Archivio della categoria: CONTRATTO DI LAVORO

Pubblico impiego contrattualizzato e art. 18 dello Statuto dei lavoratori

Ai rapporti di pubblico impiego contrattualizzato (art. 2 d.lgs. n. 165/2001), chiarisce la Cassazione con sentenza 9 giugno 2016 n. 11868, non si applicano le modifiche apportate dalla l. n. 92 del 2012 (cd. legge Fornero) all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, sicché la tutela del dipendente pubblico nel caso di licenziamento illegittimo intimato in data successiva all’entrata in vigore di tali modifiche resta quella prevista dall’art. 18 dello Statuto nel testo precedente alla riforma.

Le Sezioni Unite sul danno da abuso di contratto di lavoro a tempo determinato da parte della pubblica amministrazione

Per Cass. sez. un. 15 marzo 2016 n. 5072, nel regime del lavoro pubblico contrattualizzato, in caso di abusivo ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato da parte di una P.A., il dipendente, esclusa la possibilità di conversione del rapporto, ha diritto al risarcimento del danno per l’illegittima precarizzazione nella misura e nei limiti di cui all’art. 32, comma 5, della l. n. 183 del 2010.

In sostanza, le Sezioni Unite ribadiscono che l’abuso di contratti a termine nel settore pubblico non conduce alla conversione in contratto a tempo indeterminato e ciò significa anche che il danno non consiste nella perdita del posto di lavoro, ma piuttosto nella perdita di chance lavorative alternative.

Chiarito in cosa consista il danno, le Sezioni Unite precisano che la sua quantificazione non può essere basata sulla disciplina del licenziamento illegittimo, perché lì si guarda al lavoro perso. E’ invece alla disciplina sul contratto di lavoro a termine nel settore privato che occorre far riferimento e all’indennità forfettaria contenuta tra 2,5 e 12 mensilità: indennità che nel rapporto privato ha una funzione di “contenimento”, mentre nel rapporto pubblico concede al lavoratore che ha subito l’abuso un ristoro “agevolato”, senza cioé necessità di prova alcuna. Ferma restando, aggiungono le Sezioni Unite, la possibilità per il lavoratore di provare che in ragione del ricorso abusivo a contratti a tempo determinato il danno è stato superiore.

Per un precedente di segno parzialmente contrario cfr. Cass. 30 dicembre 2014 n. 27481 Rel. Tria cui si deve l’espressione “danno comunitario”, ora ripresa e condivisa dalle Sezioni Unite quale sanzione “ex lege” e in re ipsa a carico del datore di lavoro, ma per la cui liquidazione è utilizzabile, in via tendenziale, il criterio indicato dall’art. 8 della legge n. 604 del 1966 (indennità alternativa alla conversione nel settore privato), e non il criterio ora indicato dalle Sezioni Unite del sistema indennitario onnicomprensivo previsto dall’art. 32 della legge n. 183 del 2010 (indennità aggiuntiva alla conversione del contratto a tempo determinato), né il criterio previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. In dottrina, aveva indicato il criterio previsto dalla L. 604/1966 (art. 8) A. GABRIELE, in BELLAVISTA, GARILLI, MARINELLI (a cura di), Il lavoro a termine dopo la legge 6 agosto 2008 n. 133. Privato e pubblico a confronto, Torino, 2009, 152. Esclude la risarcibilità del danno in re ipsa Cass. 13 gennaio 2012 n. 392. La questione del danno in caso di conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato di più contratti a termine nel settore privato è invece affrontata da Cass. 12 gennaio 2015 n. 262., in Giur. it., 2015, 802, con nota di Plaia, Ciò che danno non è. Per una ricostruzione delle diverse posizioni giurisprudenziali e dottrinali cfr.  PLAIA, L’invalidità satisfattiva dell’atto di autonomia privata e dell’atto amministrativo, in Europa dir. priv., 2013. p. 1015, spec. 1035-1041.

La Cassazione sul danno in caso di conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato di più contratti a termine nel settore privato

Cass. 12 gennaio 2015 n. 262, Rel. Marotta, afferma che (anche) in caso di reiterazione di contratti a tempo determinato, l’indennità forfettaria prevista per il settore privato dall’art. 32, comma 5, della legge 4 novembre 2010, n. 183, è esaustiva del diritto al ristoro per il “periodo non lavorato”, mentre, per i periodi lavorati, al lavoratore spetta anche, oltre alla retribuzione maturata, il riconoscimento dell’anzianità di servizio e, dunque, la maturazione degli scatti di anzianità.

Ciò in quanto, l’indennità in quanto “onnicomprensiva” assorbe ogni forma di danno, ma non anche ciò che danno non è, ovvero quanto comunque spetta al lavoratore per i periodi lavorati. Ciò deve dirsi sia rispetto all’ipotesi del singolo contratto a termine illegittimo, sia in relazione alla diversa ipotesi di più contratti che, comunque, in quanto illegittimi conducono alla conversione in unico contratto di lavoro a tempo indeterminato.

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Successione di contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi nel settore scolastico: per il Tribunale di Torino non può aversi come conseguenza la costituzione di un rapporto a tempo indeterminato ma esclusivamente il risarcimento del danno, ancorché in “re ipsa” e quantificabile in 15 mensilità

Dopo la sentenza Mascolo della Corte di Giustizia UE, che ha sancito la contrarietà al diritto europeo della normativa italiana sulle supplenze scolastiche, Il Tribunale di Torino in data 30 gennaio 2015 accoglie il ricorso di una docente precaria che aveva lavorato per più di 36 mesi in virtù di una successione di contratti a tempo determinato, tutti con scadenza al 30 giugno (supplenze su posti vacanti ma non disponibili, sino al termine dell’anno scolastico).

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La successione di contratti a termine nel settore scolastico che superi (al 13 maggio 2011) i 36 mesi, indipendentemente dai periodi di interruzione e dal tipo di supplenza, determina la costituzione “ex nunc” di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato: il Tribunale di Napoli in “fase discendente” dopo la sentenza Mascolo della Corte di giustizia UE

Con tre importanti sentenze, gemelle nella motivazione e nel dispositivo, il Tribunale di Napoli (21 gennaio 2015, Mascolo,  21 gennaio 2015 Racca21 gennaio 2015 Forni), decide in fase “discendente”, e cioè successiva alla decisione della Corte di giustizia UE Mascolo – stimolata da rinvio pregiudiziale dello stesso giudice – sul ricorso di tre docenti precari del settore scuola.

Anche sulla base delle indicazioni interpretative del giudice di Lussemburgo, il Tribunale accoglie il ricorso e ritiene che in tutti e tre i casi la successione dei contratti determini l’instaurazione ex nunc di un rapporto a tempo indeterminato, essendo stato superato il tetto massimo dei 36 mesi.

Le decisioni si segnalano, dunque, per un verso perché ritengono l’applicabilità, per interpretazione conforme al diritto europeo, della norma che pone un tetto massimo anche al settore scolastico; per altro verso, perché circoscrivono l’operatività del limite dei trentasei mesi ad un periodo determinato che si colloca tra l’introduzione della norma nel nostro ordinamento (24 dicembre 2007) e l’introduzione di altra norma che ha invece escluso l’applicabilità della misura dissuasiva dei 36 mesi rispetto al settore scolastico (13 maggio 2011).

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Abuso di contratti a termine nel settore marittimo dopo il caso “Fiamingo”: la Cassazione ritiene l’applicabilità al contratto a termine dell’art. 326 Cod. nav., e non anche del d.lgs. 368/2001, e la sua compatibilità “in concreto” con la disciplina europea, almeno che non sussistano i presupposti della frode alla legge ex art. 1344 c.c.

A pochi giorni di distanza dall’importante decisione che ha aperto al “danno comunitario” in tema di ricorso abusivo a contratti a tempo determinato nel pubblico impiego, e a seguito del rinvio pregiudiziale (ordinanza n. 15561/2013) della Suprema Corte e della conseguente decisione della Corte di Giustizia UE 3 luglio 2014 Fiamingo C-362/13 C-363/13 C-407/134, la Cassazione con sentenza 8 gennaio 2015 n. 62, Rel. Manna, decide in fase “discendente” la vicenda relativa al ricorso di un lavoratore marittimo che, avendo stipulato più contratti a termine con un datore di lavoro privato (Rete Ferroviaria italiana s.p.a., già Ferrovie dello Stato), chiedeva la conversione o comunque l’instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato.

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La Cassazione apre al “danno comunitario” in caso di reiterazione abusiva di contratti a tempo determinato nel pubblico impiego: spetta al lavoratore la prova (anche per presunzioni) dell’abuso, mentre il danno è “in re ipsa”

Con un’importante ed innovativa decisione, Cass. 30 dicembre 2014 n. 27481 Rel. Tria, statuisce che in materia di pubblico impiego, la reiterazione o la costituzione di rapporti di lavoro a tempo determinato in violazione delle norme imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego dei lavoratori non determina la costituzione o la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato, ma fonda il diritto del lavoratore al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 36, comma 5 del d.lgs. n. 165 del 2001, che va interpretato – con riferimento a fattispecie diverse da quelle del precariato scolastico – nel senso di “danno comunitario”, quale sanzione “ex lege” (e in re ipsa) a carico del datore di lavoro, e per la cui liquidazione è utilizzabile, in via tendenziale, il criterio indicato dall’art. 8 della legge n. 604 del 1966 (indennità alternativa alla conversione nel settore privato), e non il sistema indennitario onnicomprensivo previsto dall’art. 32 della legge n. 183 del 2010 (indennità aggiuntiva alla conversione del contratto a tempo determinato), né il criterio previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (esclude la risarcibilità del danno in re ipsa Cass. 13 gennaio 2012 n. 392).

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Abuso di contratti a tempo determinato nel settore scolastico: prime applicazioni giurisprudenziali dopo la sentenza “Mascolo” (CGUE 26 novembre 2014)

Trib. Sciacca 3 dicembre 2014 si segnala per essere la prima sentenza di cui si ha notizia che, nel decidere sul ricorso di un docente precario avverso l’abuso di una successione di contratti a tempo determinato, tiene conto nell’impianto argomentativo della recentissima decisione della Corte di giustizia che ha sancito la contrarietà al diritto europeo della disciplina italiana in materia di supplenze scolastiche.

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La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’Unione: la Corte di Giustizia UE apre al risarcimento per i docenti che abbiano svolto supplenze annuali per la copertura di posti vacanti

Anno I, Numero III, ottobre/dicembre 2014

di ARMANDO PLAIA, Ordinario nell’Università di Palermo

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La Corte di Giustizia UE con sentenza 26 novembre 2014, cause riunite C-22/13, C-61/13, C-62/13, C-63/13, C-418/13, Mascolo, ha ritenuto che la normativa europea sul lavoro a tempo determinato, applicabile anche al settore pubblico della scuola (casi Rosado SantanaMarrosu Sardino e Adelener), osta ad un sistema di assunzione per svolgere “supplenze annuali” nelle scuole pubbliche che non prevede almeno una delle seguenti “misure di prevenzione”: l’indicazione delle “ragioni oggettive” che giustificano il rinnovo dei contratti; la determinazione della “durata massima totale dei contratti” o del “numero dei loro rinnovi”, in assenza peraltro di una misura sanzionatoria proporzionata, effettiva e dissuasiva, da applicarsi in caso di utilizzo abusivo di successione di contratti a tempo determinato (clausola 5 dell’accordo quadro 18 marzo 1999 allegato dir. 1999/70/CE).

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