Archivi autore: diritto civile contemporaneo

Alle Sezioni Unite la questione della “attività interpretativa insindacabile” nella responsabilità civile dei magistrati

Con ordinanza n. 12215 viene rimessa alle Sezioni Unite la questione concernente la individuazione del discrimine, nella “grave violazione di legge”, tra “attività interpretativa insindacabile” ed attività sussumibile nella fattispecie illecita, con specifico riferimento alla ipotesi della violazione di norma di diritto in relazione al significato ad essa attribuito da orientamenti giurisprudenziali da ritenere consolidati. (art. 2, co. 3, lett. a), l. n. 117/1988, testo previgente alla l. 18/2015, e art. . 2, co. 1, lett. g), d.lgs. n. 109/2006, sull’illecito disciplinare del magistrato per “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”),

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato sulla responsabilità precontrattuale della pubblica amministrazione

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, con sentenza 4 maggio 2018 n. 5 estende il perimetro della responsabilità precontrattuale della pubblica amministrazione, configurabile anche ove l’affidamento sia stato leso anteriormente alla scelta del contraente, e cioè prima dell’aggiudicazione. Ciò malgrado prima dell’aggiudicazione propedeutica alla stipula del contratto la parte non sia stata individuata, come vorrebbe la lettera dell’art. 1337 c.c. Secondo l’Adunanza Plenaria, la pubblica amministrazione è tenuta a comportarsi secondo buona fede anche prima dell’aggiudicazione, sia nella fase antecedente al bando, sia in quella successiva.

Delibera di nomina dell’amministratore e indicazione del compenso (art. 1129 c.c)

Per il Tribunale Palermo, L’ammontare del compenso richiesto dall’amministratore non deve necessariamente essere indicato nella delibera. Infatti, esso può essere precisato all’atto di accettazione della nomina, che può, logicamente, intervenire in un momento anche successivo alla delibera stessa. Non è, pertanto, nulla né annullabile la delibera assembleare di nomina dell’amministratore, che non riporti gli elementi di cui all’art. 1129 comma 14.

 

Privacy e “diritto all’oblio”: la Cassazione stila un decalogo per un bilanciamento con il diritto di cronaca

In tema di riservatezza, stabilisce la Cassazione, dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale ed europeo (artt. 8 e 10, comma 2, CEDU e 7 e 8 della c.d. “Carta di Nizza”), si ricava che il diritto all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca, solo in presenza dei seguenti presupposti: 1) contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o della notizia ad un dibattito di interesse pubblico; 2) interesse effettivo ed attuale alla diffusione dell’immagine o della notizia; 3) elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato, per la peculiare posizione rivestita nella vita pubblica del Paese; 4) modalità impiegate per ottenere e dare l’informazione, che deve essere veritiera, diffusa in modo non eccedente lo scopo informativo, nell’interesse del pubblico, e scevra da insinuazioni o considerazioni personali; 5) la preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine a distanza di tempo, in modo da consentire il diritto di replica prima della sua divulgazione al pubblico.

Assegnata alle Sezioni Unite la questione della tutela del creditore di buona fede nel sequestro o nella confisca

Il Primo Presidente della Suprema Corte, Sezioni Unite Penali, assegna  alle sezioni unite, su richiesta di rimessione con ordinanza 5194 2018, della quinta sezione, la questione della tutela del terzo cessionario di un credito posteriormente all’adozione di un sequestro di prevenzione sul bene costituito a garanzia del suddetto credito (art. 52 d.lgs. 159/2011 richiamato dall’art. 1 comma 200 l. 228/2012).

In particolare, vi è contrasto in giurisprudenza in merito all’estensibilità della disposizione normativa che tutela il creditore in buona fede anche al cessionario del credito, specie se questo abbia acquistato i crediti in blocco e dunque non abbia potuto verificare la sussistenza di una (trascrizione di) misura di sequestro o confisca di prevenzione anteriore alla cessione (ma posteriore alla nascita del credito).

Si chiede dunque alle Sezioni Unite di stabilire se la cessione del credito ipotecario, avvenuta dopo la trascrizione del provvedimento di sequestro o confisca, determini di per sé uno stato di mala fede in capo al nuovo titolare.

Cfr. R. RIZZO, La tutela dei creditori tra procedure concorsuali e misure di prevenzione: alla ricerca del bilanciamento tra interessi divergenti, in Dir. civ. cont., 3 aprile 2017

La disciplina risarcitoria prevista per il dolo incidente quale forma di tutela per i soci di minoranza contro l’abuso di potere della maggioranza societaria.

di GIULIA BAZZONI

Nel novero dei possibili rimedi esperibili a tutela dei diritti dei soci di minoranza nelle società di capitali, nel caso di comportamenti abusivi da parte della maggioranza societaria nel procedimento assembleare di formazione delle delibere, ci si chiede se sia configurabile o meno un rimedio risarcitorio a tutela dei soci di minoranza avverso quelli di maggioranza (dunque distinto dall’azione di responsabilità sociale); inoltre, è da interrogarsi circa la qualificazione giuridica che tale rimedio eventualmente assuma. Al fine di dirimere tali questioni, si prenderà avvio da un recente caso su cui è intervenuto un lodo arbitrale (inedito), reso a Verona il 25 marzo 2017.

Nel caso di specie, Alfa S.r.l., i cui soci erano riconducibili a due differenti ceppi familiari, era proficuamente amministrata da alcuni anni dal socio Tizio, il quale, in accordo con un blocco familiare che deteneva la minoranza delle quote, proponeva di affidare la gestione di un settore dell’attività sociale a soggetti terzi, per motivi di efficienza.
Tale decisione, tuttavia, non veniva appoggiata dai soci di maggioranza, i quali decidevano di revocare Tizio e di affidare la conduzione dell’intera attività sociale alla neocostituita S.r.l.s. Beta, partecipata ed amministrata da figli di alcuni soci di maggioranza di Alfa, privi di esperienza nel settore, data la giovane età.
I soci di minoranza non venivano però minimamente coinvolti in tale decisione dai soci di maggioranza, i quali si rifiutavano altresì di prendere in considerazione le loro proposte alternative, visto lo stretto vincolo parentale che legava alcuni soci di Alfa con quelli di Beta. Per tale motivo, i soci di minoranza si sentivano ingiustamente esclusi dalla partecipazione effettiva all’assunzione delle delibere relative all’andamento della società.
I soci di minoranza proponevano, pertanto, due distinte domande all’arbitro, ossia in primis l’azione per l’annullamento della delibera, lamentando l’abuso o eccesso di potere da parte della compagine maggioritaria e, in secondo luogo, il risarcimento del danno conseguente al comportamento di malafede dei soci di maggioranza.

Orbene, relativamente alla domanda di annullamento della delibera, l’arbitro riteneva configurabile un abuso o eccesso di potere “solo qualora la delibera non abbia una propria e autonoma giustificazione sulla base dei legittimi interessi dei soci di maggioranza e la finalità fraudolenta in danno alla minoranza costituisca l’unica ragione della delibera” (così si esprime, per esempio, Cass. 19 aprile 2003, n. 6361; tra le recenti pronunce di merito, riproduce in via di sintesi e con chiarezza i requisiti imprescindibili dell’abuso Trib. Roma 21 luglio 2015, n. 15923, in Banca dati Sole 24 ore).
In seguito a tale attenta analisi relativamente all’abuso, l’arbitro riteneva che nel caso di specie la scelta di mantenere una gestione familiare della società, assunta dai soci di maggioranza a sostegno della propria posizione, non si ponesse in contrasto rispetto agli interessi societari e negava, pertanto, la sussistenza dei requisiti per l’annullamento, non delineandosi gli estremi di cui all’articolo 2373 c.c.

Per quanto concerne, invece, la domanda risarcitoria proposta dai soci di minoranza contro quelli di maggioranza, l’arbitro censurava il comportamento tenuto dalla maggioranza nei confronti della minoranza in quanto contrastante con i principi di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. poiché, secondo consolidata giurisprudenza, tali elementi intervengono ad integrare il contratto sociale e le sue lacune, imponendo il rispetto dell’equilibrio degli interessi tra le parti (cfr. Cass. 17 luglio 2007, n. 15950).
L’arbitro riconosceva pertanto, in via equitativa, un risarcimento a loro favore sostenendo che: “nella conduzione dei lavori assembleari furono tenuti comportamenti in contrasto con gli standard di buona fede e correttezza ai quali l’ordinamento impone che siano uniformate le condotte dei soci, proprio affinché sia data corretta esecuzione al contratto sociale” (per maggiori dettagli relativamente al lodo si veda: M. D’ONOFRIO, L’esportabilità della disciplina del dolo incidente a tutela del socio di minoranza danneggiato dall’abuso di potere della maggioranza, in Atti del convegno ‘A quarant’anni da “Le autorità private” di C.M. Bianca, Roma, in corso di pubblicazione).

Profilo interessante, che merita di essere attentamente analizzato, si ravvisa nel fatto che l’arbitro, in sede di decisione, avesse scisso la tutela reale, relativa all’annullamento della delibera, dalla tutela risarcitoria del danno subito dalla minoranza a causa del comportamento scorretto dei soci di maggioranza, avendo ritenuto che l’una e l’altra non fossero inscindibilmente correlate (questa scissione tra il piano della tutela reale e quello della tutela obbligatoria si riscontra anche in Trib. Milano 28 settembre 2006, Garavoglia vs. Garavoglia, inedita, ma menzionata e parzialmente riportata in A. STABILINI, L’abuso della regola di maggioranza nelle società di capitali, in Soc., 2011, 845).
Invero, nel caso di specie, sebbene non si potessero rinvenire gli estremi per l’annullamento della delibera assembleare (si veda a riguardo in primis Cass. 26 ottobre 1995, n. 11151; cfr. sul punto anche Cass. 19 aprile 2003, n. 6361; Cass. 12 dicembre 2005, n. 27387), quale conseguenza dell’abuso di potere della maggioranza, il giudice riteneva che ciò non precludesse la domanda risarcitoria, essendo le due domande indipendenti tra loro.
Secondo l’arbitro, infatti, conformemente a un orientamento giurisprudenziale consolidato, l’abuso di maggioranza può essere oggi qualificato come estrinsecazione di un comportamento contrario a buona fede e correttezza ex artt. 1175 e 1375 c.c. (sul tema si veda: C. PASQUARIELLO, Il principio di correttezza applicato alle delibere assembleari: l’abuso della regola di maggioranza al vaglio dei giudici, in Giur. comm., 2002, II, 125 ss.). Più specificamente, il principio di buona fede e correttezza, nella sua ontologia poliforme, assurge, a fonte giuridica del divieto di abuso del diritto (per uno studio più approfondito sul tema del rapporto tra buona fede e abuso del diritto, si veda F. PIRAINO, La buona fede in senso oggettivo, Torino, 2015, 375 ss.) e a conseguente criterio di valutazione del comportamento delle parti (per tutti, U. NATOLI, L’attuazione del rapporto obbligatorio, I, Milano, 1974, 1 ss.).

Nel caso di specie, pertanto, si è potuto ravvisare una lesione risarcibile delle ragionevoli aspettative disattese dei soci di minoranza. Questo convincimento nasce dall’idea secondo cui il contratto sociale non disciplinerebbe unicamente le relazioni tra società e singoli soci, ma riguarderebbe anche i rapporti intersoggettivi tra questi ultimi e, pertanto, essi sarebbero sottoposti alla disciplina contrattuale che impone un comportamento conforme a buona fede e correttezza (per maggiori dettagli sul punto: F. GUERRERA, La responsabilità ‘deliberativa’ nelle società di capitali, Torino, 2004, 289 ss.).

Questa visione dei rapporti societari consente di approdare all’idea che il comportamento abusivo dei soci di maggioranza possa, a prescindere dall’analisi dei riflessi sulla validità delle delibere, estrinsecarsi in una lesione delle aspettative dei soci di minoranza, qualora essi vedano frustrate le proprie prospettive economiche relativamente all’andamento della società, a causa della violazione delle norme di condotta nascenti dal contratto sociale. Si fornisce, così, una tutela ai soci di minoranza che esula da quella reale, spesso complessa da azionare in concreto, alla luce della difficoltà di soddisfare il corrispondente onere probatorio. Sovente, infatti, non risultano integrati i rigorosi presupposti specifici previsti per la pronuncia di annullamento delle delibere assembleari (per una più ampia trattazione: F. GUERRERA, Abuso del voto e controllo di ‘correttezza’ sul procedimento deliberativo assembleare, in Riv. Soc., 2002, 271).

È opportuno chiedersi, a questo punto, se tale interpretazione giurisprudenziale relativamente all’abuso del potere di maggioranza, quale estrinsecazione di un comportamento contrario a buona fede e correttezza ex artt. 1175 e 1375 c.c., e il conseguente rimedio risarcitorio concesso, possano essere ricondotti a una fattispecie ben nota e disciplinata nel codice, anche se in ambito differente rispetto a quello strettamente societario.
Orbene, attraverso un’analisi del fenomeno e delle fattispecie esistenti nel codice civile, appare evidente come il legislatore abbia già concepito un rimedio risarcitorio nel caso di condotta contraria a buona fede e correttezza in tema contrattuale: si vuole qui riferirsi al dolo incidente ex art. 1440 c.c., in cui è previsto che il contraente che abbia agito in malafede debba risarcire i danni. Nel caso di dolo incidente, infatti, il comportamento doloso ricomprende ogni condotta contraria a buona fede e correttezza idonea a ledere gli interessi di controparte nel momento della determinazione dei contenuti del contratto, ferma restando la validità di quest’ultimo.

Se è vero, quindi, che l’abuso di potere da parte dei soci di maggioranza nel procedimento di formazione delle delibere assembleari sia configurabile come una condotta maliziosa, contraria ai principi generali di buona fede e correttezza stabiliti nella disciplina generale del contratto, nulla osta a ritenere che, anche in ambito societario, tale comportamento possa essere concepito quale particolare estrinsecazione di un contegno doloso nei confronti della minoranza sociale che vede lesi i propri diritti soggettivi (più ampiamente sul tema si veda: T. DALLA MASSARA, L’impiego dell’azione di dolo quale rimedio risarcitorio a fronte di una condotta maliziosa: la figura del dolo incidente, in Tutele rimediali in tema di rapporti obbligatori. Archetipi romani e modelli contrattuali, a cura di L. Garofalo, Torino, 2015, 307 ss.).
Più precisamente, anche nel caso della formazione delle delibere assembleari, parimenti a quanto accade nella fase di conclusione del contratto, si può ritenere che, attraverso il comportamento fraudolento della maggioranza, venga inficiata la volontà della minoranza circa il contenuto di quella determinata manifestazione di volontà. Infatti, le delibere assembleari, godendo di autonomia nella propria composizione, possono essere considerate come singoli e autonomi negozi giuridici, la cui formazione dipende dalla volontà dei soci e, proprio per tale motivo, la condotta maliziosa di una parte è idonea ad incidere sulla formazione della volontà di controparte quanto al contenuto della medesima.

Si può allora giungere ad affermare che l’orientamento interpretativo accolto dal lodo arbitrale – quello di ritenere sanzionabile la condotta della maggioranza quale forma di abuso contrario a buona fede e correttezza nei confronti degli altri soci di minoranza – sottintenda la riconduzione di tale fattispecie alle conseguenze previste ex lege per il dolo ex art. 1440 c.c., proprio perché incidente sulla fase genetica della delibera.

 

Alle Sezioni Unite la questione relativa all’efficacia nell’ordinamento interno del provvedimento giurisdizionale di riconoscimento della doppia genitorialita ad una coppia omoaffettiva maschile unita in matrimonio

Con ordinanza n. 4382 del 22 febbraio 2018 è stata trasmessa  alle Sezioni Unite la questione del contrasto con l’ordine pubblico del provvedimento giurisdizionale canadese di riconoscimento della doppia genitorialità ad una coppia omoaffettiva maschile, unita in matrimonio nello Stato estero.

Considerazioni a margine di Cassazione sez. un. 5 luglio 2017 n. 16601

Anno V, Numero I, gennaio/marzo 2018

di DANIELE GIGLIO, Docente a contratto nell’Università di Palermo

Sollecitate a pronunciarsi sui c.d. danni punitivi dalla Prima Sezione della Corte di Cassazione, con ordinanza 16 maggio 2016 n. 9978 [l’ordinanza di rimessione è già stata commentata in questa rivista da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016; L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017; A. MONTANARI, La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione), in Dir. civ. cont., 02 febbraio 2017], le Sezioni Unite si sono espresse con sentenza del 5 luglio 2017, n. 16601, Pres. Rordorf, Est. D’Ascola, affermando il principio di diritto secondo cui: “Nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile. Non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi. Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve però corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità con l’ordine pubblico”.

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Le Sezioni Unite sulla proprietà della costruzione realizzata da un comproprietario su suolo comune

La costruzione realizzata da uno dei comproprietari su suolo comune è di entrambi i comproprietari in base al principio di accessione (art. 934 c.c.) ovvero è di proprietà del solo costruttore?

A tale quesito, la giurisprudenza più recente risponde nel senso che la disciplina dell’accessione si applica soltanto se il terreno è “altrui” e non invece se il terreno è comune: in quest’ultimo caso, si applica la diversa disciplina della comunione, con la conseguenza che la (proprietà della) costruzione è di entrambi i comproprietari del fondo soltanto se la costruzione dell’immobile è avvenuta conformemente alle prescrizioni di tale disciplina, nel rispetto cioè dei limiti che ex art. 1102 c.c. ciascun proprietario deve osservare nell’uso della cosa comune.

Un orientamento più risalente ritiene, invece, l’operatività dell’art. 934 c.c. e dunque l’acquisto per accessione da parte di tutti i comproprietari del fondo, salvo il diritto del comunista costruttore al rimborso delle spese sostenute.

Le Sezioni Unite, con sentenza 16 febbraio 2018 n. 3873, ritengono di doversi discostare dal più recente orientamento giurisprudenziale e che il principio di accessione ex art. 934 c.c. non presupponga affatto la qualità di “terzo” del costruttore (anche in ragione del fatto che se il costruttore è un “terzo”, si applica una disciplina diversa e speciale: artt. 936 e 937 c.c.). In sostanza, la disposizione di cui all’art. 934 c.c. ha vocazione generale e si applica ove non sia diversamente disposto, dunque anche all’ipotesi in cui il suolo appartenga a più soggetti e uno soltanto abbia realizzato una costruzione.

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Principio di apparenza «pura» (difetto di legittimazione passiva e prescrizione)

Anno V, numero I, gennaio/marzo 2018

di ABIGAIL OWUSU, Dottoranda nell’Università di Verona

La sentenza che si commenta (Tribunale di Verona) merita  di essere segnalata in quanto contiene una interessante applicazione del principio dell’apparenza del diritto al di fuori delle ipotesi espressamente previste dal codice civile. La vicenda sottesa alla pronuncia vede protagonista una signora che, a seguito di trasfusione di sangue, contrae l’epatite C. Accertata l’origine trasfusionale della patologia, l’attrice promuove un’azione risarcitoria nei confronti dell’ente ospedaliero del quale, tuttavia, viene esclusa la legittimazione passiva affermandosi quella del Comune: l’art. 66 l. n. 833/1978 e l’art. 71 l. Regionale Veneto n. 17/1980 prevedono, infatti, il trasferimento, ai Comuni territorialmente competenti, dei debiti contratti dai disciolti enti ospedalieri. Il Comune convenuto in giudizio eccepisce, in via preliminare, la prescrizione del diritto al risarcimento del danno, ritenendo decorso il termine di prescrizione decennale. Nell’esame dell’eccezione di prescrizione, formulata dal convenuto, il Tribunale si è interrogato sulla possibilità di estendere al Comune, in virtù di una applicazione evolutiva del principio dell’apparentia iuris, gli effetti dell’interruzione della prescrizione avvenuta tempestivamente, con la notifica dell’atto di citazione, nei confronti dell’ente ospedaliero. Il giudice veronese è giunto a dare una risposta positiva all’interrogativo testé evidenziato, sulla base delle considerazioni che saranno qui di seguito esaminate.

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