Considerazioni a margine di Cassazione sez. un. 5 luglio 2017 n. 16601

Anno V, Numero I, gennaio/marzo 2018

di DANIELE GIGLIO, Docente a contratto nell’Università di Palermo

Sollecitate a pronunciarsi sui c.d. danni punitivi dalla Prima Sezione della Corte di Cassazione, con ordinanza 16 maggio 2016 n. 9978 [l’ordinanza di rimessione è già stata commentata in questa rivista da M. GRONDONA, L’auspicabile “via libera ai danni punitivi, il dubbio limite dell’ordine pubblico e la politica del diritto di matrice giurisprudenziale (a proposito del dialogo tra ordinamenti e giurisdizioni), in Dir. civ. cont., 31 luglio 2016; L. NIVARRA, Brevi considerazioni a margine dell’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite sui «danni punitivi», in Dir. civ. cont., 30 gennaio 2017; A. MONTANARI, La resistibile ascesa del risarcimento punitivo nell’ordinamento italiano (a proposito dell’ordinanza n. 9978/2016 della Corte di Cassazione), in Dir. civ. cont., 02 febbraio 2017], le Sezioni Unite si sono espresse con sentenza del 5 luglio 2017, n. 16601, Pres. Rordorf, Est. D’Ascola, affermando il principio di diritto secondo cui: “Nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile. Non è quindi ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi. Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve però corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell’ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell’atto straniero e alla loro compatibilità con l’ordine pubblico”.

L’esito al quale sono pervenute le Sezioni Unite non stupisce affatto, dal momento che è stato subito chiaro che l’ordinanza di rimessione recasse in sé il percorso argomentativo da seguire per l’ammissibilità della delibazione delle sentenze straniere comminatorie di punitive damages.
Quel che sorprende, semmai, è che la Corte di Cassazione abbia scelto di pronunciarsi in merito ai c.d. danni punitivi in un caso in cui questi ultimi, per la verità, non erano contemplati (sembra di quest’avviso anche G. PONZANELLI, Polifunzionalità tra diritto internazionale privato e diritto privato, in Danno e responsabilità, n. 4/2017, 435). Ed infatti, nella fattispecie sottesa, il giudice statunitense si era limitato ad accertare il diritto di rivalsa nei confronti del condebitore responsabile del danno, il cui ammontare era stato transattivamente determinato dalle parti interessate.

A fronte di una richiesta risarcitoria parzialmente sanzionatoria avanzata da un motociclista, che aveva subito danni alla persona a seguito di un incidente avvenuto in una gara di motocross, per un vizio del casco prodotto da AXO Sport s.p.a. e rivenduto da NOSA Inc., quest’ultima aveva accettato in corso di causa la proposta transattiva formulata dal danneggiato, che aveva ridimensionato la propria pretesa ben sotto i limiti della sola componente patrimoniale del danno richiesto. Il giudice statunitense aveva poi ritenuto, con le pronunce delibande, che NOSA dovesse essere manlevata dalla società produttrice.
La società NOSA aveva chiesto, quindi, che fossero dichiarate esecutive, nell’ordinamento italiano, le tre pronunce con cui il giudice nordamericano aveva accolto la richiesta di reintegrazione patrimoniale formulata dalla società rivenditrice in relazione all’indennizzo corrisposto al motociclista. Chiamata a pronunciarsi in merito, la Corte di appello di Venezia (con sentenza del 3 gennaio 2014) aveva riconosciuto, a norma dell’art. 64 della legge 31 maggio 1995, n. 218, l’efficacia esecutiva delle tre sentenze rese in favore della NOSA, avendo la società garante (AXO) accettato la giurisdizione straniera. Invero, ad AXO era stata data la possibilità di costituirsi nell’interesse di NOSA e di difendersi nel giudizio promosso dal danneggiato, anche contestando la propria responsabilità, ma non lo aveva fatto e mai aveva sollevato obiezioni alla proposta transattiva del danneggiato che le era stata comunicata ed era stata giudicata seria dal giudice americano, tenuto conto del rischio della soccombenza nel giudizio, che avrebbe esposto NOSA (e, indirettamente, AXO) a corrispondere un risarcimento più elevato. Per cui AXO si era posta deliberatamente nella condizione di subire gli effetti della transazione stipulata da NOSA con il danneggiato e ne aveva profittato, avendo anch’essa tacitato in via transattiva le pretese del danneggiato nei suoi confronti, corrispondendogli l’esiguo importo di dollari 50.000,00 ed evitando l’accertamento della sua responsabilità nel merito.
Con le tre pronunce oggetto di delibazione, dunque, non risultava che fossero stati risarciti danni punitivi, poiché il giudice statunitense si era limitato a riconoscere che AXO era tenuta a pagare a NOSA soltanto l’importo della transazione, senza specificare di quali danni si trattasse. Onde, la Corte d’appello di Venezia aveva correttamente accolto la domanda di NOSA, compensando le spese di lite.
Contro la sentenza, tuttavia, AXO aveva proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui si era opposta NOSA.
In particolare, la principale censura dedotta dalla ricorrente riguardava l’asserita violazione, sul versante interno, dell’ordine pubblico processuale, in considerazione del rilievo secondo cui le sentenze delibande contenessero una condanna ‘risarcitoria’ di carattere punitivo. Questo retroterra concettuale aveva convinto la Prima Sezione della Corte di Cassazione dell’opportunità di rimettere alla Sezioni Unite il compito di pronunciarsi sulla compatibilità con l’ordine pubblico dei c.d. punitive damages.
Ma, la condanna pronunciata nei confronti della AXO non presentava affatto carattere punitivo, poiché la circostanza che nella domanda originaria il motociclista avesse richiesto, a fronte di un grave pregiudizio alla persona, una condanna «grossolanamente sanzionatoria e abnorme», risultava definitivamente assorbita dalla transazione recepita dal giudice americano, intercorsa tra la NOSA ed il danneggiato, nella quale era stato ridimensionato il quantum della pretesa ben sotto i limiti della sola componente patrimoniale del risarcimento richiesto. Di conseguenza, non può ravvisarsi nella successiva condanna subita dalla AXO, nella qualità di società garante della NOSA, alcun profilo punitivo, avendo anch’essa beneficiato della transazione suddetta, com’è dato evincere peraltro dall’altra transazione conclusa dalla AXO direttamente con il motociclista. In proposito, va rilevato che la transazione [in argomento v. C. CICERO, La transazione, in Tratt. dir. civ. (diretto da R. SACCO), I singoli contratti, vol. IX, Torino, 2014], per la natura consensuale che presuppone, non può avere carattere punitivo.
Pertanto, la Corte di Cassazione ha correttamente respinto la censura sollevata da AXO in ordine alla portata del provvedimento da delibare, giacché non è configurabile in una composizione transattiva alcuna liquidazione di ‘danni punitivi’.

Chiarito questo primo punto, è indubbio che la sentenza in esame, per i contenuti che presenta, fornisca lo spunto per una riflessione in merito alla polifunzionalità della responsabilità civile nel nostro ordinamento. Secondo i giudici di legittimità, infatti, «accanto alla preponderante e primaria funzione compensativo riparatoria dell’istituto (che immancabilmente lambisce la deterrenza) è emersa una natura polifunzionale (…), che si proietta verso più aree, tra cui sicuramente principali sono quella preventiva (o deterrente o dissuasiva) e quella sanzionatorio-punitiva».

Sebbene nella sostanza la soluzione cui sono pervenute le Sezioni Unite sia quella corretta, deve rilevarsi, tuttavia, che la Cassazione sembra essere caduta in alcuni equivoci, soprattutto in ordine alla qualificazione giuridica da attribuire alle misure sanzionatorie civilistiche individuate nel nostro ordinamento. In effetti, il ragionamento seguito dalla Corte di Cassazione sembra poco persuasivo, dal momento che essa richiama, quali esempi di ‘risarcimento punitivo’, ipotesi tipiche a nostro avviso estranee al sistema italiano del risarcimento del danno.

Prima di esaminare le singole disposizioni interne, è opportuno riflettere sulla natura del c.d. danno punitivo di origine anglosassone, che riconosce alla vittima della lesione di ottenere una somma di denaro da parte dell’autore dell’illecito eccedente il danno effettivamente subito (cfr., in argomento, G. PONZANELLI, I punitive damages nell’esperienza nordamericana, in Riv. dir. civ., 1983, I, 435 ss.; F. BENATTI, Correggere e punire. Dalla law of torts all’inadempimento del contratto, Milano, 2008, passim). Si tratta, con tutta evidenza, di una misura sanzionatoria di carattere pecuniario concessa a seguito di una condotta socialmente riprovevole (evidenziata dal dolo o dalla particolare negligenza del soggetto attivo), volta ad affliggere il trasgressore, inducendolo a non commettere atti simili. In quest’ottica, i punitive damages non possono essere confusi, né accostati al nostro rimedio risarcitorio, il quale è invece preordinato a compensare in termini puramente riparatori il danneggiato della conseguenza della lesione subita.
Come si avrà modo di vedere, si tratta di una conclusione più che ragionevole ed in linea con l’idea di danno ormai assunta dalle Sezioni Unite, secondo cui se non vi è una perdita di utilità, allora non vi può essere spazio per il risarcimento, poiché quest’ultimo costituisce una reazione non già al mero fatto illecito, ma al danno provocato (in argomento v. F. PIRAINO, «Ingiustizia del danno» e antigiuridicità, in Eur. dir. priv., n. 3/2005, 703 ss.). Di conseguenza, non giova, ai fini del riconoscimento del presunto ‘risarcimento punitivo’, addurre l’esistenza nel nostro ordinamento di misure civili con connotazione punitiva, la cui estraneità al danno (conseguenza), tutt’al contrario, le pone al di fuori del raggio d’azione del risarcimento (contra A. DI MAJO, Principio di legalità e di proporzionalità nel risarcimento con funzione punitiva, in Giur. it., Agosto/Settembre 2017, 1792 ss.).
Questo quadro deve essere chiaro per poter impostare correttamente il problema della qualificazione giuridica delle misure sanzionatorie civili presenti nell’ordinamento italiano, perché è la centralità del danno, inteso come “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridica soggettiva” (Corte Cost. n. 372 del 1994) a segnare il confine tra ciò che è risarcimento e ciò che, invece, risarcimento non è.

Orbene, questa inferenza è costante nella giurisprudenza di legittimità in tema di responsabilità civile. Basti pensare, ad esempio, alla dibattuta questione del c.d. danno tanatologico o danno da morte. A tale riguardo, le Sezioni Unite, con la sentenza n. 15350 del 22 luglio 2015 (su cui v. il commento, in questa rivista, di S. CAVASSA, Le sezioni unite confermano la non risarcibilità del danno subito dalla vittima in conseguenza della morte: un ritorno al passato, in Dir. civ. cont., 16 settembre 2015), hanno affermato la non risarcibilità iure hereditatis del danno da perdita del bene vita nel caso di morte immediata rispetto alle lesioni derivanti da un fatto illecito; al contrario, ribadendone la risarcibilità, con conseguente trasmissibilità mortis causa dell’obbligazione risarcitoria agli eredi, qualora la morte (con)segua dopo un apprezzabile lasso di tempo tra la lesione e la morte.
A ben vedere, questa posizione, con riferimento al tema che ci occupa, suggella la negazione del c.d. risarcimento punitivo nell’ambito del sistema della responsabilità civile.
Anche nella nota vicenda del danno da nascita malformata le Sezioni Unite, con sentenza 22 dicembre 2015, n. 25767, Pres. Rovelli, Est. Bernabai [su cui v., in questa rivista, F. PIRAINO, «Nomina sunt consequentia rerum» anche nella controversia sul danno al concepito per malformazioni genetiche. Il punto dopo le Sezioni Unite 22 dicembre 2015 n. 25767, in Dir. civ. cont., 6 gennaio 2016], hanno escluso il risarcimento del danno nei confronti del nato malformato, sul presupposto che, anche in presenza di un illecito, qual è l’omessa diagnosi, non è configurabile il danno conseguenza per il nato, giacché la malformazione è preesistente, non dipendendo dalla condotta del sanitario.
Con riguardo al tema della causalità, torna utile richiamare anche l’ormai nota giurisprudenza in tema di danno non patrimoniale. In particolare, l’uso delle tabelle nella liquidazione del danno alla salute rispecchia, invero, la funzione compensativa e non punitiva del risarcimento dello stesso (contra A. DI MAJO, Principio di legalità e di proporzionalità nel risarcimento con funzione punitiva, 1795). In effetti, il valore della salute, che si cerca di ricavare attraverso il sistema tabellare, non è sempre uguale, ma varia in funzione dei due criteri dell’età e dei punti di invalidità del soggetto, di guisa che il risarcimento del danno subito alla salute risulti commisurato in relazione al caso concreto. Al contrario, se il risarcimento del danno svolgesse una funzione punitiva, la salute dovrebbe essere risarcita tout court con lo stesso valore, a prescindere dalle circostanze del caso concreto; ma, proprio la previsione delle due variabili suddette presuppone una funzione strettamente compensativa del risarcimento del danno alla salute: perché l’assunto secondo cui quanto più si è giovani tanto più valga la salute deriva dalla banale considerazione che il periodo di tempo in cui il giovane danneggiato vivrà con la menomazione è maggiore rispetto a quello dell’anziano; sicché, la conseguenza negativa del danno alla salute del primo è da ritenersi maggiore.
Questo rilievo avvalora, ancora una volta, l’assunto secondo cui il risarcimento del danno nell’ottica aquiliana non serve a punire la lesione, ma a compensare la perdita, anche quando si tratta di un danno non patrimoniale.
L’ordinamento italiano appare ancora oggi caratterizzato da una logica fortemente aquiliana (c.d. condizionamento panaquiliano), secondo cui esisterebbe soltanto il risarcimento del danno, come unico rimedio possibile a fronte di una condotta antigiuridica. Sicché, anche quando si pone il problema di riconoscere alla vittima una somma che eccede il danno conseguenza subito, si continua a ritenere che lo strumento più idoneo a garantire siffatto risultato sia sempre il risarcimento, il quale andrebbe commisurato, però, non alla vittima e a quello che essa ha subito, bensì ai vantaggi conseguiti dall’autore della lesione.
Ma questa impostazione, oltre ad essere in sé fallace, è foriera di inevitabili aporie, anche nello sviluppo del ragionamento delle Sezioni Unite in commento, le quali preferiscono, per l’appunto, seguire il percorso argomentativo tradizionale, tutto incentrato sul rimedio del risarcimento del danno, attingendo, però, all’armamentario delle misure civili sanzionatorie previste dal legislatore [l’art. 12, l. 47/1948 (c.d. legge sulla stampa); l’art. 96, co. 3, c.p.c.; l’art. 709-ter c.p.c.; gli artt. 158, l. 633/1941 (legge sul diritto d’autore) e 125, d.lgs. 30/2005 (codice della proprietà intellettuale); l’art. 187-undecies, d.lgs. 58/1998 (T.U.F.); gli artt. 3-5, d.lgs. 7/2016 e più in generale il danno non patrimoniale], per conferire alla responsabilità civile anche la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria.

In realtà, nelle norme indicate quale esempio di c.d. danni punitivi o risarcimenti punitivi, presenti nel nostro ordinamento, si coglie vieppiù il carattere non risarcitorio dei rimedi in discussione.
Basti pensare, ad esempio, al d.lgs. 30/2005 (c.p.i.) che prevede all’art. 125 che il soggetto che subisca la lesione della proprietà industriale possa agire non solo per il risarcimento del danno, ma anche per recuperare i profitti conseguiti dall’autore della lesione. Nello specifico, la norma citata, oltre a prevedere il tradizionale rimedio del risarcimento del danno, con il terzo comma introduce un altro rimedio, di diversa natura, che si affianca al risarcimento. Questa giustapposizione tra l’azione risarcitoria e l’azione volta a recuperare gli utili o il profitto conseguito dall’autore della lesione, conduce alla conclusione inevitabile che quest’ultima non sia una forma di risarcimento ‘punitivo’, ma un rimedio che consente al titolare del diritto aggredito di recuperare l’ingiusto profitto altrui, in modo alternativo o complementare alla prima azione (risarcitoria). Si tratta, dunque, di un rimedio volto a recuperare una non-perdita per il danneggiato, in un’ottica diversa dalla logica ripristinatoria aquiliana, che la dottrina riconduce al modello restitutorio dell’arricchimento ingiustificato (v., al riguardo, C. CASTRONOVO, La violazione della proprietà intellettuale come lesione del potere di disposizione. Dal danno all’arricchimento, in Il diritto industruale, n. 1/2003, 7 ss., spec. 11; ID., La nuova responsabilità civile, Milano, 2006, 644 ss.; per un approfondimento sul punto, v. anche A. PLAIA, Proprietà intellettuale e risarcimento del danno, Torino, 2005, 62, secondo cui «nel sottosistema della proprietà intellettuale, la tutela risarcitoria tende a modellarsi sullo schema di quella restitutoria»). A questo proposito, si sostiene che la lesione della proprietà intellettuale possa formalizzarsi in termini di lesione del potere di disposizione (v. A. NICOLUSSI, Lesione del potere di disposizione e arricchimento, Milano, 1998, 690 ss.), nel senso che l’appartenenza della cosa al proprietario non soltanto lo legittima alla rivendica nel caso di spossessamento e all’azione di arricchimento quando la restituzione non sia più possibile in natura, ma anche a quest’ultima azione relativamente ai frutti che siano percepiti da altri (cfr., in argomento, A. DI MAJO, La tutela civile dei diritti, Milano, 2001, 303; A. NICOLUSSI, Proprietà intellettuale e arricchimento ingiustificato: la restituzione degli utili nell’art. 45 TRIPS, in Eur. dir. priv., 2002, 1003 ss., spec. 1017 ss.; A. PLAIA, Proprietà intellettuale e risarcimento del danno, cit.).
Diversamente, l’art. 158 della legge 633/1941 sembra realizzare una fusione di rimedi, allorquando, nello stabilire il lucro cessante, tiene conto dell’ingiusto profitto altrui. Con tutta evidenza, la norma in rassegna è figlia di quella logica panaquiliana che concentra(va) tutta l’attenzione sul rimedio aquiliano anche per recuperare l’ingiusto profitto altrui; in tal modo, confondendo, però, le due azioni: risarcitoria (del danno conseguenza) e recuperatoria (dell’altrui profitto).
Ancora, passando in rassegna gli altri esempi di presunti danni punitivi presenti nel nostro ordinamento, può facilmente cogliersi come in realtà si tratta in tutti i casi di rimedi non risarcitori (v. l’art. 12 della legge sulla stampa; l’art. 96, co. 3, c.p.c.; l’art. 709-ter c.p.c.), poiché esulano dalla logica compensatoria della conseguenza patita e, il più delle volte, vanno addirittura ad aggiungersi al risarcimento stesso.
Questa conclusione trova riscontro, peraltro, nel d.lgs. 7/2016 che, con riferimento ai delitti contro l’onore, pone la medesima distinzione, ma in maniera più rigorosa dal punto di vista giuridico, accoppiando il risarcimento al danno e la sanzione alla gravità dell’offesa.
In questa prospettiva, sembra allora più corretto affermare che il diritto privato non esaurisce le proprie tutele nella sola dimensione del risarcimento, ma, seguendo una logica di effettività dei rimedi e degli effetti che da essi discendono, offre ai consociati ulteriori strumenti di risposta che, proprio in ragione della loro effettività, realizzano quella funzione di deterrenza e di punizione di cui parlano le Sezioni Unite nella decisione in commento. Tutto ciò, peraltro, consente di superare il dubbio se al riconoscimento di statuizioni straniere con funzione sanzionatoria possa opporsi un principio di ordine pubblico desumibile da categorie e concetti di diritto interno.
Il fatto è che bisogna distinguere i rimedi in base alla loro natura e alla loro operatività, magari partendo dalla struttura del rimedio aquiliano ex art. 2043 c.c., di guisa che non si ascrivano al medesimo ordine di fenomeni presupposti del tutto diversi.
Nelle ipotesi sopra ricordate di cui agli artt. 158 l.a. e 125 c.p.i., il legislatore abbandona, di fatto, la logica panaquiliana tutta incentrata sul risarcimento della conseguenza pregiudizievole subita, per privilegiare un diverso approccio che guarda alla gravità dell’azione e della condotta tenuta dall’autore. Ed allora, l’argomentazione dei giudici di legittimità, nella decisione in commento, non risulta convincente nella parte in cui afferma l’esistenza di un ‘risarcimento punitivo’, in quanto nei predetti casi, cui si aggiungono le ipotesi di cui all’art. 96, co. 3, c.p.c. e all’art. 703-ter c.p.c. e le altre, non vi è danno da risarcire, ma un chiaro intento punitivo.
Invero, quello che emerge, nel mutato panorama normativo, è un edificio della responsabilità civile che poggia su due pilastri, rappresentati, il primo, dal risarcimento del danno, la cui atipicità è prevista dall’art. 2043 c.c. e da una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., il secondo, dalle pene private, la cui atipicità potrebbe, invece, essere sussunta in forza di un principio generale ricavabile dal numero ormai elevato di previsioni sanzionatorie presenti nell’ordinamento italiano, idoneo ad attribuire alla responsabilità civile una funzione punitivo-sanzionatoria in misura generalizzata, senza con ciò violare la riserva di legge di cui agli artt. 23 e 25 Cost. Con la precisazione che i due rimedi (risarcimento e pena privata), sebbene postulino entrambi una causalità materiale, differiscano in ordine alla causalità giuridica: presupposta dal risarcimento e trascesa dalla pena privata; cosicché, come per l’azione recuperatoria di cui si è detto supra, proprio l’assenza di un elemento strutturale del modello di cui all’art. 2043 c.c., attribuisce un carattere differente e complementare alla pena privata rispetto al risarcimento.
Le Sezioni Unite, dal canto loro, non arrivano ad affermare tanto, limitandosi solamente a statuire che se la sentenza comminatoria di punitive damages (di cui si chiede la delibazione) rispecchia, almeno nell’ordinamento di appartenenza, il principio di legalità (nel sistema di common law, evidentemente, integrato dal formante giurisprudenziale), è da escludere che vi sia un’illegittimità costituzionale della sentenza delibanda. Qui, però, l’errore di fondo che trasuda dal ragionamento della Suprema Corte è non considerare che la riserva di legge esprime un’assunzione di responsabilità diretta da parte del legislatore italiano. Ed allora, dire che nulla osta al “danno punitivo” non è affatto appagante.

In conclusione, sarebbe stato preferibile postulare che l’ordinamento costituzionale non preclude al diritto civile di svolgere anche una funzione punitiva: la sanzione civile, infatti, nell’ambito del sistema della responsabilità civile, non è da ritenere incostituzionale, purché sia legale, prevedibile e calcolabile. Anzi, non possono residuare dubbi circa il fatto che la responsabilità civile, con il lungo elenco di misure sanzionatorie civili offerto nella citata sentenza n. 7613/2015 – chiamata a vagliare la compatibilità con l’ordine pubblico italiano delle astreintes previste da altri ordinamenti – a cui si aggiunge l’enumerazione fornita dalla decisione in commento, assuma oggi una valenza anche sanzionatoria; ma ciò non vuol dire che si deve per forza ampliare lo spettro di operatività del risarcimento del danno, nel senso indicato dalle Sezioni Unite ed esposto sopra, oppure operando una forzatura di sistema che consista nel «rivalutare il profilo del danno ingiusto (art. 2043 c.c.) e ciò nel senso che il predicato dell’“ingiustizia” è anche intriso di “illiceità” e non solo della componente (della perdita) di valori patrimoniali, tale da richiamare esclusivamente una misura riparatoria secondo una logica puramente redistributiva tra danneggiante e danneggiato» (è la tesi di A. DI MAJO, Principio di legalità e di proporzionalità del risarcimento con funzione punitiva, cit., 1793). Illuminante, in proposito, è un passaggio di un recente contributo dottrinale in cui si evidenzia l’inversione del senso di marcia della giurisprudenza italiana: «non più dalla legge alla sentenza, ma dalla decisione al dato normativo che può legittimarla» (C. CASTRONOVO, Diritto privato e realtà sociale. Sui rapporti tra legge e giurisdizione a proposito di giustizia, in Eur. dir. priv., n. 3/2017, 764 ss.). Con riguardo al dato normativo, allo stato attuale, esso è certamente rappresentato dalle misure sanzionatorie elencate in sentenza, le quali, però, di per sé realizzano un sistema di tipicità. Se si vuole, invece, attribuire alla responsabilità civile una funzione sanzionatoria in termini generali e di atipicità, l’unico ragionamento valido che, in assenza di una norma del tipo dell’art. 2043 c.c., possa profilarsi è il seguente: in considerazione dell’elevato numero di previsioni sanzionatorie ormai presenti nell’ordinamento italiano, è possibile individuare un principio generale dell’ordinamento che attribuisca alla responsabilità civile una funzione anche punitivo-sanzionatoria, integrando la riserva di legge di cui agli artt. 23 e 25 Cost.