L’intervento chirurgico non è necessario ai fini della rettificazione del sesso: la Corte costituzionale dichiara non fondata la questione di legittimità dell’art. 1 L. 164/1982

A distanza di trent’anni, la Corte costituzionale torna a pronunciarsi sulla questione dell’intervento chirurgico come modalità non necessaria, né esclusiva, ai fini della rettificazione del sesso e, con sentenza 5 novembre 2015, Rel. G. Amato – decidendo su questione sollevata dal Tribunale di Trento – dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1, l. 164/1982 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3, 32, 117, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 8 CEDU.

Riprendendo testualmente taluni passaggi della sentenza 161/85, Rel. Malagugini, la Corte ribadisce che “La disposizione in esame costituisce l’approdo di un’evoluzione culturale ed ordinamentale volta al riconoscimento del diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona (art. 2 Cost. e art. 8 della CEDU).”

Nella sentenza n. 161 del 1985, infatti, già si leggeva che la legge n. 164 del 1982 accoglie «un concetto di identità sessuale nuovo e diverso rispetto al passato, nel senso che ai fini di una tale identificazione viene conferito rilievo non più esclusivamente agli organi genitali esterni, quali accertati al momento della nascita ovvero “naturalmente” evolutisi, sia pure con l’ausilio di appropriate terapie medico-chirurgiche, ma anche ad elementi di carattere psicologico e sociale. Presupposto della normativa impugnata è, dunque, la concezione del sesso come dato complesso della personalità determinato da un insieme di fattori, dei quali deve essere agevolato o ricercato l’equilibrio, privilegiando ‒ poiché la differenza tra i due sessi non è qualitativa, ma quantitativa ‒ il o i fattori dominanti […]. La legge n. 164 del 1982 si colloca, dunque, nell’alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità, della persona umana, che ricerca e tutela anche nelle situazioni minoritarie ed anomale».

Sicché, alla luce di una conclusione cui era già pervenuta anche la Cassazione con sentenza 20 luglio 2015 n. 15138, nonchè in precedenza la giurisprudenza di merito, si afferma: “La prevalenza della tutela della salute dell’individuo sulla corrispondenza fra sesso anatomico e sesso anagrafico, porta a ritenere il trattamento chirurgico non quale prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione – come prospettato dal rimettente −, ma come possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico. Il percorso ermeneutico sopra evidenziato riconosce, quindi, alla disposizione in esame il ruolo di garanzia del diritto all’identità di genere, come espressione del diritto all’identità personale (art. 2 Cost. e art. 8 della CEDU) e, al tempo stesso, di strumento per la piena realizzazione del diritto, dotato anch’esso di copertura costituzionale, alla salute”.

In argomento cfr. BARTOLINI, Per la rettificazione anagrafica del sesso l’intervento chirurgico non è più necessario, in Dir. civ. cont., 21 luglio 2015 e ID., Identità di genere: per cambiare l’intervento chirurgico non è (più) necessario (secondo il Tribunale di Genova), in Dir. civ. cont., 3 giugno 2015