Il nuovo volto del danno non patrimoniale: rinascita del danno morale e «fuga» dalle tabelle milanesi

Anno IV, Numero I, gennaio/marzo 2017

 di SARA SCOLA, Assegnista di ricerca nell’Università di Verona

 

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Senza alcuna pretesa di completezza ed esaustività, si intende in questa sede svolgere qualche breve riflessione a margine della nota pronuncia Cass. Civ., 20 aprile 2016, n. 7766, Rel. Travaglino, che costringe ad interrogarsi sulle peculiarità del danno non patrimoniale e sui criteri risarcitori tradizionalmente utilizzati per la sua liquidazione.

Nel caso di specie, la S.C. ha dovuto pronunciarsi sul ricorso proposto da una compagnia assicuratrice avverso la decisione di merito, resa in primo grado e confermata in Appello, la quale aveva accordato in favore della vittima di un sinistro stradale il risarcimento del danno non patrimoniale subito, discostandosi, motivatamente, dai parametri stabiliti dal Tribunale di Milano con le apposite tabelle per la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale.

Più precisamente, in sede di merito era stata attribuita una particolare rilevanza al danno estetico patito dal danneggiato, sia per come esso aveva inciso sull’esistenza della vittima sul piano delle sue relazioni esterne, sia per come la compromissione dell’aspetto fisico e dello stato di salute aveva determinato nel danneggiato un pregiudizio psichico di non scarso rilievo.

Pur non essendo noti i dettagli della pronuncia censurata dal ricorrente, si deduce che al danneggiato era stato riconosciuto in sede di merito un risarcimento il cui importo risultava diverso, e senz’altro superiore, a quello che sarebbe scaturito dalla “pura” applicazione delle tabelle milanesi; in particolare, una autonoma rilevanza era stata attribuita alle voci di danno morale e di danno cd. esistenziale, la cui liquidazione era avvenuta in modo difforme dai consueti parametri risarcitori in ragione dell’eccezionalità del caso concreto.

Orbene, la Suprema Corte, con un’accurata e dettagliata motivazione, rigetta il ricorso proposto dall’assicuratore, avallando integralmente l’operato dei giudici di merito.

In particolare, e questo è uno degli aspetti che maggiormente interessano (anche per le implicazioni pratiche che da esso derivano), la Cassazione afferma a chiare lettere che il dolore interiore (ossia il danno morale) e la significativa alterazione della vita quotidiana (ossia il danno esistenziale o alla vita di relazione) sono “danni diversi e perciò solo autonomamente risarcibili”, aprendo un varco di non scarso rilievo a modalità alternative di liquidazione del danno non patrimoniale, non più basate sulla semplice personalizzazione del danno biologico, ma che presuppongono, sin dal principio, voci di danno distinte e autonomamente risarcibili, anche al di fuori dei consueti criteri tabellari.

Al contempo, la S.C. coglie l’occasione per tracciare una sorta di statuto del danno non patrimoniale, che sembra discostarsi, almeno parzialmente, dall’impostazione tradizionale delineata dalle sentenze cc.dd. di S. Martino (ci si riferisce, evidentemente, a Cass. Civ., S.U., 11 novembre 2008, n. 26972-26975).

La sentenza in esame prende le mosse da una pronuncia di appena un mese prima (Cass. Civ., 7.3.2016, n. 4379 – Cons. Rel. Dott. M. Rossetti), per ribadire la natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale, così come a suo tempo predicato dalle sopracitate S.U. del 2008. La natura unitaria si riferisce, segnatamente, all’interesse costituzionale posto alla base del risarcimento, con ciò intendendosi che non vi devono essere differenze nell’accertamento e nella liquidazione del danno in base al diritto costituzionalmente protetto che sia stato leso. La natura onnicomprensiva, invece, sta a significare che l’unitario risarcimento del danno non patrimoniale deve tener conto di tutte le conseguenze dannose dell’evento, con il limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e con il requisito che venga superata la cd. soglia di risarcibilità, al di sotto della quale il danno è considerato bagatellare e non meritevole di risarcimento.

Curioso il fatto che la sentenza in esame, pur facendo proprie le premesse indicate in Cass. Civ., 7.3.2016, n. 4379, giunga poi a conclusioni diametralmente opposte rispetto a codesta pronuncia.

Nel nostro caso, infatti, la S.C. precisa che non può non tenersi conto della cd. fenomenologia del danno alla persona, ossia delle circostanze del caso concreto che impongono l’adeguata valutazione di tutti i pregiudizi non patrimoniali, al di là del ricorso ad astratte tassonomie classificatorie che, per usare le parole dell’illustre Relatore, portano al rischio “di sostituire una meta-realtà giuridica ad una realtà-fenomenica”.

In questo senso si giustifica pienamente l’autonoma risarcibilità del dolore interiore e della significativa alterazione della vita quotidiana, trattandosi di due modalità attraverso le quali si esplica la sofferenza umana.

Il primo attiene all’aspetto interiore, per come esso ha inciso sul danneggiato procurandone sofferenza psichica e patema d’animo. Si tratta, evidentemente, del danno morale, che non può trovare una determinazione ex ante, ma richiede una quantificazione parametrata alle circostanze del caso concreto.

Il secondo, invece, si riferisce all’aspetto esteriore, per come esso ha condizionato la vita quotidiana del danneggiato, modificandone in pejus le abitudini. Si tratta del cd. danno esistenziale (rectius danno alla vita di relazione), categoria fortemente discussa e, come noto, notevolmente ridimensionata dalle sentenze di S. Martino in poi, soprattutto al fine di evitare risarcimenti bagatellari.

Secondo la S.C., dunque, tali pregiudizi devono trovare adeguato ristoro, al di là di “sterili formalismi unificanti” che rischiano di oscurarne la rilevanza.

Una conferma di tale costruzione dogmatica si troverebbe nell’art. 612 bis del codice penale, norma che, nel disciplinare il reato di atti persecutori, individua separatamente le conseguenze della condotta dello stalker sia nel perdurante e grave stato di ansia e paura cagionato nella vittima, sia nell’alterazione delle abitudini di vita della stessa.

O, ancora, la normativa in fieri del cd. d.d.l. concorrenza (d.d.l. n. 2085/2015) proporrebbe una concezione di danno non patrimoniale che distingue espressamente l’aspetto dinamico relazionale del danno dalla sofferenza interiore patita dal danneggiato, così rimarcando l’ontologica diversità tra le due voci di danno.

Inoltre, la S.C. muove a contrario dalle risultanze di una pronuncia della Corte Costituzionale in tema di micropermanenti, di cui ripercorre ampiamente le argomentazioni e conclusioni (Corte Cost., 16 ottobre 2014, n. 235, pubblicata, ex multis, in Nuova Giur. Civ. Comm., 2015, I, 172-185, con nota di Cuocci), per rimarcare la distinzione tra lesioni di lieve entità e cd. macrolesioni, tale da giustificare un diverso impianto risarcitorio.

La Corte Costituzionale, infatti, era stata chiamata a pronunciarsi sulla possibile illegittimità costituzionale dell’art. 139 del Codice delle Assicurazioni (norma che disciplina il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità) per violazione degli artt. 2, 3, 24 e 76 Cost. Per gli aspetti che qui interessano, il profilo censurato atteneva al limite prestabilito dalla norma per l’incremento del danno biologico (fissato nella misura di un quinto) che, da un lato, non permetterebbe un adeguato contemperamento degli interessi in gioco, così contrastando con l’art. 2 Cost., e, dall’altro, non consentirebbe di tener conto della diversa incidenza delle lesioni in ragione delle peculiarità del caso concreto, con violazione dell’art. 3 Cost.

La Consulta ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale, come del resto già aveva fatto pochi mesi prima la Corte di Giustizia con riferimento ad un possibile contrasto dell’art. 139 Cod.Ass. con la normativa comunitaria (Corte di Giustizia, 23 gennaio 2014, n. C-371/12 [Enrico e Carlo Petillo contro Unipol Assicurazioni Spa] in Nuova Giur. Civ. Comm., 2014, I, 820-832, con nota di Sabbatelli) e ciò, principalmente, per due ragioni.

In primo luogo, si è rilevato come la norma in esame, pur non contemplando espressamente il danno morale, consenta senz’altro la liquidazione di detta voce di danno, seppur nei limiti di quanto previsto al comma 3. A tal proposito la Corte rammenta che il danno morale “rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente”, così come statuito dalle S.U. di S. Martino, sicché “la norma denunciata non è (…) chiusa, come paventano i rimettenti, alla risarcibilità anche del danno morale”.

Proprio questo passaggio viene evidenziato, quasi con enfasi, dal Dott. Travaglino nella sentenza qui annotata per sconfessare la tesi predicativa della “unicità del danno biologico”, in favore di una distinzione concettuale tra aspetti relazionali della vita del soggetto leso (espressamente contemplati dall’art. 139 Cod.Ass.) e sofferenza interiore (non menzionata ma pur sempre liquidabile, attraverso detta norma).

In secondo luogo, la Corte Costituzionale rimarca la necessità di compiere un bilanciamento tra i diritti inviolabili della persona sottesi al risarcimento e il dovere di tolleranza.

Si richiama così, seppur sinteticamente, il precetto già espresso dalle S.U. del novembre del 2008 secondo cui, per aversi danno risarcibile, occorre che il pregiudizio subito abbia superato un determinato limite (la cd. soglia di offensività o soglia minima di tollerabilità) che non è indicato espressamente dalla legge né può essere determinato a priori, ma che si fonda, per l’appunto, sul bilanciamento tra i principi di solidarietà e tolleranza e compete al giudice di merito sulla base della fattispecie concreta. Peraltro, tale criterio è stato ribadito di recente dalle S.U. della Cassazione, con riferimento al risarcimento del danno non patrimoniale derivante da reato di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale di cui all’art. 684 c.p. (così, Cass. Civ., S.U., 25 febbraio 2016, n. 3727, pubblicata in diversi periodici tra cui Nuova Giur. Civ. Comm., 2016, I, 7-8, 1012-1020, con nota di Delli Priscoli).

La solidarietà impone di riparare i pregiudizi cagionati ad altri consociati secondo le regole all’uopo previste dalla responsabilità civile; la tolleranza, invece, comporta di dover negare il risarcimento di fronte alle offese minime e irrisorie che non colpiscono il nucleo inviolabile del diritto leso, ma semplicemente urtano la sensibilità degli individui o rappresentano meri fastidi e disagi che ognuno è tenuto a sopportare in virtù dell’armonica convivenza civile all’interno della società (v. per tutti, Navarretta, “Il danno non patrimoniale e la responsabilità extracontrattuale”, in Navarretta [a cura di], Il danno non patrimoniale-Principi, regole e tabelle per la liquidazione, Giuffrè, Milano, 2010, pp. 36-40).

A parere della Consulta, dunque, la norma de qua opera un inevitabile bilanciamento tra diversi valori che supera senz’altro il vaglio di ragionevolezza necessario per la sua legittimità.

Le Compagnie assicuratrici, infatti, perseguono anche fini solidaristici (concorrendo ex lege ad alimentare il Fondo di garanzia per le vittime della strada) e, in ogni caso, l’interesse risarcitorio del singolo danneggiato deve essere bilanciato con l’interesse generale degli assicurati ad avere premi assicurativi di livello accettabile e sostenibile (invero, tale ragionamento è fortemente criticato da una parte della dottrina; così ad esempio Monateri, La fenomenologia del danno non patrimoniale, in Danno e Resp., 2016, 7, 725-726, secondo il quale tale affermazione “è ideologica perché sostituisce alla realtà la falsa coscienza di un rapporto solidaristico tra assicurati e assicuratori; arbitraria perché non congruente con le questioni tecniche, e non retoriche, che erano state sottoposte alla Corte, ed è pure falsa perché non corrispondente alla realtà economica odierna”).

In tale prospettiva va, dunque, pienamente giustificato il limite all’incremento risarcitorio individuato dal terzo comma dell’art. 139 Cod. Ass. (occorre, tuttavia, precisare che la soluzione della Corte Costituzionale non risulta unanimemente condivisa, tenuto conto che alcune pronunce proclamano l’ontologica autonomia del danno morale anche nell’ambito delle lesioni di lieve entità: v. in proposito, Cass. civ., 13 gennaio 2016, n. 339; nella giurispr. di merito, v. Trib. Benevento, 30 maggio 2016, n. 1442, che si pone espressamente in contrasto con codesta pronuncia della Corte Cost.).

A ulteriore supporto della propria soluzione, la Corte Costituzionale precisa che tale meccanismo standard di quantificazione del danno attiene “al solo specifico e limitato settore delle lesioni di lieve entità”, lasciando comunque aperta la possibilità di personalizzare l’importo del risarcimento (seppur entro il limite prefissato) in ragione delle condizioni soggettive del danneggiato.

E proprio da quest’ultimo aspetto il Relatore trae conclusioni utili al caso che qui occupa. La precisazione secondo cui il limite risarcitorio fissato ex lege deve applicarsi solo alle micropermanenti starebbe a significare che nell’ambito delle macrolesioni la rilevante incidenza della menomazione impone un equo apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, tale da condurre anche a un risarcimento al di fuori dei parametri prefissati.

Così, da un lato, il danno morale rivive nella sua interezza, quale voce di danno meritevole di autonoma valutazione. Si tratta di un pregiudizio diverso dal danno biologico, non direttamente collegato ad esso ma attinente al dolore interiore patito dal danneggiato in conseguenza dell’evento dannoso; difatti, ben può sussistere il danno biologico senza il danno morale e viceversa, poiché non esistono automatismi risarcitori e solo l’analisi del caso concreto può individuare di volta in volta i pregiudizi risarcibili.

Parimenti, il danno esistenziale, che come detto rappresenta la proiezione esterna della sofferenza umana, risulta predicabile pur in assenza del danno biologico (v., sul punto, Cass. Civ. 3 ottobre 2013, n. 22585). Quando, invece, sussiste il danno alla salute, esso si salda all’interno del danno biologico e viene liquidato attraverso un adeguato incremento personalizzato di quest’ultimo, poiché la definizione stessa di danno biologico indica un pregiudizio che incide sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato (artt. 138 Cod. Ass.).

Pertanto, nei canoni del Relatore Travaglino non sussiste alcuna duplicazione risarcitoria laddove vengano risarciti i diversi profili della sofferenza umana, poiché non esiste né bipartizione né tripartizione del danno non patrimoniale, ma solo la doppia dimensione della sofferenza umana, interiore (il danno morale) ed esteriore (l’incidenza nella vita quotidiana del danneggiato).

Analizzando, dunque, le argomentazioni della Consulta fatte proprie dalla Cassazione, appare, invero, un po’ fragile l’affermazione della S.C. secondo cui il Giudice delle leggi, parlando espressamente di danno morale, avrebbe confermato l’autonomia di tale pregiudizio rispetto alle altre voci di danno.

Che le sotto-categorie di danno non patrimoniale abbiano continuato ad esistere, seppur a fini meramente descrittivi, anche all’indomani delle S.U. del 2008, per individuare il pregiudizio di volta in volta preso in considerazione, non è certo una novità. E a tal proposito la Corte Costituzionale ribadisce quanto già precisato proprio dalle sentenze di S. Martino riguardo al fatto che il danno morale rientra nell’area del danno biologico.

Più convincente, invece, sembra l’argomentazione che fa leva sulla distinzione tra il sistema delle micropermanenti e quello delle macrolesioni.

Se nel micro-sistema esaminato dalla Consulta, la modesta entità della lesione, pur nella particolarità del caso di specie, può giustificare la predeterminazione dell’incremento risarcitorio, una diversa analisi deve essere compiuta nell’ambito delle macrolesioni, ove sembra impossibile prevedere ex ante come e quanto la lesione possa incidere sulla vita del danneggiato (v. sul punto, anche, Frigerio, La legittimità costituzionale dell’art. 139 cod. ass., in Danno e responsabilità, 2014, 11, 1027, ove si rileva che le ragioni poste alla base delle argomentazioni e conclusioni della Corte costituzionale in tema di micropermanenti dovrebbero poter valere anche nell’ambito delle macrolesioni, pur rilevando che in quest’ultimo caso occorre tener conto della gravità della lesione subita per predisporre un adeguato sistema risarcitorio) ed, invero, i meccanismi unificanti tradizionalmente predicati rischiano, talvolta, di oscurare voci di danno pienamente risarcibili.

Proprio in questo aspetto sembra cogliersi la cd. fenomenologia del danno non patrimoniale illustrata da Travaglino, che impone di considerare tutti i pregiudizi nei quali, di volta in volta, si esplica la sofferenza umana.

Ciò, evidentemente, non significa che le singole voci di danno, seppur dotate di un’ontologica autonomia, possano essere risarcite in assenza di un adeguato supporto probatorio. Anzi, la S.C. ricorrendo a un esempio quasi provocatorio, precisa che anche il dolore più grande che la vita può infliggere, quale quello derivante dalla morte di un figlio, potrebbe non dare luogo a risarcimento laddove venisse accertato che non vi era da tempo alcun legame affettivo tra la vittima e il genitore. Nella fattispecie si tratterebbe di un’ipotesi ove le circostanze del caso concreto portano a ridurre, se non azzerare, un risarcimento che nella maggior parte dei casi viene riconosciuto (e anche in rilevante misura). I pregiudizi, pertanto, vanno rigorosamente provati, come di fatto è avvenuto anche nel caso esaminato dalla S.C. (la Cassazione, infatti, rileva espressamente, come il danneggiato, in sede di merito, avesse ampiamente provato la gravità ed eccezionalità dei postumi del sinistro, sia attraverso produzioni documentali, sia attraverso l’espletata CTU).

Tuttavia, ciò non esclude che la prova possa essere fornita senza limiti e dunque avvalendosi, se del caso, anche delle presunzioni e del notorio, come già precisato dalle sentenze di S. Martino.

Orbene, la pronuncia qui annotata, che divide la dottrina sotto molteplici aspetti (in senso favorevole, v., ad es., Monateri, cit., 720-727; contra, nella stessa rivista, come postfazione a Monateri, Ponzanelli, 727-728) apre inevitabilmente nuovi scenari nel sistema risarcitorio del danno non patrimoniale e impone di indagare ancora una volta l’efficienza e utilità del sistema tabellare per la liquidazione del danno alla persona.

Invero, la portata innovativa di codesta decisione è meno ampia di quanto possa sembrare, tenuto conto che in essa vengono “riordinate” molte delle argomentazioni già contenute all’interno di altri arresti.

Così già in Cass. Civ., 12 settembre 2011, n. 18641, sempre il Relatore Travaglino aveva avuto modo di precisare l’autonomia concettuale del danno morale rispetto alle altre voci di danno. A tal proposito si era evidenziato che anche il legislatore, in epoca successiva alle sentenze di S. Martino, aveva consacrato l’autonomia del pretium doloris attraverso i DPR nn.37/2009 e 181/2009 (quest’ultimo recante addirittura una vera e propria definizione di danno morale) che, seppur riferiti ad ipotesi settoriali, individuano un preciso impianto risarcitorio volto a riconoscere piena ed autonoma rilevanza al patema d’animo.

Inoltre, in Cass. Civ., 20 novembre 2012, n. 20292 (testualmente richiamata dalla pronuncia Cass. Civ., 3 ottobre 2013, n. 22585), il medesimo relatore aveva chiarito che gli artt. 138-139 del Codice delle Assicurazioni offrono una concezione di danno biologico idonea a contenere al suo interno (soltanto) il danno esistenziale; ciò non solo perché il terzo comma di entrambe le norme prevede un incremento collegato agli aspetti dinamico relazionali del soggetto, ma anche perché, come già evidenziato, la definizione stessa di danno biologico ivi enucleata presuppone un danno alla salute che incida negativamente sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato, sicché, in detto micro-sistema, il danno esistenziale “si innesta” nel danno biologico. Altra e diversa indagine, invece, dev’essere compiuta per la liquidazione del danno morale (un’ulteriore conferma di tale impostazione si ritrova anche nella normativa sul reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p.).

Nella pronuncia qui annotata vengono poi riprese, in larga misura, le argomentazioni già espresse da Cass. Civ., 9 giugno 2015, n. 11851 in merito all’analisi fenomenologica del danno alla persona e alla doppia valutazione della sofferenza, tanto interiore quanto esteriore.

Ma se codeste pronunce sono tutte riconducibili al medesimo relatore, occorre dare atto del fatto che l’indirizzo giurisprudenziale qui esposto si inserisce nel solco di un ben più ampio trend di decisioni, emesse sia dalla Suprema Corte (e redatte da diversi relatori), sia da numerose Corti di merito, che da alcuni anni portano a ridisegnare i tratti del danno non patrimoniale, mettendo, di fatto, in crisi alcuni dei principi “tradizionali” consacrati dalle S.U. del 2008.

Così, già all’indomani delle sentenze di S. Martino, numerosi arresti avevano affermato l’autonomia ontologica del danno morale rispetto agli altri pregiudizi non patrimoniali (v., ad es., Cass.Civ., 28 novembre 2008, n. 28407; Cass. Civ., 12 dicembre 2008, n. 29191; Cass. Civ., 20 maggio 2009 n. 11701; Cass. Civ., 10 marzo 2010, n. 5770).

Impostazione, questa, che è stata, anche di recente, confermata in diverse altre occasioni.

Solo per citare qualche esempio, in Cass. Civ., 22 settembre 2015, n.18611, Rel. Petti (in Giur. It., 2016, 3, 560-562 con nota di Valore), la S.C. censura aspramente la pronuncia di merito che non aveva compiuto un’adeguata valutazione del danno morale e del danno esistenziale subiti dalla vittima in ragione delle drammatiche circostanze del caso concreto. A tal proposito si precisa che tali pregiudizi, lungi dal comportare duplicazioni risarcitorie, “meritano una migliore attenzione rispetto al calcolo tabellare dove la personalizzazione è pro quota, mentre deve essere ad personam”.

Ed ancora, in Cass. Civ., 20 novembre 2015, n. 23793 (Cons. Rel. Manna) si richiama espressamente la pronuncia del Dott. Travaglino 11851/2015 per condividerne l’assunto della “autonoma risarcibilità del danno morale – ove ricollegabile alla violazione di un interesse costituzionalmente tutelato – distinto da quello biologico” (sebbene si pervenga poi a una soluzione differente del caso concreto, ma solo perché la fattispecie atteneva a lesioni micropermanenti).

Ancor più recente la pronuncia Cass. Civ., 4 febbraio 2016, n.2167, Rel. Scarano (in Nuova Giur. Civ. Comm., 2016, I, 7-8, 1006-1012 con nota di Ponzanelli), ove si ribadisce la diversità ontologica delle voci di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale che, in quanto sussistenti e provate, devono essere tutte adeguatamente risarcite. Si rimarca, in tal modo la reviviscenza del danno morale e del danno esistenziale che, forzando il dettato delle S.U. di S. Martino, allontana sempre più spesso l’interprete dalla concezione unitaria e onnicomprensiva di danno non patrimoniale.

Anche Cass. Civ., Sez. Lav., 15 gennaio 2016, n.583 (Rel. Bronzini), non chiude alla possibilità di un ritorno alle sotto-categorie di danno autonomamente risarcibili, purché adeguatamente provate e riferibili a pregiudizi differenti (per non incorrere in duplicazioni risarcitorie). Viene in tal modo delineato il danno non patrimoniale giuslavorista, che recupera pienamente la categoria di danno esistenziale (fortemente ridimensionata dalle S.U. del 2008), in ragione di valori del cittadino-lavoratore, tutelati dalle fonti costituzionali interne, ma non solo (v. in proposito Giraudo, I confini del danno non patrimoniale rimangono sfumati, in Giur. It. 2016, 7, 1591-1592).

In questa scia anche alcune Corti di merito hanno provveduto al riconoscimento di importi risarcitori diversi e ulteriori rispetto al danno biologico, a titolo di danno esistenziale e, più spesso, di danno morale (v., ex multis, Trib. L’Aquila, 17 giugno 2015, n. 568) facendo leva, nella maggior parte dei casi, proprio sulle argomentazioni della sopracitata pronuncia del Dott. Travaglino Cass. Civ. n. 18641/2011 (rilevano tali aspetti Pizzo-Russo in La nuova frontiera della liquidazione del danno biologico: gli aumenti personalizzati, quando, come, perché, in Danno e Resp., 2016, 5, 480).

Un significativo esempio di questo filone giurisprudenziale si rinviene nel campione di sentenze inserite nel database dell’Osservatorio sul Danno alla Persona dal luglio 2013 al dicembre 2015, sebbene le motivazioni a supporto di tali conclusioni non siano sempre le medesime (per un’attenta disamina di tali pronunce v., ancora, Pizzo-Russo, cit., 480-482).

In tali ipotesi, infatti, si sono riconosciuti risarcimenti “ultratabellari” non attraverso un “mero” incremento personalizzato del danno biologico, bensì riconoscendo, ab initio, voci di danno diverse e autonomamente risarcibili (il punto verrà ripreso anche infra).

Orbene, l’impianto sistematico della pronuncia qui annotata, che come detto non rappresenta un arresto isolato, appare senz’altro condivisibile là dove evidenzia l’ontologica autonomia del danno morale e del danno esistenziale che, per usare le parole del Relatore, sono “i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell’individuo”.

Del resto anche le S.U. del 2008 non hanno mai predicato un assorbimento del danno morale nel danno biologico (il che avrebbe portato ad una sorta di tacita abrogazione dello stesso), quanto piuttosto la necessità di procedere ad una liquidazione unitaria per evitare duplicazioni risarcitorie (tale aspetto viene evidenziato da Cass. Civ., 20292 /2012).

Allo stesso modo, il danno esistenziale deve poter recuperare la propria autonomia rispetto al danno biologico, poiché quest’ultimo rappresenta solo una delle modalità attraverso le quali può esplicarsi la sofferenza umana sul piano esteriore, ma non l’unica.

Risulta, quindi, evidente che il rischio di duplicazioni risarcitorie non può condurre a negare vere e proprie voci di danno risarcibili, quali quelle in esame.

Tuttavia, la “nuova” concezione di danno non patrimoniale, testé enunciata, porta con sé alcuni rischi con i quali è necessario fare i conti.

Così, in primo luogo, sorge il problema di individuare il ruolo e la funzione delle Tabelle del Tribunale di Milano per la liquidazione del danno non patrimoniale.

Difatti, se è vero che le tabelle milanesi non sono legge, è altrettanto vero che la S.C., come noto, le ha elevate a vero e proprio parametro risarcitorio nazionale, al fine di scongiurare il rischio di risarcimenti differenti per danni pressoché identici. Più precisamente, con la nota pronuncia Cass. Civ. 7 giugno 2011, n. 12408 (pubblicata in diversi periodici, tra cui Danno e resp., 2011, 10, 939-958, con note di Hazan e Ponzanelli), la Cassazione aveva precisato come fosse censurabile l’operato del giudice di merito che nella liquidazione del danno non patrimoniale si fosse discostato dai parametri delle tabelle milanesi, prescelte dalla S.C. come “unico valore medio di riferimento da porre a base del risarcimento del danno alla persona, quale che sia la latitudine in cui si radica la controversia”. Pertanto, pur lasciando al giudice di merito la possibilità di modulare i risarcimenti in ragione delle circostanze del caso concreto, adeguatamente motivate, la S.C. ha a suo tempo riconosciuto la vocazione nazionale delle Tabelle predisposte dal Tribunale di Milano, idonee a supplire alla mancanza di un’unica tabella nazionale per il risarcimento del danno alla persona da macropermanenti.

Ora invece, nel sistema delineato da Travaglino, dove “non esiste una tabella universale della sofferenza umana”, le tabelle milanesi rischiano di diventare un “mero” parametro risarcitorio, senz’altro di ausilio per il giudicante ma senza alcun effetto vincolante per lo stesso.

A ben vedere, il fatto che il danno non patrimoniale non sia inquadrabile entro stringenti parametri tabellari non è certo una novità. Di questo erano consapevoli anche gli stessi fautori delle tabelle milanesi che, nel quantificare il danno non patrimoniale, inserirono adeguati meccanismi non solo per poter incrementare i risarcimenti sulla base del caso concreto di volta in volta considerato (v., in particolare, l’appesantimento del punto e la personalizzazione), ma anche per consentire, in determinate circostanze, di andare oltre i limiti massimi ivi prefissati.

Difatti, con la nota esplicativa allegata alle Tabelle (consultabile sul sito www.ordineavvocatimilano.it), l’Osservatorio per la Giustizia Civile di Milano ha avuto cura di precisare che resta ferma “la possibilità che il giudice moduli la liquidazione oltre i valori minimi e massimi, in relazione a fattispecie eccezionali rispetto alla casistica comune degli illeciti”.

Pertanto, il problema che oggi si pone alla nostra attenzione non è tanto quello di poter superare il “tetto” massimo di risarcimento prestabilito dalle Tabelle milanesi (in ragione delle peculiarità del caso di specie), poiché sono le stesse tabelle a consentire una personalizzazione oltre i limiti tabellari e, del resto, tale facoltà viene esercitata, da diversi anni, in numerosi Tribunali (v., ancora, Pizzo-Russo, cit., 475).

Piuttosto, il problema sta nel fatto che attribuire un’ontologica autonomia al danno esistenziale e al danno morale significa, in concreto, mettere in discussione l’intera struttura del danno non patrimoniale, così come enucleata dalle sentenze di S. Martino, conducendo l’interprete verso un sistema risarcitorio radicalmente diverso e che fa leva su differenti presupposti (e in particolare, con riferimento proprio al danno estetico, il contrasto con le S.U. di S. Martino sembrerebbe esplicito).

Si tratta, infatti, di un diverso impianto sistematico del risarcimento del danno alla persona, che muove non più dalla mera “dilatazione” del danno biologico, ma dalla presa in considerazione ab origine di autonome figure di danno non patrimoniale, legate al doppio modo di manifestarsi della sofferenza umana, all’interno dell’individuo e nei confronti del mondo esterno.

Quale può essere, dunque, la soluzione?

Nella sentenza in esame, una volta appurata l’inadeguatezza (almeno in parte) delle tabelle milanesi, non risultano evidenti ictu oculi le concrete modalità da seguire per procedere alla liquidazione del danno non patrimoniale.

Ad una prima lettura sembrerebbe che il Relatore voglia proporre un sistema risarcitorio del danno non patrimoniale integralmente improntato a equità, e questo è uno degli aspetti fortemente censurati da una parte della dottrina (v. per tutti Ponzanelli, postfazione a Monateri, cit., 728).

In realtà, anche l’orientamento qui enunciato ribadisce la necessità di un parametro unitario di riferimento per la liquidazione del danno alla persona.

Ciò emerge nitidamente dall’audizione del Dott. Travaglino del 7.9.2016, innanzi alla Commissione Giustizia, nell’ambito di un’indagine conoscitiva in merito all’esame della proposta di legge recante disposizioni concernenti la determinazione e il risarcimento del danno non patrimoniale (visionabile sul sito webtv.camera.it). In tale occasione, il Consigliere Travaglino, pur precisando che “è un ossimoro ridurre a tabelle la sofferenza umana”, ha rimarcato la necessità di un parametro unico di riferimento per la liquidazione di tutti i tipi di danno non patrimoniale, e non solo per quelli riguardanti la lesione del diritto alla salute. Ed anzi, a tal proposito, il Dott. Travaglino suggerirebbe persino l’introduzione di apposite tabelle dedicate specificamente al danno morale. Ciò al fine di evitare il rischio che l’eccessiva discrezionalità per i giudici di merito determini dei veri e propri arbitrii da parte degli stessi nella liquidazione del danno.

Difatti, se da un lato una simile impostazione potrebbe consentire di modulare volta per volta il risarcimento in base alla fattispecie concreta, d’altro canto si rischierebbe di generare vere e proprie disparità di trattamento da una Corte all’altra, e ciò risulterebbe esattamente in contrasto con quanto si prefissava la Cassazione nel 2011, quando individuava nelle tabelle di Milano il parametro nazionale di riferimento proprio per scongiurare tale eventualità.

Senza contare che il nostro sistema della responsabilità civile, al di là di qualche timida apertura verso i cd. danni punitivi (v. in proposito, tra le più recenti, Cass. Civ., ord. 16 maggio 2016, n. 9978, in Nuova Giur. Civ. Comm., 2016, I, 10, 1285-1294, con nota di Gagliardi), contempla il risarcimento del danno come riparazione e compensazione del pregiudizio subito, escludendo a priori un possibile arricchimento del danneggiato.

Per quanto tale precisazione possa sembrare ovvia, il rischio di una “deriva” verso i “punitive damages”, o comunque verso un sistema risarcitorio la cui funzione non è più solo riparatoria ma anche sanzionatoria, si fa sempre più concreto, e rischia di aprire la strada ad una sensibile alterazione dell’intero impianto risarcitorio.

Non v’è dubbio che il sistema tabellare presenti taluni limiti intrinseci, cui difficilmente si può porre rimedio. Probabilmente, esso risulta pienamente efficiente solo per il danno biologico, poiché nell’ambito del danno non patrimoniale, gli interessi sottesi al quale sono intrinsecamente insuscettibili di valutazione economica, è proprio il danno alla salute quello che meglio si presta ad una quantificazione oggettiva, inquadrabile, in particolare, in un sistema tabellare.

Tuttavia, anche per gli altri pregiudizi non patrimoniali, un parametro unitario di riferimento, seppur dalle maglie più larghe, sembra assolutamente necessario. Ciò non solo per i giudici di merito che si trovano a dirimere controversie in sede giudiziale, ma anche per gli altri operatori del diritto (avvocati e liquidatori assicurativi in primis) che devono poter contare su una base comune di riferimento su cui “lavorare” (anche in sede stragiudiziale).

È, pertanto, evidente come, in attesa dell’auspicato intervento normativo, la frattura apertasi in seno alla Cassazione reclami di essere ripianata con un arresto chiarificatore, che non solo definisca i “contorni” del danno non patrimoniale, ma anche individui concretamente le modalità di liquidazione idonee a tutelare i diversi interessi in gioco.

In vista della predisposizione delle Tabelle Uniche nazionali per le macrolesioni, occorrerà, dunque, implementare un parametro risarcitorio che preveda l’adeguato ristoro del pregiudizio subito ma, al contempo, preservi quelle esigenze di certezza necessarie a garantire alla collettività un sistema risarcitorio uniforme ed efficiente.

 

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Questa Nota può essere così citata:

S. SCOLA, Il nuovo volto del danno non patrimoniale: rinascita del danno morale e «fuga» dalle tabelle milanesi, in Dir. civ. cont., 1 febbraio 2017