Un trasferimento di strumenti finanziari con intento di liberalità al vaglio delle Sezioni Unite

Anno III, numero IV, ottobre-dicembre 2017

di GIUSTINO VERI’

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Cass., SS.UU., 27 luglio 2017 n° 18725 decidendo un caso relativo a un trasferimento di strumenti finanziari attuato, con spirito di liberalità, dal titolare di un conto di deposito titoli in favore di un beneficiario, offre all’interprete un interessante approfondimento sulla donazione indiretta e, soprattutto, traccia una linea di confine tra tale figura e il tipo contrattuale previsto dal codice civile.

Nella fattispecie, il trasferimento avviene tramite un ordine impartito, in via telematica, all’ente creditizio pochi giorni prima del decesso del disponente.

Sorta controversia in merito tra l’erede legittima che agisce per la restituzione del controvalore dei titoli e la beneficiaria, viene accolta in primo grado la domanda proposta dalla prima sul presupposto che la fattispecie costituisca una donazione diretta, da ritenersi affetta da nullità nel caso specifico per difetto di forma dell’atto pubblico richiesto ex art. 782 c.c.

Ciò in quanto – motiva il Tribunale – l’ordine all’istituto di credito, per sua natura astratto ed estraneo rispetto ai rapporti tra le parti interessate dalla fattispecie donativa, non può considerarsi idoneo a sostanziare la causa dell’attribuzione con intento di liberalità: causa che deve essere altrimenti rinvenuta in un contratto di donazione stipulato inter partes.

Di diverso avviso è la Corte d’Appello la quale, accogliendo il gravame principale, ritiene sussistere una donazione indiretta – senza necessità pertanto della forma solenne imposta dall’artt. 782 c.c., che la norma dell’art. 809 c.c. non richiama – e qualifica lo iussum impartito alla banca depositaria come idoneo, di per sé, a veicolare lo scopo di liberalità tra il disponente e la beneficiaria.

Proponendo ricorso per Cassazione, l’erede deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 769, 782 e 809 c.c. in relazione alle norme che disciplinano il deposito bancario (1834 c.c.) e il conto corrente bancario, con riguardo alle disposizioni da parte del correntista (1852 c.c.: nel caso in esame, l’ordine fu poi reiterato dalla beneficiaria in qualità di delegata) in quanto, secondo la prospettazione dell’erede ricorrente, la Corte di merito avrebbe omesso di considerare come l’ordine di trasferimento bancario non trovi, in realtà, fondamento in un negozio causale sottostante. Conseguentemente, la fattispecie andrebbe piuttosto qualificata come donazione tipica con necessità del rispetto del requisito di forma dell’atto pubblico.

La Seconda Sezione civile della Cassazione è così chiamata a decidere se la fattispecie attributiva trilaterale verificatasi tra i due soggetti e l’istituto di credito integri una donazione tipica, in tal caso nulla per difetto di forma scritta ex art. 782 c.c., ovvero una donazione indiretta.

Sotto tale profilo, la S.C. ritiene in primo luogo che la disposizione impartita risulti difficilmente inquadrabile in un atto negoziale autonomo e sorretto da una propria giustificazione causale, dovendosi piuttosto collocare nella fase di esecuzione del contratto bancario quale mero atto, sostanzialmente analogo a un pagamento materiale.

Pur negando l’intermediazione di un negozio causale, attraverso il quale sarebbe stato perseguito lo scopo di liberalità, il Collegio giudicante sceglie di adottare una prospettiva più ampia e si interroga sugli strumenti mediante i quali può realizzarsi una donazione indiretta: se, a tal scopo, occorrano necessariamente una pluralità di negozi tra loro collegati (negozio-mezzo e negozio-fine, il secondo accessorio e integrativo), in conformità all’orientamento prevalente, ovvero se sia idoneo a veicolare la liberalità anche un solo negozio, nel rispetto delle forme in esso previste – come fu ritenuto nel secondo grado della controversia dalla Corte territoriale – o, infine, se tale figura possa configurarsi persino in presenza di atti non negoziali, consistenti in meri comportamenti positivi od omissivi.

In altri termini, attenendoci alla terminologia rinvenibile nella motivazione della sentenza, la seconda sezione rileva che in materia sussiste contrasto sia dottrinario che giurisprudenziale e si interroga sullo “strumento utilizzabile” e sul “meccanismo di funzionamento” dell’art. 809 c.c., relativo agli atti di liberalità.

In chiave teorica va dunque indagato se il tenore normativo della norma legittimi qualsiasi atto idoneo, inclusi gli atti non negoziali, a sostanziare una donazione indiretta.

Infine, conclude la Sezione rimettente, è opportuna un’analisi unitaria della delicata materia soprattutto in considerazione delle particolari cautele che occorrono allorché un soggetto si privi dei propri beni senza corrispettivo in funzione “trans” o “post mortem”, ossia senza che possa essere consentito un diverso e ulteriore regolamento economico dei suoi interessi patrimoniali (in dottrina l’esigenza di tutela è stata diffusamente analizzata da G. OBERTO, Liberalità indiretta tra conviventi more uxorio e tentativi di recupero del bene alla cessazione del rapporto (Nota a Cass. civ., sez. II, 25 marzo 2013, n. 7480, D. G. c. R.) in Famiglia e diritto, 2016, p. 556; G.R. FILOGRANO, Donazione indiretta e tutela dei legittimari (Nota a Cass. civ., sez. I, 12 maggio 2010, n. 11496, Saitta c. Fall. soc. Saitta), in Rass. dir. civ., 2012, p. 217 ss.; R. SCUDERI, Donazione indiretta e lesione di legittima: rimedi esperibili e procedure azionabili a tutela dei legittimari lesi, in Riv. not., 2011, p. 191 ss.).

A seguito dell’ordinanza di trasmissione degli atti al Primo Presidente 4 gennaio 2017 n° 106 avviene l’assegnazione alle Sezioni Unite.

Il principio di diritto sancisce che il trasferimento di strumenti finanziari per spirito di liberalità realizzato a mezzo di ordine bancario configura una donazione tipica, seppure a esecuzione indiretta, e richiede per disposto dell’art. 782 c.c. la stipulazione di un atto pubblico di donazione tra beneficiante e beneficiario, salvo che ricorra l’ipotesi di donazione di modico valore.

Dal chiarimento teorico sull’istituto operato dalle Sezioni Unite discende il corretto inquadramento della questione: in estrema sintesi occorre stabilire se tale l’operazione attributiva di strumenti finanziari dal patrimonio del beneficiante in favore di quello di altro soggetto, compiuta a titolo liberale, costituisca una donazione tipica ex art. 769 c.c. ovvero una liberalità atipica, indiretta, non donativa ai sensi dell’art. 809 c.c.

In altri termini, occorre comprendere se la stabilità degli effetti del trasferimento di ricchezza, attuato a mezzo di un ordine bancario, sia subordinata all’adozione dello schema causale e formale della donazione tipica, richiedendosi pertanto per essa la forma dell’atto pubblico ex art. 782 c.c., ovvero se tale trasferimento di valori mobiliari possa rappresentare una conseguenza indiretta, che si giustifichi ex se nell’ambito di un’operazione trilaterale di movimentazione finanziaria.

La pronuncia delle Sezioni Unite qui in commento pare aderire all’orientamento più rigoroso circa i limiti di configurabilità della donazione indiretta.

Premessi i necessari cenni teorici sull’istituto, le Sezioni hanno mosso la loro analisi dalla pacifica e notoria considerazione per cui la donazione indiretta è sottoposta alle norme di carattere sostanziale riguardanti la donazione (l’art. 809 c.c. richiama le ipotesi di revocazione per causa di ingratitudine e per sopravvenienza di figli; l’art. 737 c.c. prevede che le donazioni indirette siano soggette a collazione, al pari di quelle dirette), ma non sottostà a quella inerente la forma solenne (art. 782 c.c.).

Se da una parte nel negozio tipico di donazione si richiamano stringenti cautele relative alla forma, nella fattispecie indiretta si ritiene invece sufficiente l’osservanza delle forme (previste aliunde) per il diverso negozio utilizzato allo scopo di realizzare il fine di liberalità.

A tale ambito sono state ricondotte nel tempo numerose fattispecie che, benché sensibilmente diverse, sono tutte caratterizzate dall’animus donandi e dal fatto di realizzare, in via mediata, effetti economici equivalenti a quelli riconducibili al contratto di donazione. Tale intento si identifica nella volontà di attribuire ad altri un vantaggio patrimoniale senza esservi obbligati da alcuna norma giuridica (nullo jure cogente).

La liberalità indiretta è, come detto, atipica e si realizza attraverso un negozio oneroso che produce, oltre al suo effetto tipico, anche l’effetto ulteriore dell’arricchimento senza corrispettivo del destinatario della liberalità: pertanto non si caratterizza per il fine ma principalmente per il mezzo, costituito da un negozio giuridico avente causa diversa. Secondo tale ricostruzione, può ritenersi che lo scopo tipico del negozio adottato non è che un punto di passaggio nell’operazione complessiva.

Gli esempi più ricorrenti nella pratica applicativa – nonché di pacifica qualificazione – sono costituiti dall’acquisto di un immobile da parte di un soggetto, con denaro fornito da un terzo per spirito di liberalità (Cfr. Cass. civ., sez. II, 2 febbraio 2016, n. 1986: l’attribuzione gratuita viene attuata, quale effetto indiretto, con il negozio oneroso) e dal negotium mixtum cum donatione, laddove un negozio tipico viene posto in essere per realizzare uno scopo ulteriore donativo, diverso da quello previsto dal tipo normativo (v. Cass. civ., sez. II, 17 novembre 2010, n. 23215).

Di norma il negozio indiretto non deve rivestire la forma prescritta per il negozio diretto, ma quella propria dello schema negoziale effettivamente adottato. Ne consegue, come logico corollario in materia di donazione, che l’art. 809 c.c. relativo agli altri atti di liberalità non richiama l’art. 782 c.c. quanto alla forma della donazione: se ne desume che è sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico concretamente adottato per realizzare lo scopo di liberalità.

Come noto, affinché sussista una donazione, oltre a un trasferimento, occorre che sia presente l’arricchimento patrimoniale del donatario e il depauperamento del donante.

Sul punto va tuttavia ricordato che l’arricchimento è una nozione economica, laddove il trasferimento è una nozione giuridica: non è detto che il primo sia una necessaria conseguenza del secondo, posto che proprio nella donazione indiretta il donante può procurare un arricchimento al beneficiario finale anche ottenendo a suo favore il trasferimento di un diritto, un bene o una utilità da parte di un terzo.

Ne consegue la (inevitabile) non coincidenza tra l’arricchimento (nozione economica) del donatario e il depauperamento del donante (sul punto C. DE LORENZO, Divieto di donazione di beni futuri e donazioni indirette, in Foro It., 2014, parte V, 225 ss., ove si indaga il tema delle donazioni indirette con riferimento al divieto di donazione di beni futuri).

Il discorso a questo punto si amplia e, in linea con quanto contenuto nell’ordinanza di rimessione n. 106/2017, è lecito chiedersi se la donazione indiretta possa essere identificata come una “categoria economica”, ossia un ambito nel quale far confluire una pluralità di ipotesi, tutte accomunate dal risultato ma differenti quanto allo strumento realizzativo.

La risposta positiva al quesito autorizza a una maggiore apertura verso il ricomprendervi, tendenzialmente, anche tutti gli atti non aventi natura negoziale, ma dai quali discendono effetti economici di arricchimento di un soggetto senza corrispettivo.

Nel silenzio della norma, ci si è chiesto diffusamente in dottrina e in giurisprudenza se l’art. 809 c.c. includa nella categoria delle liberalità indirette qualsiasi atto idoneo allo scopo.

La sintetica formulazione della norma non introduce infatti alcuna ricostruzione teorica dell’istituto, limitandosi a dei richiami normativi allo scopo di delimitarne la disciplina.

Inevitabile dunque che la nozione fosse oggetto di ricostruzioni teoriche differenziate e di una vastissima letteratura (sul punto si vedano, ex multis, G. CAPOZZI, Successione e donazioni, II ed., Giuffré, 2002 e G. IACCARINO, Liberalità indirette, in Notariato e diritto di famiglia, Ipsoa, 2001, p. 27 ss. ove si definisce magmatica la realtà delle liberalità non donative; più in generale v. F. PROCESSO, Brevi note in materia di donazione indiretta, in Studium iuris, 2011, p. 894 e i contributi istituzionali di T. CASTIGLIONE, Donazione indiretta, in Il diritto-Encicl. giur., Treccani, 2007, vol. V, p. 631; A. PALAZZO, Donazione, in Dig. disc. priv., sez. civ., vol. IV, Utet, 1998, p. 153 ss.; U. CARNEVALI, Le donazioni, in Trattato Rescigno, vol. VI, Utet, 1997, p. 498 ss.; V.R. CASULLI, Donazione, Enc. Dir., Vol. XIII, , 1964, pp. 966-992).

La dottrina si è poi storicamente interrogata non soltanto sulla funzione donativa ma anche sulla tutela possibile per l’azione del donante: azione che in tali fattispecie indirette, a differenza di quanto accade nella donazione pura che è vincolata a una particolare forma solenne, non incontra particolari cautele di forma vincolata.

L’esigenza di tutela della posizione del disponente, ben ricordata nell’ordinanza di rimessione con particolare riferimento ai casi che trascendono la vita del soggetto, rischierebbe pertanto di essere vanificata – o quanto meno fortemente compressa – laddove le qualificazioni indugiassero sugli aspetti formali della fattispecie, senza indagarne in profondità i contenuti e senza richiedere una particolare attenzione quanto al profilo della prova delle intenzioni dei contraenti e, in particolare, dell’animus del disponente.

A tal riguardo, più in generale, è stata diffusamente evidenziata la difficoltà di distinguere tra un atto apparentemente neutro e non essenzialmente donativo e la presenza di un intento liberale, il quale costituisce un quid pluris, che non deve e non può essere semplicemente presunto nell’agire delle parti.

La dimostrazione dell’attitudine liberale di un atto necessita, al contrario, di un valido supporto probatorio.

Tale approccio è volto a individuare lo scopo realmente perseguito dal singolo regolamento di interessi, a prescindere dalla semplice analisi del tipo legale utilizzato. (A. CORDIANO, Donazione indiretta: il caso della cointestazione di conto corrente bancario (Nota a T. Mondovì, 15 febbraio 2010), in Famiglia e dir., 2010, pp. 710 ss.; in precedenza v. anche G.F. NICODEMO, Donazione indiretta e cointestazione del libretto bancario al portatore – La difficile prova dell’animus donandi. Nota a Cass., sez. II, 12 novembre 2008, n. 26983, Specogna c. Zuiani in Riv. not., 2009, pp. 1215 ss.).

A titolo di esempio, la cointestazione di un conto corrente bancario (o di conti deposito, strumenti finanziari e simili) potrebbe costituire un’ipotesi di donazione indiretta (v. Cass. civ., sez. II, 16 gennaio 2014 n. 809; Cass. civ., sez. II, 12 novembre 2008 n. 26983 su cointestazione di un deposito bancario a firma disgiunta) laddove vi sia una oggettiva rinuncia ai diritti e un intento liberale, da provarsi e non presumibile: diversamente l’intestazione congiunta potrebbe discendere da una diversa causa onerosa, quale un contratto di mandato, e non costituire affatto una liberalità indiretta.

Parimenti, la rinuncia abdicativa di un diritto (Cass. civ., sez. II, 25 febbraio 2015 n. 3819, in tema di rinuncia abdicativa della quota di comproprietà di un bene) dovrà contenere un intento liberale, potendovi altrimenti esservi sottesa un’altra causa onerosa o transattiva; laddove un mandato irrevocabile ad amministrare senza pretese di rendicontazione non dovrà essere dovuto a mera tolleranza, né dipeso da un atto fraudolento.

Ricordata la necessità di un’indagine effettiva e supportata da idonea prova quanto all’intenzione del disponente, volta alla ricerca sostanziale dell’animus donandi, appare opportuno a questo punto un breve e inevitabilmente parziale richiamo alle principali fattispecie di donazione indiretta.

L’atipicità della categoria comprende ipotesi negoziali che vanno dal contratto a favore di terzo (art. 1411 c.c.), quali tipicamente è l’assicurazione sulla vita a favore di terzo, alla rendita perpetua (art. 1861 c.c.); include la categoria del negozio misto con donazione (v. Cass. civ., sez. II, 23 maggio 2016 n. 10614 in tema di compravendita a un prezzo inferiore a quello effettivo) nonché l’intestazione di beni in nome altrui, con tutti i conseguenti schemi attuativi, assai frequenti nella pratica applicativa (quali l’adempimento dell’altrui obbligo di pagare il prezzo ex art. 1180 c.c. o la stipulazione di un preliminare per persona da nominare, con pagamento del prezzo da parte del disponente ed electio amici a favore del beneficiario – in tema v. Cass. civ., sez. II, 30 maggio 2017 n. 13619; ovvero anche la vendita o l’acquisto diretti a favore di un terzo).

La categoria può estendersi tuttavia anche agli atti giuridici in senso stretto, quali la delegazione di pagamento (art. 1269 c.c.), ove concretamente sorretta da un intento di liberalità, o la divisione in parti disuguali o comunque difformi rispetto agli apporti, in caso di acquisto di un bene in comproprietà, sino ad attingere infine – e qui il discrimen si fa incerto tra gli interpreti – gli effetti di arricchimento del beneficiario ultimo e depauperamento del disponente che conseguono da atti materiali a carattere positivo o negativo quali la piantagione o la costruzione sul suolo altrui, con successiva astensione volontaria dall’esercizio dei diritti che ne conseguono. In tale ambito si è ritenuta la donazione di una somma di denaro quale donazione indiretta d’immobile ove effettuata quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto (dovendosi altrimenti ravvisare soltanto una donazione diretta del denaro elargito: Cass. civ., sez. VI, 2 settembre 2014 n. 18541).

Infine, va ricordato per completezza che l’effetto ultimo di arricchimento e reciproco depauperamento può derivare anche per effetto di taluni comportamenti adottati in sede processuale, quali la confessione giudiziale di un debito in realtà inesistente, la rinunzia a far valere tempestivamente le eccezioni rilevabili soltanto a istanza di parte, la soccombenza volontaria in giudizio: ma in questi e simili casi occorrerà valutare con particolare rigore la sussistenza della causa donativa, evidentemente da rinvenire in uno specifico negozio inter partes.

D’altro canto dal novero delle possibili ipotesi di donazione diretta sono state prevalentemente escluse, nell’analisi dottrinaria e giurisprudenziale, talune ipotesi afferenti ai titoli di credito, in considerazione della loro astrattezza, o relative a contratti di comodato e di garanzia per debiti altrui: ipotesi che costituiranno, eventualmente, soltanto una modalità di esecuzione di una donazione diretta e dovranno pertanto rinvenire la propria causa giustificativa tipica in un sottostante contratto stipulato ai sensi dell’art. 769 c.c..

Esemplificativamente sul punto, la giurisprudenza della Cassazione ha considerato come donazione diretta il trasferimento di un libretto di deposito a risparmio al portatore (a esempio v. Cass. civ., sez. I, 10 marzo 1994, n. 2351), in quanto tale atto è necessariamente caratterizzato dalla compresenza di un negozio di trasferimento a causa liberale che deve intercorrere tra disponente e prenditore; parimenti è stato ritenuto quanto all’emissione o alla girata di un assegno, bancario o circolare, in cui l’obbligazione del donante – pur essendo incorporata in un titolo formale e astratto – resta bisognosa di una causa donativa propria da rinvenire altrove, e per l’accollo interno di un debito (Cass. civ., sez. II, 30 luglio 1990, n. 7647).

Punto nodale dell’analisi è, dunque, la necessità di rinvenire sempre una causa nell’attribuzione patrimoniale con intento liberale.

In taluni casi, quali quelli da ultimo menzionati, lo spostamento patrimoniale e i relativi effetti di arricchimento e depauperamento non potranno essere sorretti dallo strumento concretamente adottato dalle parti, che non contiene in sé una idonea causa giustificativa – si pensi ai titoli di credito, a un tipo negoziale oneroso incompatibile con la causa di liberalità nonché, in generale, alla vasta casistica in cui l’effetto economico finale derivi da qualsiasi possibile condotta, persino adottata in sede giudiziale – ma dovranno rinvenire una causa nei rapporti in essere tra disponente e beneficiario.

Tale causa, pertanto, dovrà essere quella tipicamente donativa e il contratto che la prevede andrà assoggettato a tutte le cautele richieste da legge, ivi inclusa quella relativa alla forma solenne.

Tornando a considerare la materia del contendere, a giudizio della Corte di Appello il trasferimento di strumenti finanziari era stato eseguito sulla base di un rapporto di mandato sussistente tra beneficiario e banca, obbligata a dare esecuzione al bancogiro in forza di tali pattuizioni.

Non essendovi alcun atto diretto di liberalità tra l’ordinante e il beneficiario, l’attribuzione patrimoniale si sarebbe dunque verificata attraverso un mezzo diverso dal contratto di donazione. Presupponendo un contratto di mandato con l’istituto di credito, nella ricostruzione del giudice di secondo grado, l’ordine di trasferimento sarebbe stato idoneo a veicolare lo spirito di liberalità e quindi a rendere stabile l’attribuzione patrimoniale, in assenza del requisito di forma ad substantiam, che sarebbe stato invece richiesto nella (diversa ipotesi di) donazione pura.

Le Sezioni Unite sono tuttavia di contrario avviso e incentrano l’analisi sulla considerazione che l’operazione bancaria è esecutiva di un atto negoziale che è esterno al rapporto in contestazione, intercorrente tra il beneficiante e il beneficiario.

Pertanto la fattispecie trilaterale viene qualificata non come un’operazione triangolare di intermediazione giuridica, ma come un’attività di intermediazione gestoria dell’istituto di credito; da ciò discende che il bancogiro è una mera modalità di trasferimento dei valori patrimoniali.

Tale trasferimento deve rinvenire altrove la propria giustificazione causale, nel rapporto tra ordinante e beneficiario: di conseguenza l’attribuzione patrimoniale, sorretta dall’animus donandi, dovrà rientrare nella fattispecie di cui all’art. 769 c.c., per quanto si sia estrinsecata attraverso una particolare modalità di esecuzione, richiedendo la forma dell’atto pubblico a pena di nullità.

Il principio elaborato è strettamente discendente da un’interpretazione rigorosa, secondo cui la causa donativa va rinvenuta o nell’apposito contratto tipo stipulato tra le parti, ove sia configurabile la donazione diretta, ovvero in un altro negozio, che deve concernere direttamente i soggetti interessati dalla liberalità indiretta e trovare in sé la giustificazione dell’attribuzione patrimoniale: tertium non datur.

Se, come ritenuto, l’intermediazione bancaria è strutturalmente inidonea di per sé a contenere/descrivere la causa liberale dello spostamento di ricchezza, non resterà altra via che giustificare il medesimo alla luce delle norme richieste per la donazione contrattuale.

La conclusione secondo cui il trasferimento di titoli, risultante dal bancogiro, deve rinvenire la propria giustificazione causale nel rapporto disponente/beneficiario è avvalorata, per altro verso, anche dalla considerazione che la banca non può rifiutarsi di eseguire l’ordine in considerazione del rapporto di mandato che la vincola al delegante, a differenza di quanto può accadere nella delegazione di pagamento (art. 1269 c.c.).

La Suprema Corte chiarisce, inoltre, che la fattispecie in esame differisce strutturalmente sia dal contratto a favore di terzi connotato da spirito di liberalità, sia dalla cointestazione di un deposito bancario che comporti la disponibilità di somme in modo non corrispondente ai versamenti effettuati, ipotesi che potrebbero entrambe realizzare la liberalità indiretta di cui all’art. 809 c.c. (e che, infatti, in tal senso vengono costantemente lette). Quanto al primo caso, perché il patrimonio del promittente è direttamente toccato dall’attribuzione patrimoniale e il terzo acquista immediatamente un diritto azionabile, elementi che non sussistono nell’ipotesi in discorso, in cui il beneficiario non acquista alcun diritto; quanto al secondo, perché l’attribuzione di somme di denaro su un conto corrente in maniera non corrispondente ai versamenti effettuati costituisce un arricchimento connotato da spirito di liberalità, laddove il contratto bancario di deposito titoli in amministrazione conserva integra la sua causa senza contenere alcun intento liberale.

La ratio decidendi della sentenza è pertanto incentrata sull’analisi degli aspetti distintivi tra le liberalità non donative di cui all’art. 809 c.c. e il contratto di donazione, poiché le due fattispecie non si identificano totalmente e l’indagine non consente di elaborare un dato unificante per l’inquadramento della categoria delle liberalità non donative.

A giudizio delle Sezioni Unite, la Corte di secondo grado ha errato nell’equiparare l’ordine di bancogiro come idoneo, di per sé, a veicolare lo spirito di liberalità; cosa che al contrario accadrebbe nella differente fattispecie di cointestazione ab origine di un deposito bancario, in cui fosse provato che i successivi apporti finanziari dei due soggetti siano stati fortemente sperequati.

In definitiva, il trasferimento di strumenti finanziari dal conto di deposito titoli del beneficiante a quello del beneficiario costituisce una tipica donazione diretta, sebbene si attui attraverso una modalità di esecuzione indiretta.

La stabilità dell’attribuzione patrimoniale presuppone quindi l’atto pubblico di donazione.

Per la configurabilità di una liberalità indiretta si sarebbe dovuto rinvenire quantomeno un rapporto diretto tra disponente e beneficiario. La fattispecie in esame lega, invece, i due soggetti con un rapporto che è soltanto di tipo indiretto e viene attuato per il tramite dell’istituto di credito: l’ente ha invero ricevuto un ordine che, pur seguendo lo schema della delegazione di pagamento, in realtà se ne discosta, essendo il destinatario tenuto a darvi esecuzione in quanto vincolato da un sottostante contratto di mandato.

Sotto diversa ottica la decisione conferma l’orientamento sopra ricordato, secondo cui lo scopo liberale tipico della donazione non si può attuare per il tramite di uno schema astratto – quale è, a esempio, la delegazione di pagamento – ove non sussista un evidente collegamento con l’attività negoziale donativa del preteso donante (in questo senso, significativi spunti erano già contenuti in Cass. civ., sez. II, 21 ottobre 2015 n. 21449, precedente peraltro richiamato espressamente nell’ordinanza di rimessione n. 106/2017, a p. 5).

Il confine è stato dunque nettamente tracciato quanto all’ipotesi verificatasi in concreto, ma l’ampia casistica attuativa della donazione indiretta impone di rivolgere ancora una particolare attenzione al fenomeno.

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Questa Nota può essere così citata:

G. VERI’, Un trasferimento di strumenti finanziari con intento di liberalità al vaglio delle Sezioni Unite, in Dir. civ. cont., 7 ottobre 2017