Archivio dell'autore: diritto civile contemporaneo

Danni punitivi e abuso del processo ex art. 96, co. 3, c.p.c.

Anno III, numero I, gennaio/marzo 2017

di MARTINA D’ONOFRIO, Dottoranda nell’Università di Verona

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La Cassazione, con la sentenza 29 settembre 2016 n. 19285, torna sul tema dell’art. 96, comma 3, c.p.c., dapprima delineandone un’ipotesi di applicabilità, per poi soffermarsi sulla ratio di tale previsione normativa, introdotta con la l. 69 del 18 giugno 2009.

La vicenda oggetto del caso trae origine da un’azione di convalida di un’intimazione di sfratto per finita locazione, confermata in primo e in secondo grado, nonostante le doglianze del conduttore, che vengono dichiarate infondate dai Supremi Giudici, i quali condannano altresì il ricorrente al pagamento della somma di 20.000€ a titolo di responsabilità di cui all’art. 96, comma 3, c.p.c., ravvisando nella condotta di costui un abuso del processo, in particolare – secondo le parole della Corte – un «abuso del diritto all’impugnazione».

Come ben noto, la disposizione di cui all’art. 96, comma 3, c.p.c., consente al giudice – anche d’ufficio – di condannare il soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata, senza tuttavia fornire al medesimo i criteri per la liquidazione del danno (si propone di fissare criteri aritmetici di quantificazione il “Protocollo ‘Valore Prassi’ sugli artt. 91, 96 e 614 bis c.p.c.” del Tribunale di Verona, su cui amplius in Economia processuale e comportamento delle parti nel processo civile. Prime applicazioni del Protocollo ‘Valore Prassi’ sugli artt. 91, 96 e 614-bis c.p.c., a cura di T. DALLA MASSARA e M. VACCARI, Napoli, 2012; così come il d.d.l. 9.8.2013, n. 1536, su cui G.C. SALVATORI, Tra abuso del diritto e funzione punitiva: una lettura ricognitiva dell’art. 96, comma 3, cod. proc. civ. e prospettive ‘de iure condendo’, in Nuova giur. civ. comm., II, 636 s.).

Le lacune emergenti dalla formulazione asettica della disposizione hanno lasciato spazio – sin dai primi tempi successivi alla sua entrata in vigore – a ricostruzioni dottrinali che si sono sforzate di delineare in particolare i presupposti e la natura di questa ipotesi di ‘responsabilità aggravata’ (propone un’interpretazione sistematica del nuovo comma T. DALLA MASSARA, Terzo comma dell’art. 96 cod. proc. civ.: quando, quanto e perché?, in Nuova giur. civ. comm., 2011, II, 55 ss.; ID., Per un inquadramento della condanna prevista dal terzo comma dell’art. 96, comma 3, c.p.c., in Economia processuale, cit., 115 ss.). Con particolare riferimento al primo dei due aspetti menzionati, ossia ai requisiti che fondano questo tipo di responsabilità, è ormai chiaro come sia superflua la prova del danno subito, a differenza di quanto richiesto dalle ipotesi di cui ai primi due commi dell’art. 96 c.p.c. (si soffermano sul punto Trib. Milano 2 dicembre 2014, n. 1428, in DeJure; Trib. Milano 20 marzo 2014, n. 3900). Sebbene non sia espressamente indicato, è altrettanto pacifico che vada invece provato l’elemento soggettivo della malafede o colpa grave nella condotta della parte condannata (in giurisprudenza di legittimità, si vedano Cass. 29 settembre 2016, n. 19298; Cass. 19 aprile 2016, n. 7726; Cass. 22 febbraio 2016, n. 3376; Cass. 30 ottobre 2015, n. 22289; Cass. 11 febbraio 2014, n. 3003; tra le sentenze di merito, recentemente Trib. Roma 3 gennaio 2017; Trib. Vicenza 22 novembre 2016; Trib. Treviso 8 novembre 2016).

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Le Sezioni Unite su abuso del processo: proponibilità in separati processi di domande afferenti diritti di credito diversi ma relativi ad uno stesso rapporto

Le Sezioni Unite, con decisione 16 febbraio 2017 n. 4090, componendo il relativo contrasto, hanno sancito la proponibilità, in separati processi, delle domande afferenti diversi e distinti diritti di credito, anche se relativi ad uno stesso rapporto di durata tra le parti, altresì precisando che se quei diritti, oltre a derivare da un rapporto siffatto, siano anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o comunque ‘fondati’ sull’identico fatto costitutivo (sicchè il loro separato accertamento provocherebbe una duplicazione di attività istruttoria e la conseguente dispersione della conoscenza di una medesima vicenda sostanziale), le relative domande possono formularsi in separati giudizi solo se il creditore agente risulti avere un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata.

In un recente passato, con sentenza 23726/2007, le sezioni unte, mutando l’orientamento precedente, avevano ritenuto abusiva la condotta processuale del creditore volta a parcellizzare un singolo credito in più pretese, sul presupposto che tale frazionamento, utile esclusivamente al creditore, fosse contrario al principio di buona fede e, più in generale, del giusto processo. Con la decisione che si segnala, le sezioni unite sembrano invece affermare che – al contrario di quanto sostenuto da alcune sentenze di legittimità – la vicenda di una pluralità di crediti, ancorché correlati ad un unico rapporto, non può essere assimilata a quella del frazionamento di un’unica pretesa creditoria, rispetto alla quale la condotta del creditore è certamente da ritenersi abusiva.

La nullità del contratto di locazione non registrato

Anno III, numero I, gennaio/marzo 2017

di ALESSANDRO GALIA

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La Corte di Cassazione è stata nuovamente chiamata ad esprimersi in merito alla peculiare normativa disciplinante la registrazione del contratto di locazione (Cass., 13 dicembre 2016, n. 25503).

In primo grado il locatore di un immobile ad uso non abitativo richiedeva, in seguito all’inadempimento della controparte, la risoluzione del contratto stipulato, ma non registrato, ed il risarcimento del danno da illegittima occupazione. Il Tribunale accoglieva la domanda e la decisione veniva poi confermata dalla Corte d’Appello di Bologna (sentenza n. 1778/2013 del 17.01.2013), la quale osservava che il contratto era da considerarsi inefficace perché privo di registrazione: l’adempimento fiscale veniva considerato alla stregua di una condicio iuris di efficacia del contratto. Di conseguenza l’occupante non poteva esimersi dall’obbligo di pagamento del canone pattuito “come corrispettivo della detenzione intrinsecamente irripetibile”.

La parte soccombente proponeva ricorso per cassazione, deducendo la nullità del contratto di locazione non registrato ai sensi dell’art. 1, comma 346°, della l. 30 dicembre 2004 n. 311.

La Suprema Corte di Cassazione, muovendo dal dato letterale della norma, ha stabilito che i contratti di locazione, qualora non siano registrati, sono irrimediabilmente affetti da nullità. Effettivamente non dovrebbe porsi alcun problema esegetico, vista la chiarezza con cui viene disposta l’invalidità (“I contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di loro porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati”).

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La compensazione «impropria» o «atecnica» come mero accertamento contabile delle reciproche pretese creditorie

Anno IV, numero I, gennaio/marzo 2017

di SIMONE ALECCI, Magistrato ordinario in tirocinio del Tribunale di Palermo

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App. Palermo 9 febbraio 2017 traccia lo spettro funzionale della compensazione «impropria» o «atecnica» muovendo dall’assunto per cui la sua operatività non può sublimare in un meccanismo estintivo delle reciproche poste creditorie scollato dalle coordinate codicistiche.

La ricostruzione operata dalla corte di merito attecchisce nell’alveo di una controversia lavoristica – condizionata nel suo esito dagli effetti di un giudicato penale di condanna – in cui alla domanda del prestatore di lavoro volta ad ottenere la corrensponsione del trattamento di fine rapporto si contrappone, alla stregua di speculare pretesa creditoria, quella datoriale imperniata sull’indebita percezione di assegni familiari da parte del dipendente.

I giudici di merito, agganciando compiutamente la traiettoria esegetica segnata dalla giurisprudenza di legittimità (icasticamente compendiata in Cass. Civ., Sez. Lav., 8 dicembre 2008, n. 28855), ribadiscono del tutto condivisibilmente che l’operatività della compensazione postula l’autonomia dei rapporti da cui scaturiscono le reciproche pretese creditorie. Laddove, infatti, l’elisione delle speculari posizioni debitorie traesse origine dal medesimo rapporto obbligatorio, affiorerebbero i lineamenti strutturali della compensazione impropria o atecnica, la quale comporterebbe né più né meno che un accertamento del reciproco dare-avere (GRISI, in Manuale del diritto privato, a cura di Mazzamuto, Torino, 2016, 479).

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Rimesso alle Sezioni Unite il contrasto in ordine alla nozione e alle modalità di trattamento e comunicazione di dati sensibili

Con ordinanza 3455 del 9 febbraio 2017 la Prima Sezione Civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni Unite Civili in relazione al contrasto sorto all’interno delle Sezioni Ordinarie in ordine alle nozioni e alle modalità di trattamento e di comunicazione di dati sensibili, con particolare riferimento a quei dati che possano essere indicativi delle condizioni di salute del titolare.

Nel caso di specie, il beneficiario di un indennizzo ex l. 210/1992 pagato dalla Regione mediante accredito sul proprio conto corrente, lamentava che il riferimento non criptato alla citata legge nella causale del bonifico fosse idoneo a rivelare il proprio stato di salute e dunque costituisse un illecito trattamento di dati sensibili.

In precedenza, Cass. 19 maggio 2014 n. 10947 e Cass. 20 maggio 2015 n. 10280 si erano espresse con soluzioni divergenti proprio su questione sovrapponibile a quella sottesa all’ordinanza e cioé in merito alla citazione esplicita in causale della legge che attribuisce un indennizzo a chi ha riportato un danno alla propria integrità psico-fisica in seguito a vaccinazione obbligatoria o risulti contagiato da HIV in seguito a somministrazione di sangue, nonché agli operatori sanitari che, in occasione e durante il servizio, abbiano riportato danni permanenti , conseguenti ad infezione a seguito di contatto con sangue o derivati provenienti da soggetti affetti da HIV  (l. 210/1992).

In particolare, Cass. 20 maggio 2015 n. 10280, discostandosi da quanto affermato da Cass. 19 maggio 2014 n. 10947, aveva cassato la sentenza di primo grado del Tribunale di Napoli – che aveva accolto la domanda – per tre ragioni. [“La prima ragione è che al Banco di Napoli, soggetto privato, non si applica l’obbligo di cifratura imposto dall’art. 22, co. 6, d. Igs. 196/03 ai soli soggetti pubblici. La seconda ragione è che i soggetti privati hanno l’obbligo di cifratura dei soli dati idonei a rivelare lo stato di salute del titolare, e trattati con strumenti elettronici. Nel caso di specie, la banca risulta unicamente avere inviato alla cliente un estratto conto con l’indicazione “assegno ex lege 210/92″: sicché, tale indicazione era inidonea a rivelare lo stato di salute del destinatario; e comunque l’invio d’un estratto conto non costituisce un “trattamento di dati personali effettuato con strumenti elettronici”. La terza ragione è che la comunicazione ad una cliente di dati personali riguardanti la cliente stessa non costituisce “trattamento” di dati sensibili. L’art. 4, comma 1, lettera (a), infatti, definisce “trattamento” di dati personali (tra l’altro) la loro “comunicazione”, ma la successiva lettera (i), definisce “comunicazione” di dati “il dare conoscenza dei dati personali a uno o più soggetti determinati diversi dall’interessato”. Pertanto comunicare dati sensibili a chi ne è il titolare non costituisce una comunicazione ai sensi del d. Igs. 196/03, e di conseguenza nemmeno può costituire un “trattamento”.]

La Cassazione sulla responsabilità da infiltrazioni tra responsabilità ex art. 2051 c.c. e riparto delle spese ex art. 1126 c.c.

Cass. 7 febbraio 2017 n. 3239 cassa la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro, che con sentenza 2.12.2011 ha motivato la sua decisione richiamando il principio dell’art.1126 cc e dunque ha ritenuto che il condominio debba contribuire per i rimanenti 2/3.

Il crollo della terrazza è stato determinato – secondo la ricostruzione del CTU – dall’assenza di manutenzione del pavimento e, quindi, dalla corrosione delle strutture portanti in ferro). Tale fatto decisivo avrebbe dovuto indurre i giudici di appello a ritenere i proprietari del terrazzo responsabili esclusivi del crollo e, come tali, quindi unici obbligati ad accollarsi il rifacimento, in mancanza di prova liberatoria.

La Corte d’Appello, nel regolare la misura della contribuzione al rifacimento della terrazza crollata, ha invece applicato il principio di cui all’art. 1126 cc .

Ma, in materia di ripartizione delle spese di manutenzione di lastrici solari e terrazze a livello che provocano danni da infiltrazioni agli immobili sottostanti, le sezioni unite hanno di recente affermato che in tema di condominio negli edifici, qualora l’uso del lastrico solare o della terrazza a livello non sia comune a tutti i condomini, dei danni da infiltrazioni nell’appartamento sottostante rispondono sia il proprietario, quale custode del bene ai sensi dell’art. 2051 c.c., sia il condominio in forza degli obblighi inerenti l’adozione dei controlli necessari alla conservazione delle parti comuni incombenti sull’amministratore ex art. 1130, comma 1, n. 4, c.c., nonché sull’assemblea dei condomini ex art. 1135, comma l, n.4, c.c., tenuta a provvedere alle opere di manutenzione straordinaria; il concorso di tali responsabilità va di norma risolto, salva la rigorosa prova contraria della specifica imputabilità soggettiva del danno, secondo i criteri di cui all’art. 1126 c.c., che pone le spese di riparazione o di ricostruzione per un terzo a carico del proprietario del lastrico (o della terrazza) e per i restanti due terzi a carico del condominio (Cass. sez. un. 10 maggio 2016 n. 9449, in Dir. civ. cont., 4 luglio 2016, con nota di R. AMAGLIANI, Danno da «lastrico solare» tra responsabilità da cose in custodia e disciplina del condominio negli edifici

Il principio citato, affermato – come si è detto – in materia di riparto delle spese di riparazione per evitare danni da infiltrazioni negli appartamenti, vale logicamente anche nel caso di specie, in cui si discute pur sempre di danni da omessa manutenzione (ma anzi, forieri di ben più gravi conseguenze, rappresentate addirittura dal crollo della terrazza a livello).

Ebbene, nel caso in esame, la Corte d’Appello di Catanzaro ha applicato seccamente la regola dell’art. 1126 cc ma non si è posta il preliminare problema di verificare, sulla scorta degli accertamenti peritali e delle altre risultanze processuali, l’imputabilità soggettiva del danno, e cioè di stabilire se le cause del crollo fossero ascrivibili a fatto esclusivo del titolare del diritto di proprietà della terrazza stessa che, come pure precisato dalle sezioni unite, ne è anche il custode, con tutti i doveri di cui all’art. 2051 cc. L’indagine era assolutamente decisiva perché solo in caso di risposta positiva al quesito si sarebbe rivelata giuridicamente corretta la conclusione di applicare la regola del riparto di cui all’art. 1126 cc.

 

 

Gli accordi preventivi sull’assegno di divorzio sono nulli per illiceità della causa

Secondo Cass. 30 gennaio 2017 n. 2224 gli accordi preventivi aventi ad oggetto l’assegno di divorzio sono affetti da nullità. Gli accordi con i quali i coniugi fissano, in sede di separazione, il regime giuridico–patrimoniale in vista di un futuro ed eventuale divorzio sono invalidi per illiceità della causa, perché stipulati in violazione del principio fondamentale di radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale, espresso dall’art. 160 cod. civ..

Pertanto, di tali accordi non può tenersi conto non solo quando limitino o addirittura escludono il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto è necessario per soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente dette esigenze, per il rilievo che una preventiva pattuizione – specie se allettante e condizionata alla non opposizione al divorzio potrebbe determinare il consenso alla dichiarazione degli effetti civili del matrimonio

Ne consegue, tra l’altro, che la disposizione dell’art. 5, ottavo comma, della legge n. 898 del 1970 nel testo di cui alla legge n. 74 del 1987 – a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico -, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio, e gli accordi di separazione non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio”.

Proprietà e diritto privato delle Regioni (a proposito di Corte cost. n. 228/2016)

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

 di ALBERTO MARIA BENEDETTI, Professore associato nell’Università di Genova

 

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Una recente decisione della Corte costituzionale (Corte cost., 24 ottobre 2016, n. 228) interviene su una vicenda le cui origini risalgono ad oltre due secoli fa: i c.d. «beni estimati» (e, cioè, le cave delle Alpi apuane) furono assegnati – con un editto del 1751 emanato dalla Duchessa di Carrara Maria Teresa Cybo-Malaspina – in concessione perpetua agli estrattori che, al tempo dell’editto, avessero dimostrato di avere avuto una cava aperta da almeno venti anni.

Questo “diritto perpetuo” (oscillante, nella sua qualificazione, tra proprietà e concessione) sembra sopravvivere ai mutamenti giuridici e politici dei secoli successivi, fino a quando, nel 2015, la Regione Toscana tenta di risolvere la questione in modo drastico: la legge reg. n. 35/2015, all’art. 32, attribuisce i beni estimati al patrimonio indisponibile dei Comuni di Massa e Carrara. In realtà, i legislatori toscani sono più sottili e tentando di legittimare la loro iniziativa sotto l’ombrello dell’accertamento di una situazione storicamente esistente: l’art. 32, infatti, richiama il «rispetto dei principi e istituti giuridici storicamente consolidatisi in riferimento allo sfruttamento dei marmi negli agri marmiferi vicinali e alla disciplina generale di cui all’editto della Duchessa Maria Teresa Cybo Malaspina del 1 febbraio 1751» (art. 32, 1° comma) e, conseguentemente, dispone che i Comuni di Massa e Carrara provvedano ad un accertamento ricognitivo dei beni estimati, al fine di attribuirli in concessione con nuove regole basato sulla onerosità e temporaneità delle concessioni, da rilasciare mediante pubblica gara. Contro questa disposizione si dirigono le doglianze del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Tribunale di Massa, davanti al quale era stata instaurata un’azione da parte dei concessionari dei beni estimati che chiedevano fosse accertata in loro capo l’esistenza di un diritto di proprietà su detti beni: per entrambi, la legge regionale non accerta ma innova, e, come tale, sicuramente lede l’art. 117, 2° comma, lett. l)., cost. (che assegna l’«ordinamento civile» alle competenze esclusive dello Stato).

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 228/2016, condivide le critiche mosse alla legge regionale toscana: dal 1751 in poi, non vi fu mai soluzione certa in ordine al problema della proprietà dei beni estimati, anche se, nei tempi più recenti, sembra esservi stata, rilevano i giudici costituzionali, una certa preferenza per la qualificazione di detti beni come appartenenti al patrimonio indisponibile del Comune di Carrara.

Ciò nonostante, la qualificazione pubblica o privata di un determinato bene appartiene certamente all’«ordinamento civile»; non era dunque la Regione Toscana che poteva tentare un’interpretazione autentica dell’Editto Teresiano del 1751, bensì lo Stato che, titolare della competenza sul diritto civile, è l’unico oggi in grado di poter dettare regole sul regime giuridico dei beni estimati e perché, scrive la Corte, la potestà di interpretazione autentica spetta a chi sia titolare della funzione legislativa cui la norma è riconducibile. Lo Stato italiano, beninteso, come continuatore/erede del Ducato, avrebbe potuto effettuare un intervento legislativo di questo genere, e non certo una sua emanazione regionale (la Toscana) priva di legittimazione a legiferare su questo aspetto.

La decisione della Corte costituzionale è debole sotto molti punti di vista; in particolare, la motivazione addotta sembra troppo sbrigativa, e, per certi versi, banale. Che i regimi proprietari facciano parte dell’ordinamento civile, essendo così coperti dalla riserva di legislazione statale, non è dubbio; tuttavia, la localizzazione di determinati beni, la loro connessione con un territorio specifico (e solo con quello) può giustificare interventi normativi delle Regioni in cui questi beni si trovano. I «beni estimati» si trovano in Toscana, sulle alpi apuane, e notoriamente sono legati all’estrazione del marmo che caratterizza storicamente una determinata zona di questa Regione; il loro regime giuridico, dunque, può essere senz’altro rilevante per il legislatore toscano, non fosse altro per un principio di prossimità che, nel caso, è difficile poter negare.

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La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione)

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

di ANDREA MONTANARI, Ricercatore nell’Università di Palermo

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L’ordinanza in commento rimette alle Sezioni unite il compito di pronunciarsi sulla compatibilità con l’ordine pubblico del c.d. punitive damages. Quest’ultimo sintagma allude al risarcimento punitivo il quale ha di mira non già la compensazione del pregiudizio subito dal danneggiato, bensì la sanzione della condotta del danneggiante (PONZANELLI, I punitive damages nell’esperienza nordamericana, in Riv. dir. civ., 1983, I, 435 ss.; F. BENATTI, Correggere e punire. Dalla law of torts all’inadempimento del contratto, Milano, 2008).

Ne consegue che il quantum risarcitorio non corrisponde alla perdita subita, ma viene caricato di una valenza ulteriore, punitiva per l’appunto, calibrata, per lo più, sulla riprovevolezza della condotta del danneggiante. Ciò può avvenire prevedendo l’incremento della posta di danno sia in ragione della gravità della condotta, maggiore se dolosa e minore se colposa, sia tramite la determinazione di un fattore moltiplicatore del danno risarcibile: ad es. il triplo del pregiudizio effettivamente provocato. Quest’ultima ipotesi individua una sorta di danno punitivo standardizzato [v. ad es. il c.d. treble damages previsto dal diritto antitrust statunitense e anche in materia di proprietà industriale. Al riguardo cfr. A. PLAIA, Proprietà intellettuale e risarcimento del danno, Torino, 2005, 157-160].

La necessità di stabilire della compatibilità del risarcimento punitivo con l’ordinamento italiano deriva dalla domanda, più volte avanzata, di dare esecuzione a pronunce straniere che contemplano la condanna al punitive damages. Com’è noto, già in passato la Corte di cassazione si era espressa in senso negativo sulla questione. In quell’occasione i giudici di legittimità hanno sancito l’estraneità della punizione, e più in generale della condotta del danneggiante, agli obiettivi del risarcimento del danno (Cass. 19 gennaio 2007, n. 1183, in Foro it., 2007, I, 1460 ss. con nota di PONZANELLI, Danni punitivi, no grazie; in Corriere giur., 2007, 4, 497 con nota di FAVA, Punitive damages e ordine pubblico: la Cassazione blocca lo sbarco; in Europa dir. priv., 2007, con nota di SPOTO, I punitive damages al vaglio della giurisprudenza italiana).

Di conseguenza, è risultata impossibile la delibazione della sentenza statunitense per contrarietà all’ordine pubblico (App. Trento, Sez. dist. di Bolzano, 16 agosto 2008, in Danno resp., 2009, 92 ss. con nota di PONZANELLI, Non riconoscimento dei danni punitivi nell’ordinamento italiano: una nuova vicenda; Cass. 8 febbraio 2012, n. 1781, in Corriere giur., 2012, con nota di PARDOLESI, La Cassazione, i danni punitivi e la natura polifunzionale della responsabilità civile: il triangolo no).

Il contrasto con l’ordine pubblico costituisce il centro dell’indagine cui procedono i giudici dell’ordinanza che si commenta. Gli stessi individuano tale contrasto laddove il legislatore risulti impossibilitato a introdurre nell’ordinamento una norma analoga a quella straniera. Di conseguenza, la mancata delibazione della pronuncia straniera di condanna ai danni punitivi dovrebbe implicare l’attribuzione alle regole sul carattere compensativo del risarcimento di «un valore costituzionale essenziale e imprescindibile del nostro ordinamento», sicché finanche il legislatore ordinario risulterebbe impossibilitato a derogarvi.

Secondo i giudici di legittimità un tale epilogo risulta, però, sconfessato dal fatto che l’ordinamento italiano conosce diverse ipotesi di risarcimento punitivo: l’art. 12 l. 47/1948 (c.d. legge sulla stampa); l’art. 96, co. 3, c.p.c.; l’art. 709 ter c.p.c.; gli artt. 158 l.633/1941 (l.a.) e 125 d.lgs. 30/2005 (c.p.i.); l’art. 187 undecies d.lgs. 58/1998 (TUF); gli artt. 3-5 d.lgs. 7/2016 e più in generale il danno non patrimoniale.

Di contro, l’argomentazione dei giudici di legittimità non risulta soddisfacente sotto diversi punti di vista (per una diversa lettura cfr. sin d’ora M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016) il concetto d’ordine pubblico adottato; ii) gli esempi posti a conferma dell’assunta presenza nell’ordinamento italiano di ipotesi assimilabili al punitive damages.

Infatti, proprio tali esempi offrono, come si vedrà, la conferma a contrario del contrasto con l’ordine pubblico del risarcimento punitivo (Cfr. in senso contrario C. SCOGNAMIGLIO, I danni punitivi e le funzioni della responsabilità civile, in Corriere giur., 2016, 919; mostra segni di apertura sul punto anche L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017). I settori normativi menzionati dalla Corte di cassazione mostrano, infatti, le diverse tecniche mediante le quali il diritto organizza il sociale, dando «ordine alla rissa incomposta che ribolle in seno alla società» (GROSSI, Prima lezione di diritto, Roma-Bari, 2003, 16). Tecniche rispetto alle quali il punitive damages risulta alieno.

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Il nuovo volto del danno non patrimoniale: rinascita del danno morale e «fuga» dalle tabelle milanesi

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

 di SARA SCOLA, Assegnista di ricerca nell’Università di Verona

 

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Senza alcuna pretesa di completezza ed esaustività, si intende in questa sede svolgere qualche breve riflessione a margine della nota pronuncia Cass. Civ., 20 aprile 2016, n. 7766, Rel. Travaglino, che costringe ad interrogarsi sulle peculiarità del danno non patrimoniale e sui criteri risarcitori tradizionalmente utilizzati per la sua liquidazione.

Nel caso di specie, la S.C. ha dovuto pronunciarsi sul ricorso proposto da una compagnia assicuratrice avverso la decisione di merito, resa in primo grado e confermata in Appello, la quale aveva accordato in favore della vittima di un sinistro stradale il risarcimento del danno non patrimoniale subito, discostandosi, motivatamente, dai parametri stabiliti dal Tribunale di Milano con le apposite tabelle per la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale.

Più precisamente, in sede di merito era stata attribuita una particolare rilevanza al danno estetico patito dal danneggiato, sia per come esso aveva inciso sull’esistenza della vittima sul piano delle sue relazioni esterne, sia per come la compromissione dell’aspetto fisico e dello stato di salute aveva determinato nel danneggiato un pregiudizio psichico di non scarso rilievo.

Pur non essendo noti i dettagli della pronuncia censurata dal ricorrente, si deduce che al danneggiato era stato riconosciuto in sede di merito un risarcimento il cui importo risultava diverso, e senz’altro superiore, a quello che sarebbe scaturito dalla “pura” applicazione delle tabelle milanesi; in particolare, una autonoma rilevanza era stata attribuita alle voci di danno morale e di danno cd. esistenziale, la cui liquidazione era avvenuta in modo difforme dai consueti parametri risarcitori in ragione dell’eccezionalità del caso concreto.

Orbene, la Suprema Corte, con un’accurata e dettagliata motivazione, rigetta il ricorso proposto dall’assicuratore, avallando integralmente l’operato dei giudici di merito.

In particolare, e questo è uno degli aspetti che maggiormente interessano (anche per le implicazioni pratiche che da esso derivano), la Cassazione afferma a chiare lettere che il dolore interiore (ossia il danno morale) e la significativa alterazione della vita quotidiana (ossia il danno esistenziale o alla vita di relazione) sono “danni diversi e perciò solo autonomamente risarcibili”, aprendo un varco di non scarso rilievo a modalità alternative di liquidazione del danno non patrimoniale, non più basate sulla semplice personalizzazione del danno biologico, ma che presuppongono, sin dal principio, voci di danno distinte e autonomamente risarcibili, anche al di fuori dei consueti criteri tabellari.

Al contempo, la S.C. coglie l’occasione per tracciare una sorta di statuto del danno non patrimoniale, che sembra discostarsi, almeno parzialmente, dall’impostazione tradizionale delineata dalle sentenze cc.dd. di S. Martino (ci si riferisce, evidentemente, a Cass. Civ., S.U., 11 novembre 2008, n. 26972-26975).

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