Archivio dell'autore: diritto civile contemporaneo

Le sezioni unite sulla donazione indiretta

Secondo le Sezioni Unite il trasferimento per spirito di liberalità di strumenti finanziari dal conto di deposito titoli del beneficiante a quello del beneficiario – realizzato con ordine impartito dal disponente – non costituisce donazione indiretta ma piuttosto una donazione tipica ad esecuzione indiretta che presuppone la stipulazione dell’atto pubblico, salvo che ricorra l’ipotesi del modico valore.

La Seconda Sezione con ordinanza 4 gennaio 2016 aveva trasmesso gli atti al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, della questione, oggetto di contrasto, concernente gli strumenti utilizzabili onde porre in essere una donazione indiretta, ex art. 809 c.c., ed il relativo meccanismo di funzionamento.

Alla ricerca di un giudice dei diritti fondamentali

Anno III, Numero III, luglio/settembre 2017

di ANDREA GIORDANO, Avvocato dello Stato

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Le Sezioni Unite della Cassazione hanno – come è noto –  attribuito al Giudice Ordinario la potestà di giudicare sul diritto al sostegno degli allievi disabili, allorché i competenti soggetti pubblici abbiano redatto il c.d. piano educativo individualizzato, contenente l’indicazione delle ore di sostegno necessarie ai fini dell’educazione ed istruzione (Cass., Sez. Un., 25 novembre 2014, n. 25011, in Giur. cost., n. 4/2015, 1475). Una volta elaborato il P.E.I., verrebbe meno ogni discrezionale potere dell’Amministrazione di rimodulare, in ragione delle risorse concretamente disponibili, il supporto integrativo: esisterebbe il solo dovere di assicurare l’assegnazione del personale docente specializzato, con l’attivazione, occorrendo, di un posto di sostegno in deroga al rapporto insegnanti/alunni (Cass., Sez. Un., n. 25011/2014, cit.).

Così, il Consiglio di Stato ha, nella sua più autorevole composizione, recentemente ribadito la sussistenza della giurisdizione del Giudice Ordinario ove si sia contestata la non corrispondenza tra le ore di sostegno individuate dal P.E.I. e quelle concretamente assegnate (C. St., Ad. Plen., 12 aprile 2016, n. 7, in www.giustizia-amministrativa.it). Nella fase di attuazione del piano educativo individualizzato difetterebbe ogni discrezionale potestà dell’Amministrazione; il ridimensionamento delle ore di sostegno previste dal P.E.I. integrerebbe una discriminazione indiretta, idonea a radicare la giurisdizione del Giudice Ordinario, ai sensi dell’art. 28 del d.lgs. n. 150 del 2011 (C. St., Ad. Plen., n. 7/2016, cit.).

Eppure, la giurisprudenza amministrativa di merito sembra, a tutt’oggi, diversamente orientata.

Con la pronuncia n. 266 del 13 febbraio 2017, il T.a.r. Salerno ha – pur in formale adesione all’indirizzo delle Sezioni Unite – ritenuto che, avendo i ricorrenti contestato l’omessa assegnazione delle dovute ore di sostegno, non sotto il profilo della discriminazione indiretta, ma della cattiva gestione del servizio pubblico scolastico, la giurisdizione spetterebbe al Giudice Amministrativo, ai sensi dell’art. 133, c. 1, lett. c), c.p.a.

Analogamente, ed, anzi, ancor più radicalmente, il T.a.r. Palermo ha, con la sentenza n. 2810 del 5 dicembre 2016, avallato la tesi della giurisdizione del Giudice Amministrativo in tutte le controversie tese all’accertamento del diritto degli alunni diversamente abili a beneficiare dell’attività di sostegno (sull’indirizzo del T.a.r. Palermo, v. già A. Plaia, Il TAR Sicilia e il TAR Toscana «smentiscono» il revirement delle Sezioni Unite e ribadiscono la giurisdizione amministrativa in tema di diritto al sostegno scolastico del disabile, in Dir. civ. cont., 17 dicembre 2014).

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Il preliminare di preliminare può essere considerato titolo idoneo ad ottenere la provvigione per il mediatore?

Anno III, Numero III, Luglio/Settembre 2017

di STEFANO MONTALBETTI 

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La recente pronuncia della giurisprudenza di legittimità – Cass. Civ., 17 gennaio 2017, n. 923 – concerne il discusso tema della configurabilità del diritto alla provvigione per il mediatore immobiliare nell’ipotesi di conclusione di un ipotetico “contratto preliminare di preliminare”. Figura che, a seguito della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione – n. 4628 del 6 marzo 2015 (in Riv. not., 2015, 192 ss.) – mostratasi più flessibile nell’attribuire risalto all’autonomia contrattuale nell’ambito della formazione progressiva del contratto, sembrerebbe aver assunto – seppur con una certa “timidezza” – un proprio ruolo all’interno del settore immobiliare. Continua a leggere

Le Sezioni Unite sui danni punitivi

Le Sezioni Unite, decidendo con sentenza 5 luglio 2017 n. 16601 la corrispondente questione ritenuta di massima di particolare importanza, hanno affermato che, nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.

Non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi. Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve però corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità con l’ordine pubblico.

L’ordinanaza di rimessione alle Sezioni Unite era stata commentata in questa rivista da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera” ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016; L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017; A. MONTANARI, La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione), in Dir. civ. cont., 2 febbraio 2017

Le Sezioni Unite chiamate a pronunciarsi sulla questione della “compensatio lucri cum damno”

All’esito di un lungo contenzioso tra la società “Itavia” e i Ministeri della difesa e dei trasporti riguardante la tragica vicenda nota come disastro di Ustica, con un’importante e densa ordinanza 22 giugno 2017 n. 15534 viene rimessa alle Sezioni Unite la questione della compensatio lucri cum damno relativa al rapporto tra il risarcimento dela danno aquiliano (concesso all’Itavia) e l’indennizzo dalla stessa percepito per via assicurativa.

La questione è se i Ministeri responsabili ex art. 2043 c.c. per non avere impedito l’evento siano tenuti a risarcire anche quanto risulta già versato a titolo di indennizzo assicurativo a favore del medesimo danneggiato. Più in particolare, si tratta di decidere se la compensatio operi soltanto quando sia il danno che il lucro scaturiscano in via immediata e diretta dal fatto illecito e non operi invece negli altri casi in cui il lucro abbia come fonte la legge o un contratto (es. pensione di reversibilità alla vedova della vittima, pensione di invalidità civile, indennizzo in caso di emotrasfusione o infine contratto di assicurazione privata).

Nell’ordinanza di rimessione, in cui si ricostruiscono con chiarezza alcuni snodi dogmatici della teoria della responsabilità civile – primo tra tutti quello del neso causale -, si ritiene, tra l’altro, che la regola in questione altro non sia che applicazione dell’art. 1223 c.c. (conseguenza immediata e diretta), ma al contempo che non possa guardarsi esclusivamente alla “fonte” del danno e del lucro, quanto piuttosto che si debba stabilire se il lucro costituisca conseguenza immediata e diretta del fatto illecito: l’operazione è unica, non si calcola cioé il danno e poi si compensa con il lucro, piuttosto si guarda al patrimonio della vittima precedente al sinistro e si sottrae il patrimonio residuato e se ci si imbatte in un vantaggio che sia conseguenza dell’illecito non si dirà che si procede a compensatio ma piuttosto che l’illecito non ha provocato danno.

Revisione dell’assegno divorzile: rileva la sopraggiunta «indipendenza o autosufficienza economica»

La Prima Sezione civile con sentenza Cass. 22 giugno 2017 n. 15481 ha ritenuto che il giudice richiesto della revisione dell’assegno divorzile che incida sulla stessa spettanza del relativo diritto (precedentemente riconosciuto), in ragione della sopravvenienza di giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio», deve verificare se i sopravvenuti motivi dedotti giustifichino effettivamente, o meno, la negazione del diritto all’assegno a causa della sopraggiunta “indipendenza o autosufficienza economica” dell’ex coniuge beneficiario, desunta dagli indici individuati con la sentenza di questa Corte n. 11504 del 2017, (in Dir. civ. cont., 12 maggio 2017con nota di R. NATOLI, Noterelle “a caldo” su Cassazione 11504/2017: dal tramonto dell’assegno divorzile a una nuova alba del diritto agli alimenti?); ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dall’ex coniuge obbligato, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge beneficiario.

Rimessa alle Sezioni Unite la questione degli oneri economici rilevanti ai fini del riscontro dell’usurarietà

Con ordinanza. 20 giugno 2017 n. 15188 la Cassazione rimette alle Sezioni Unite la questione della rilevanza dell’onere economico della commissione di massimo scoperto ai fini del riscontro in concreto dell’usurarietà: e se in particolare la commissione sia inclusa nel conto degli oneri rilevanti per la formazione dei tassi medi rilevati trimestralmente dai decreti del Ministro dell’Economia.

Noterelle “a caldo” su Cassazione 11504/2017: dal tramonto dell’assegno divorzile a una nuova alba del diritto agli alimenti?

Anno III, Numero II, aprile/giugno 2017

di ROBERTO NATOLI, Professore associato nell’Università di Palermo

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Nell’autunno del 1990 gli italiani erano ancora reduci dalle notti magiche e avevano conosciuto gli occhi spiritati di Totò Schillaci, il mondo si avviava a un nuovo ordine dopo il crollo del muro di Berlino e la Cassazione civile metteva un punto fermo sul tema dell’interpretazione dell’art. 5 della legge 898/1970, da poco riformato con le modifiche apportate dalla l. 74 del 1987.

In quella sentenza si affermava un principio destinato a diventare, per quasi un quarto di secolo, un caposaldo dei giudizi divorzili: quello per cui «il presupposto per concedere l’assegno è costituito dall’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (tenendo conto non solo dei suoi redditi, ma anche dei cespiti patrimoniali e delle altre utilità di cui può disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto, il quale può essere anche economicamente autosufficiente»: il tenore di vita precedentemente goduto dal coniuge richiedente in costanza di matrimonio diventava così, nel diritto vivente, il parametro di riferimento per stabilire non già il quantum, ma, ancor prima, l’an dell’assegno divorzile.

Nei decenni successivi il mito di Schillaci naufragò nell’isola dei famosi, il mondo cambiò ordine ma il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio restò il mantra dei giudizi divorzili, dal quale la Cassazione non volle, almeno fino alla sentenza in commento, prendere espressamente congedo.

Non che fossero mancati i sintomi di insofferenza verso questo mantra; sintomi che trovavano sfogo — e nella giurisprudenza di merito, e in quella di legittimità — in un proliferare di avverbi e aggettivi volti a depotenziare la portata del principio: ed infatti negli ultimi anni si è assistito, per un verso, alla precisazione che il tenore di vita precedentemente goduto andava riguardato come un criterio solo tendenziale da raggiungere (ad esempio, con riguardo all’assegno di separazione, Cass. 11/7/2013, n. 17199, in Dir. fam. pers., 2014, 60: “la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto nel corso della convivenza, che costituisce la finalità precipua dell’assegno di cui all’art. 156 c.c., prevede il riconoscimento in sede di separazione coniugale, ove uno dei coniugi non disponga di redditi propri sufficienti a consentirgli il mantenimento di tale condizione e sussista una situazione di disparità economica con l’altro coniuge, rappresenta un obbiettivo meramente tendenziale, non sempre suscettibile di piena realizzazione, avuto riguardo agli effetti economici negativi della separazione, la quale, facendo venir meno i vantaggi derivanti dall’appartenenza al consorzio familiare, si riflette anche sulle possibilità economiche del coniuge onerato dall’assegno»; ma v. pure Appello Palermo 22/12/2015, in questa Rivista); per altro verso, al chiarimento per cui, fondandosi l’assegno divorzile su un obbligo di solidarietà postconiugale, lo stesso si estinguesse, senza possibilità di reviviscenza, in caso di nuova relazione sentimentale da parte del coniuge richiedente (così, ad esempio, Cass. 29/9/2016, n. 19345).

Ma i sintomi di insofferenza rispetto a un parametro ormai sentito come antistorico non avevano mai trovato uno sfogo verbale così manifesto come quello contenuto nella sentenza in commento, che giunge al punto di affermare che «a distanza di quasi ventisette anni» l’orientamento fondato sul precedente tenore di vita è così divenuto poco attuale da esonerare il giudice di legittimità che se ne discosti dall’onere di rinviare, ai sensi dell’art. 374, comma III, c.p.c., la questione alle Sezioni unite.

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L’assegno divorzile è dovuto soltanto se l’ex coniuge non è indipendente economicamente: la Suprema Corte abbandona il criterio del «tenore di vita»

La Suprema Corte, superando con sentenza 10 maggio 2017 n. 11504 , in considerazione dell’evoluzione del costume sociale, il proprio consolidato orientamento, ha stabilito che il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile postula che il giudice cui sia rivolta la corrispondente domanda accerti che l’istante sia privo di indipendenza o autosufficienza economica (desumibile dal possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, dalle capacità e possibilità effettive di lavoro personale, dalla stabile disponibilità di una casa di abitazione), sicchè, solo ricorrendo tale condizione, potrà procedere alla relativa quantificazione avvalendosi di tutti i parametri indicati, dall’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970 (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio).

Parametro di riferimento per valutare se il coniuge richiedente l’assegno abbia o non abbia «mezzi adeguati» – così come richiesto dalla legge – non è più il tenore di vita avuto in costanza di matrimonio, ma l’indipendenza economica e la possibilità di procurarsela.

Sulla convivenza more uxorio quale causa di decadenza dalla spettanza dell’assegno divorzile cfr. E. Bilotti, Convivenza more uxorio e solidarietà post-coniugale, in Dir. civ. cont., 11 aprile 2015

La mancata registrazione del contratto di locazione ad uso non abitativo determina la nullità del contratto sanabile “ex tunc”

Cass. 28 aprile 2017 n. 10498, pronunciandosi in tema di locazione immobiliare ad uso non abitativo, ha ritenuto che la mancata registrazione del contratto (art. 1, co. 346, l. n. 311/2004), ne determini la nullità ex art. 1418 c.c,. che, tuttavia è sanata con effetti ex tunc dalla tardiva registrazione del contratto.

Cfr. A. GALIA, La nullità del contratto di locazione non registrato, in Dir. civ. cont., 17 febbraio 2017