Il legittimario è terzo rispetto al Trust lesivo della sua quota di riserva

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di DORIANA DE CRESCENZO, Dottoranda nell’Università Suor Orsola Benincasa

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Applicando la propria giurisprudenza in materia del regime della prova della simulazione (Cass. 27 ottobre 1984 n. 5515, Cass. 29 maggio 1995 n. 6031, Cass. 24 marzo 2006 n. 6632 , Cass. 26 marzo 2008 n. 7834; nonché Trib. Foggia  8 aprile 2014, App. Napoli 29 aprile 2013, App. L’Aquila  2 dicembre 2010), le Sezioni Unite con ordinanza 20 giugno 2014 n. 14041 stabiliscono che il soggetto legittimario che agisce per veder pronunciare la nullità di un contratto per lesione del diritto riservatogli dalla legge, assume la qualità di terzo rispetto alle parti del contratto. Applicando tale assunto al caso in esame, la Corte ritiene che la clausola di proroga della giurisdizione non è opponibile all’attrice, la quale non agisce nella qualità di beneficiaria del trust nè subentrando nella posizione del disponente ma agisce in qualità di terza contestando la stessa validità del negozio di destinazione realizzato dal padre.

La clausola di proroga della giurisdizione inserita nell’atto costitutivo di un “trust” vincola, oltre al costituente, i gestori e i beneficiari del “trust“, pur non firmatari della clausola, ove vengano in rilievo diritti e obblighi inerenti al “trust“, mentre non vincola i soggetti che rispetto al “trust” siano in posizione di terzietà, come l’erede del fondatore, qualora si assuma leso nei diritti di legittimario.

Il giudizio all’interno del quale viene sollevata la questione sulla giurisdizione ha ad oggetto un trust estero discrezionale denominato Buncher e finalizzato alla gestione di un ampio gruppo di società soprattutto estere e al cui interno, mediante successivi atti di disposizione, erano state conferite partecipazioni societarie.

Appare qui rilevante sottolineare che il trust oggetto della vicenda in esame sia un trust estero e quindi contraddistinto dall’esistenza di elementi di estraneità rispetto all’ordinamento italiano ed in particolare avente sia la sede del trust, sia l’oggetto del trust found, afferenti a paesi diversi dall’Italia. Questa precisazione evidenzia le peculiarità della fattispecie poiché trattasi di una delle poche ipotesi nella quale i giudici italiani hanno dovuto occuparsi di trust stranieri e non di trust cosiddetti interni per i quali da anni dottrina e giurisprudenza discutono in merito alla loro validità e riconoscibilità nell’ordinamento italiano (per l’ampio dibattito si veda GATT, Dal trust al trust, Storia di una chimera, II ed., Napoli, 2010, GATT, Il trust interno. La nullità della clausola di rinvio alla legge straniera nei trust interni, in La nuova giurisprudenza civile commentata, 2013, p. 622-643).

L’atto costitutivo di trust destinatario del provvedimento qui in esame, indicava quali beneficiari finali i figli e discendenti del disponente legittimi, legittimati, illegittimi o adottati ma successivamente introduceva la palese esclusione dei figli nati fuori dal matrimonio: “whether legitimate, legitimated,  illegitimate  or  adopted; but   shall   exclude   any   illegitimate   person   and   his descendants”. L’attrice era figlia del disponente ma nata fuori dal matrimonio e pertanto direttamente esclusa dai beneficiari del trust in esame. Per tali ragioni decide di agire con l’intento di vedersi pronunciare la nullità del trust per illeceità della causa ed in particolare perché istituito con lo scopo illecito di impedire alla stessa l’esercizio dell’azione di riduzione e dei rimedi esperibili in caso di violazione della quota di legittima.

Durante il giudizio i convenuti, figli del disponente nati durante il matrimonio, eccepivano difetto di giurisdizione ed il giudice istruttore del Tribunale di Udine prima rigettava le istanze cautelari sollevate dall’attrice per non manifesta infondatezza della suddetta eccezione, ed in un secondo momento,  pronunciava sentenza declinatoria della giurisdizione ex art. 281 sexies c.p.c.

Nella decisione in esame, la Suprema Corte affronta preliminarmente l’eccezione di inammissibilità del regolamento preventivo di giurisdizione sollevata dai controricorrenti e fondata in primo luogo sul rigetto delle domande cautelari presentate nel primo grado del giudizio ed in secondo luogo sulla mancata impugnazione della sentenza declinatoria della giurisdizione emessa dal giudice di merito.

In riferimento al primo motivo la Corte ribadisce il consolidato principio di diritto per il quale l’inammissibilità della domanda cautelare attiene alla mancanza dei requisiti della stessa, e nel caso di specie all’assenza del fumus boni iuris, e non all’asserita mancanza di giurisdizione del giudice adito. Come in precedenza affermato, l’emanazione di provvedimenti cautelari non preclude la proposizione del regolamento preventivo di giurisdizione poiché tali provvedimenti non possono essere assimilati ad una decisione sul merito ex art. 41 c.p.c.

Per quanto attiene all’efficacia della sentenza declinatoria della propria giurisdizione emessa dal Tribunale di Udine ai sensi dell’art. 281 sexies c.p.c., la Corte ribadisce che tale decisione non può influire sul già instaurato procedimento volto ad ottenere la pronuncia della Suprema Corte in materia di giurisdizione. In particolare la Suprema Corte precisa che tale ricostruzione si fonda sull’impossibilità per il giudice di merito di incidere con proprie scelte processuali sul già incardinato procedimento, con la duplice conseguenza che ogni pronuncia del giudice del merito dovrà ritenersi condizionata alla conferma della giurisdizione e che l’interesse dell’attrice a presentare il ricorso per regolamento di giurisdizione deve ritenersi ancora esistente.

Trattando della questione di giurisdizione prospettata, la Suprema Corte definisce preliminarmente l’oggetto della controversia, ed analizzando il petitum riportato nell’atto di citazione, che espressamente si riferisce all’inefficacia del trust e dei conseguenti negozi di conferimento per nullità o inopponibilità all’ordinamento italiano, arriva alla conclusione che non si tratti di controversia strictu sensu ereditaria.  La Corte precisa che poiché negli atti introduttivi del giudizio manca un’espressa richiesta volta a ottenere la riduzione per lesione di legittima o la divisione dei beni ereditari, per le quali la ricorrente si riserva solo di agire successivamente,  la vicenda successoria non compone l’oggetto diretto della vicenda ma resta sullo sfondo della stessa, e tale ricostruzione esclude l’applicabilità al caso in esame di quella consolidata giurisprudenza della Corte (ex multis S.U. 15 marzo 2012, n. 4132) per cui la giurisdizione deve ritenersi incardinata in Italia nel caso di cittadinanza italiana del de cuius.

Al fine di statuire sulla giurisdizione, la Corte analizza la clausola di proroga a favore delle Corti d’Inghilterra e Galles presente nell’atto costitutivo del trust, confermandone la validità in applicazione dell’art 23 del Regolamento europeo 2001/44 (dal 1 gennaio 2015 sostituito dal Regolamento 2012/1215 – Bruxelles bis) e della Convenzione di Lugano del 30 ottobre 2007 . Il tenore della clausola in oggetto è il seguente: “The proper law of this Trust shall be that England and Wales. All rights under this Deed and its construction and effect shall be subject to the jurisdiction of the courts, and construed according to the laws, of England and Wales. The courts of England and Wales shall be the forum for the administration of these trusts”.

La clausola di proroga della giurisdizione è ritenuta ammissibile poiché il suo contenuto è chiaro e conforme a quanto previsto dall’art 23 del Regolamento 2001/44 ma è proprio tale dato normativo a dar vita ad un palese problema interpretativo. La norma, infatti, limita l’efficacia della clausola di proroga alle azioni contro un fondatore, un trustee o un beneficiario di un trust, ove si tratti di relazioni tra tali persone o di loro diritti od obblighi nell’ambito del trust scegliendo quindi di limitarne l’ambito applicativo sia dal punto di vista soggettivo (contro disponente, trustee e beneficiari e relazioni tra loro) sia dal punto di vista oggettivo (diritti od obblighi nell’ambito del trust) (GATT, Dal trust al trust, Storia di una chimera, II ed., Napoli (Editoriale Scientifica), 2010, p. 4) .

Preliminarmente appare rilevante evidenziare come tale scelta legislativa sia il risultato di un’opera di mediazione tra l’istituto tradizionale del trust avente origine nei paesi di common law ed il trust, così come trapiantato nei paesi di civil law. Questa premessa serve a giustificare la particolarità della scelta legislativa di disciplinare espressamente la clausola di deroga della giurisdizione inserita nei trust, scelta che per la dottrina d’oltremanica appare inconsueta (MATTHEWS, what is a trust jurisdiction clause?, in Jersey law rev., 2003),  e fa sorgere notevoli problematiche nella necessità di definire il concetto di “parte” del trust.

Il problema trova la sua origine nella riferibilità del consenso posto alla base della clausola di deroga. Si ritiene infatti che la scelta del legislatore comunitario sia fondata sul presupposto che i soggetti indicati dalla norma abbiano in qualche modo contribuito o comunque  abbiano accettato gli effetti della clausola di deroga,  con la conseguenza che la stessa potrà ritenersi loro opponibile. Il soggetto terzo, diversamente, non ha alcun legame con l’atto che la contiene e non può quindi subirne gli effetti. Come prima sostenuto tale assunto pone non pochi problemi operativi poiché impone di definire il concetto di terzietà rispetto al trust e conseguentemente di definire l’opponibilità della clausola nonostante l’unilateralità della sua predisposizione ad opera del settlor.

Partendo dal dato normativo in esame pare debba escludersi una riferibilità della clausola al solo dato formale della sottoscrizione, ricostruzione confermata dal dato letterale che prevede nell’elencazione suddetta la presenza dei beneficiari, notoriamente non qualificabili come parti formali dell’atto di trust.

La Suprema Corte, per delimitare l’ambito di opponibilità della clausola e conseguentemente tracciare una definizione di terzietà rispetto alle parti del trust, fa riferimento ad un concetto di “paternità” della clausola. Paternità che viene negata alla ricorrente in quanto la stessa contesta la validità dell’atto di trust e si pone in posizione antagonista rispetto allo stesso, non chiedendo né di esserne riconosciuta beneficiaria, né operando quale erede del disponente e quindi subentrando nella sua situazione giuridica.

Appare rilevante a questo punto analizzare il percorso argomentativo operato dalla Corte per giungere alla decisione in commento.

La Corte, come in precedenza rilevato, pur escludendo il carattere ereditario della controversia, definisce l’attrice legittimaria e terza rispetto all’atto di trust dalla stessa impugnato in quanto ritenuto illecito poiché lesivo della sua quota di riserva. Il problema principale che emerge dalla decisione in commento attiene quindi alla delimitazione del petitum e dalla poca chiarezza della domanda sollevata dalla ricorrente. In particolare, come ben evidenzia il Procuratore Generale, l’azione è volta da un lato all’ottenimento di una pronuncia di nullità degli atti dispositivi del de cuius, dall’altro all’ottenimento da parte dell’attrice, del riconoscimento della qualifica di beneficiaria del trust stesso, per il quale inoltre l’attrice aveva agito parallelamente anche innanzi a tribunali svizzeri.

Appare quindi chiaro che la scelta preliminare da compiere attenga alla delimitazione dell’oggetto della controversia. Se si ritenesse, così come ha fatto la Corte, che si tratti della nullità degli atti dispositivi, allora appare coerente insistere sulla terzietà dell’attrice alla quale quindi la clausola di deroga non può ritenersi opponibile; diversamente ove si insistesse sul riconoscimento della posizione di beneficiaria del trust, la situazione andrebbe capovolta e forse l’attrice non potrebbe più ritenersi terza rispetto ad un atto del quale presuppone la validità e di cui chiede addirittura l’estensione nei propri confronti.

Tra le due possibili ricostruzioni, la Corte decide di qualificare la causa in esame come relativa all’azione di nullità del trust, per illiceità della causa e quindi, per le considerazioni appena fatte, ritiene la clausola di proroga non opponibile all’attrice operando un parallelismo con quanto sostenuto in precedenti pronunce attinenti alla prova nell’ambito dell’azione di simulazione. Occorre qui precisare che il richiamo della giurisprudenza in tema di simulazione non è fondato sull’assimilazione del contratto simulato ad un contratto nullo (assimilazione oggetto di vivi contrasti in dottrina MESSINEO, Il contratto in genere, II, in Trattato di dir.civ. e comm., dir. da Cicu-Messineo, Milano, 1973, p.557 e BIANCA, Diritto civile, vol.III, Milano, 2000, soprattutto alla luce delle differenti tutele offerte dall’art. 2652 cc ai terzi); ma viene operato solo in funzione dell’analisi della posizione del legittimario nei confronti di un atto di cui contesta la validità nei propri confronti senza però chiederne la riduzione per lesione della quota di legittima. In questo senso appare condivisibile ritenere che l’interesse della ricorrente di contrastare l’operatività degli atti di disposizione, si collochi come estraneo allo stesso atto ed anzi, come sostenuto dalla Corte, in posizione antagonista, paragonabile a quella del terzo rispetto al contratto simulato. Nei precedenti all’esame della Corte, infatti, il discrimen tra legittimario terzo e legittimario erede in riferimento all’applicabilità dei limiti della prova in tema di simulazione di cui all’art. 1417 c.c., è sempre stato rinvenuto nell’antagonismo dell’attore rispetto all’atto impugnato, antagonismo che esclude pertanto, l’agire in continuazione della posizione giuridica del de cuius. In particolare il legittimario è da considerarsi terzo se agisce per far valere un diritto proprio (Cass. Civ. Sez. II, 20868/04,  Cass.Civ. Sez.II, 9956/07) per il quale successivamente al vittorioso esperimento dell’azione di simulazione potrà agire in riduzione ed è al contrario da considerarsi parte se agisce per ottenere il conferimento dal bene oggetto del contratto simulato alla massa ereditaria, agendo in questa ipotesi quale erede e potendo quindi essere considerato parte del contratto impugnato essendo subentrato nella posizione giuridica del de cuius (Cass.Civ. Sez.II, 4021/07). Il discrimen è pertanto da rinvenirsi esclusivamente nell’interesse per il quale l’attore agisce ed in particolare nella necessità che lo stesso agisca successivamente anche in riduzione per vedersi poi riconoscere la qualità di erede. Al contrario, ove lo stesso agisse presupponendo la sua qualità di erede, dovrebbe escludersi la sua qualificazione quale terzo rispetto agli atti impugnati.

Nella parte finale della sentenza in commento, la Corte ritiene non rilevante ai fini della propria decisione, che il trust abbia il proprio domicilio in Gran Bretagna.

In particolare la Corte ritiene che per determinare la competenza giurisdizionale, la regola prevista dall’art. 4 del Regolamento CE 351/2007, del domicilio del convenuto, e la regola speciale di cui all’art. 7.6 che prevede che la controversia si instauri nello stato nel quale il trust ha il domicilio, possano considerarsi tra loro alternative. In realtà tale assunto non è pacifico ed anzi la dottrina prevalente (FRIGESSI DI RATTALMA, La competenza giurisdizionale in materia di trust nel Regolamento comunitario n. 44/2001, in Riv. dir. int. priv. Proc, 2003; GATT, Dal trust al trust, Storia di una chimera, II ed., Napoli, 2010, p. 50 ss) ritiene che nel caso di rapporti esterni al trust, l’unica norma applicabile sia l’art. 4 del Regolamento che prevede quale criterio per determinare la giurisdizione, il domicilio del convenuto. L’alternatività tra la regola generale e quella speciale, viene invece riconosciuta pacificamente nel caso di rapporti interni al trust, per i quali, come si è visto, le figure del settlor, del trustee o dei beneficiari, assumono particolare rilevanza. Tale ricostruzione trova il proprio fondamento nel dettato normativo di cui all’art. 7.6 che consente di convenire il trustee, il settlor o i beneficiari nello stato nel quale il trust ha il proprio domicilio. Si tratta quindi di soggetti interni al trust per i quali la qualifica soggettiva viene considerata criterio sufficiente per far si che la competenza giurisprudenziale sia attratta dal foro nel quale il trust ha il proprio domicilio.

Appare quindi contestabile l’assunto della decisione in commento che, senza alcuna motivazione ma procedendo en passant, assimila le due vicende avendo invece preliminarmente qualificato il rapporto oggetto della controversia come esterno rispetto al trust in virtù della posizione antagonista dell’attrice.

Sarebbe stato forse preferibile, nell’ottica di una migliore intellegibilità del provvedimento, quantomeno accennare alle due possibili ricostruzioni in tema di applicabilità della regola speciale del domicilio del trust anche ai rapporti esterni per poi optare per la prevalenza della scelta operata dall’attrice di convenire le parti innanzi al giudice italiano secondo la regola del domicilio.

La pronuncia in commento risulta interessante non solo dal punto di vista del ragionamento giuridico ivi contenuto ma anche in chiave prospettica. Nel dovere di informazione che incombe sul professionista chiamato a redigere un atto di trust o come consulente per lo stesso, deve infatti ritenersi compreso anche il dovere di rendere edotto il cliente in merito ai costi e le strategie da sostenere nell’eventuale fase patologica del rapporto. Queste valutazioni derivano in larga parte dalla possibilità di prevedere innanzi a quale organo giudicante e soprattutto in quale paese, potrà incardinarsi un eventuale giudizio. Alla luce della ricostruzione fin qui proposta, appare quindi interessante domandarci se possa in qualche modo prevedersi quando la controversia relativa ad un trust sarà incardinata innanzi al giudice italiano.

Sulla base di quanto affermato dalla sentenza in commento, e delimitando l’area di questa indagine alle sole controversie rientranti nell’ambito di applicazione del Regolamento Ce, appare possibile sostenere che per i rapporti esterni al trust, avremo l’inopponibilità a terzi della clausola di deroga e, in continuazione con la dottrina prevalente, la sola applicazione dell’art. 4 del Regolamento (domicilio del convenuto); per i rapporti interni al trust sarà invece possibile prevedere e indirizzare la competenza giurisdizionale inserendo una clausola di deroga in favore dei giudici italiani – opponibile alle “parti” del trust – oppure in assenza di questa, si dovrà fare riferimento al domicilio del convenuto italiano (art. 4 Reg.) o ancora al domicilio del trust (art. 7.6 Reg).

L’ultima ipotesi del domicilio del trust, appare però molto complessa perché lo stesso Regolamento CE, all’art. 63, affida la determinazione del domicilio del trust alle norme di diritto internazionale privato del singolo stato le cui autorità giurisdizionali siano state adite, e quindi nel caso di controversia sorta in Italia, il diritto internazionale privato da considerare per la definizione di domicilio, è senza dubbio la Convenzione del L’Aja del il 1° luglio 1985 al cui interno però non rinveniamo una definizione di domicilio del trust (per una disamina delle possibili ricostruzioni in tema di domicilio del trust si veda LUPOI, Legge applicabile, giurisdizione, competenza, in I professionisti e il trust, Ipsoa, 2009, p. 179-203).

A questo punto per uscire dall’empasse si potrebbe forse immaginare di procedere ad un’applicazione analogica  di quella dottrina formatasi in materia di trust inglese per cui con domicilio del trust ci si riferisce al paese la cui legge è stata scelta nell’atto di trust oppure quella richiamata, in mancanza di espressa previsione, dall’art. 7 della Convenzione (MALATESTA, il trust nel diritto internazionale privato e processuale italiano, tratto dagli Atti del Convegno “il trust: disciplina giuridica e profili applicativi”, Università di Castellanza 23 giugno 2003). Ciò implica che, per il tramite del criterio della sede legale e l’art. 7.6 del Regolamento, la giurisdizione italiana non potrebbe mai sussistere laddove si ritenesse, come parte della dottrina ancora sostiene, l’Italia un paese no trust, ovvero un paese che non prevede al proprio interno tale istituto (FRIGESSI DI RATTALMA, La competenza giurisdizionale in materia di trust nel regolamento comunitario n. 44\2001, in Riv. dir. internaz. priv. e proc., 2003, p. 796 ss.).

Arriviamo quindi ad un paradosso: la giurisdizione italiana verrebbe riconosciuta  – nei rapporti interni – per il tramite di una clausola di deroga della giurisdizione in favore di un giudice italiano, eventualmente anche contenuta in trust internazionali o stranieri, senza alcun legame con l’Italia e qualsiasi sia la legge regolatrice del trust, ma allo stesso tempo verrebbe negata, in caso di mancanza della clausola di proroga, nelle ipotesi di trust interno, nel quale vi siano elementi più strettamente connessi con l’Italia ma l’azione – nei rapporti interni – sia instaurata innanzi al giudice dello stato nel quale il trust ha il domicilio.

Per ovviare a tale disparità di trattamento, che ci appare priva di qualsiasi utilità pratica, potrebbe essere interessante procedere ad una diversa ricostruzione, e partendo dal disposto dell’art. 19 del testo Convenzionale che non pregiudica l’applicazione delle disposizioni in materia fiscale, si potrebbero traslare nell’ambito civilistico le conclusioni a cui sono pervenuti il legislatore e la dottrina nell’ambito di applicazione delle imposte dirette dei redditi ed in particolare in riferimento all’individuazione della sede del trust.

In particolare, secondo i criteri generali di cui all’art. 5 let. d) del T.U.I.R. ed all’art. 73 comma 3 della stessa legge, una società o un ente si considerano residenti se per la maggior parte del periodo di imposta hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale, nel territorio dello Stato. Per il trust nulla di diverso è specificato (tranne per le due presunzioni di residenza di cui si dirà oltre) e possiamo quindi chiederci se e in quale misura questi criteri siano utilizzabili per l’istituto a seguito di un’interpretazione di tipo analogico.

Il criterio della sede legale non sembra utilizzabile poiché si riferisce al luogo in cui si è perfezionato il procedimento di costituzione della “società”. Si tratta in particolare di un criterio formale secondo cui sono residenti in Italia le società o gli enti ivi costituiti ed è un criterio finalizzato ad evidenziare un collegamento tra l’ente e la collettività in cui si inserisce  sottolineando l’esistenza di una connessione con l’ordinamento giuridico di appartenenza. Per il trust non sembra possibile dire lo stesso, in primo luogo perché il luogo di costituzione non implica una reale connessione con l’ordinamento in riferimento almeno alla disciplina applicabile, ed in secondo luogo volendo riferirsi al mero criterio formale questo sarebbe facilmente eludibile spostandosi per la costituzione dell’atto in altro Stato. Dal punto di vista sostanziale si ricordi poi come il trust sia definito come un rapporto giuridico e pertanto intrinsecamente privo di sede legale, come ribadito anche dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare 48/e del 2008 (a nulla rilevando l’entificazione avvenuta in ambito tributario per le imposte dirette, scelta operativamente coerente con il sistema, ma non estendibile in ambito civilistico, in tal sento MORACE PINELLI, Struttura dell’atto negoziale di destinazione e del trust, anche alla luce della legislazione fiscale, ed azione revocatoria, in Contr.Impr., 2009, p. 448ss.).

Il criterio della sede dell’amministrazione sembra utilizzabile ma deve esserne correttamente definito l’ambito di applicazione. L’Agenzia si riferisce alla sede dell’amministrazione come al luogo in cui esiste un’organizzazione o in mancanza, alla sede del trustee. In realtà con il criterio dell’amministrazione ci si riferisce, in virtù anche dei principi internazionali, a quel centro volitivo da cui promanano le scelte inerenti all’attività di indirizzo dell’ente. Nel caso di un atto di trust, tanto potrà parlarsi di amministrazione quando ci siano delle decisioni da assumere, quando il trustee deve effettuare delle scelte di gestione e di indirizzo tali per cui sia corretto imputare a questo l’amministrazione del trust. Non potrà al contrario parlarsi di amministrazione nel caso di un trust che implichi la sola segregazione di alcuni beni, o il solo godimento degli stessi, prescindendo da qualsiasi attività di investimento o gestione.

Il criterio dell’oggetto principale viene ridotto nell’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate nel caso di trust con beni immobili, al luogo in cui si trovano gli stessi. In realtà il criterio dell’oggetto principale è meglio specificato dal legislatore al comma 4 dell’art. 73 T.U.I.R. che indica come l’oggetto principale sia l’attività essenziale per realizzare direttamente gli scopi primari indicati dalla legge dall’atto costitutivo o dallo statuto.

Sempre nell’ambito della determinazione della sede del trust ai fini fiscali occorre tener conto che il legislatore è intervenuto con due presunzioni in tema di residenza volte ad attrarre in Italia la riferibilità di trust con elementi all’estero. Le disposizioni sono state inserite al comma 3 dell’art.73 T.U.I.R. questa volta specificamente in materia di trust, e la Circolare 48/e motiva queste scelte con l’intento di evitare fittizie localizzazioni e finalità elusive nei casi in cui i trust detengano con l’Italia delle connessioni di carattere soggettivo o oggettivo.

La prima presunzione prevede che si considerino residenti nel territorio dello Stato salvo prova contraria i trust e gli istituti aventi analogo contenuto, istituiti in Paesi che non consentono lo scambio di informazioni (paesi non inclusi nella cosiddetta “white list” approvata con decreto del Ministro delle Finanze 4 settembre 1996 e successive modificazioni) quando almeno uno dei disponenti ed almeno uno dei beneficiari siano fiscalmente residenti nel territorio dello Stato. La seconda presunzione è invece incentrata sulla localizzazione degli immobili costituiti in trust e prevede che si considerino inoltre residenti nel territorio dello Stato i trust istituiti in uno Stato diverso da quelli indicati nel citato decreto del Ministro delle Finanze 4 settembre 1996, quando, successivamente alla loro costituzione, un soggetto residente nel territorio dello Stato effettui in favore del trust un’attribuzione che importi il trasferimento di proprietà di beni immobili o la costituzione o il trasferimento di diritti reali immobiliari, anche per quote, nonché vincoli di destinazione sugli stessi.

I criteri analizzati hanno l’indubbio vantaggio di collegare il trust con Stato con cui esso realmente si interfaccia ed opera e consentono una valutazione concreta che tenga conto delle caratteristiche del singolo negozio e degli effetti che produce.

L’interpretazione dei criteri d’individuazione della sede, così come ipotizzata, comporterebbe l’innegabile pregio di individuare criteri determinati a cui fare riferimento per l’individuazione del domicilio del trust  e, ove traslata in ambito civilistico  comporterebbe l’indubbio vantaggio di riuscire a riportare innanzi al giudice nostrano quelle vicende  – interne – attinenti ad un trust i cui elementi principali sono già più strettamente connessi con l’Italia, ma sottoposto a legge straniera sulla scia della contestabile ricostruzione di parte della dottrina in materia di trust interno.

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Questa Nota può essere così citata:
D. DE CRESCENZO, Il legittimario è terzo rispetto al Trust lesivo della sua quota di riserva, in Dir. civ. cont., 7 marzo 2016