Tra corrispettivi e moratori la Cassazione conferma la vis attractiva dell’usura


di Silvia Cermaria

Con ordinanza n. 27442 del 30.10.2018, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha enunciato il principio di diritto “è nullo il patto col quale si convengano interessi convenzionali moratori che, alla data della stipula, eccedano il tasso soglia di cui all’art. 2 della l. 7.3.1996 n. 108, relativo al tipo di operazione cui accede il patto di interessi moratori convenzionali”. Ciò in quanto, secondo il Collegio, “gli interessi convenzionali di mora non sfuggono alla regola generale per cui, se pattuiti ad un tasso eccedente quello stabilito dall’art. 2, comma 4, l. 7.3.1996 n. 108, vanno qualificati ipso iure come usurari”.

I giudici chiamati a pronunciarsi sulla questione relativa al rapporto tra interessi di mora e usura, da lungo tempo motivo di ampi e vivaci dibattiti sia dottrinari che giurisprudenziali, ne ripercorrono approfonditamente i tratti caratterizzanti facendo uso puntuale dei criteri di ermeneutica legale e rendendo al lettore una dotta interpretazione della normativa antiusura sul piano letterale, sistematico, finalistico e storico.

La decisione, pur non caratterizzata da un approdo decisionale innovativo rispetto ai precedenti giurisprudenziali , ha il pregio di aver fondato lo stesso su un’esegesi calzante e rigorosa votata a mettere in luce l’inconsistenza delle opposte conclusioni definite prive “di fondamento storico e sistematico”.

Ma non solo, al dichiarato fine di scongiurare futuro contenzioso, il Collegio giudicante prende, altresì, posizione in merito alla modalità attraverso cui debba essere riscontrata l’usurarietà degli interessi convenzionali di mora, ossia attraverso il raffronto tra il saggio degli interessi pattuito ed il TEGM; nonché in merito alle conseguenze della nullità della clausola che prevede interessi convenzionali moratori usurari affermando l’inapplicabilità della sanzione prevista dall’articolo 1815 c.c.


Per meglio apprezzare il percorso argomentativo attraverso cui la Corte è giunta alle conclusioni sopra brevemente evidenziate, occorre prendere le mosse dai fatti oggetto di causa. La pronuncia in parola trae origine dalla vicenda relativa ad un contratto di leasing (dunque, da un finanziamento con un piano di ammortamento prestabilito ), nel quale si prevede un saggio di interessi moratori, per il caso di inadempimento dell’utilizzatore, superiore a quello massimo legale (c.d. tasso soglia), applicabile ratione temporis. I giudici di merito, prima, e quelli di legittimità, dopo, sono stati dunque chiamati ad esprimersi sulla configurabilità del fenomeno usurario nell’ambito degli interessi convenzionali moratori, alla stregua dell’applicazione che della legge 108/1996 già si registrava rispetto agli interessi corrispettivi.
Ed infatti, come noto, l’art. 644, commi 1 e 3, c.p. punisce con la reclusione chiunque si fa dare o anche solo promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, interessi o altri vantaggi usurari, che superano il limite fissato dalla legge , in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità . Siffatto limite, oltre il quale si configura l’usura, è determinato attraverso le rilevazioni trimestrali del tasso effettivo globale medio (TEGM), da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentita la Banca d’Italia.
Il TEGM deve comprendere tutte le voci di costo di cui all’art. 644, comma 4, c.p., ossia le commissioni, le remunerazioni a qualsiasi titolo e le spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito da parte delle Banche e degli intermediari finanziari iscritti nell’Albo tenuto dalla Banca d’Italia ai sensi dell’art. 106 e 107 TUB.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze provvede annualmente con decreto, sentita la Banca d’Italia, a classificare le operazioni finanziarie per natura, oggetto, importo, durata, rischi e garanzie creando delle categorie omogenee, cui corrisponde un distinto TEGM. Il TEGM aumentato di un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali, costituisce il c.d. tasso soglia di usura. In ogni caso, la differenza tra il limite così determinato ed il tasso medio rilevato non può superare gli otto punti percentuali .
L’usurarietà del tasso di interesse pattuito aziona il meccanismo sanzionatorio previsto dall’art. 4, l. 108/96, ossia la nullità della relativa clausola e la non debenza di qualsiasi interesse (art. 1815, co. 2, c.c.).
Come premesso, la questione sottoposta al vaglio della Suprema Corte era lontana dal potersi considerare di pacifica soluzione, in particolare, con riferimento alle operazioni di finanziamento con un piano di ammortamento prestabilito. Il Collegio era chiamato, infatti, ad esprimersi sulla decisione assunta dalla Corte d’Appello di Milano che, non aderendo ai principi di diritto enunciati in materia dai giudici di legittimità, dimostrava al contrario di preferire le tesi sostenute, tra gli altri, dalla giurisprudenza di merito, dell’ABF e dalla Banca d’Italia.
L’autorevolezza di siffatte determinazioni interpretative le quali affrontano i principali nodi problematici emergenti dalla disciplina antiusura e, particolarmente, dal rapporto tra quest’ultima e gli interessi moratori ne impongono una breve disamina utile anche al fine dell’esatto inquadramento del terreno argomentativo in cui ha trovato svolgimento l’attività ermeneutica della Suprema Corte nell’assumere la decisione in esame.
L’orientamento in parola si ispira al c.d. principio di simmetria il quale impone che la verifica dell’usurarietà sia condotta confrontando dati omogenei ed utilizzando il medesimo metodo di calcolo, al contrario se ne ricaverebbe un dato già in principio viziato . Ne consegue che per consentire la valutazione delle voci di costo che compongono il TEG è necessario che le stesse siano componenti anche del valore utilizzato quale parametro di siffatta valutazione, ossia del TEGM.
Da siffatto principio inteso quale fulcro irrinunciabile della disciplina antiusura si giunge alla negazione della rilevanza degli interessi moratori ai fini del calcolo del tasso effettivo globale (TEG), relativo alla singola operazione finanziaria, in quanto gli stessi non rappresentano una voce di costo presa in considerazione tanto nella rilevazione del TEGM quanto nella determinazione del tasso soglia, secondo la disciplina poco sopra riproposta.
In tal senso, l’orientamento in parola evidenzia che proprio il tenore letterale della normativa c.d. antiusura non lascia alcuno spazio a diverse conclusioni. La disciplina positiva non attua, infatti, alcun riferimento agli interessi moratori quali voci di costo di cui tener conto, ai fini del superamento del tasso soglia, al contrario talvolta menziona i soli interessi corrispettivi: così, l’art. 644, comma 1, c.p. stabilisce che è punito “Chiunque … si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione in denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari” .
Al contempo, la disciplina in discorso non prevede alcuna specifica comminatoria di nullità ove gli interessi moratori superino i limiti fissati dalla legge, riferendo genericamente tale sanzione agli interessi usurari, così l’art. 1815, comma 2, c.c.: “Se sono convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non sono dovuti interessi” .
A confermare la conclusione prospettata soccorre la norma di interpretazione autentica della legge n. 108/1996, ossia l’art. 1 comma 1 d.l. n. 394/2000 (convertito con modificazione nella legge n. 24/2001). Quest’ultimo precisa, infatti, che destinatari della verifica di usurarietà sono gli interessi promessi o comunque convenuti a qualunque titolo, senza far alcuna menzione degli interessi moratori i quali necessiterebbero, in ogni caso, di una specifica indicazione stante l’impossibilità di essere naturalmente assimilati agli interessi corrispettivi.
All’argomento letterale, dunque, se ne affianca un altro di ordine sistematico il quale postula una ontologica disomogeneità tra gli interessi corrispettivi e quelli moratori, stante la diversa natura e funzione agli stessi ascritta. Ciò non consente, rimanendo a quanto sostenuto dall’orientamento in parola, l’assimilazione tra le due species di interessi, ove non specificamente prescritta dal legislatore .
Anche il raffronto tra la normativa antiusura e la disciplina comunitaria rappresentata dalla direttiva 2008/48/CE è utilizzato dall’orientamento in esame a sostegno dell’impossibilità di comprendere tra le voci di costo componenti il TEG anche quella relativa agli interessi moratori, salvo non voler contravvenire all’enunciato principio di simmetria.
Ed invero, la suindicata direttiva prevede che il costo totale del credito per il consumatore (TAEG), vada calcolato senza tener conto di penali dovute in caso di inadempimento degli obblighi derivanti dal contratto di credito . Sull’assunto per cui gli interessi moratori, avendo funzione di predeterminazione del danno risarcibile, sono assimilabili alla penale (rectius, clausola penale) individuata dalla normativa europea, si giunge a giustificare la scelta di non includere nel TEGM una voce di costo dedicata agli interessi di mora , con le note ripercussioni sul calcolo del TEG. Così, dunque, in virtù della asserita riconducibilità del patto contenente l’indicazione del tasso degli interessi di mora alla clausola penale, l’orientamento in discorso appronta uno schema di tutela del debitore inadempiente chiamato a corrispondere interessi di mora che, seppur non usurari, si dimostrino manifestamente eccessivi . Il fulcro di tale tutela è rappresentato dall’inesigibilità della prestazione, quale espressione del principio costituzionale di solidarietà sociale , concretizzato nel rimedio di cui all’art. 1384 c.c .
La medesima conclusione prospettata è confermata, secondo l’opinione in esame, dall’esito dell’analisi del sistema antiusura anche dal punto di vista delle possibili conseguenze derivanti dall’inclusione del costo relativo agli interessi di mora nel TEG.
Invero, viene rappresentata l’eventualità in cui il debitore si renda volutamente inadempiente al fine di provocare il superamento del tasso soglia, mediante l’applicazione degli interessi moratori, nella consapevolezza di ottenere benefici dall’applicazione della sanzione civile di cui all’art. 1815, comma 2 c.c. Da altro punto di vista, invece, si fa notare che l’inclusione degli interessi moratori nel calcolo del TEG potrebbe condurre ad un diverso effetto distorsivo del tutto sfavorevole al cliente consistente nell’innalzamento del tasso soglia dell’usura, dunque, contrario alla ratio di protezione che ispira la normativa antiusura.
È necessario evidenziare l’esistenza nel dibattito in cui si è inserita l’ordinanza in commento di una posizione intermedia la quale propone, pur non rinunciando al noto principio di simmetria, l’individuazione di due distinti tassi soglia, uno dei quali tenga conto della percentuale di aumento del 2,1 % rispetto al TEGM rilevato, pari alla media delle maggiorazioni stabilite contrattualmente per i casi di ritardato pagamento.
Un’ulteriore riflessione di carattere generale svolta da chi ritiene che gli interessi moratori non rilevino nel calcolo dell’usurarietà dei tassi applicati al singolo rapporto di credito ha quale fulcro argomentativo il richiamo che l’art. 1284, comma 4 c.c. attua nei confronti della disciplina speciale dei ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali . La previsione, applicabile a tutte le obbligazioni pecuniarie, prevede che ove le parti non abbiano determinato la misura del tasso degli interessi moratori nel caso in cui sia proposta domanda giudiziale “il saggio degli interessi legali è pari a quello previsto dalla legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali”. Poiché dunque tale saggio è notoriamente elevato, ammettere gli interessi di mora nel sistema dell’usura, significherebbe dar legittimazione all’interno del nostro sistema delle obbligazioni pecuniarie ad una forma di usura legale . Ciò sempreché, conclude infatti tale tesi, non si intervenga all’origine del problema, ritenendo (tutti) gli interessi di mora irrilevanti ai fini del controllo anti-usura.
In questo panorama di argomentazioni è intervenuta l’ordinanza della Suprema Corte ribadendo, come si evidenziava in apertura, un’interpretazione ormai consolidata tra i giudici di legittimità, sia in sede civile che penale, nonché affermata dalla Corte Costituzionale, secondo cui vige un rapporto di compatibilità tra il sistema degli interessi moratori e quello dell’usura. Nonostante la diffusione di tale principio di diritto, la Corte è indotta, per sua stessa dichiarazione, a ripercorrerne il fondamento, la portata e le conseguenze a causa della non infrequente disapplicazione che dello stesso si è fatta tra le corti di merito e gli organi amministrativi preposti a dare attuazione alle prescrizioni dell’art. 2 della l. 108/1996.
La Corte ci offre, con la motivazione in esame e grazie all’ordine espositivo adottato, una disamina del tema relativo all’usurarietà degli interessi moratori che ne percorre tutti i nodi problematici oggetto di dibattito e, in ogni caso, la cui soluzione si ritiene utile al fine del corretto inquadramento dell’intero sistema. Così infatti il Collegio ribadisce, non solo, la possibilità di una coesistenza tra il sistema dell’usura e quello degli interessi moratori, fornendone un supporto motivazionale dotto e analitico, ma accompagna a tale “premessa” concettuale ulteriori indicazioni.
Così, viene fornita la risposta all’ampio dibattito sorto in merito alle modalità attraverso cui rilevare l’eventuale usurarietà del tasso di interesse moratorio applicato e alle conseguenze derivanti dalla nullità del relativo patto.
Quello che la Terza Sezione consegna all’interprete è un sistema completo e coerente con l’auspicio di dissipare future controversie.
Occorre prestare particolare attenzione ai passi salienti della motivazione dedicati al tema della compatibilità tra gli interessi di mora e l’usura il quale viene affrontato sulla scorta di quattro argomenti di tipo letterale, sistematico, finalistico e storico.
Il Collegio giudicante si sofferma dapprima sull’interpretazione letterale del sistema normativo delineato attorno al fenomeno dell’usura ed afferma lapidariamente che nessuna delle norme che vietano la pattuizione di interessi usurari esclude dal proprio ambito applicativo gli interessi di mora, né in esse è dato rinvenire una distinzione tra questi ultimi e gli interessi corrispettivi. In particolare, pur ove l’art. 644, comma 1, c.p. richiama gli interessi dati o promessi “in corrispettivo”, non è possibile rinvenire alcuna esclusione degli interessi di mora e ad avviso della Corte una diversa conclusione è priva di pregio.
Per gli Ermellini gli interessi corrispettivi e quelli moratori condividono la medesima funzione consistente nella remunerazione del capitale in quanto entrambi ne rappresentano il “fitto”. In altre parole, sia gli uni che gli altri configurano il corrispettivo di una prestazione di denaro. Quest’ultima si limita ad aggiungere in sede di interpretazione letterale, anticipando alcune considerazioni relative ad una valutazione sistematica della questione, che non vale ad escludere la conclusione cui si è giunti circa l’omogeneità funzionale tra le due species di interessi, la circostanza che gli stessi prendano origine da una privazione volontaria o meno del denaro da parte del creditore.
Infine, per corroborare la propria tesi, la Corte utilizza la disposizione contenuta nell’art. 1, comma 1, del d.l. 394/2000 (conv. con l. 24/01), secondo cui l’usurarietà degli interessi va valutata al momento della loro promessa o pattuizione, “a qualunque titolo”. L’irrilevanza del titolo dell’obbligazione consistente nel pagamento degli interessi, ossia di quella relativa alla “qualità giuridica ” della fonte di siffatta obbligazione, palesa l’altrettanta irrilevanza della distinzione tra species di interessi ai fini dell’applicazione della disciplina antiusura . In tal senso, sottolinea la Corte, depongono anche i lavori preparatori della l. 24/01dai quali emerge che l’obiettivo perseguito col decreto (oggetto di conversione), consisteva nel rendere un chiarimento su come dovesse valutarsi l’usurarietà di qualunque tipo di tasso di interesse, “sia esso corrispettivo, compensativo o moratorio” .
Il fulcro argomentativo della pronuncia della Suprema Corte è rappresentato dal paragrafo dedicato all’interpretazione sistematica il quale aggiunge ulteriori argomenti alla premessa identità di funzione ascrivibile alle due species di interessi e consolida il giudizio circa l’asserita disomogeneità ontologica tra interessi corrispettivi ed interessi moratori, secondo cui “i primi remunerano il capitale, i secondi costituiscono una sanzione convenzionale ed una coazione indiretta per dissuadere il debitore dall’inadempimento” .
A ben vedere, la Corte non nega che gli interessi moratori si caratterizzino per ricoprire la funzione di risarcire il creditore del danno patito in conseguenza dell’inadempimento dell’obbligazione pecuniaria assunta, ma – conformandosi ad una consolidata giurisprudenza formatasi sull’art. 1224 c.c. – specifica che il danno da inadempimento altro non è che quello conseguente all’impossibilità di investire la somma non corrisposta, ossia la perdita di un lucro finanziario. In altre parole, a dire della Corte il mancato impiego di denaro a causa della sua indisponibilità provoca il danno consistente nella involontaria rinuncia ai suoi frutti, ossia alla rimuneratività dello stesso.
Tale argomento conferma, dunque, che gli interessi moratori remunerano un capitale al pari degli interessi corrispettivi.
L’omogeneità della funzione economica, asserisce la Corte, appare confermata anche dalla Relazione al codice civile e dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite.
Procedendo con ordine, l’art. 1831, comma 4, del codice civile del 1865 vietava la pattuizione in forma orale di interessi ultralegali e non distingueva tra quelli corrispettivi e moratori. Tale articolo non è stato riprodotto nel codice del 1942, ma solo in ragione dell’intervento della disciplina penalistica la quale deve reagire anche in caso di interessi moratori usurari .
Del pari, la Corte ritiene contrario all’orientamento assunto dalle proprie Sezioni Unite e alle generali regole di interpretazione della legge far uso di espressioni sfuggenti ed abusate che favoriscono l’ambiguità concettuale, nonché la pigrizia esegetica così come avviene affermando una distinzione di tipo funzionale tra gli interessi corrispettivi e moratori scevra da qualsivoglia supporto normativo.
La Corte fa proprie, inoltre, le posizioni da tempo assunte da autorevole dottrina la quale è solita affermare che nel sistema codicistico la misura degli interessi, legali o convenzionali, non risente del tipo di obbligazione da cui origina e ciò anche in virtù della necessità di tutela del debitore la quale ricorre tanto in caso di interessi corrispettivi quanto in caso di interessi moratori. Sarebbe illogico ritenere che le medesime ragioni di tutela possano venir meno al cospetto della legge antiusura: identica la posizione del debitore, identico il rischio di approfittamento del creditore.
Quest’ultima considerazione introduce le argomentazioni rese dal Collegio giudicante nell’ambito dell’interpretazione finalistica la quale mette, appunto, in luce la ratio della l. 108/96.
Ebbene, attraverso l’introduzione di un criterio oggettivo per la valutazione dell’usurarietà del tasso di interesse pattuito è evidente che il principale scopo perseguito dalla norma si sia delineato nella tutela del debitore e nell’assicurare l’ordinato e corretto svolgimento delle attività economiche. Tale evidenza è di per sé sufficiente a dissipare ogni dubbio circa l’opportunità di sottoporre al vaglio di usurarietà anche gli interessi moratori. Ma vi è di più, la Corte volge l’attenzione anche alle conseguenze che potrebbero scaturire da una differente conclusione. Il riferimento guarda all’eventualità che si verifichino fenomeni di approfittamento fraudolento attuato dal creditore ai danni del debitore , essendo per il primo più conveniente l’inadempimento invece che l’adempimento.
La Corte giunge, in ultimo, a fornire una dotta interpretazione storica dell’evoluzione che l’istituto degli interessi moratori ha avuto nel corso di millenni, dall’epoca del diritto romano classico sino al codice civile del 1942. Tale ricostruzione conferma che gli interessi moratori sorsero quale strumento per riprodurre, sotto forma di risarcimento, il guadagno o la remunerazione che il creditore avrebbe conseguito se avesse avuto la disponibilità delle proprie somme. L’idea di una diversità funzionale tra gli interessi moratori e quelli corrispettivi è storicamente ascrivibile non alla volontà di sottrarre i primi al controllo antiusura, bensì a quella di aggirare il divieto canonistico di pattuire interessi tout court. La ragione per cui le due species di interessi sono disciplinate da norme diverse (art. 1224 c.c. per i corrispettivi e art. 1282 c.c. per i moratori), risiede esclusivamente nella circostanza che il codice del commercio e quello civile, poi unificati, risolvevano in termini diversi il problema della decorrenza degli effetti della mora. Ciò stante, il Collegio afferma che la distinzione ontologia e funzionale tra gli interessi moratori e corrispettivi è frutto di un “falso storico” e, in ogni caso, attuata per fini non più attuali così non giustificando alcuna esclusione degli interessi di mora dall’applicazione della legge antiusura.
Rese le considerazioni necessarie ad un corretto inquadramento della questione sottoposta all’esame della Corte, quest’ultima prosegue con una conclusiva dissertazione , anche riepilogativa delle argomentazioni già trattate, sui motivi rassegnati dalla Corte d’Appello di Milano a fondamento dell’esclusione degli interessi moratori dal controllo antiusura.
Gli Ermellini tornano dunque a ribadire che non è riscontrabile nel nostro sistema alcuna ontologica disomogeneità tra gli interessi corrispettivi e moratori fondata sulla diversa funzione ricoperta, ovvero sulla ricorrenza degli stessi, per i moratori solo eventuale. La Corte di Cassazione afferma che l’asserita diversità strutturale costituisce oggetto di un aforismo scolastico, ma pur a voler ammettere vi sia un’ontologica diversità, questa non giustificherebbe il diverso trattamento degli interessi moratori nell’ambito del controllo antiusura, salvo non voler addivenire ad una interpretazione asistematica, contrastante con la ratio della l. 108/96 e contraria al dato storico.
La Terza sezione non condivide altresì l’argomento usato dalla Corte d’Appello di Milano secondo cui il legislatore non avrebbe previsto alcuna norma di legge che sanzioni con la nullità il patto di interessi moratori usurari. In tal senso basti ricordare che sono proprio le norme su cui si articola il micro-sistema antiusura a condurre ad una diversa conclusione. Invero, l’art. 644 c.p., l’art. 2 l.108/96 e l’art. 1 d.l. 394/00 non distinguendo tra diversi tipi di interessi ne consentono l’inclusione nel medesimo regime rimediale, ossia la nullità.
In ordine alla mancata previsione nei decreti ministeriali degli interessi moratori, la Corte si sofferma sul testo dell’art. 2, comma 1, l. 108/96 il quale stabilisce che la rilevazione dei tassi medi debba avvenire per “operazioni della stessa natura” ove il lemma “operazioni” si riferisce alle diverse tipologie contrattuali. Poiché il patto di interessi moratori non può essere ritenuto un tipo contrattuale, è normale conseguenza che i decreti in parola non rilevino la misura media di tali interessi. Ciò si confà alla richiesta della legge di rilevare i soli tassi di interessi omogenei per tipo di contratto e non per titolo giuridico. Il silenzio della l. 108/96 sulla specifica rilevazione dei tassi medi degli interessi di mora ben si spiega con l’inclusione di questi ultimi nel più ampio lemma “interessi”. A conferma di tale tesi anche la Circolare della Banca d’Italia del 3.7.2013, cap. 4, in cui si legge che anche gli interessi di mora sono soggetti alla normativa antiusura.
I giudici della Terza sezione ritengono inoltre di non poter condividere l’argomento della Corte d’Appello di Milano secondo cui sarebbe irrazionale ritenere usurari gli interessi convenzionali moratori pattuiti ad un tasso pari all’8,6%, ove per lo stesso periodo erano previsti interessi legali moratori contro i ritardi nel pagamento delle transazioni commerciali tra imprenditori ad un saggio del 9,25%.
I giudici di legittimità non riscontrano, invero, alcuna irrazionalità nel prevedere che gli interessi moratori, pur convenuti ad un tasso inferiore rispetto a quello legale previsto per contrastare i ritardi nei pagamenti nelle transazioni commerciali tra imprenditori, possano essere usurari.
L’art. 5, d.lgs 231/02 fissa il saggio di interesse legale in caso di mora nelle transazioni commerciali, ma al contempo lascia la possibilità alle parti di derogare a tale previsione pattuendo un diverso tasso. In ogni caso, la decisione assunta comporta in capo alle parti l’assunzione, come suole dirsi, di oneri ed onori: da un lato, la rinuncia alla libertà contrattuale evitando al contempo i rischi di nullità del patto; dall’altro lato, la soggezione del patto alle norme antiusura e, compatibilmente con le fluttuazioni del mercato, la possibilità di avere un tasso di interesse di mora inferiore a quello legale.
In ultimo, la Corte di Cassazione sottolinea che il principio per cui le norme antiusura si applicano anche agli interessi di mora trova conferma in una ormai consolidata giurisprudenza ventennale, non solo della stessa Corte , ma anche della Corte costituzionale.
Quest’ultima con la nota sentenza n. 29 del 25.02.2002 ha affermato, nell’ambito di un giudizio avente ad oggetto la valutazione della conformità costituzionale dell’art. 1 del d.l. 394/00, che agli interessi “a qualunque titolo convenuti”, dunque, anche a quelli di mora, si applicano le norme antiusura.
Come anticipato in apertura della presente trattazione, la Corte di Cassazione non trascura alcun aspetto del tema affrontato e così effettua altre due notazioni riguardanti le modalità di accertamento dell’usurarietà degli interessi convenzionali moratori, nonché la sanzione applicabile.
In primo luogo, dunque, il riscontro in parola deve esser compiuto confrontando il saggio degli interessi pattuito nel contratto col tasso soglia calcolato con riferimento a quel tipo di contratto, senza alcuna arbitraria maggiorazione, in quanto non prevista dalla l. 108/96.
In secondo luogo, il Collegio aggiunge che tenuto conto della diversa causa giustificatrice del pagamento degli interessi corrispettivi e moratori, pur a fronte della medesima funzione sostanziale ricoperta dai due, l’art. 1815, comma 2, c.c. non può ritenersi applicabile riferendosi ai soli interessi corrispettivi . Di conseguenza, in caso di nullità del patto che prevede interessi moratori usurari, il danneggiato deve corrispondere gli interessi al tasso legale .
Per tali ragioni la Corte accoglie il ricorso della parte debitrice e cassa con rinvio la sentenza alla Corte d’Appello di Milano perché applichi il principio di diritto indicato.
Allo stato ed al di là della singola controversia, ci si attende che, come auspicato anche dalla migliore dottrina specialistica, la Banca D’Italia e i decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze si adeguino all’interpretazione della Corte di Cassazione, tenuto conto dello specifico ruolo affidato da legislatore alle autorità amministrative consistente nel mero accertamento dei costi medi applicati dagli operatori finanziari attenendosi al dato normativo ed alla interpretazione che di questo fornisce la giurisprudenza di legittimità.