Archivi autore: diritto civile contemporaneo

Delibera di nomina dell’amministratore e indicazione del compenso (art. 1129 c.c)

Per il Tribunale Palermo, L’ammontare del compenso richiesto dall’amministratore non deve necessariamente essere indicato nella delibera. Infatti, esso può essere precisato all’atto di accettazione della nomina, che può, logicamente, intervenire in un momento anche successivo alla delibera stessa. Non è, pertanto, nulla né annullabile la delibera assembleare di nomina dell’amministratore, che non riporti gli elementi di cui all’art. 1129 comma 14.

 

Privacy e “diritto all’oblio”: la Cassazione stila un decalogo per un bilanciamento con il diritto di cronaca

In tema di riservatezza, stabilisce la Cassazione, dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale ed europeo (artt. 8 e 10, comma 2, CEDU e 7 e 8 della c.d. “Carta di Nizza”), si ricava che il diritto all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti presupposti: 1) contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia; 3) elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese; 4) modalità impiegate per ottenere e dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.

Assegnata alle Sezioni Unite la questione della tutela del creditore di buona fede nel sequestro o nella confisca

Il Primo Presidente della Suprema Corte, Sezioni Unite Penali, assegna  alle sezioni unite, su richiesta di rimessione con ordinanza 5194 2018, della quinta sezione, la questione della tutela del terzo cessionario di un credito posteriormente all’adozione di un sequestro di prevenzione sul bene costituito a garanzia del suddetto credito (art. 52 d.lgs. 159/2011 richiamato dall’art. 1 comma 200 l. 228/2012).

In particolare, vi è contrasto in giurisprudenza in merito all’estensibilità della disposizione normativa che tutela il creditore in buona fede anche al cessionario del credito, specie se questo abbia acquistato i crediti in blocco e dunque non abbia potuto verificare la sussistenza di una (trascrizione di) misura di sequestro o confisca di prevenzione anteriore alla cessione (ma posteriore alla nascita del credito).

Si chiede dunque alle Sezioni Unite di stabilire se la cessione del credito ipotecario, avvenuta dopo la trascrizione del provvedimento di sequestro o confisca, determini di per sé uno stato di mala fede in capo al nuovo titolare.

Cfr. R. RIZZO, La tutela dei creditori tra procedure concorsuali e misure di prevenzione: alla ricerca del bilanciamento tra interessi divergenti, in Dir. civ. cont., 3 aprile 2017

La disciplina risarcitoria prevista per il dolo incidente quale forma di tutela per i soci di minoranza contro l’abuso di potere della maggioranza societaria.

di GIULIA BAZZONI

Nel novero dei possibili rimedi esperibili a tutela dei diritti dei soci di minoranza nelle società di capitali, nel caso di comportamenti abusivi da parte della maggioranza societaria nel procedimento assembleare di formazione delle delibere, ci si chiede se sia configurabile o meno un rimedio risarcitorio a tutela dei soci di minoranza avverso quelli di maggioranza (dunque distinto dall’azione di responsabilità sociale); inoltre, è da interrogarsi circa la qualificazione giuridica che tale rimedio eventualmente assuma. Al fine di dirimere tali questioni, si prenderà avvio da un recente caso su cui è intervenuto un lodo arbitrale (inedito), reso a Verona il 25 marzo 2017.

Continua a leggere

Alle Sezioni Unite la questione relativa all’efficacia nell’ordinamento interno del provvedimento giurisdizionale di riconoscimento della doppia genitorialita ad una coppia omoaffettiva maschile unita in matrimonio

Con ordinanza n. 4382 del 22 febbraio 2018 è stata trasmessa  alle Sezioni Unite la questione del contrasto con l’ordine pubblico del provvedimento giurisdizionale canadese di riconoscimento della doppia genitorialità ad una coppia omoaffettiva maschile, unita in matrimonio nello Stato estero.

Considerazioni a margine di Cassazione sez. un. 5 luglio 2017 n. 16601

Anno V, Numero I, gennaio/marzo 2018

di DANIELE GIGLIO, Docente a contratto nell’Università di Palermo

Sollecitate a pronunciarsi sui c.d. danni punitivi dalla Prima Sezione della Corte di Cassazione, con ordinanza 16 maggio 2016 n. 9978 [l’ordinanza di rimessione è già stata commentata in questa rivista da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016; L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017; A. MONTANARI, La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione), in Dir. civ. cont., 02 febbraio 2017], le Sezioni Unite si sono espresse con sentenza del 5 luglio 2017, n. 16601, Pres. Rordorf, Est. D’Ascola, affermando il principio di diritto secondo cui: “Nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile. Non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi. Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve però corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità con l’ordine pubblico”.

Continua a leggere

Le Sezioni Unite sulla proprietà della costruzione realizzata da un comproprietario su suolo comune

La costruzione realizzata da uno dei comproprietari su suolo comune è di entrambi i comproprietari in base al principio di accessione (art. 934 c.c.) ovvero è di proprietà del solo costruttore?

A tale quesito, la giurisprudenza più recente risponde nel senso che la disciplina dell’accessione si applica soltanto se il terreno è “altrui” e non invece se il terreno è comune: in quest’ultimo caso, si applica la diversa disciplina della comunione, con la conseguenza che la (proprietà della) costruzione è di entrambi i comproprietari del fondo soltanto se la costruzione dell’immobile è avvenuta conformemente alle prescrizioni di tale disciplina, nel rispetto cioè dei limiti che ex art. 1102 c.c. ciascun proprietario deve osservare nell’uso della cosa comune.

Un orientamento più risalente ritiene, invece, l’operatività dell’art. 934 c.c. e dunque l’acquisto per accessione da parte di tutti i comproprietari del fondo, salvo il diritto del comunista costruttore al rimborso delle spese sostenute.

Le Sezioni Unite, con sentenza 16 febbraio 2018 n. 3873, ritengono di doversi discostare dal più recente orientamento giurisprudenziale e che il principio di accessione ex art. 934 c.c. non presupponga affatto la qualità di “terzo” del costruttore (anche in ragione del fatto che se il costruttore è un “terzo”, si applica una disciplina diversa e speciale: artt. 936 e 937 c.c.). In sostanza, la disposizione di cui all’art. 934 c.c. ha vocazione generale e si applica ove non sia diversamente disposto, dunque anche all’ipotesi in cui il suolo appartenga a più soggetti e uno soltanto abbia realizzato una costruzione.

Continua a leggere

Principio di apparenza «pura» (difetto di legittimazione passiva e prescrizione)

Anno V, numero I, gennaio/marzo 2018

di ABIGAIL OWUSU, Dottoranda nell’Università di Verona

La sentenza che si commenta (Tribunale di Verona) merita  di essere segnalata in quanto contiene una interessante applicazione del principio dell’apparenza del diritto al di fuori delle ipotesi espressamente previste dal codice civile. La vicenda sottesa alla pronuncia vede protagonista una signora che, a seguito di trasfusione di sangue, contrae l’epatite C. Accertata l’origine trasfusionale della patologia, l’attrice promuove un’azione risarcitoria nei confronti dell’ente ospedaliero del quale, tuttavia, viene esclusa la legittimazione passiva affermandosi quella del Comune: l’art. 66 l. n. 833/1978 e l’art. 71 l. Regionale Veneto n. 17/1980 prevedono, infatti, il trasferimento, ai Comuni territorialmente competenti, dei debiti contratti dai disciolti enti ospedalieri. Il Comune convenuto in giudizio eccepisce, in via preliminare, la prescrizione del diritto al risarcimento del danno, ritenendo decorso il termine di prescrizione decennale. Nell’esame dell’eccezione di prescrizione, formulata dal convenuto, il Tribunale si è interrogato sulla possibilità di estendere al Comune, in virtù di una applicazione evolutiva del principio dell’apparentia iuris, gli effetti dell’interruzione della prescrizione avvenuta tempestivamente, con la notifica dell’atto di citazione, nei confronti dell’ente ospedaliero. Il giudice veronese è giunto a dare una risposta positiva all’interrogativo testé evidenziato, sulla base delle considerazioni che saranno qui di seguito esaminate.

Continua a leggere

Una nuova accezione “debole” della nozione di contratto pubblico «a titolo oneroso»?

Anno V, Numero I, gennaio/marzo 2018

di RICCARDO SABATO

Il Consiglio di Stato, con la recente sentenza del 3 ottobre 2017 n. 4614, occupandosi di un contratto di appalto di servizi stipulato da un ente pubblico territoriale, tratteggia una nuova e peculiare nozione di contratto “a titolo oneroso”. Per il contratto pubblico, afferma il supremo giudice amministrativo, questa “può assumere … un significato attenuato o in parte diverso rispetto all’accezione tradizionale e propria del mondo interprivato” (nel caso di specie, viene in considerazione un contratto di appalto di servizi a titolo gratuito per la redazione di un piano strutturale per un comune, il cui bando viene impugnato dagli ordini professionali degli ingegneri e architetti per illegittimità derivante dal contrasto con il divieto di appalto gratuito) .

E se resta formalmente ferma la concezione per cui è contratto a titolo gratuito quello in cui una parte, a fronte della propria prestazione, non ottiene dall’altra parte un vantaggio economico, finanziario o patrimoniale significativo, in contrapposizione dunque al contratto a titolo oneroso, significativamente lo stesso Cons. St., sez. III, all’indomani della sentenza in commento, ha con sentenza-ordinanza 4 ottobre 2017, n. 4631 (alla cui lettura si rinvia per ulteriori approfondimenti) formulato rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia U.E. in ordine ad altra questione «ritenendo preferibile la tesi interpretativa secondo cui nella direttiva n. 18/2014 la nozione di onerosità debba essere intesa in senso sostanziale, comprendendo anche i vantaggi economici che il fornitore riceva da altra amministrazione pubblica interessata alla esecuzione del rapporto, in ragione delle sue finalità istituzionali». E’ evidente, dunque, che i giudici di Palazzo Spada intendano dare continuità al nuovo orientamento, anche coinvolgendo nel percorso interpretativo la Corte del Lussemburgo.

Continua a leggere

Il principio consensualistico nella vendita e nell’appalto: coordinate essenziali per lo svolgimento di una traccia

 

di ARMANDO PLAIA

Scarica il PDF della Nota

Ne Il contratto di Vincenzo Roppo si dice che tutti i contratti producono effetti obbligatori, mentre soltanto alcuni tra essi producono anche effetti reali. Discorso più complesso – aggiunge il chiaro Autore – richiede l’appalto, “in relazione ai diversi tempi e modi in cui il committente acquista la proprietà dell’opera” (ROPPO, 2011, 483): ci sono, cioè, ipotesi in cui il committente acquista a titolo derivativo la proprietà dell’opera realizzata dall’appaltatore, e da quest’ultimo acquistata a titolo originario. Roppo indica una sola vicenda, quella dell’appalto di mobili con materiale dell’appaltatore, ma può aggiungersi un’ulteriore ipotesi di contratto di appalto ad effetti reali, quella dell’appalto di costruzione di un immobile su fondo dell’appaltatore.

Ma andiamo con ordine.

Cosa sia il principio consensualistico lo dice il Codice civile all’art. 1376 c.c.: il trasferimento del diritto è un effetto automatico dello scambio del consenso. In ragione di tale principio, nei contratti che trasferiscono un diritto reale o di credito – ovviamente, non anche nei contratti che non trasferiscono un diritto ma creano soltanto un rapporto obbligatorio (es. locazione, comodato) – il consenso è traslativo, cioè l’effetto del trasferimento del diritto è correlato allo scambio del consenso (c’è immedesimazione fra titolo e modo dell’acquisto).

Nella manualistica (PLAIA, in Manuale del diritto privato a cura di Mazzamuto, 2017, 797) e nella letteratura specialistica (D’AMICO, La vendita, 2013, 236) si insegna che la riconducibilità dell’effetto all’atto negoziale esiste, e cioè non viene meno, neanche quando l’effetto traslativo è differito nel tempo: anche in questo caso cioé l’effetto è reale e non obbligatorio. Si è però sostenuto che il differimento della produzione dell’effetto traslativo, ancorché non faccia venir meno la connotazione reale dell’effetto, incida però sul meccanismo consensualistico: l’idea è cioé che il contratto ad effetti reali differiti non obbedisca al principio consensualistico, almeno nel senso che il trasferimento del diritto non sarebbe conseguenza immediata e automatica dello scambio del consenso. La produzione dell’effetto reale – secondo questa dottrina – sarebbe infatti  mediata da un’obbligazione strumentale di creare o non ostacolare le condizioni di produzione dell’effetto reale (ROPPO, Il contratto, 2011, 487, ma vedi FERRANTE, Consensualismo e trascrizione, 2008, 76).

Gli esempi di vendita ad effetti reali differiti sono noti.

Si pensi ad esempio alla “vendita con riserva di proprietà”, in cui il trasferimento del diritto non è contestuale alla conclusione del contratto, ma è differito al pagamento dell’ultima rata (art. 1523 c.c.). Stesso discorso può farsi – ma il punto è controverso – per la “vendita di cosa generica”, in cui il trasferimento del diritto è si differito – al momento della “individuazione” – ma rimane comunque “collegato” alla fattispecie contrattuale, e ciò perché la dottrina (ma vedi l’opinione contraria di TORRENTE, SCHLESINGER, 2017, 743 e CALVO, La vendita, 2016, 54) nega che l’individuazione sia un atto negoziale: l’effetto è reale, perché il trasferimento del diritto è collegato all’unico negozio confezionato dalle parti, non potendosi considerare quello della “individuazione” come un (secondo) atto (avente natura negoziale) cui sarebbe riconducibile il trasferimento del diritto. Tra le ipotesi di vendita c.d. ad effetti obbligatori o reali differiti si considera, tradizionalmente, anche la vendita di cosa futura, una vicenda contrattuale sovente oggetto di considerazione giurisprudenziale proprio per la somiglianza con l’appalto. Come dimostra la vicenda sottesa ad una nota decisione delle Sezioni Unite del 2008, le due figure contrattuali sono talora convergenti e sostanzialmente sovrapponibili, e soltanto un’indagine sull’intento perseguito dalle parti può orientare la qualificazione del contratto (es. vendita di cosa futura, oppure negozio misto e cioé vendita immediata del fondo correlata ad un appalto).

Fatta questa premessa, occorre tornare al problema degli effetti del contratto di appalto.

Secondo la risalente tesi di Domenico Rubino (RUBINO, L’appalto, 3° ed., 1958, 533 e 537; RUBINO-IUDICA, 1992, 339), il contratto di appalto può avere effetti reali: l’accettazione, cioè, assume rilevanza ai fini dell’acquisto “a titolo derivativo” della proprietà dell’opera da parte del committente, negli appalti aventi ad oggetto la costruzione di beni immobili su suolo di proprietà dell’appaltatore o la realizzazione di beni mobili con materiali in tutto o per la maggior parte dell’appaltatore (Cass. 1 giugno 1974 n. 1569, Foro Pad., 1974, I, 387 che esclude la sussistenza di una vendita con riserva di proprietà e ritiene la sussistenza di un contratto di appalto, con riferimento alla costruzione di una edicola accettata e, dunque, ormai divenuta di proprietà del committente, ancorchè il corrispettivo non sia stato pagato; Cass. 21 giugno 1974 n. 1823, Giur. It., 1975, I, 678 che accoglie esplicitamente la tesi della “più moderna e accreditata dottrina” sull’appalto mobiliare con materia fornita dall’appaltatore – tesi sostenuta dalla curatela della società appaltatrice – e respinge il ricorso di un condominio committente di una fornitura di serramenti, che invece riteneva l’acquisto della proprietà già al momento della venuta ad esistenza e non invece al momento dell’accettazione dell’opera).

In entrambi i casi, afferma il Rubino, l’opera viene, in prima battuta, acquistata a titolo originario dall’appaltatore, per poi essere trasferita “a titolo derivativo” al committente: in virtù dell’art. 1350 c.c., allora, il contratto di appalto di costruzione sull’immobile dell’appaltatore deve essere stipulato in forma scritta (ma la tesi dell’efficacia reale inciderebbe anche sull’ambito applicativo della nuova disciplina sugli immobili da costruire: così LUMINOSO, Codice dell’appalto privato, 2010, 544). L’idea che il contratto di appalto possa talora produrre effetti reali non è condivisa da alcuni autori, i quali obiettano che anche in queste ipotesi l’effetto traslativo non verrebbe prodotto dal contratto di appalto (titulus), ma dal successivo negozio di accettazione, che in sostanza costituirebbe il modus adquirendi (CAGNASSO, Contratto di appalto e trasferimento della proprietà, Diritto privato, 1995, 48, CARBONARO, Vita not., 2002, 1045).

———————————————-

Questa Nota può essere così citata:

A. PLAIA, Il principio consensualistico nella vendita e nell’appalto: coordinate essenziali per lo svolgimento di una traccia, in Dir. civ. cont., 25 gennaio 2018