Archivio dell'autore: diritto civile contemporaneo

Le Sezioni Unite chiamate a pronunciarsi sulla questione della “compensatio lucri cum damno”

All’esito di un lungo contenzioso tra la società “Itavia” e i Ministeri della difesa e dei trasporti riguardante la tragica vicenda nota come disastro di Ustica, con un’importante e densa ordinanza 22 giugno 2017 n. 15534 viene rimessa alle Sezioni Unite la questione della compensatio lucri cum damno relativa al rapporto tra il risarcimento dela danno aquiliano (concesso all’Itavia) e l’indennizzo dalla stessa percepito per via assicurativa.

La questione è se i Ministeri responsabili ex art. 2043 c.c. per non avere impedito l’evento siano tenuti a risarcire anche quanto risulta già versato a titolo di indennizzo assicurativo a favore del medesimo danneggiato. Più in particolare, si tratta di decidere se la compensatio operi soltanto quando sia il danno che il lucro scaturiscano in via immediata e diretta dal fatto illecito e non operi invece negli altri casi in cui il lucro abbia come fonte la legge o un contratto (es. pensione di reversibilità alla vedova della vittima, pensione di invalidità civile, indennizzo in caso di emotrasfusione o infine contratto di assicurazione privata).

Nell’ordinanza di rimessione, in cui si ricostruiscono con chiarezza alcuni snodi dogmatici della teoria della responsabilità civile – primo tra tutti quello del neso causale -, si ritiene, tra l’altro, che la regola in questione altro non sia che applicazione dell’art. 1223 c.c. (conseguenza immediata e diretta), ma al contempo che non possa guardarsi esclusivamente alla “fonte” del danno e del lucro, quanto piuttosto che si debba stabilire se il lucro costituisca conseguenza immediata e diretta del fatto illecito: l’operazione è unica, non si calcola cioé il danno e poi si compensa con il lucro, piuttosto si guarda al patrimonio della vittima precedente al sinistro e si sottrae il patrimonio residuato e se ci si imbatte in un vantaggio che sia conseguenza dell’illecito non si dirà che si procede a compensatio ma piuttosto che l’illecito non ha provocato danno.

Revisione dell’assegno divorzile: rileva la sopraggiunta «indipendenza o autosufficienza economica»

La Prima Sezione civile con sentenza Cass. 22 giugno 2017 n. 15481 ha ritenuto che il giudice richiesto della revisione dell’assegno divorzile che incida sulla stessa spettanza del relativo diritto (precedentemente riconosciuto), in ragione della sopravvenienza di giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio», deve verificare se i sopravvenuti motivi dedotti giustifichino effettivamente, o meno, la negazione del diritto all’assegno a causa della sopraggiunta “indipendenza o autosufficienza economica” dell’ex coniuge beneficiario, desunta dagli indici individuati con la sentenza di questa Corte n. 11504 del 2017, (in Dir. civ. cont., 12 maggio 2017con nota di R. NATOLI, Noterelle “a caldo” su Cassazione 11504/2017: dal tramonto dell’assegno divorzile a una nuova alba del diritto agli alimenti?); ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dall’ex coniuge obbligato, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge beneficiario.

Rimessa alle Sezioni Unite la questione degli oneri economici rilevanti ai fini del riscontro dell’usurarietà

Con ordinanza. 20 giugno 2017 n. 15188 la Cassazione rimette alle Sezioni Unite la questione della rilevanza dell’onere economico della commissione di massimo scoperto ai fini del riscontro in concreto dell’usurarietà: e se in particolare la commissione sia inclusa nel conto degli oneri rilevanti per la formazione dei tassi medi rilevati trimestralmente dai decreti del Ministro dell’Economia.

Noterelle “a caldo” su Cassazione 11504/2017: dal tramonto dell’assegno divorzile a una nuova alba del diritto agli alimenti?

Anno III, Numero II, aprile/giugno 2017

di ROBERTO NATOLI, Professore associato nell’Università di Palermo

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Nell’autunno del 1990 gli italiani erano ancora reduci dalle notti magiche e avevano conosciuto gli occhi spiritati di Totò Schillaci, il mondo si avviava a un nuovo ordine dopo il crollo del muro di Berlino e la Cassazione civile metteva un punto fermo sul tema dell’interpretazione dell’art. 5 della legge 898/1970, da poco riformato con le modifiche apportate dalla l. 74 del 1987.

In quella sentenza si affermava un principio destinato a diventare, per quasi un quarto di secolo, un caposaldo dei giudizi divorzili: quello per cui «il presupposto per concedere l’assegno è costituito dall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (tenendo conto non solo dei suoi redditi, ma anche dei cespiti patrimoniali e delle altre utilità di cui può disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto, il quale può essere anche economicamente autosufficiente»: il tenore di vita precedentemente goduto dal coniuge richiedente in costanza di matrimonio diventava così, nel diritto vivente, il parametro di riferimento per stabilire non già il quantum, ma, ancor prima, l’an dell’assegno divorzile.

Nei decenni successivi il mito di Schillaci naufragò nell’isola dei famosi, il mondo cambiò ordine ma il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio restò il mantra dei giudizi divorzili, dal quale la Cassazione non volle, almeno fino alla sentenza in commento, prendere espressamente congedo.

Non che fossero mancati i sintomi di insofferenza verso questo mantra; sintomi che trovavano sfogo — e nella giurisprudenza di merito, e in quella di legittimità — in un proliferare di avverbi e aggettivi volti a depotenziare la portata del principio: ed infatti negli ultimi anni si è assistito, per un verso, alla precisazione che il tenore di vita precedentemente goduto andava riguardato come un criterio solo tendenziale da raggiungere (ad esempio, con riguardo all’assegno di separazione, Cass. 11/7/2013, n. 17199, in Dir. fam. pers., 2014, 60: “la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto nel corso della convivenza, che costituisce la finalità precipua dell’assegno di cui all’art. 156 c.c., prevede il riconoscimento in sede di separazione coniugale, ove uno dei coniugi non disponga di redditi propri sufficienti a consentirgli il mantenimento di tale condizione e sussista una situazione di disparità economica con l’altro coniuge, rappresenta un obbiettivo meramente tendenziale, non sempre suscettibile di piena realizzazione, avuto riguardo agli effetti economici negativi della separazione, la quale, facendo venir meno i vantaggi derivanti dall’appartenenza al consorzio familiare, si riflette anche sulle possibilità economiche del coniuge onerato dall’assegno»; ma v. pure Appello Palermo 22/12/2015, in questa Rivista); per altro verso, al chiarimento per cui, fondandosi l’assegno divorzile su un obbligo di solidarietà postconiugale, lo stesso si estinguesse, senza possibilità di reviviscenza, in caso di nuova relazione sentimentale da parte del coniuge richiedente (così, ad esempio, Cass. 29/9/2016, n. 19345).

Ma i sintomi di insofferenza rispetto a un parametro ormai sentito come antistorico non avevano mai trovato uno sfogo verbale così manifesto come quello contenuto nella sentenza in commento, che giunge al punto di affermare che «a distanza di quasi ventisette anni» l’orientamento fondato sul precedente tenore di vita è così divenuto poco attuale da esonerare il giudice di legittimità che se ne discosti dall’onere di rinviare, ai sensi dell’art. 374, comma III, c.p.c., la questione alle Sezioni unite.

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L’assegno divorzile è dovuto soltanto se l’ex coniuge non è indipendente economicamente: la Suprema Corte abbandona il criterio del «tenore di vita»

La Suprema Corte, superando con sentenza 10 maggio 2017 n. 11504 , in considerazione dell’evoluzione del costume sociale, il proprio consolidato orientamento, ha stabilito che il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile postula che il giudice cui sia rivolta la corrispondente domanda accerti che l’istante sia privo di indipendenza o autosufficienza economica (desumibile dal possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, dalle capacità e possibilità effettive di lavoro personale, dalla stabile disponibilità di una casa di abitazione), sicchè, solo ricorrendo tale condizione, potrà procedere alla relativa quantificazione avvalendosi di tutti i parametri indicati, dall’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970 (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio).

Parametro di riferimento per valutare se il coniuge richiedente l’assegno abbia o non abbia «mezzi adeguati» – così come richiesto dalla legge – non è più il tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, ma l’indipendenza economica e la possibilità di procurarsela.

Sulla convivenza more uxorio quale causa di decadenza dalla spettanza dell’assegno divorzile cfr. E. Bilotti, Convivenza more uxorio e solidarietà post-coniugale, in Dir. civ. cont., 11 aprile 2015

La mancata registrazione del contratto di locazione ad uso non abitativo determina la nullità del contratto sanabile “ex tunc”

Cass. 28 aprile 2017 n. 10498, pronunciandosi in tema di locazione immobiliare ad uso non abitativo, ha ritenuto che la mancata registrazione del contratto (art. 1, co. 346, l. n. 311/2004), ne determini la nullità ex art. 1418 c.c,. che, tuttavia è sanata con effetti ex tunc dalla tardiva registrazione del contratto.

Cfr. A. GALIA, La nullità del contratto di locazione non registrato, in Dir. civ. cont., 17 febbraio 2017

Rimessa alle Sezioni Unite la questione della forma scritta del contratto di investimento

Con ordinanza 27 aprile 2017 n. 10447 la Prima Sezione ha trasmesso gli atti al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, relativa al se il requisito della forma scritta del contratto di investimento esiga, accanto a quella dell’investitore, anche la sottoscrizione “ad substantiam” dell’intermediario.

L’importante provvedimento ricorda l’esistenza di due orientamenti sul punto e mette in evidenza l’esigenza di scongiurare comportamenti opportunistici e contrari a buona fede da parte dell’investitore quando la banca non abbia sottoscritto il contratto quadro e se non possa addirittura ipotizzarsi in tali casi una convalida del contratto nullo. Secondo l’art. 1423 c.c., infatti, il contratto nullo non può essere convalidato, se la legge non dispone diversamente, e questo potrebbe essere un caso in cui la legge dispone diversamente. L’ipotesi è quella dell’investitore che impugni per nullità il contratto, a lungo eseguito, solo a seguito di una perdita.

Come ha scritto di recente PAGLIANTINI, Autonomia privata e divieto di convalida del contratto nullo, Torino, 2007, 222: “come si fa a sostenere che non versa in mala fede il cliente investitore che dopo aver ordinato l’acquisto di obbligazioni, si richiama in sede giudiziaria alla mancanza di forma scritta del contratto quadro?”. La regola della buona fede è limite concreto all’esplicarsi di azioni abusive, vi è carenza di un legittimo interesse ad agire rispetto alla “pretesa di chi si risolve ad impugnare il contratto a fini meramente opportunistici” (PAGLIANTINI, Autonomia privata e divieto di convalida del contratto nullo, Torino, 2007, 216 e nota 246)

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Rimessa alle Sezioni Unite la questione della costruzione realizzata su suolo in comunione

Con ordinanza n. 9316 del 11 aprile 2017, la Seconda Sezione ha trasmesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione, oggetto di contrasto, concernente il regime proprietario della costruzione realizzata, su suolo comune (ed in violazione dei limiti ex art. 1102 c.c.), da uno solo dei comunisti.

Secondo un primo orientamento, per il principio dell’accessione (art. 934 c.c.) la costruzione su suolo comune è anch’essa comune, salvo contrario accordo scritto ad substantiam (Cass. 11 novembre 1997 n. 11120); un altro e più recente orientamento – che l’ordinanza di remissione non ritiene di poter condividere – ha invece affermato che la disciplina dell’accessione si applica soltanto alle costruzioni su suolo altrui, mentre nell’ipotesi di costruzione su fondo comune prevale la disciplina della comunione, con la conseguenza che l’opera diviene di comproprietà dei non costruttori solo se essa sia stata realizzata in conformità di detta disciplina, cioé nel rispetto dei limiti al comproprietario all’uso delle cose comuni (art. 1102 c.c.): conseguentemente le opere abusivamente create divengono di proprietà esclusiva del costruttore (Cass. 27 marzo 2007 n. 7523)

La tutela dei creditori tra procedure concorsuali e misure di prevenzione: alla ricerca del bilanciamento tra interessi divergenti

Anno III, numero II, aprile/giugno 2017

di ROSA RIZZO, dottoressa di ricerca

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Cass. 12 gennaio 2017 n. 608 contribuisce a delineare, con pregevole nitore argomentativo, le dinamiche di interazione tra procedure concorsuali e misure di prevenzione, ritenendo ammissibile la dichiarazione di fallimento della società il cui patrimonio sia stato interamente sottoposto a sequestro preventivo antimafia.

Sollecitata per il tramite della censura formulata dal ricorrente ed incentrata sull’assunto della compatibilità tra la dichiarazione di fallimento e la misura di prevenzione patrimoniale, la Suprema Corte ha sancito che l’insussistenza di una massa attiva da ripartire tra i creditori non si riveli un ostacolo all’apertura di una procedura concorsuale, della quale è, infatti, prevista la chiusura anche per mancanza dell’attivo, ai sensi dell’art. 118 co. 1 n. 4 L.F.

Il provvedimento in questione dà atto della contrapposizione tra due orientamenti ermeneutici il primo dei quali muove dal presupposto che la misura di prevenzione, avendo ad oggetto l’intero compendio patrimoniale della società e risolvendosi pertanto in un meccanismo gestorio assimilabile a quello fallimentare, ne costituirebbe circostanza ostativa. Tuttavia, i giudici di legittimità si mostrano inclini ad aderire alla seconda linea di pensiero (già sostenuta da Cass. 8238/2012), stando alla quale l’insussistenza di massa attiva da ripartire tra i creditori non impedirebbe la dichiarazione di fallimento, e ciò in quanto la chiusura dello stesso per mancanza di attivo sarebbe espressamente prevista tanto dall’art. 118 co. 1 L. F. quanto dalle disposizioni dettate in materia dal D.lgs 159/2011 (in particolare l’art. 63 co. 6 e 64 co. 7 che prevedono espressamente la chiusura e non la revoca del fallimento nell’ipotesi in cui la massa attiva ricomprende esclusivamente beni già sottoposti a sequestro o confisca antecedenti o sopravvenuti alla declaratoria di fallimento).

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