Rimessa alle sezioni unite la questione della compensazione legale del credito “sub iudice”

Con l’ordinanza interlocutoria 11 settembre 2015 n.18001, Rel. Vivaldi, la Terza Sezione Civile – sul presupposto dell’esistenza di un contrasto di giurisprudenza sul punto – ha rimesso al Primo Presidente della Corte, ai fini dell’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione relativa all’operatività della compensazione legale, allorché uno dei crediti risulti “sub iudice”, ovvero accertato giudizialmente, ma con sentenza non ancora passata in giudicato.

“La compensazione legale”, rileva la Sezione rimettente, “estingue ope legis i debiti contrapposti in virtù del solo fatto oggettivo della loro contemporanea sussistenza; opera, quindi, di diritto per effetto della sola coesistenza dei debiti” (ex multis Cassazione n. 22324/2014, n. 10335/2014).

Tuttavia, affinché operi suddetto meccanismo occorre che i debiti siano liquidi, esigibili e certi, laddove si ritiene che il requisito della certezza difetti nel caso di credito riconosciuto da sentenza o da un altro titolo provvisoriamente eseguibile; ed infatti per la Corte “ciò vuol dire che quando vengono in questione due crediti sanzionati da un titolo giudiziario non definitivo, anche se provvisoriamente eseguibile, l’eventualità che il titolo giudiziario cada o venga modificato per effetto dell’impugnazione esperita impedisce l’operatività della compensazione” (cfr. Cassazione n. 4423/1987, n. 6820/2002, n. 10055/2005, n. 13208/2010; da ultimo, Cassazione n. 9608/2013 ha ribadito che la compensazione giudiziale, di cui all’art. 1243, secondo comma, cod. civ., presuppone l’accertamento del controcredito da parte del giudice dinanzi al quale la compensazione medesima è invocata e non può, dunque, fondarsi su un credito la cui esistenza dipenda dall’esito di un separato giudizio in corso, in tale ipotesi restando esclusa, pertanto, la possibilità di disporre la sospensione ai sensi dello stesso art. 1243 c.c., come anche la possibilità della sospensione contemplata in via generale, dagli artt. 295 e 337, co. 2 c.p.c., attesa la prevalenza della disciplina speciale di cui al codice civile).

La Cassazione però osserva che tale orientamento, apparentemente consolidato, sembrerebbe essere stato messo in dubbio di recente dalla pronuncia n. 23537/2014, secondo la quale “la circostanza che l’accertamento di un credito risulti sub iudice non è di ostacolo alla possibilità che il titolare lo opponga in compensazione al credito fatto valere in un diverso giudizio dal suo debitore. In tal caso, se i due giudizi pendano dinnanzi al medesimo ufficio giudiziario, il coordinamento fra i due giudizi avviene tramite il meccanismo della riunione, all’esito della quale il giudice procede nei modi indicati dall’art. 1243, co. 2 c.c.; qualora la riunione non sia possibile o il giudizio sul credito eccepito in compensazione penda davanti ad altro giudice o, ancora, quel giudizio penda in grado di impugnazione, il coordinamento avviene con la pronuncia di una condanna sul credito principale, con riserva della decisione sul credito eccepito in compensazione e la rimessione sul ruolo della decisione sulla sussistenza delle condizioni della compensazione, seguita da sospensione del giudizio ex art. 295 c.p.c. o ex art. 337, co. 2 c.p.c., fino alla definizione del giudizio di accertamento del controcredito”.

Continua poi affermando che “ancorché la norma dell’art. 1243 non lo dica, l’unica condizione che deve sempre guidare il giudice nello scegliere le ipotizzate alternative che non comportino la decisione unitaria su due crediti è una valutazione positiva sulla stessa configurabilità della compensabilità quanto al presupposto di cui all’art. 1241 c.c., cioè quello della loro omogeneità, mentre la valutazione sulla liquidità del credito su cui residua l’accertamento e quella sulla sua coesistenza con il credito principale accertato rimane demandata alla decisione successiva…”.