Danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali (a proposito della richiesta stragiudiziale dell’ente di riscossione ai clienti debitori del professionista iscritto a ruolo)

Con una decisione particolarmente interessante, Trib. Rimini 29 novembre 2016 ritiene la sussistenza di una danno non patrimoniale per illecito trattamento dei dati personali.

Nel caso di specie, un avvocato veniva a conoscenza della circostanza che l’ente per la riscossione per i tributi aveva chiesto informazioni ad alcuni suoi clienti circa i crediti vantati nei loro confronti dall’avvocato, e messo a conoscenza gli stessi di una cartella esattoriale emessa nei confronti del professionista.

In effetti, l’articolo 75-bis del d.p.r. n. 602/73 (modificato dal d.l. n. 262/06, conv. in l. n. 286/06) prevede che l’agente della riscossione anche simultaneamente all’adozione delle azioni esecutive e cautelari, può chiedere a soggetti terzi, debitori del soggetto che è iscritto a ruolo (es. cliente, datore di lavoro) o dei coobbligati, prima di procedere al pignoramento presso terzi di indicare per iscritto, ove possibile in modo dettagliato, le cose e le somme da loro dovute al creditore (c.d. “dichiarazione stragiudiziale di terzo”).

Come si legge in sentenza, precise circostanze fattuali inducevano a ritenere eccessivo, nell’ottica del bilanciamento, l’invio delle richieste di “dichiarazione stragiudiziale”, non preceduto da un preventivo sollecito di pagamento nei confronti del professionista debitore. Anzitutto, l’ammontare estremamente contenuto del credito (appena € 33,25); in secondo luogo, la qualità soggettiva del debitore, posto che, trattandosi di un avvocato, poteva presumersi che non si fosse sottratto volontariamente al pagamento di una cifra sì esigua, e che si fosse verificato quindi un disguido, dovuto ad una mera dimenticanza.

Da un lato, il contegno del debitore dimostrava, dunque, chiaramente la sua volontà di estinguere l’obbligazione consacrata nella cartella esattoriale; dall’altro, la genesi dell’esiguo credito rendeva del tutto plausibile che della sua esistenza attrice non fosse neppure a conoscenza. Di modo che, particolarmente opportuna si mostrava una richiesta preventiva di estinzione della (residua) obbligazione.

I pregiudizi non patrimoniali derivanti dal trattamento illecito dei dati personali finiscono per riconnettersi – nella gran parte dei casi – alla lesione dei diritti inviolabili della persona: riservatezza, identità personale, onore, reputazione, che nel sistema “procedimentalizzato” del Testo unico del 2003 trovano una reductio ad unum nel generico “diritto alla protezione dei dati personali” di cui all’art. 2 del Codice.

Coesistono, quindi, (almeno) due dei tre criteri di risarcibilità del danno non patrimoniale, contemplati dalle sentenze delle Sezioni unite della Corte di Cassazione nn. 26972, 26973, 26974 e 26975 dell’11 novembre 2008: la previsione di legge ordinaria (per l’appunto, l’art. 15, II co., del Codice) e la lesione di un diritto inviolabile della persona costituzionalmente garantito (generalmente ricondotto all’art. 2 della Costituzione, o all’art. 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea).

Per ottenere il risarcimento ex art. 15 non è sufficiente, pertanto, la (mera) violazione delle norme del Codice, e non è sufficiente neppure la lesione (in sé) di un diritto della personalità dell’interessato. È necessario, invero, allegare e provare (eventualmente anche per mezzo di presunzioni ex art. 2729 c.c.), un concreto pregiudizio alla sfera personale/relazionale del danneggiato, generalmente atteggiantesi in guisa di sofferenza interiore ovvero di alterazione peggiorativa di pregresse abitudini di vita. E questo pregiudizio deve essere anche grave e serio, onde rispettare l’ulteriore “filtro” di risarcibilità delineato dalle sentenze delle Sezioni unite sopra richiamate.

Sul punto, è intervenuta di recente una sentenza della Suprema Corte (la n. 16133 del 15.7.2014), la quale, premesso ancora una volta che “nella sua attuale ontologia giuridica (..) il danno risarcibile non si identifica con la lesione dell’interesse tutelato dall’ordinamento, ma con le conseguenze di tale lesione”, ha puntualizzato che “gravità della lesione e serietà del danno sono (..) connotazioni logicamente indipendenti dalla selezione (legislativa o giudiziale) del diritto/interesse giuridicamente rilevante e suscettibile di tutela aquiliana ai sensi dell’art. 2059 cod. civ., nel senso che esse presuppongono che tale selezione sia già avvenuta”. Occupandosi specificamente di un pregiudizio ex art. 15 d. lgs. n. 196/03, i giudici di legittimità hanno osservato che “la norma dell’art. 15, prevedendo espressamente come “risarcibile” il “danno non patrimoniale”, lascia impregiudicato il profilo della sussistenza, o meno, di una perdita (non patrimoniale) effettivamente subita dal danneggiato, non esibendo ulteriori indici significativi dai quali possa evincersi che l’interpositio legislatoris sia giunta a configurare un danno in re ipsa”.

Orbene, afferma il Tribunale, l’entità del pregiudizio (patrimoniale e non patrimoniale) invocato dall’attrice è correlata, nella sua stessa prospettazione, agli effetti deteriori che la diffusione del dato personale ebbe nella propria clientela. Elemento essenziale per la quantificazione del danno è dato, quindi, dall’estensione di tale diffusione, vale a dire dall’individuazione del numero di clienti che vennero a conoscenza della sussistenza del debito in capo alla professionista.

A fronte di gravi carenze di allegazione (prima ancora che di prova), scrive il giudice di Rimini, le fatture prodotte non provano alcunché, e non consentono di risarcire all’attrice alcun danno patrimoniale, per non essere emersa alcuna dimostrazione che la professionista abbia realmente “perso” dei clienti a causa del contegno di So.ri.t..

Per quel che riguarda il danno non patrimoniale, l’attrice non ha allegato alcuna circostanza che consenta di apprezzare un peggioramento nella propria sfera di abitudini, relazioni, rapporti professionali. Il pregiudizio che si profila, è, pertanto, unicamente quello per il disappunto, lo sdegno, la sofferenza interiore occorsa per avere appreso che ad alcuni clienti era stata inviata quella lettera, in relazione ad un credito di esiguo importo, che non le era neppure stato chiesto di pagare.

Sulla scorta di tali considerazioni, continua il Tribunale di Rimini, si può prendere, quale riferimento per la liquidazione equitativa del danno, qualche precedente di merito relativo alla materia in esame. Per esempio, il Tribunale di Roma, con sentenza del 6.12.2002, liquidò € 1.500,00 in favore del un socio di un circolo sportivo, al quale un curatore fallimentare aveva comunicato di vantare un credito nel confronti del primo; il Tribunale di Catania, con sentenza del 9.1.2007, liquidò € 7.000,00 all’esponente di una nota famiglia aristocratica, del quale erano stati resi noti, da un quotidiano locale, dati relativi al divorzio; il Tribunale di Genova (sentenza del 22.1.2016), in un caso in cui in una bacheca scolastica era stata affissa una graduatoria nella quale era stata illegittimamente indicata, accanto al nome di un’alunna, la sua condizione di portatrice di handicap, liquidò € 6.000,00 in favore della minore, € 4.000,00 in favore di ciascuno dei genitori ed € 1.000,00 in favore del fratello.

Pur concernendo casi identici a quello che qui occupa, non appaiono invece probanti, in ordine alla quantificazione del risarcimento, i precedenti del Tribunale di Ravenna portati dall’attrice. Nel primo, si dà conto della comunicazione del dato anche al “tribunale di Ravenna” e a (non meglio precisati) “altri organi istituzionali” (ciò che invece non risulta in alcun modo avvenuto nel caso dell’avv. X). In ordine al pregiudizio, la motivazione fa (rapido) cenno ad un’unica circostanza, vale a dire che alcuni clienti dell’avvocato gli avevano chiesto spiegazioni, senza che vi sia riferimento alcuno alla perdita di clientela o ad altro tipo di pregiudizio “esistenziale” nella sfera giuridica dell’attore. Viene quindi – del tutto apoditticamente – liquidata la somma di € 40.000,00, di cui € 10.000,00 imputati ad un danno patrimoniale sul quale non viene spesa neppure una parola.

Nella seconda sentenza del Tribunale ravennate (la n. 1828/06), relativa ad un ragioniere commercialista, si legge che i testimoni escussi (di cui si ignora il numero) avevano dichiarato di “non nutrire più la stessa fiducia di sempre” e di “aver rotto definitivamente i rapporti” con il professionista. Dopo di che, in assenza di alcuna notazione circa le modalità di manifestazione del pregiudizio, il danno non patrimoniale viene quantificato in € 30.500,00, sulla scorta della mera considerazione della violazione delle regole dettate dal Codice della privacy. Quanto al danno patrimoniale, dopo avere ritenuto non dimostrato un decremento degli introiti professionali dell’attore, viene ugualmente risarcita (con € 10.500,00) una (non meglio specificata) voce di “danno alla credibilità e/o immagine del professionista” (che non si comprende in che modo possa ascriversi alla sfera patrimoniale del danneggiato).

Ad avviso del Tribunale di Rimini, tali ultime pronunce sono quindi del tutto inattendibili in ordine alla liquidazione del danno, siccome completamente prive di qualsivoglia motivazione al riguardo. Il giudice perviene così ad una liquidazione equitativa del danno per una somma di € 1.000,00 per ogni cliente della zona di attività del professionista (Z e Y), e di € 500,00 per ciascuno degli altri (cinque) clienti residenti al di fuori dell’Emilia-Romagna. per un totale che, all’attualità, ammonta ad € 4.500,00.