necessità di prova alcuna. Ferma restando, aggiungono le Sezioni Unite, la possibilità per il lavoratore di provare che in ragione del ricorso abusivo a contratti a tempo determinato il danno è stato superiore.

Per un precedente di segno parzialmente contrario cfr. Cass. 30 dicembre 2014 n. 27481 Rel. Tria cui si deve l’espressione “danno comunitario”, ora ripresa e condivisa dalle Sezioni Unite quale sanzione “ex lege” e in re ipsa a carico del datore di lavoro, ma per la cui liquidazione è utilizzabile, in via tendenziale, il criterio indicato dall’art. 8 della legge n. 604 del 1966 (indennità alternativa alla conversione nel settore privato), e non il criterio ora indicato dalle Sezioni Unite del sistema indennitario onnicomprensivo previsto dall’art. 32 della legge n. 183 del 2010 (indennità aggiuntiva alla conversione del contratto a tempo determinato), né il criterio previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. In dottrina, aveva indicato il criterio previsto dalla L. 604/1966 (art. 8) A. GABRIELE, in BELLAVISTA, GARILLI, MARINELLI (a cura di), Il lavoro a termine dopo la legge 6 agosto 2008 n. 133. Privato e pubblico a confronto, Torino, 2009, 152. Esclude la risarcibilità del danno in re ipsa Cass. 13 gennaio 2012 n. 392. La questione del danno in caso di conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato di più contratti a termine nel settore privato è invece affrontata da Cass. 12 gennaio 2015 n. 262., in Giur. it., 2015, 802, con nota di Plaia, Ciò che danno non è. Per una ricostruzione delle diverse posizioni giurisprudenziali e dottrinali cfr.  PLAIA, L’invalidità satisfattiva dell’atto di autonomia privata e dell’atto amministrativo, in Europa dir. priv., 2013. p. 1015, spec. 1035-1041.

I rigidi confini della nozione di «consumatore» nella composizione della crisi da sovraindebitamento.

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di SIMONE ALECCI, Dottore di ricerca nell’università di palermo

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Cass. 1 febbraio 2016 n. 1869, Rel. Ferro, traccia il confine della nozione di consumatore in funzione dell’accesso al prisma rimediale allestito dalla l. 27 gennaio 2012, n. 3 per sterilizzare le crisi da sovraindebitamento dei soggetti sottratti al raggio applicativo della legislazione fallimentare.

La ricostruzione emergente dal reticolo motivazionale diverge dalla traiettoria ermeneutica segnata da un esiguo drappello di interpreti inestricabilmente avvinti al tenore letterale dell’art. 6, comma 2, l. b) della l. 3/2012, stando al quale lo status consumeristico (sintagma più consono di quelli che valorizzano i connotati qualitativi intrinseci associati alla figura del consumatore, che non esprime – come opportunamente rimarcato da ALESSI, La disciplina generale del contratto, Torino, 2015, 108 – una qualità del soggetto stabilmente ravvisabile nei rapporti sociali ed economici, bensì una dimensione relazionale estranea ad un’attività economica organizzata e misurabile con riferimento allo scopo dell’operazione negoziale di volta in volta posta in essere) è riconducibile alla persona fisica che abbia assunto obbligazioni esclusivamente per finalità estranee all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta. Continua a leggere

Rimessa alle Sezioni Unite la questione della qualificazione del contratto di «Handling»

Con l’ordinanza n. 3361 del 22.2.2016, Rel. Rossetti, la Terza Sezione della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente per un’eventuale assegnazione al Supremo Consesso con riferimento alla questione circa la possibilità di considerare l’impresa esercente il servizio di “Handling” aeroportuale come ausiliare del vettore aereo (con conseguente applicabilità alla stessa della disciplina sulla responsabilità prevista dalla Convenzione di Montreal).

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