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L’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite in tema di «usura sopravvenuta»

Anno IV, numero I, gennaio/marzo 2017

di GUGLIELMO GUARINA

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Con l’ordinanza n. 2482/2017, la Prima Sezione Civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente – per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili – in relazione al contrasto sorto con riguardo alla sorte dei contratti di mutuo pendenti all’entrata in vigore della disciplina antiusura (l. 108/1998).

Il problema si è presentato a seguito dell’entrata in vigore della l. n. 108/1996, che fissava nuovi criteri per determinare gli interessi usurari, rendendo, così, usurari interessi pattuiti prima in maniera lecita.

Sull’efficacia della normativa antiusura sui contratti sorti anteriormente alla l. 108/1996, è intervenuta, poi, la l. 24/2001 (di interpretazione autentica) stabilendo che: «ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del c.p. e dell’articolo 1815, 2° comma, c.c. si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento».

Tale norma è stata ritenuta costituzionalmente legittima dalla Corte Costituzionale (sent. n. 29/02): «la norma in esame trova giustificazione, sotto il profilo della ragionevolezza, nell’esistenza di tale obiettivo dubbio ermeneutico sul significato delle espressioni “si fa dare […] interessi […] usurari” e “facendo dare […] un compenso usurario” di cui all’art. 644 cod. pen., in rapporto al tenore dell’art. 1815, secondo comma, cod. civ. (“se sono convenuti interessi usurari”) ed agli effetti correlativi sul rapporto di mutuo. L’art. 1, comma 1, del decreto legge n. 394 del 2000, nel precisare che le sanzioni penali e civili di cui agli artt. 644 cod. pen. e 1815, secondo comma, cod. civ. trovano applicazione con riguardo alle sole ipotesi di pattuizioni originariamente usurarie, impone – tra le tante astrattamente possibili – un’interpretazione chiara e lineare delle suddette norme codicistiche, come modificate dalla legge n. 108 del 1996, che non è soltanto pienamente compatibile con il tenore la ratio della suddetta legge ma è altresì del tutto coerente con il generale principio di ragionevolezza». Continua a leggere

Rimessa alle Sezioni Unite la questione della determinazione degli interessi usurari (ai contratti di mutuo pendenti alla data di entrata in vigore della l. 108/1996)

Con ordinanza 31 gennaio 2017 n. 2484 la Prima Sezione Civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili in relazione al contrasto sorto in ordine alla applicabilità dei criteri fissati dalla l. n. 108 del 1996 per la determinazione degli interessi usurari ai contratti di mutuo ancora pendenti alla data di entrata in vigore della menzionata legge, anche in considerazione degli effetti della norma di interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 1, del d.l. n. 394 del 2000 (conv., con modif., nella l. n. 24 del 2001).

Come è noto l’art. 1815 c.c. (così come modificato con la l. 108/1996) prevede al secondo comma che: “Se sono convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.

Due sostanzialmente gli orientamenti sin qui sostenuti dalla giurisprudenza di legittimità: il primo ritiene che il contratto di mutuo stipulato prima della modifica dell’art. 1815 c.c. rimanga pienamente valido, non applicandosi la disciplina introdotta con la l. 108/1996 (Cass. 29 gennaio 2016 n. 801); il secondo invece ritiene che il contratto di mutuo con clausola usuraria, ancorché inizialmente valido, debba considerarsi parzialmente inefficace ex nunc a partire dall’entrata in vigore della nuova disciplina (Cass. 17 agosto 2016 n. 17150).

Nullità virtuale per contrarietà a norma imperativa del mutuo fondiario in caso di superamento della soglia massima di finanziabilità

Corte di cassazione 15 febbraio 2016 affronta il problema delle conseguenze derivanti dal superamento della soglia massima di finanziabilità per la concessione di un mutuo fondiario (art. 38, co. 2 TUB), senza tuttavia prendere esplicita posizione in merito alla questione più delicata, risolta dal più recente orientamento di legittimità nel senso della validità del contratto in questione. La decisione si rivela piuttosto ambigua, rifugiandosi su una censura sul punto dello sforamento del tetto del provvedimento del Tribunale di Venezia, che aveva ritenuto la nullità del mutuo per superamento della soglia massima di finanziabilità.

La disposizione normativa richiamata pur fissando una soglia massima di finanziabilità per il mutuo fondiario – che secondo il CICR si assesta sul 80% del valore dell’immobile – non prevede in modo esplicito la nullità del contratto che preveda un finanziamento eccedente la soglia massima.

Come  è noto, secondo un’accreditata interpretazione dell’art. 1418 co. 1, l’inciso “salvo che la legge non disponga altrimenti” conferisce all’interprete il potere di individuare le ipotesi in cui la sanzione della nullità non possa ritenersi compatibile con la ratio della norma imperativa violata. In sostanza, un’interpretazione non pleonastica della disposizione generale di cui all’art. 1418 co. 1 c.c. indicherebbe che del contratto contrario a norme imperative debba volta per volta predicarsi la nullità, che dunque non sarebbe la regola ma solo un esito possibile di detto contrasto, all’esito di una valutazione della ratio della norma violata. Nel caso di specie, in particolare, la decisione del Tribunale di Venezia impugnata ha ritenuto che il contrasto con la norma imperativa che indica un soglia massima di finanziabilità conduca alla nullità virtuale del contratto, poichè la norma sarebbe posta a tutela non già della singola banca ma della stabilità del mercato bancario.

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Regole di condotta e giudizio di «meritevolezza» del contratto

Con la decisione che si segnala (Cass. 15 febbraio 2016, n. 2900, Rel. Acierno), sulla scia dell’insegnamento delle sezioni unite 26724/2007, la Suprema Corte ritiene infondati i motivi di impugnazione del ricorrente, il quale contestava la decisione della Corte di appello che aveva ritenuto la nullità del contratto stipulato con l’investitore: la violazione di norme di condotta, questo l’argomento del ricorrente, non potrebbe comportare la invalidità del contratto. ma semmai potrebbe essere motivo di responsabilità.

La Corte di Cassazione, coerentemente con quanto affermato da Cass. 776/2014, osserva che in il contratto di intermediazione finanziaria ha tendenzialmente natura atipica ed è pertanto soggetto alla valutazione di meritevolezza in concreto di interessi ovvero della causa in concreto.

Sicché, se la violazione delle regole di condotta conduce ad un giudizio di responsabilità e non di invalidità, è pur vero che quest’ultima può essere predicata a monte ove il contratto di intermediazione finanziaria non superi il giudizio di meritevolezza ex art, 1322 c.c. E’ la stessa Corte di appello d’altronde ad aver ritenuto di dover pervenire al giudizio di nullità in ragione di un vizio strutturale e genetico e non della violazione di una regola di condotta.

Tale sindacato sulla meritevolezza, secondo la Suprema Corte, può essere peraltro effettuato in sede di legittimità e soprattutto d’ufficio, per le medesime ragioni per cui è possibile rilevare la nullità di un contratto.

In definitiva, ribadendo un passaggio già presente in Cass. 19559/2015, si afferma la nullità del contratto sotteso al giudizio, poiché «l’enorme alterazione dell’equilibrio contrattuale» si risolve in un «tessuto di regole e vincoli contrattuali congegnati in modo tale da esporre il cliente esclusivamente a conseguenze svantaggiose», mentre l’interesse dell’intermediario è sostanzialmente «privo di effettivi margini di rischio».

Clausole abusive e integrazione del contratto. La Corte di Giustizia con la sentenza “Unicaja Banco” riafferma il principio della mera caducazione della clausola

Con sentenza del 21 gennaio 2015, Rel. Levits, la Corte di Giustizia UE si pronuncia su alcune domande di rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE, relative alla corretta interpretazione dell’articolo 6 della Direttiva 93/13/CEE del Consiglio del 5 aprile 1993, nelle cause riunite C-482/13, C-484/13, C-485/13 e C-487/13.

Le fattispecie concrete riguardavano diversi procedimenti di esecuzione forzata immobiliare, che due banche spagnole avevano avviato contro alcuni consumatori, in dipendenza dei contratti di mutuo ordinario, garantiti da ipoteche, con essi stipulati. Nell’ambito di tali procedure in executivis, i giudici designati s’interrogavano sul carattere «abusivo» di due clausole contenute nei contratti e, conseguentemente, sulla compatibilità della normativa spagnola in tema di crediti ipotecari con il diritto dell’Unione in materia di clausole vessatorie. Continua a leggere

Per il Tribunale di Frosinone gli interessi moratori non possono essere sommati agli interessi corrispettivi ai fini della nullità parziale ex at. 1815 c.c., ma gli interessi moratori eccessivamente onerosi possono essere diminuiti ex art. 1384 c.c.

Il Tribunale di Frosinone con ordinanza 20 dicembre 2014, Rel. Pepe, esclude, con argomentazione ben strutturata, l’applicabilità della nullità parziale ex art. 1815 c.c., co. 2, agli interessi di mora, quando gli stessi sommati agli interessi corrispettivi superino il c.d. tasso soglia usurario (cfr. invece Trib. Pordenone 7 agosto 2014)

Seppur con affermazione che non entra nella ratio decidendi, il Tribunale nega, più in generale, che l’art. 1815 c.c. possa applicarsi agli interessi di mora, pur isolatamente considerati, in ragione dell’inesistenza di un tasso soglia relativo agli interessi di tal natura.

Al mutuatario che si veda imposti interessi moratori particolarmente onerosi resterebbe, invece, la possibilità della diminuzione degli stessi, in ragione della riducibilità anche officiosa della penale contrattuale.

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Sulla sorte del contratto di mutuo fondiario che oltrepassi i limiti di finanziabilità: il Tribunale di Firenze smentisce la Cassazione e ritiene la nullità virtuale del contratto

Tribunale di Firenze, sezione III, decreto 30 ottobre 2014, Est. Mariani affronta il delicato problema delle conseguenze derivanti dal superamento della soglia massima di finanziabilità per la concessione di un mutuo fondiario (art. 38 TUB).

Il provvedimento è degno di segnalazione in quanto critica la soluzione e le argomentazioni tecnico-giuridiche recentemente assunte da Cassazione, Sez. I, 28 novembre 2013 n. 26672 e riafferma, invece, in buona parte, la validità concettuale del precedente orientamento di  Cassazione, Sez I, 1 settembre 1995 n. 9219.

Il Tribunale adito ritiene, infatti, che i limiti previsti per l’erogazione di un mutuo fondiario abbiano natura pubblicistica e che il contratto che non li abbia rispettati sia affetto da nullità virtuale.

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Obbligo del creditore di valutare la solvibilità del debitore: la Corte di Giustizia sulla sanzione della decadenza dagli interessi convenzionali prevista nell’ordinamento francese

Anno I, Numero III, ottobre/dicembre 2014

di TOMMASO DALLA MASSARA, Ordinario nell’Università di Verona

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Con decisione 27 marzo 2014 causa C-565/12, Pres. L. Bay Larsen; Rel. K. Jürimäe, LCL Le Crédit Lyonnais SA, la Corte di Lussemburgo statuisce che l’art. 23 della direttiva 2008/48/CE, relativa ai contratti di credito ai consumatori, deve essere interpretato in senso tale da costituire argine rispetto all’applicazione di un regime nazionale di sanzioni secondo cui, in caso di violazione da parte del creditore dell’obbligo precontrattuale di valutare la solvibilità del debitore consultando una banca dati pertinente, il creditore, pur decadendo dal diritto agli interessi convenzionali, benefici però degli interessi al tasso legale; più precisamente, si tratterebbe di interessi esigibili a decorrere dalla decisione di condanna del debitore e, inoltre, di interessi che sarebbero maggiorati di cinque punti se, alla scadenza del termine di due mesi dalla condanna, il debitore non avesse pagato.

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Per il Tribunale di Pordenone ai fini del tasso soglia usurario gli interessi moratori possono sommarsi agli interessi convenzionali

Questa Rivista ha già pubblicato alcune decisioni in tema di interessi moratori, anche dell’Arbitro Bancario finanziario, con il commento di R. Carrano, Se gli interessi moratori sono usurari la “clausola penale” che li prevede è nulla e sono dovuti gli interessi corrispettivi ex art. 1224 c.c.

La questione relativa alla computabilità degli interessi moratori, in quanto interessi comunque “convenuti” al pari di quelli corrispettivi, rimane comunque controversa e si arricchisce ora di nuove decisioni di merito favorevoli all’applicazione della nullità ex art. 1815 c.c. (“se sono convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”) alla “clausola” che, sommando interessi corrispettivi e moratori, superi il tasso soglia.

Gli interessi cui si riferisce l’art. 1815 c.c. non sarebbero dunque soltanto quelli corrispettivi.

Di recente, infatti, Trib Pordenone 7 agosto 2014 ha ritenuto che ai fini della verifica del superamento del tasso soglia debbano sommarsi gli interessi convenzionali e gli interessi moratori.

La decisione si colloca sulla scia di quanto già affermato da Trib. Padova 13 maggio 2014 e, seppur con sfumature diverse, da Trib Parma 24 luglio 2014 (qui, in realtà, gli interessi moratori vengono sì computati, ma in quanto nel contratto sono previsti in aggiunta e non in sostituzione di quelli convenzionali)

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Se gli interessi moratori sono usurari la “clausola penale” che li prevede è nulla e sono dovuti gli interessi corrispettivi ex art. 1224 c.c.

Anno I, Numero II, luglio/settembre 2014

 di ROSARIO CARRANO

Il Collegio di Coordinamento dell’Arbitro Bancario Finanziario con decisione del 24 giugno 2014, n. 3955, est. Gambaro ha affermato che in tema di interessi moratori usurari non vi sono ostacoli all’applicazione della norma dispositiva di cui all’art. 1224, comma 1, c.c., con la conseguenza di ritenere comunque dovuti gli interessi moratori “manifestamente eccessivi” ancorché nella ridotta misura, convenzionalmente fissata, di quelli corrispettivi.

Dunque, la clausola che prevede interessi moratori è da ritenersi una clausola penale, riducibile equitativamente ex art. 1384 c.c. (mentre non si applica l’art. 1815 c.c., come invece ritiene da ultimo Trib. Padova 13 maggio 2014); nei contratti con il consumatore, la clausola può ritenersi nulla in quanto abusiva e gli interessi moratori sono  “sostituiti” con gli interessi corrispettivi, in applicazione della norma dispositiva di cui all’art. 1224 c.c., i quali comunque costituiscono “un deterrente significativo rispetto alla pratica delle clausole abusive nei contratti con i consumatori”.

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