Pignorabilità del bene in regime di comunione legale: breve critica alle degenerazioni della ragion pratica

Anno II, Numero IV, ottobre/dicembre 2015

di SIMONE ALECCI

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Trib. Enna, 4 maggio 2015, Est. Noto, si innesta sul terreno – invero assai impervio – dell’espropriazione promossa dal creditore personale di uno dei coniugi sui beni ricadenti nel regime di comunione legale allineandosi pedissequamente alla prospettiva esegetica tracciata da Cass. Civ., 14 marzo 2013, n. 6575.

L’adesione incondizionata al discutibile dictum pretorio si rivela, nondimeno, indubbiamente apprezzabile non soltanto nella misura in cui non frustra l’affidamento riposto dal creditore procedente sulla tendenziale continuità del nuovo corso giurisprudenziale, ma anche e soprattutto laddove impedisce che il processo esecutivo precipiti sotto le forche caudine dell’improcedibilità.

Sulla base dell’assunto – perentoriamente declinato dalla giurisprudenza di legittimità mediante un clamoroso travisamento dello spirito ermeneutico che anima la celebre Corte cost. 17 marzo 1988 n. 311, Rel. Mengoni – stando al quale l’eccentricità fenomenologica della comunione legale precluderebbe l’accesso al sentiero della pignorabilità della sola quota del coniuge obbligato, il giudice di merito non può materialmente fare a meno di consentire al creditore l’estensione del pignoramento sull’intero bene aggredito.

Una siffatta soluzione- va rimarcato- denota un illuminato arbitrio giurisdizionale (volendo rievocare, sulle orme di SATTA, Commentario al codice di procedura civile, Milano, 1968, IV, 153, la felice espressione adoperata da MORTARA, Commentario del codice e delle leggi di procedura civile, Milano, 1923, III, 799, nel differente steccato codicistico del sequestro giudiziario) se non altro perché- a differenza di quanto draconianamente stabilito da alcune pronunce di merito puntualmente menzionate nell’ordinanza- evita l’estinzione, quale ineluttabile conseguenza della declaratoria di improcedibilità, quantomeno dei processi esecutivi inaugurati in data anteriore al 31 dicembre 2014 (ammettendo implicitamente, invece, la tagliola sulla sorte di quelli avviati nell’alveo di un orientamento giurisprudenziale ormai presumibilmente compatto).

Tuttavia, l’esito dello scioglimento della riserva da parte del Tribunale di Enna si dimostra palesemente opinabile, in quanto è lo stesso sillogismo giuridico posto a monte del provvedimento, così come delineato dalla Cassazione, a peccare di irragionevolezza nonché di incoerenza. Le coordinate ermeneutiche enucleabili da Cass., 14 marzo 2013, n. 6575, difatti, muovendo dalla sostanziale irriducibilità della comunione legale di beni tra coniugi a quella ordinaria, additano come insostenibile l’ipotesi di un’azione esecutiva indirizzata verso la quota idealmente spettante al coniuge debitore, giacché- così operando- per un verso si assegnerebbe al pignoramento una funzione costitutiva di diritti reali prima insussistenti e, per altro verso, si ammetterebbe la vendita o l’assegnazione di quella sola quota finendo per attribuire ad un terzo la contitolarità di un bene non espunto dalla comunione legale (Cass. Civ., 14 marzo 2013, n. 6575 con nota di ACONE, Espropriabilità dei beni della comunione legale per i debiti personali di uno dei coniugi: un passo avanti ed uno indietro della Corte di Cassazione; in Riv. es. forzata, 2014, 563, con nota di SANTAGADA, Espropriazione forzata dei beni in comunione legale per debiti personali del singolo coniuge; in Riv. dir. proc., 2013, 790, con nota di PILLONI, L’espropriazione «integrale» dei beni del coniuge in regime di comunione legale).

L’equivoco di matrice concettualistica è però tanto evidente quanto agevolmente disinnescabile: se è senz’altro indiscusso che la comunione in parola risulta assimilabile al consortium ercto non cito di romana memoria (si tratterebbe, in sostanza, di una comunione senza quote o, come direbbero gli studiosi di origine teutonica, di gemeinschaft zur gesamten hand), è altrettanto vero che, per quanto strutturalmente inconsistente, la quota conserva comunque una sua carica funzionale (il netto discrimine tra la dimensione struttural-organizzativa e quella funzional-causale, sovente obliata dalla maggior parte degli interpreti, ignara delle più elementari nozioni aristoteliche, è nitidamente evidenziato, fra gli altri, da FERRI, Le società, Torino, 1971, 7, con riferimento alle fattispecie di diritto societario). Ne deriva che, a maggior ragione sfruttando il cono d’ombra creato dall’art. 189 c.c., la comunione legale si distinguerebbe da quella ordinaria essenzialmente sul fronte dei rapporti interni tra partecipanti, tornando invece a sovrapporvisi- pur senza identificarvisi- nel momento in cui il bene in comunione sia lambito dai meccanismi espropriativi (cfr., in questi condivisibili termini, BALENA, Brevi riflessioni sull’espropriazione di beni in comunione legale, in Il giusto processo civile, 2014, 1, 6).

Considerato che l’esecuzione intrapresa dal creditore particolare di uno dei coniugi, pur non essendo idonea in sé e per sé a provocare lo scioglimento della comunione, è comunque a ciò teleologicamente orientata (in quanto, come ammesso dalla medesima Cassazione, l’epilogo del processo esecutivo proprio questo determinerebbe), nulla osterebbe alla pignorabilità della sola quota idealmente attribuibile al debitore, il che, peraltro (profilo pratico di cui i giudici di legittimità non sembrano minimamente avverdersi), renderebbe alla stessa parte procedente il cammino meno scosceso nell’eventualità in cui, pendente l’espropriazione per intero, il coniuge non obbligato intendesse dolersi- esperendo il rimedio dell’opposizione di terzo allestito dall’art. 619 c.p.c. e in tal guisa schiudendo un’insidiosa parentesi cognitoria- della lesione della propria quota rispetto al complesso dei beni ricadenti nel reticolo della comunione.

È ovvio che il paventato inconveniente non si porrebbe nella prospettiva adottata dalla giurisprudenza di legittimità, in quanto la metà del ricavato della vendita forzata dell’intero bene sarebbe- secondo tale lettura- consegnata al coniuge non obbligato. Eppure, è anche sul versante procedurale dell’espropriabilità dell’intero bene- strada che rimane in ogni caso percorribile dal creditore ai sensi dell’art. 602 c.p.c. (cfr., in quest’ottica e contrariamente alla giurisprudenza più recente, Cass., 2 febbraio 1982, n. 605, in Foro it., 1982, I, 1979, con nota di ORSENIGO) – che la ricostruzione imbastita dalla Cassazione, puntualmente richiamata dall’organo giudicante ennese, si dimostra sonoramente illogica, e ciò in quanto- come va sempre più di moda ultimamente- pretende di snodare un portentoso iter giuridico prescindendo dalla trama codicistica. Detto altrimenti, l’autorevole pronuncia tralascia seraficamente di vagliare il contenuto del secondo comma dell’art. 192 c.c., stando al quale ciascuno dei coniugi è tenuto a rimborsare il valore dei beni di cui all’art. 189: ciò rivela, se i significanti rivestono ancora un senso rispetto al significato che esprimono, che il limite dell’azione esecutiva con riferimento alla quota del coniuge non obbligato non va calcolato sul singolo bene staggito bensì sul valore complessivo del compendio in comunione (cfr. ACONE, Spunti critici e ricostruttivi in tema di espropriazione dei beni della comunione legale coniugale, in Rass. dir. civ., 1980, 7 nonché Cass., Sez. Un., 4 agosto 1998, n. 7640).

Ove si ragionasse diversamente, l’allusione al rimborso dei beni di cui all’art. 189 sarebbe totalmente svuotata della sua valenza applicativa, di talché è fin troppo ovvio che, anche qualora l’espropriazione abbia avuto ad oggetto l’intero bene, il coniuge non obbligato non avrebbe diritto alla metà della somma ricavata dall’espropriazione ma al rimborso indicato dal secondo comma dell’art. 192 c.c. In conclusione, pare tutt’altro che azzardato riconoscere al creditore particolare di uno dei coniugi la possibilità di optare, in luogo dell’espropriazione dell’intero bene, per il pignoramento della quota indivisa del cespite aggredito, mostrandosi quest’ultima soluzione spesso più idonea a tutelare, nel rispetto dell’autentica fisionomia funzionale della comunione legale nonché alla luce delle adombrate complicazioni che potrebbero scaturire da un’eventuale opposizione promossa dall’altro coniuge, le ragioni della parte procedente (specialmente se risulta sin dall’inizio che il valore di tale quota soddisferebbe interamente la pretesa creditoria).

Stando così le cose, non si può certamente rimproverare al giudicante di merito di non aver messo in discussione la visione propugnata dalla Suprema Corte (e, d’altronde, è facilmente intuibile da chiunque che si sarebbe trattato di uno strappo a dir poco dirompente); gli va dato atto, anzi, di aver scongiurato, pur nelle strettoie imposte da una linea ermeneutica incredibilmente scollata dal dettato normativo, l’appassimento della procedura pendente. Da questo punto di vista, allora, non resta che auspicare, come giustamente messo in luce da SICILIANO, Il creditore, che ha pignorato soltanto la quota di proprietà del debitore, può estendere il pignoramento anche sulla quota del coniuge non obbligato, che il formante giurisprudenziale si allinei alla condivisibile logica di appagamento delle esigenze di economia procedurale.

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Questa Nota può essere così citata:

S. ALECCI, Pignorabilità del bene in regime di comunione legale: breve critica alle degenerazioni della ragion pratica, in Dir. civ. cont., 2 ottobre 2015