Valore probatorio della quietanza rilasciata per conto del (con)creditore e nullità del contratto preliminare ex art. 30 co. 2 TU edilizia. Considerazioni critiche a margine di una recente pronunzia della Cassazione

Anno III, Numero I, gennaio/marzo 2016

di ENRICO CAMILLERI, Ordinario nell’Università di Palermo

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A poco più di un anno dall’intervento nomofilattico che ha ricondotto a mera analogia legis l’ascrizione alla quietanza di pagamento del regime della confessione stragiudiziale (Cass. Sez. Un., 22 settembre 2014, n. 19888, in I Contratti, 2015, 147 e ss.), la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23128 del 12 novembre 2015 resa dalla Sezione II, è tornata sull’argomento, muovendo però in questo caso da premesse ricostruttive – ed approdando ad esiti – che, a ben vedere, non solo deflettono dal solco dell’autorevole precedente, ma a tal punto esasperano alcune tensioni interne alla tessitura concettuale della fattispecie di cui all’art. 1199 c.c., da mettere capo ad autentici paradossi.

Questi in breve i fatti di causa.

Concluso un preliminare di vendita avente ad oggetto un immobile in comproprietà, due coniugi si rifiutano di dar seguito all’obbligo di contrarre precedentemente assunto, pur ad onta dell’essersi verificati taluni significativi effetti anticipati della fattispecie traslativa, tra cui il pagamento integrale del prezzo convenuto per il (successivo) trasferimento del dominio e l’anticipata immissione nel godimento del bene. Segue così la proposizione, da parte del promissario acquirente, di una domanda volta ad ottenere sentenza costitutiva di trasferimento ex art. 2932 c.c., accolta in primo grado dal Tribunale.

La pronunzia di prime cure viene quindi impugnata da uno dei due promittenti alienanti, che innanzitutto eccepisce la nullità del preliminare concluso, stante la mancata allegazione del certificato di destinazione urbanistica del bene promesso in vendita; ed ancora contesta di aver ricevuto quota parte del prezzo anticipatamente versato, ad onta dell’avvenuto rilascio di quietanza al solvens per l’intera cifra, ad opera dell’altro creditore-promittente alienante pure per suo conto, oltre che in sua presenza.

La Corte d’Appello di Venezia rigetta il gravame concernente la contestazione del valore probatorio della quietanza, richiamandone il rigidissimo regime di impugnabilità che discende dalla nota assimilazione alla confessione stragiudiziale; non si pronunzia invece in merito alla sollevata eccezione di nullità del preliminare.

Da qui la proposizione, sempre ad opera del promissario acquirente, dell’ulteriore ricorso per Cassazione, articolato su due motivi di censura della sentenza d’appello: l’omessa pronunzia della corte veneziana sulla eccezione di nullità (formale) del preliminare e l’attribuzione alla quietanza di valenza confessoria anche rispetto alla posizione del creditore per conto del quale il concreditore solidale abbia ricevuto il pagamento e reso la dichiarazione di quietanza per l’intero.

Ebbene, ad avviso della Suprema Corte, l’omessa allegazione al preliminare del certificato di destinazione urbanistica dell’immobile promesso in vendita non importa la nullità del contratto, ex art. 18 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (applicabile ratione temporis alla fattispecie ma oggi sostituito dall’art. 30, comma 2 del DPR 380/2001), in virtù dell’indole meramente obbligatoria degli effetti da esso scaturenti. Inoltre, la natura di confessione stragiudiziale della quietanza ed i suoi corollari effettuali, costituiti, fra l’altro, dai limiti alla sua impugnabilità (ex art. 2732 c.c.), non si estenderebbero al di là del titolare del diritto di credito quietanzante/confitente, così dunque da non toccare la posizione del concreditore nel cui interesse – ed alla cui presenza – pure si sia ricevuto il pagamento e se ne sia data attestazione al solvens.

Alla stregua di questa breve sintesi, due risultano pertanto le questioni sostanziali su cui il Supremo Collegio si è pronunciato: la validità o meno di un preliminare al quale non sia allegato il certificato di destinazione urbanistica dell’immobile promesso in vendita, come viceversa richiesto dall’art 30, comma 2 del DPR 380/2001 (già art. 18 della legge 28 febbraio 1985, n. 47); e, soprattutto, la valenza probatoria di una dichiarazione di quietanza resa da uno solo dei creditori in solido anche per conto dell’altro.

Come detto in apertura e meglio si chiarirà fra breve, le maggiori perplessità si appuntano certo sulla parte del decisum concernente la dichiarazione di quietanza; qualche considerazione critica merita però anche l’iter argomentativo seguito dalla Corte in punto di preliminare.

La contrattazione preliminare, epicentro di tensioni interpretative mai sopite, da qualche tempo è invero protagonista di una accentuata centralità nel dibattito scientifico, complici certo le più recenti spinte evolutive/adattative provenienti dalla prassi immobiliare ed in parte persino approdate a cristallizzazione positiva, nonché alcuni importanti arrêts della giurisprudenza di legittimità.

Basti dire, nella prima direzione, delle ennesime varianti tipologiche maturate nel segno della procedimentalizzazione della fattispecie traslativa e dei suoi effetti, costituite dal c.d. help to buy (vedi And. FUSARO, Rent to buy, Help to buy, Buy to Rent, tra modelli legislativi e rielaborazioni della prassi, in Contratto e Impresa, 2014, 419 e ss.) e soprattutto dallo schema del “Rent to buy” , di recente conio legislativo (art. 23 del d.l. 12 settembre 2014, n. 133, conv. l. 11 novembre 2014, n. 164) e le cui affinità con il contratto preliminare, oltre che esplicite per via del richiamo all’articolo 2645-bis operato dalla norma che lo consacra, non tardano a rivelarsi anche in punto di causa.

Sul fronte giurisprudenziale, invece, possono senz’altro ricordarsi alcune pronunzie di legittimità, tra cui quella delle Sezioni Unite in tema di non opponibilità degli effetti dell’intervenuto scioglimento del contratto (ai sensi dell’art. 72 L. Fall.) al promissario acquirente che abbia trascritto la domanda ex art. 2932 c.c. prima della trascrizione della sentenza dichiarativa del fallimento e che abbia successivamente ottenuto (e trascritto) sentenza costitutiva (Cass. Sez. Un. 16 settembre 2015, n. 18131, in Il Fallimento, 2015, 1284 e ss. , con note di L. BALESTRA e I. PAGNI); quella, ancora delle Sezioni Unite, in tema di preliminare di preliminare (Cass. Sez. Un. 6 marzo 2015, n. 4628, in Dir. civ. cont. 9 giugno 2015 con nota di U. STEFINI, Secondo le Sezioni Unite il “preliminare di preliminare” è valido; anzi no; in Dir. civ. cont., 14 maggio 2015, con nota di A. PLAIA, Da “inconcludente superfetazione” a quasi contratto: la parabola ascendente del “preliminare di preliminare”; in Dir. civ. cont. 11 maggio 2015 con nota di A.M. BENEDETTI, Autonomia di procedimenti formativi? La vicenda del «preliminare di preliminare»), nonché infine il revirement che ha esteso al preliminare la nullità (letta in chiave sostanziale) derivante dagli artt. 17 e 40 della legge 47/85 (Cass. 17 ottobre 2013, n. 23591, in I contratti, 2014, 660 e ss. con nota di N.A. VECCHIO).

Senonché, giusto quest’ultima importante decisione, costituendo il più prossimo precedente in termini della sentenza in commento fa anche risaltare gli elementi di discontinuità interpretativa che essa introduce, nel segno, al di là del pur plausibile merito della decisione assunta, del recupero di una impostazione formalistica che si auspicava ormai in via di definitivo superamento.

Invero, l’articolo 18, comma 2, della legge n. 47 del 1985, ieri, e l’art. 30, comma 2, del D.P.R. n. 380 del 2001 (c.d. Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia), oggi, prevedono che gli atti tra vivi aventi ad oggetto costituzione, trasferimento o scioglimento di comunione di diritti reali (di terreni) siano nulli laddove ad essi non venga allegato il certificato di destinazione urbanistica “contenente tutte le prescrizioni urbanistiche riguardanti l’area interessata”; il contratto preliminare, d’altra parte, quand’anche ad effetti anticipati, non importa alcun effetto traslativo, ergo non può essere annesso allo spettro d’azione della disposizione in questione ed all’effetto caducatorio che ne scaturisce: così, per lo meno, opina la Suprema Corte con la pronunzia del novembre 2015, nel solco di un consolidato indirizzo interpretativo (tra le molte si vedano Cass. 23 giugno 2011, n. 19219; Cass. 28 maggio 2010, n. 13117, in Giust. Civ. Mass., 2010, 5) .

Gli è però che a diverso iter argomentativo avrebbe forse dovuto indurre il condivisibile revirement del 2013, prima richiamato (in argomento si veda BUTERA, Normativa urbanistica e contratto preliminare, in ODCC, 2015, 227 e ss.), allorchè, in una con l’avallo ad una lettura in chiave anche sostanziale – oltre che formale – della nullità di cui agli artt. 17 e art. 40 della legge 47/85 (il primo dei quali oggi sostituito dai commi 1 e 4 dell’art. 46, DPR 380/2001), i giudici di legittimità hanno affermato a chiare lettere come l’efficacia solo obbligatoria del contratto preliminare non elimini la circostanza che dal punto di vista logico “non può essere valido il contratto preliminare il quale abbia ad oggetto la stipulazione di un contratto nullo per contrarietà alla legge”.

Si è così abbracciata una lettura senz’altro più moderna del contratto preliminare di compravendita, che vi scorge non più la mera “preparazione” della vicenda traslativa ma già la predisposizione della più parte dei suoi contenuti regolamentari quando non anche effettuali, specie in presenza di preliminare ad effetti anticipati (sia consentito rinviare a CAMILLERI, Dal preliminare ai preliminari: la frammentazione dell’istituto e la disciplina della trascrizione, in Contratto e Impresa, 1999, 98 e ss.); di talchè, coerentemente, anche in punto di oggetto dell’impegno traslativo si è reputato non esservi ragione per non anticipare già allo stadio del Vorvertrag l’apprezzamento ed il controllo sulla commerciabilità dei beni, nonché l’ossequio alle disposizioni che si incaricano dell’azione di contrasto all’abusivismo edilizio, tanto più considerata l’attitudine del preliminare a tener luogo esso stesso del contratto definitivo non concluso, per il tramite della sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c.

Potrebbe anzi aggiungersi, per completezza e proprio sulla scorta delle considerazioni che precedono, come financo l’interpretazione evolutiva suggellata dalla sentenza n. 23591 del 2013, prima richiamata, abbia finito con il peccare essa stessa per difetto, avendo sì esteso al contratto preliminare la sola nullità sostanziale ex artt. 40 l. 47/85 e 46 DPR 380/2001 ma non anche quella formale, laddove viceversa anche la non corretta menzione degli estremi dei titoli edilizi interferisce negativamente con la spedita eseguibilità in forma specifica del vincolo a contrarre e ridonda in un aggravio di documentazione da produrre in giudizio (i titoli edilizi, appunto) a carico del promissario acquirente che intenda ottenere sentenza costitutiva (per analoghe valutazione cfr già G. RIZZI, Circolazione degli immobili e normativa edilizia, in Notariato, 2015, 483 e ss., ma spec. 491).

Tornando, comunque, al commento della sentenza n. 23128 del 2015, non può sfuggire certo la non perfetta identità tra la comminatoria (di nullità) di cui all’art. 30, comma 2 del TU edilizia, da un lato, e quelle di cui agli artt. 46, commi 1 e 4, D.P.R. 380/01 e art. 40, legge 47/1985, dall’altra; ciò essendo la prima caratterizzata da una maggiore flessibilità delle seconde ai fini della sanabilità del vizio mediante conferma, che pure è tratto “speciale” che l’una e le altre accomuna (sulla conferma della disposizione negoziale nulla si vedano in generale GAZZONI, L’attribuzione patrimoniale mediante conferma, Milano, 1974, passim; ROPPO, Il contratto, Milano, 2011, 802-804).

Basti osservare che alla previsione dell’art. 30, comma 4, del D.P.R. 380/2001, sostanzialmente simmetrica a quella dettata dall’art. 46, comma 4, dello stesso Testo Unico, la norma sulla “Lottizzazione abusiva” affianca poi la ulteriore previsione contenuta nel comma 4-bis, a tenore del quale: “Gli atti di cui al comma 2, ai quali non siano stati allegati certificati di destinazione urbanistica, o che non contengano la dichiarazione di cui al comma 3, possono essere confermati o integrati anche da una sola delle parti o dai suoi aventi causa, mediante atto pubblico o autenticato, al quale sia allegato un certificato contenente le prescrizioni urbanistiche riguardanti le aree interessate al giorno in cui è stato stipulato l’atto da confermare o contenente la dichiarazione omessa” (art 30, comma 4-bis, D.P.R. 380/2001 ).

Ed ancora, che è la stessa giurisprudenza ad avallare la maggiore tenuità della prescrizione in esame ed ampliare, ove possibile, i margini di sanabilità del vizio cui essa mette capo escludendo che possa comunque darsi luogo a nullità dell’atto allorquando, pur in difetto del prescritto certificato, risulti comunque accertata la presentazione della domanda di accatastamento al N.C.E.U.: come dire che la sostanza, oggi equiordinata alla forma ai fini dell’applicazione degli artt. 46 TU e 40 legge 47/85, fa qui financo premio su di essa. “L’articolo 18, comma II, della legge 47/1985”, afferma infatti la Suprema Corte con una pronunzia risalente al 2013 “rende manifesta l’intenzione del legislatore di approntare una difesa avanzata rispetto a tutti quegli atti negoziali che concretino consapevoli tentativi di aggirare le previsioni urbanistiche e di derogarvi, così da ritenere ipso jure nullo l’atto negoziale relativo a terreni, privo di certificato di destinazione urbanistica: tale idoneità lesiva non può però riconoscersi laddove , come nella fattispecie , pur mancando l’allegazione di siffatto certificato, sia stata presentata la domanda di accatastamento al N.C.E.U. , dunque facendo emergere una volontà contraria a quella diretta alla violazione delle norme urbanistiche, quale presupposta dalla disposizione di cui all’art. 18, II comma, legge 47 del 1985 (Cass 09 settembre 2013, n. 20649).

Resta nondimeno il fatto che una lettura pienamente coerente con un più moderno apprezzamento di funzione e sostanza della contrattazione preliminare e con le implicazioni che la stessa Suprema Corte non aveva del resto mancato di trarne giusto in punto di estensione delle principali prescrizioni edilizie ed urbanistiche avrebbe suggerito una presa di distanza più netta dall’orientamento tradizionale. Orientamento che poggia, infatti, sulla supposta neutralità, ratione effectus, del contratto preliminare rispetto al soddisfacimento delle istanze -per lo più pubblicistiche – di governo “conformativo” della circolazione immobiliare.

Beninteso, non di una critica al merito del decisum si tratta, atteso che l’accertata esistenza della regolarità urbanistica dell’immobile oggetto del contratto in concreto concluso dalle parti avrebbe comunque imposto l’esclusione di qualsivoglia vizio invalidante a carico dello stesso.

Piuttosto di una critica alla motivazione impiegata, giacché la persistente invocazione della indole meramente obbligatoria del contratto preliminare suona infatti oggi sempre più come riduzionismo formalistico circa il rilievo di uno schema che, viceversa, mette al massimo grado in tensione, se non già il distinguo tra effetti obbligatori e reali, di certo la unicità e simultaneità del compendio effettuale scaturente dall’atto traslativo.

Volgendo ora al secondo nucleo tematico della sentenza in commento, le perplessità risultano se possibile persino maggiori.

Ad avviso della Suprema Corte, infatti, identificata la dichiarazione di cui all’art. 1199 c.c. con la confessione (stragiudiziale), ed assunta quest’ultima come “atto riservato al titolare del diritto” , sarebbe da escludere qualsiasi valenza probatoria della pronuntiatio confermativa del ricevuto pagamento nei confronti di un soggetto che alla stessa sia rimasto estraneo, quand’anche si tratti del (con)creditore nel cui nome ed alla cui presenza la quietanza sia stata rilasciata al solvens.

Anche da questa angolazione, oltre a quella già prima illustrata, concernente il contratto preliminare, la pronunzia in commento deflette da un indirizzo esegetico recentemente abbracciato dalle Sezioni Unite; il riferimento è alla sentenza n. 19888 del 2014 (Cass. Sez. Un., 22 settembre 2014, n. 19888, in I Contratti, 2015, 147 e ss.) con cui la Corte ha avuto modo di precisare i termini dell’accostamento tra quietanza e confessione, chiarendo per l’appunto che non di identificazione si tratti ma di mera assimilazione, giustificata dalla comune asseverazione di fatti sfavorevoli al dichiarante, così che gli articoli 2732 e 2735 cod. civ. trovino applicazione bensì analogica anziché diretta, alla dichiarazione che dà conto dell’avvenuto pagamento (in dottrina si veda per tutti GRANELLI, voce Quietanza, in Dig. Disc. Priv., sez. Civ., XVI, Torino, 1997, 162 e ss. e spec. 167-168).

Seppure questa condivisibile considerazione valga di per sé sola a rendere per lo meno incerta la premessa maggiore da cui muove dunque la Corte (ossia, per l’appunto, la identificazione piena tra quietanza e confessione), sono l’ulteriore itinerario argomentativo seguito e, soprattutto, gli esiti cui per esso si è giunti a finire con l’accentuare alcuni elementi di rigidità della intelaiatura concettuale della quietanza, preludendo finanche a risvolti paradossali.

Il profilo coinvolto è segnatamente quello che attiene al nesso stringente tra destinazione/provenienza della dichiarazione (di quietanza) e dispiegamento dei suoi effetti (processuali) tipici; effetti individuati, come è noto, per l’appunto a valle di una assimilazione alla confessione stragiudiziale, in una revocabilità limitata ad errore di fatto o violenza (art. 2732 c.c.), nel far “piena prova” contro colui che – anche mediante rappresentante – l’abbia resa, a condizione che lo stesso soggetto sia poi parte del giudizio (artt. 2735, comma 1, e 2733, comma 1, c.c.) ed infine nella non provabilità per testimoni (art. 2735, comma 2, c.c.).

Ebbene, per quanto l’articolo 1199 c.c. rimandi unicamente a “debitore” e creditore”, è opinione largamente condivisa in dottrina e giurisprudenza che più ampio sia il perimetro soggettivo da prendere in esame, così da doversi fare riferimento per un verso al solvens, quale destinatario necessario (non a caso la stessa Cass. Sez. Un., 22 settembre 2014, n. 19888 ha qualificato come “atipica” la quietanza rivolta al conservatore del PRA e resa ai sensi dell’art. 13, r.d. 29 luglio 1927, n. 1814) e per l’altro al creditore o suo rappresentante (non importa se volontario o legale), all’indicatario /adiectus solutionis causa ovvero ancora di persona autorizzata dalla legge o dal giudice quali autori della dichiarazione (DI MAJO, voce Pagamento (dir. civ.), Enc. Dir., XXIX, Milano, 1989, 552-553 ed ancora 568).

In capo ai soggetti prima indicati si incardinano rispettivamente il diritto e l’obbligo al rilascio della quietanza, sicché unicamente in relazione alle loro sfere giuridiche, direttamente (nel caso del solvens come del creditore che riceva la prestazione personalmente o mediante rappresentante) o indirettamente (nel caso del creditore soddisfatto mediante ricezione della prestazione da parte di terzo legittimato ma sfornito di procura all’incasso), ha senso che si dispieghino gli effetti (processuali) di natura confessoria.

E’ del resto funzione precipua della dichiarazione di scienza di cui all’art. 1199 c.c. quella della messa al riparo (in chiave processuale), del debitore adempiente, dal rischio che il creditore promuova azioni giudiziarie nei suoi confronti, tendenti ad ottenere una condanna al versamento di quanto pure già prestatogli. Scontato così che sia colui che adempie, anche laddove terzo rispetto al rapporto obbligatorio, a nutrire uno specifico e diretto interesse al conseguimento di un valido mezzo di prova del fatto storico (il pagamento, appunto) di cui è stato autore materiale (BIANCA, op. cit., 329); e, per converso, che seppure solo chi abbia titolo a ricevere il pagamento in proprio, ovvero in nome e/o per conto altrui, possa essere tenuto – ove non già munito di apposita quietanza rilasciata dal creditore (arg. ex art. 2131 c.c.) – a darvi riscontro mediante quietanza, gli effetti probatori di questa ridonderanno pur sempre contra creditorem, unico titolare dell’azione contrattuale.

Non sfugge, in altri termini, che alla identità tra autore materiale del pagamento – quand’anche terzo rispetto al rapporto obbligatorio – e destinatario della quietanza (titolare del diritto ad ottenerla) fa da contraltare una potenziale scissione tra chi materialmente riceva il pagamento essendovi legittimato, e chi, siccome da quell’adempimento risulti soddisfatto, si trovi a scontare le preclusioni probatorie discendenti dal documento che ne abbia dato conto.

Risiede qui, per vero, un caratteristico punto critico della ricostruzione teorica della fattispecie in esame, punto critico che la Suprema Corte pare ora persino accentuare.

Ed infatti nulla quaestio laddove sia lo stesso creditore, ovvero un suo procuratore all’incasso – non importa se legale o volontario – a ricevere la prestazione e dunque a rilasciare la quietanza.

Maggiormente dibattuto è invece tradizionalmente se nelle ipotesi in cui il pagamento venga effettuato nelle mani di un terzo non rappresentante (ex art. 1188 c.c., comma 1, seconda parte), quale l’indicatario/adiectus solutionis causa, la quietanza vada rilasciata dall’accipiens in nome proprio o del creditore, chiaro essendo che solo in quest’ultima ipotesi la dichiarazione resa potrebbe volgersi contra creditorem.

A sostegno della tesi che imputa in capo allo stesso legittimato a ricevere, sfornito però di poteri rappresentativi, un dovere di rilascio della dichiarazione di quietanza in nome e per conto propri si adduce, sulla scorta del netto distinguo rispetto alla posizione del rappresentante all’incasso che si ricava dall’art. 1188 c.c., innanzitutto la circostanza che l’effetto liberatorio viene conseguito dal debitore in dipendenza del semplice fatto dell’accettazione del pagamento da parte del terzo (ex art. 1188 c.c.), senza anche la necessità che la solutio venga da questi riferita alla sfera giuridica del creditore. Inoltre si sottolinea l’impossibilità, per il medesimo accipiens, di asseverare un pagamento in favore di chi la legittimazione a ricevere non gli abbia direttamente conferito (cfr. BIANCA, Diritto civile, 4, Milano, 1993, 301, il quale rileva come “il potere conferito dall’indicazione” non sia “potere rappresentativo in senso proprio” e come l’indicato potrebbe dunque anche ignorare il rapporto debitore-creditore).

In senso contrario si è tuttavia persuasivamente argomentata la minor pregnanza dei margini distintivi tra rappresentante ed indicatario, rispetto a quanto pure sarebbe dato supporre di primo acchito, stando alla giustapposizione tra delle due figure che si coglie nell’articolo 1188, comma 1, c.c.; il distinguo tra di esse sarebbe infatti più correttamente da inquadrare in funzione della diversa “direzione della dichiarazione con cui il creditore può manifestare la volontà di conferire ad un terzo la funzione di strumento per ricevere il pagamento” (SCHLESINGER, Il pagamento al terzo, Milano, 1961, 69): nell’un caso (rappresentante) direttamente rivolta a colui cui è concessa la procura all’incasso, nell’altro (indicatario) allo stesso debitore, cui il creditore comunica la propria determinazione di incassare il dovuto mediante il terzo.

Così ridimensionato il discrimine tra procuratore all’incasso e semplice indicatario, l’uno e l’altro da intendersi comunque quali figure ricomprese nell’alveo della rappresentanza negoziale, ecco allora spianata la strada per ammettere che in ambedue le ipotesi l’accipiens sia tenuto a rilasciare quietanza per conto del creditore. Ricevendo la prestazione dovuta dal debitore, tanto il procuratore all’incasso quanto il terzo legittimato agiscono del resto “per attuare il proprio rapporto interno con il rappresentato o indicante, mentre è per loro del tutto indifferente quale sia la funzione assegnata alla prestazione nel rapporto interno tra il rappresentato o indicante ed il solvens (SCHLESINGER, op. cit., 68).

Quanto appena descritto genera però ricadute di poco momento sul tema che ci occupa.

Ricollegare, infatti, la quietanza che l’indicatario (o l’adiectus solutionis causa) sia tenuto a rilasciare, alla sfera giuridica del creditore vale quanto dire che gli effetti (probatori) sfavorevoli di quella pronuntiatio si produrranno nei confronti di quest’ultimo.

Circostanza resa del resto plausibile, sotto il profilo teorico, dall’esclusione, con quanto affermato dalle stesse Sezioni Unite nel 2014, di un nesso di vera e propria identità tra confessione e quietanza, e dunque dalla irriferibilità alla seconda dello schema dell’atto “proprio” del solo titolare del diritto disponibile, che contraddistingue la prima. Ed ancora perfettamente coerente con la funzione stessa della quietanza ed il fondamento del diritto/dovere rispettivamente di riceverla ed emetterla.

In effetti, come già prima sottolineato, non dal terzo legittimato che abbia materialmente ricevuto la prestazione ha infatti il solvens ragione di temere la promozione di un’azione diretta ad ottenere (indebitamente) la propria condanna ad un nuovo adempimento, bensì unicamente dal creditore (rileva ancora BIANCA, Diritto civile, 4, cit. 300-301, come l’indicatario non vanti “una pretesa all’adempimento né può agire per l’adempimento”); del tutto logico dunque che sia quest’ultimo a patire le limitazioni probatorie discendenti dalla dichiarazione che del fatto storico di avvenuto pagamento dia conto, quantunque sia stato il terzo a rilasciarla.

Diversamente opinando si finirebbe, del resto, con il vulnerare la condizione del solvens che abbia adempiuto nelle mani di un terzo legittimato a ricevere, a misura che su di esso incomberebbe infatti un più gravoso ed ingiustificato onere di prova (liberatoria), nei riguardi del creditore che abbia ricevuto la prestazione mediante il terzo.

Il che è, a ben vedere, quanto precisamente determinatosi con la decisione che si occupa, laddove il Supremo Collegio ha per l’appunto affermato che “la confessione stragiudiziale di un fatto svantaggioso resa da una parte non può avere valenza probatoria nei confronti di un soggetto rimasto estraneo a quella dichiarazione”, obliterando però del tutto la circostanza che, nel caso di specie, l’accipiens-dichiarante fosse non già mero indicatario del creditore, il che pure avrebbe sollecitato una soluzione ben diversa da quella resa, bensì in prima persona intraneo al rapporto obbligatorio, siccome concreditore solidale del (creditore) non dichiarante.

Non di sola iniquità del decisum è però dato parlare, ma di vero e proprio paradosso ricostruttivo, foriero di gravose ripercussioni sul piano della certezza e speditezza dei rapporti obbligatori.

Il terzo non procuratore, legittimato a ricevere il pagamento per conto altrui e finanche il creditore solidale che riceva l’intera prestazione, benché protagonisti a pieno titolo della dinamica attuativa del rapporto obbligatorio principale, che si realizza per l’appunto loro tramite, degradano invece – seguendo il ragionamento della Suprema Corte – alla condizione di terzi non legittimati all’attuazione di quel rapporto obbligatorio collegato che ha ad oggetto il rilascio della quietanza. O, quel che è peggio, la loro legittimazione, qui ad adempiere, è solo parziale, concernendo sì al rilascio di un documento che riscontri l’avvenuto pagamento, ma dalla valenza probatoria dimidiata, perché non spendibile in facie creditoris .

Un esito siffatto è viceversa scongiurabile, nel solco già segnato dalle Sezioni Unite (sentenza n. 19888/2014) circa il non pieno appiattimento della dichiarazione di scienza ex art. 1199 c.c. sul genus di contra se pronuntiatio ex art. 2730 c.c., muovendo dalla funzione tipica della quietanza e valorizzando proprio il collegamento tra il rapporto obbligatorio che ha ad oggetto il suo rilascio (al riguardo si veda RESCIGNO, voce Obbligazioni, in Enc. Dir., vol XXIV, cit., 203 il quale parla di un obbligo dotato di autonomia logica e pratica. benchè collegati al rapporto esaurito) ed il rapporto obbligatorio estintosi mediante adempimento, così da ammettere dunque che chi nell’interesse del creditore possa ricevere la prestazione, possa/debba, parimenti per conto di quello e dunque con effetti a suo carico, dar conto al solvens di quanto abbia prestato.

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Questa Nota può essere così citata:

E. CAMILLERI, Valore probatorio della quietanza rilasciata per conto del (con)creditore e nullità del contratto preliminare ex art. 30 co. 2 TU edilizia. Considerazioni critiche a margine di una recente pronunzia della Cassazione, in Dir. civ. cont., 10 febbraio 2016