Sulla tipicità del Trust italiano

di PIETRO COPPINI

Con l’ordinanza numero 9637 del 19 aprile 2018 la Corte di Cassazione esamina il caso di un trust istituito da un padre a favore dei propri figli, con nomina della madre come trustee e riserva della facoltà per il settlor di sostituire in ogni momento sia i beneficiari che il gestore. Il Tribunale di Bassano del Grappa aveva accolto la domanda di un creditore del disponente, il quale aveva esperito un’azione revocatoria, lamentando un pregiudizio derivatogli dall’atto istitutivo del suddetto trust. La sentenza del Tribunale era stata successivamente confermata in secondo grado e la Corte d’Appello di Venezia aveva rigettato tutti i motivi proposti.

La fattispecie oggetto della controversia presenta evidenti analogie con il fondo patrimoniale istituito con beni di un solo coniuge per far fronte ai bisogni della propria famiglia: i due istituti erano già stati messi a confronto in un’altra recente sentenza della Suprema Corte (Cass. Civ., 3 agosto 2017, n. 19376), la quale aveva esaminato il caso di due coniugi che avevano costituito prima un fondo patrimoniale, e l’anno successivo un trust avente lo stesso oggetto e le stesse finalità del fondo. I giudici di merito e quelli di legittimità avevano trattato i due istituti in maniera equivalente, non ravvisando sostanziali differenze tra gli stessi. La Corte aveva qualificato come atto a titolo gratuito il trust istituito con beni di uno o di entrambi i genitori per far fronte ai bisogni della famiglia o della prole, alla stregua di un orientamento ormai costante sul tema. Ai fini dell’azione revocatoria, dunque, tanto il fondo patrimoniale quanto il trust familiare devono essere considerati atti a titolo gratuito: tale orientamento viene confermato anche dall’ordinanza in commento (riguardo al rapporto tra trust e fondo patrimoniale, si rimanda all’analisi compiuta da L. NONNE, Separazione patrimoniale e modelli familiari: il ruolo del trust, in Fam. Pers. Succ., 2007, p. 436 e ss.).

Altro profilo esaminato dalla Suprema Corte è quello relativo alla legittimazione dei beneficiari del trust ad essere chiamati quali litisconsorti passivi nella domanda di revocatoria. Ancora una volta, l’argomento era stato trattato dalla sentenza della Cass. n. 19376 del 2017, la quale non aveva ravvisato una posizione giuridica creditoria in capo ai beneficiari del suddetto trust familiare, concludendo pertanto che l’unico soggetto legittimato passivo, oltre al debitore, dovesse essere il trustee, quale attuale titolare dei beni oggetto di revocatoria. È però necessario notare come le conclusioni a cui si può arrivare al riguardo sono mutevoli, dipendendo le stesse da un accertamento di fatto relativo al negozio di conferimento: per tale motivo, l’ordinanza della Cass. n. 13175 del 2017 (Cass. Civ. ord., 25 maggio 2017, n. 13175) aveva invece riconosciuto in capo ai beneficiari una posizione creditoria giuridicamente rilevante, dunque tale da farne dei legittimati passivi all’azione revocatoria. L’ordinanza in commento ravvisa, nel caso di specie, una situazione simile a quella oggetto della sentenza n. 19376, escludendo la sussistenza della suddetta posizione creditoria in capo ai beneficiari del trust, e pertanto accoglie il motivo di ricorso che contestava le sentenze di primo e secondo grado nella parte in cui queste ultime non avevano considerato l’eccezione proposta sulla mancanza di legittimazione passiva dei figli del debitore.

Questi argomenti, sebbene rappresentino il “fulcro” della decisione presa dalla Cassazione, appaiono al lettore privi di una portata innovativa, poiché di fatto riprendono tematiche già trattate, anche recentemente, dalla Suprema Corte, senza discostarsi da posizioni già assunte dalla stessa.

Risulta invece di maggiore interesse un argomento che viene trattato incidenter tantum dalla Suprema Corte, ma che presenta elementi di novità e soprattutto una certa problematicità.

Nel qualificare la costituzione del trust oggetto della controversia come atto a titolo gratuito, la Corte d’Appello aveva infatti affermato che “doveva pertanto escludersi, alla luce della disposizione dell’art. 1322 cod. civ., che l’atto di costituzione in trust fosse meritevole di riconoscimento da parte dell’ordinamento nazionale”. Sebbene l’utilizzo dell’espressione “riconoscimento” porti subito alla mente la risalente, ma mai del tutto sopita, diatriba dottrinale relativa all’ammissibilità del trust all’interno dell’ordinamento italiano, la Cassazione nell’ordinanza in commento affronta il problema da una prospettiva parzialmente differente.

La Suprema Corte, infatti, esclude che, in presenza di un trust, si debba svolgere il controllo di meritevolezza degli interessi ai sensi dell’art. 1322 cod. civ., in quanto il suddetto controllo è già stato, perlomeno in astratto, compiuto dal legislatore con la Ratifica della Convenzione dell’Aja del 1985, avvenuta con L. n. 364 del 1989. La Cassazione, dunque, compie un passo ulteriore e afferma non solo l’ammissibilità, ma addirittura la tipicità (legale) dell’istituto del trust.

La conclusione non pare di poco conto, se si considera che, anche in tempi recenti, la giurisprudenza di alcuni Tribunali (si fa riferimento, tra le altre, alla recente sentenza Trib. Udine, 28 febbraio 2015, con nota (critica) di I. SABATELLI, Ancora sul trust interno: un passo indietro (e confuso) della giurisprudenza di merito, in Nuova Giur. Civ. Comm., 2015, p. 975) e la dottrina più rigorosa (gli Autori più autorevoli che, a cavallo del nuovo millennio, hanno osteggiato la figura del trust sono stati F. GAZZONI, Tentativo dell’impossibile (osservazioni di un giurista “non vivente” su trust e trascrizione), in Riv. Not., 2001, p. 18 e ss.; ID., In Italia tutto è permesso, anche quel che è vietato (lettera aperta sul trust e su altre bagattelle), in Riv. Not., 2001, p. 1247 e ss.; ID., Il cammello, il leone, il fanciullo e la trascrizione del trust, in Riv. Not., 2002, p. 1107 e ss.; ID., Il cammello, la cruna dell’ago e la trascrizione del trust, in Rass. dir. civ., 2003, p. 953 e ss.; C. CASTRONOVO, Trust e diritto civile italiano, in Vita not., 1998, p. 1323 e ss.; ID., Il trust e “sostiene” Lupoi, in Europa e diritto privato, 1998, p. 441 e ss.. Quest’ultimo Autore ha recentemente ribadito la propria posizione critica nei confronti del trust e dell’atto di destinazione nella sua opera, Eclissi del Diritto Civile, Giuffrè, 2015, p. 162 e ss.) continuano a negare cittadinanza all’istituto del trust all’interno del nostro ordinamento, sostenendone l’inammissibilità e, di conseguenza, l’intrascrivibilità. Tale presa di posizione viene giustificata dall’impossibilità di introdurre nel sistema un istituto in contrasto con le ordinarie categorie civilistiche, come è appunto il trust, mediante la semplice ratifica di un trattato internazionale, senza alcuna modifica alla normativa interna. Secondo tali Autori, creare un patrimonio separato e destinato, all’interno della sfera giuridica del trustee, metterebbe infatti in crisi alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento, come la tipicità dei diritti reali e l’universalità della responsabilità patrimoniale ex art. 2740 cod. civ. Costoro arrivano dunque a negare la possibilità di dare un’adeguata pubblicità al trust: ciò significherebbe negarne l’opponibilità ai terzi, e pertanto spogliare l’istituto della sua prevalente utilità (la segregazione e la destinazione patrimoniale opponibile erga omnes).
Sebbene ormai giurisprudenza e dottrina prevalenti non abbiano dubbi sull’ammissibilità del trust (in giurisprudenza, Trib. Milano, 20 Gennaio 2012, in Trusts, 2012, p. 490 e Cass. Civ., 9 maggio 2014, n. 10105, in Notariato, 2015, p. 79 e ss.), la Cassazione, con la pronuncia in commento, affronta un argomento, relativo alla qualificazione dell’atto costitutivo di trust, che la dottrina si era ben guardata dall’esaminare. Gli Autori che hanno studiato, anche molto nel dettaglio, la delicata tematica del trust (su tutti M. LUPOI, Istituzioni del diritto dei trust e degli affidamenti fiduciari, CEDAM, 2011; ID., Istituzioni del diritto dei trust negli ordinamenti di origine e in Italia, CEDAM, Padova, 2016; ID., Trusts, Giuffrè, 2001) raramente hanno preso una netta posizione relativa alla qualificazione di tale istituto come tipico o atipico. E tale scelta non pare affatto casuale, soprattutto se compiuta da giuristi italiani, inclini per natura a ricondurre tutto all’interno di categorie a loro familiari.
Prima di entrare nel merito della conclusione cui è giunta la Cassazione, è necessario porre alcuni punti fermi. Innanzitutto, siamo di fronte ad una figura molto particolare di negozio giuridico, che viene sì riconosciuto mediante la ratifica della Convenzione dell’Aja, ma che risulta completamente privo di una normativa nel nostro ordinamento. Giorgio De Nova (G. DE NOVA, Il contratto: dal contratto atipico al contratto atipico, CEDAM, 2011, p. 31 e ss.), nel trattare il c.d. contratto alieno, lo definisce come il contratto redatto secondo la struttura e lo schema straniero, nel quale una delle parti ha una forza contrattuale tale da imporre come legge regolatrice del rapporto proprio quella italiana. Balza subito all’occhio come, nel caso del trust, manchi del tutto uno dei requisiti fondamentali individuati da De Nova nella definizione di contratto alieno, vale a dire l’inserimento, all’interno dell’atto istitutivo, della clausola, citata dallo stesso Autore, “the law which governs this agreement is the law of the Republic of Italy”. La ragione di ciò è evidente: manca, in Italia, una normativa che possa disciplinare concretamente il trust e, pertanto, l’operatore giuridico compirà l’operazione esattamente opposta, inserendo al suo interno una clausola del seguente tenore letterale “il trust è regolato dalla legge del … [Jersey, ad esempio, o comunque ogni altro Stato dotato di una legge in materia] sui trust”. Per tale ragione, trovandosi di fronte ad un contratto regolato dalla legge straniera, ma sottoposto alla giurisdizione italiana, un’Autrice (L. GATT, Dal trust al trust, Storia di una chimera, Editoriale Scientifica, 2010, p. 101 nota 44), che ha molto approfondito lo studio del trust, lo ha definito come contratto “anomalo”. La definizione di contratto alieno o anomalo, comunque, non risolve la questione relativa all’atipicità, in quanto lo stesso De Nova osserva come, sebbene la maggior parte dei contratti alieni siano di fatto contratti atipici, in quanto non rispondenti agli schemi individuati dal nostro legislatore (leasing, factoring, franchising, solo per citarne alcuni), altri contratti (come lo share purchase agreement, il sale of business) sono invece riconducibili a contratti nominati.

Un secondo aspetto della questione è il fatto che il trust sembri essere un contratto socialmente tipico. Il principio di cui all’art. 1322, comma 2, del codice civile, che consente la stipula di contratti innominati purché meritevoli di tutela, ha infatti consentito l’utilizzo di numerosi schemi contrattuali che, nel corso degli anni, sono poi diventati parte integrante della realtà economica italiana, fino a spingere il legislatore a disciplinarli (ciò è avvenuto, ad esempio, per i contratti di cessione di crediti di impresa, per i patti parasociali, per i contratti di multiproprietà, ecc.). Lo step precedente alla regolamentazione del contratto ad opera del legislatore (che rende il contratto tipico a tutti gli effetti, o meglio, legalmente tipico) è proprio quello della tipicità social-giurisprudenziale (su tutti, si veda l’esaustiva analisi di V. ROPPO, Il Contratto, in Trattato di Diritto privato, a cura di G. IUDICA e P. ZATTI, Giuffrè, 2011, p. 400 e ss.). È pertanto possibile affermare la presenza di un tertium genus di contratti, che sono legalmente atipici, in quanto innominati, ma dotati di una diffusione tale all’interno del nostro ordinamento da aver spinto la prassi e la giurisprudenza ad elaborarne degli schemi ed una disciplina, per certi aspetti, equivalente ai contratti tipici. Il trust, alla luce della sua diffusione, pare rientrare a tutti gli effetti in suddetta categoria.

Con l’ordinanza in commento, la Cassazione non si limita a qualificare il trust come un contratto socialmente tipico, bensì, discostandosi dalla Corte d’Appello di Venezia che aveva espressamente sostenuto l’atipicità del trust, afferma che, per tale istituto, “la valutazione (astratta) della meritevolezza di tutela è stata compiuta, una volta per tutte, dal legislatore”. A detta della Suprema Corte, pertanto, la sussistenza della ratifica della Convenzione dell’Aja del 1985 e la presenza di una normativa (seppur straniera) di riferimento comporta che il contratto sia da qualificarsi come tipico, esentandolo pertanto dal controllo, perlomeno in astratto, relativo alla meritevolezza degli interessi perseguiti. Ma il fatto che il legislatore italiano, pur avendo riconosciuto cittadinanza all’istituto, non abbia in alcun modo disciplinato la materia, essendo di tipo fiscale gli unici riferimenti presenti nella nostra normativa, consente comunque di qualificare il trust come contratto legalmente tipico?
La risposta, secondo l’Autrice di cui sopra (L. GATT, loc. cit.), dev’essere affermativa, in quanto “appare contradditorio su un piano logico dire che un contratto è atipico se è espressamente regolato da una certa legge, seppure straniera”. Nell’obiter dictum dell’ordinanza dello scorso 19 aprile, la Cassazione aderisce a tale visione e si pone pertanto in contrasto con un decreto del Tribunale di Trieste del 2007 (Trib. Trieste Dec., 19 settembre 2007, con nota di D. ROSSANO, Trust interno e meritevolezza degli interessi, in Notariato, 2008, 3, p. 251), il quale aveva affermato che “fino a quando del trust non verrà data disciplina sotto il profilo civilistico, ma si continuerà solo a presupporre la sua esistenza con norme di settore o ambito limitato (ad esempio, tributarie), il trust stesso rimarrà un negozio atipico”. Si tratta, ripetiamo, di un problema di difficile soluzione, in quanto, come si è già sopra specificato, siamo di fronte ad un contratto anomalo, e dunque i problemi qui sollevati non sono mai stati in precedenza affrontati dalla dottrina. Singolare è infatti la circostanza che il trust debba trovare la propria disciplina di riferimento in una normativa straniera, stante la totale assenza nell’ordinamento italiano di una regolamentazione positiva di figure anche solo simili o equivalenti. Se infatti per contratti come il leasing o il factoring (per non parlare dei contratti alieni tipici come lo share purchase agreement o il sale of business) si ritrovano all’interno del nostro ordinamento figure contrattuali tipizzate simili o che, unite con altre, riescono comunque a produrre effetti equivalenti a quelli dei contratti alieni atipici (si pensi alla locazione con opzione di acquisto per il leasing, o ai contratti traslativi del credito per il factoring), il trust per lungo tempo ha prodotto effetti del tutto singolari e soprattutto sconosciuti all’ordinamento italiano. Un passo di deciso avvicinamento della nostra normativa all’istituto in questione si è avuto con la riforma del 2006 che ha introdotto l’art. 2645ter cod. civ., col quale per la prima volta il nostro legislatore ha reso trascrivibile e opponibile un vincolo di destinazione che crea un patrimonio separato all’interno della sfera giuridica di un determinato soggetto. Non a caso, autorevoli Autori hanno salutato la figura dell’art. 2645ter cod. civ. come il “trust di diritto italiano” (affermazione da ricondursi a G. PETRELLI, La trascrizione degli atti di destinazione, in Riv. Dir. Civ., 2006, 2, p. 161 e ss.; ID., Trust interno, art. 2645ter c.c. e “trust italiano”, in Riv. Dir. Civ., 2016, 1, 167 e ss.). Al fine di affermare la tipicità del trust, in realtà, neanche l’accostamento tra questo istituto e l’art. 2645ter cod. civ. risulta decisivo, in quanto, con l’introduzione di quest’ultimo articolo, secondo la dottrina cui si aderisce, il legislatore non ha disciplinato un nuovo tipo contrattuale, bensì un nuovo effetto contrattuale (in tal senso, U. LA PORTA, L’atto di destinazione di beni allo scopo trascrivibile ai sensi dell’art. 2645ter cod. civ., in AA. VV., Atti di destinazione e trust (Art. 2645ter del codice civile), a cura di G. VETTORI, CEDAM, 2008, p. 82 e U. STEFINI, Destinazione patrimoniale ed autonomia negoziale: l’art. 2645-ter c.c., CEDAM, 2010, p. 5): conferma di ciò si ha dal fatto che lo stesso legislatore rimanda la valutazione causale al caso concreto, imponendo che sia l’operatore giuridico a compiere il giudizio di meritevolezza ex art. 1322 cod. civ., ogniqualvolta sia chiamato a creare un vincolo di destinazione.
Anche questo ulteriore tentativo di tipizzazione del trust, mediante riconduzione ad una norma che perlomeno sia collocata all’interno delle nostre leggi, non pare soddisfacente, e, pertanto, l’unica possibilità che si avrebbe di aderire alla tesi della Cassazione sarebbe sostenere che il riconoscimento di un istituto, con rimando sistematico ad una normativa straniera, sia di per sé sufficiente ad affermarne la tipicità.
Non convince, dunque, la posizione assunta dalla Corte, la quale, peraltro, sostiene che il giudizio astratto causale relativo al trust sia stato compiuto, “una volta per tutte”, dal legislatore mediante la ratifica della Convenzione dell’Aja. Ma come può un istituto, che, per sua natura, è atipico e sostenuto dai più vari apparati causali, essere esentato dal giudizio di meritevolezza ex art. 1322 cod. civ.? L’equivoco in cui pare cadere la Suprema Corte viene meglio compreso rileggendo le lucide analisi compiute dalla stessa Autrice e dal Tribunale sopra citati, i quali, pur partendo da una diversa qualifica del negozio istitutivo del trust, sono concordi nell’affermare la marginalità dello sforzo qualificatorio così compiuto. Non vi è dubbio che il trust sia infatti sempre caratterizzato da una struttura effettuale ricorrente, individuata dallo stesso Tribunale di Trieste in elementi come “il trasferimento del diritto al trustee o la dichiarazione unilaterale di trust; la segregazione, appunto; l’affidamento; l’esistenza di beneficiari o di uno scopo, con conseguente funzionalizzazione del diritto trasferito al trustee; l’esistenza di un rapporto fiduciario in virtù del quale risolvere profili di conflitto di interesse”. Ciò non è però sinonimo di tipicità e, pertanto, non comporta che ogni trust sia ispirato ad una stessa causa astratta tipica. Tale problematica è già stata affrontata dalla dottrina in tema di contratti di cessione del credito, relativamente ai quali un Autore (V. PANUCCIO, La cessione volontaria dei crediti nella teoria del trasferimento, Giuffrè, Milano, 1955, p. 24 e ss.) ha affermato la sussistenza di un’unica causa, seppur astratta, cui si accompagna di volta in volta una “causa variabile concreta”. Al riguardo, la dottrina prevalente (L. CARRARO, Recensione a Panuccio, La cessione volontaria dei crediti nella teoria del trasferimento, in Riv. Dir. Civ., I, p. 116 e ss.; P. SCHLESINGER, Invalidità ed inefficacia della cessione del credito e posizione del debitore ceduto, in Dir. Economia, 1958, p. 256 e ss.; U. STEFINI, La cessione del credito con causa di garanzia, Giuffrè, 2007, p. 20 e ss.) ha invece giustamente negato la possibilità di configurare nel nostro ordinamento un unitario negozio di trasferimento dei crediti, in quanto il legislatore detta una normativa relativa all’effetto traslativo del credito, ma non agli interessi sottostanti al medesimo. Conferma del fatto che alla stessa conclusione si debba giungere in materia di trust, è il plurale (trusts) utilizzato dalla dottrina più autorevole in materia (M. LUPOI, Trusts, cit.) nel parlare dell’istituto in questione.
A livello causale, il trust si caratterizza per una notevole elasticità e per la possibilità di essere utilizzato nei più ampi contesti (dalla sostituzione del fondo patrimoniale, alla continuità d’impresa, alla gestione di un patrimonio a favore di determinati soggetti, all’attribuzione solutoria o liberale). Pensare pertanto di ricondurlo ad un’unica, limitante, causa astratta sarebbe l’errore più grave che l’interprete possa compiere, in quanto priverebbe l’istituto di quel polimorfismo (“Trust in functionally protean”, come affermato da G.L. GRETTON, Trusts without Equity, in The international & comparative law quarterly, 2000, vol. 3, p. 599) che ne ha caratterizzato l’utilizzo nei Paesi di Common Law e ne ha giustificato la notevole diffusione. Senza dimenticare che, ormai, il concetto di causa astratta si rifà ad un’idea di negozio giuridico del tutto superata, valorizzando invece la moderna dottrina la c.d. causa concreta di ciascun negozio, a prescindere dalla tipicità o meno dello stesso.
In tema di trust e, più in generale, di destinazione patrimoniale, non pare possibile, a differenza di quanto sostenuto dalla Cassazione, compiere una volta per tutte il giudizio di meritevolezza relativo agli interessi sottostanti a tali negozi. Affermare ciò sarebbe come arrivare alla paradossale conclusione che qualunque negozio traslativo abbia, in quanto tale, una propria causa meritevole di tutela, in quanto il nostro legislatore disciplina il trasferimento. Tanto nei negozi traslativi quanto in quelli destinatori, è invece necessario che un adeguato supporto causale sorregga i suddetti effetti: questi ultimi, infatti, pur essendo tipizzati, impongono comunque una valutazione causale concreta (come acutamente notato, in tema di destinazione patrimoniale, da U. LA PORTA, L’atto di destinazione di beni allo scopo trascrivibile ai sensi dell’art. 2645-ter c.c., in Riv. Not., 2007, 5, p. 1073, e da U. STEFINI, op. cit., p. 69). Se dunque nei negozi traslativi il legislatore fornisce senz’altro degli esempi di causa tipica (come quella di scambio e quella liberale), lo stesso non può dirsi per i negozi destinatori, nei quali al massimo il legislatore si limita a fornire esempi di soggetti cui tali interessi sono riferibili (in tema, peraltro, di art. 2645ter cod. civ., il cui rapporto col trust è discusso, come in seguito meglio evidenziato).
In conclusione, la Suprema Corte, nell’ordinanza in commento, pare confondere due piani che è invece necessario mantenere ben distinti, sovrapponendo cioè l’aspetto effettuale della fattispecie con quello causale. Sebbene il trust sia sempre improntato ad un’unica, tipica, struttura effettuale (ed al riguardo è possibile compiere un parallelismo con le servitù atipiche, le quali, al pari del trust, possono essere, nei limiti di legge, riempite dei contenuti più vari, nonostante la tipicità della loro struttura, come osservato in tema di atipicità contrattuale da M. COSTANZA, Il contratto atipico, Giuffrè, 1981, p. 154), ciò non esenta l’operatore giuridico dal porre in essere un controllo relativo alla sussistenza della causa e alla meritevolezza degli interessi perseguiti da tale negozio che, nella causa e nei contenuti dell’atto di destinazione, è senz’altro atipico. Pertanto, anche in caso di adozione di una normativa italiana di riferimento del trust, ogni negozio istitutivo dovrebbe comunque essere sottoposto ad attenta critica da parte dell’operatore, al fine di esaminare la causa concreta dello stesso e capire l’assetto di interessi che lo sorregge, soprattutto in considerazione della varietà di contenuti coi quali il trust può essere “riempito” (a conferma del possibile utilizzo elusivo dell’istituto, si può addurre l’art. 13 della stessa Convenzione dell’Aja: con questa norma di chiusura, infatti, gli Stati si sono riservati la facoltà di non riconoscere i trust creati in frode al proprio ordinamento interno, mediante l’utilizzo di una normativa straniera).
Il significato della tesi appena esposta, si badi bene, non deve essere rintracciato nella totale inutilità dell’approvazione di una qualunque normativa relativa al trust. In una prospettiva de iure condendo, infatti, potrebbe senz’altro essere auspicabile, soprattutto per gli operatori, in un’ottica di certezza dei rapporti giuridici, disciplinare alcuni aspetti relativi al trust, come potrebbero essere la sua opponibilità e la sua trascrizione, costituenti i punti focali dell’istituto (al riguardo, si pensi all’importanza che i meccanismi del following e del tracing hanno assunto negli ordinamenti di Common Law). Sarebbe invece dannoso, quantomeno per l’utilizzo che è sempre stato fatto di questo negozio, positivizzare, come spesso il giurista italiano è portato a fare, una disciplina meticolosa e, per questo, limitante (così L. GATT, op. cit, p. 108, la quale afferma che “L’emanazione di una legge speciale con pretese di esaustività in materia di trust italiano potrebbe, poi, presentarsi come dannosa in una prospettiva di politica del diritto, vale a dire avendo riguardo all’appetibilità dell’ordinamento giuridico italiano rispetto agli investimenti e, più in generale, agli interessi stranieri. Imbrigliare il trust in una legge speciale significa impedirgli di mutare o, comunque, di adattarsi molto velocemente (come – invece – ha fatto e sta facendo) alle esigenze concrete che emergono nelle relazioni tra privati (e non solo)”; R. PARDOLESI, Destinazioni patrimoniali e trust internazionale, in Riv. Crit. Dir. Priv., 2008, p. 221). Un primo passo è stato senz’altro compiuto con la sopra menzionata riforma del 2006 che, introducendo l’art. 2645ter cod. civ., ha perlomeno confermato l’ammissibilità nel nostro ordinamento degli effetti tipici del trust (come affermato da R. QUADRI, Attribuzione in funzione di destinazione, in AA. VV., Atti di destinazione e trust (Art. 2645ter del codice civile), a cura di G. VETTORI, CEDAM, 2008, p. 326; G. PETRELLI, La trascrizione degli atti di destinazione, cit., p. 192 e ss; ID., Trust interno, art. 2645ter c.c. e “trust italiano”, cit., p. 175; U. STEFINI, op. cit., p. 50; L. GATT, op. cit., p. 95 e ss.; A.C. DI LANDRO, L’art. 2645ter c.c. e il trust. Spunti per la comparazione, in Riv. Not., 2009, p. 586 e ss., p. 616 e, in giurisprudenza, Trib. Milano, 20 Gennaio 2012, cit., p. 490; Cass. Civ., 9 maggio 2014, n. 10105, cit., p. 79 e ss.). Ciononostante, la prudenza e la laconicità dell’intervento legislativo hanno lasciato non pochi interrogativi irrisolti, soprattutto in relazione al rapporto sussistente tra vincolo di destinazione e trust (ad esempio, l’art. 2645ter cod. civ. viene qualificato come “frammento di trust” da M. LUPOI, L’art. 2645ter quale frammento di trust, in Trusts, 2006, p. 169 e ss; mentre A. ZOPPINI, Prime (e provvisorie) considerazioni sulla nuova fattispecie, in in AA.VV., La trascrizione dell’atto negoziale di destinazione, a cura di M. BIANCA, Giuffrè, 2007, p. 99 e ss., sostiene l’inadeguatezza della novella, sottolineando come “la norma non è in grado di offrire al nostro ordinamento un istituto che possa competere o anche solo confrontarsi con il trust”).
In conclusione, l’ordinanza in commento rappresenta un’ulteriore conferma dell’ormai consolidata (seppur non pacifica) cittadinanza del trust nel nostro ordinamento. Già tale affermazione risulta essere un importante traguardo per un sistema come il nostro, che storicamente è sempre stato no-trust. La Suprema Corte giunge però a conclusioni difficilmente condivisibili, affermando la tipicità di un istituto disciplinato esclusivamente da normative straniere, alla luce del solo rinvio operato dalla legge di ratifica, e che, soprattutto, non si presta ad una valutazione di meritevolezza astratta operata “una volta per tutte” dal legislatore. Nonostante i dubbi che una simile qualificazione può comunque sollevare, il tema della tipicità del trust non deve essere sopravvalutato: la soluzione a tali problemi qualificatori non è, infatti, un’analitica regolamentazione di tutti gli elementi del trust, bensì una normativa disciplinante una serie di aspetti “mirati” e strategici, che riguardino il contenuto effettuale del trust e non la causa che lo sorregge.
Ove così non fosse, il fine non solo non giustificherebbe i mezzi, ma questi ultimi rischierebbero addirittura di compromettere gli sforzi sinora compiuti al fine di rendere quello italiano un ordinamento trust-friendly. Pensare di regolamentare in ogni suo aspetto l’istituto del trust al solo fine di rendere legalmente tipico un negozio che, per sua natura, è atipico (tranne che nel suo schema effettuale), e che pertanto impone comunque al giurista un’accurata analisi causale, ex art. 1322 cod. civ., significherebbe tentare di snaturarlo o, peggio, sancirne la scomparsa prima ancora che la sua presenza all’interno del nostro ordinamento sia da considerarsi del tutto stabile.