Impugnazione di testamento olografo: la «terza via» delle Sezioni Unite

Anno II, Numero III, luglio/settembre 2015

di LALAGE MORMILE, Ricercatore nell’Università di Palermo

LALAGE

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Con la sentenza in commento (15 giugno 2015, n. 12307 Rel. Travaglino) le Sezioni Unite della Cassazione offrono una soluzione al contrasto sorto in tema di contestazione dell’autenticità del testamento olografo e individuazione dello strumento processuale all’uopo richiesto. L’intervento è stato sollecitato dal dibattito, ormai risalente, fra chi ritiene che la parte che intenda superare l’efficacia di un testamento olografo sospettato di non autenticità, lo debba semplicemente disconoscere (così Cass. 16 ottobre 1975, n. 3371, confermata da Cass. 23 dicembre 2011, n. 28673, che giunge a questo esito partendo dalla valorizzazione della natura di scrittura privata del testamento olografo) e i sostenitori della necessità della proposizione della querela di falso (in questo senso già Cass. 3 agosto 1968, n. 2793, Cass. 30 ottobre 2003, n. 16362 e, più di recente, Cass. 24 maggio 2012, n. 8272, che muovono dalla considerazione dell’incompatibilità del procedimento di verificazione rispetto ad una scrittura proveniente da un terzo necessariamente estraneo al processo qual è il de cuius, e anche Cass. S.U. 23 giugno 2010, n. 15169 che, chiamate a risolvere un contrasto relativo ai modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi rispetto alla lite, hanno, seppure in obiter, indicato la querela di falso quale strumento processuale idoneo a privare di ogni efficacia il testamento olografo, dato il valore “intrinsecamente elevato” di tale scrittura). Opzioni entrambe avvallate negli anni dalla dottrina sulla scorta di percorsi argomentativi fondati, volta per volta, sulle peculiarità del testamento olografo e sulla riflessione in ordine alle conseguenze generate dalla scelta dei due diversi strumenti predisposti dall’ordinamento per superare la valenza probatoria di una prova documentale (per una esaustiva ricognizione degli aspetti più problematici del dibattito giurisprudenziale si rimanda a M. SESTA, Questioni sulla prova della falsità del testamento olografo, in Contr. impr. 2014, pp. 69-78).

Le Sezioni Unite ripercorrono analiticamente le tappe fondamentali dell’evoluzione giurisprudenziale e dottrinaria sul tema, individuandone i passaggi più opachi che suggeriscono la ricerca di quella che viene presentata come una «terza via», nell’evidente tentativo di eliminare le esternalità negative prodotte dalle soluzioni tradizionali, sul piano processuale ma anche sostanziale.

Del primo indirizzo, che facendo perno sulla natura di scrittura privata del testamento olografo, ritiene essere soluzione obbligata la scelta dello strumento processuale del mero disconoscimento della parte che intenda caducarne gli effetti, si evidenziano le esorbitanze sul fronte dell’aggravamento dell’onere probatorio per l’erede testamentario, che ancorché munito di un titolo immediatamente esecutivo qual è il testamento olografo una volta pubblicato (ex art. 620 cc, comma 5), si vedrebbe costretto a dover fornire la prova della sua autenticità a fronte della semplice contestazione della controparte. Soluzione questa che, sul piano sostanziale, stride con l’efficacia attribuita dalla legge al testamento olografo, la cui capacità di attribuire in capo al beneficiario posizioni sostanziali piene e subito invocabili non è subordinata ad alcun accertamento della sua autenticità e perciò – e per questo tratto – documento distinto dalla generalità delle altre scritture private. Lo conferma la disciplina sulla pubblicità degli atti, ove richiede per la trascrizione dell’acquisto a causa di morte la sola presentazione del testamento e dell’atto di accettazione dell’eredità (artt. 2648 c.c. e 2660 c.c.), senza che sia prescritta alcuna verifica di autenticità della scheda che è, dunque, presupposta. A differenza delle altre scritture private, trascrivibili solo se autenticate o giudizialmente accertate (cfr. art. 2657 c.c.).

Del secondo indirizzo, fondato proprio sulla rilevanza sostanziale del testamento, di per sé incoerente con un atteggiamento processuale di sfavore nei confronti di chi di ne è, fino a prova contraria, il beneficiario, e per questo sulla conseguente ritenuta necessità che l’asserita non genuinità sia sollevata attraverso l’eccezione di falso da promuoversi nei modi e con le forme di cui all’art. 221 c.p.c. e ss., ma anche sulla pacifica non equiparazione del regime probatorio delle scritture provenienti da una delle parti del processo rispetto a quelle redatte da un terzo estraneo ad esso (c.d. prove documentali atipiche, cui, comunque, il testamento olografo non apparterrebbe, come chiarito dalle S.U. del 2010 sopra richiamate), si evidenzia la mancanza di un qualsiasi appiglio normativo “che sostenga l’intrinseco grado di attendibilità del testamento olografo a giustificazione della necessaria proposizione della querela di falso” (così nella sentenza in commento) e dunque consenta il richiamo allo specifico procedimento per contestare la veridicità di un documento che, comunque, si colloca al di fuori della categoria dell’atto pubblico. L’indirizzo, mosso cioè dalla necessità di evitare l’aggravamento dell’onere probatorio eventualmente incombente sull’erede testamentario costretto a promuovere il procedimento di verificazione, disvelerebbe la pretesa di colmare l’assenza di uno specifico riferimento testuale atto a giustificare l’estensione del procedimento di falso in caso di contestazione del testamento olografo facendo leva su valutazioni di ordine pragmatico.

Partendo dalla condivisibile osservazione circa la duplicità dei piani coinvolti dalla vicenda, di diritto sostanziale e, di riflesso, coinvolgente profili prettamente processuali, le SU ripropongono un autorevole precedente del 1951 (Cass. 15 giugno 1951, n.1545, estensore Torrente e Presidente Mandrioli) ove si era ritenuto che l’impugnazione del testamento olografo altro non fosse che un’azione di accertamento negativo. La pronuncia focalizza, in prima battuta, l’attenzione sul petitum sostanziale sotteso alla domanda rivolta alla negazione del titolo, osservando che l’asserita non autenticità del testamento si risolve in una quaestio nullitatis per assenza di uno dei requisiti sostanziali richiesti dalla legge. La fattispecie è così ricondotta nel suo alveo naturale, che è la disciplina del testamento olografo dettata dagli artt. 601 e ss. c.c.. In questo modo il dibattito in ordine allo strumento processuale richiesto per vincere la forza probatoria del testamento inteso quale documento è destinato a sbiadire, proprio perché l’atto non è invocato quale strumento probatorio, ma nella sua essenza di negozio mortis causa che per produrre i suoi effetti deve innanzitutto possedere i requisiti di forma richiesti dalla legge. I riflessi di tale ricostruzione convincono, in seconda battuta, anche sul fronte della ripartizione dell’onere probatorio poiché spetterà a chi invochi tale nullità, dunque all’eventuale erede pregiudicato dall’esistenza del testamento, provarne la non genuinità senza che per ciò sia necessario promuovere il giudizio di falso e senza che, d’altra parte, l’erede testamentario sia oltremodo gravato nonostante la sua attuale posizione di vantaggio.

La sentenza si apprezza, innanzitutto, per la sua coerenza sistematica. Coerenza che impone al giudicante di percorrere in modo ordinato un iter argomentativo che deve necessariamente partire dalla riconduzione del fatto nell’alveo della fattispecie astratta di riferimento, muovendosi attraverso i binari tracciati dalle norme. Ciò consente, nella specie, di evitare la sovrapposizione, e la conseguente contaminazione, di ambiti di disciplina differenti quali sono quelli che si riferiscono alla natura e all’efficacia del negozio testamentario rispetto a quelli relativi alla disciplina delle prove e alla speciale valenza riconosciuta alla prova documentale. In questo senso la questione dell’assunta falsità si pone certamente sul piano della “morfologia” e dunque dell’efficacia del testamento. La mancanza di olografia si traduce, infatti, in un vizio di forma richiesta ad substantiam determinante la nullità o addirittura l’inesistenza del negozio. Il testamento è invocato in giudizio come negozio e non come mero documento attestante le circostanze oggetto di prova che il giudice dovrà vagliare. La sua qualificazione in termini di scrittura privata non ha alcun rilievo, almeno nei giudizi in cui si discute della sua efficacia a valere quale titolo di trasferimento dei diritti e a qualificare il pretendente erede.

Questa nitida e convincente soluzione offre alle Sezioni Unite l’occasione per correggere il precedente errore di valutazione cui quelle stesse Sezioni erano incorse. Pur non vertendosi, nella specie, sulla possibile, seppur improbabile e residuale, rilevanza documentale della scheda, il decidente si premura di chiarire che la soluzione adottata consente di rispondere all’esigenza “di mantenere il testamento olografo definitivamente circoscritto nell’orbita delle scritture private” ma anche – ed è qui che la pronuncia tradisce l’intento di eliminare il precedente obiter riaprendo, però, il dibattito sul fronte del valore documentale del testamento olografo– “di evitare la necessità di individuare un assai problematico criterio che consenta una soddisfacente distinzione tra la categoria delle scritture private la cui valenza probatoria risulterebbe di incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata, tale da richiedersi la querela di falso” e al contempo “di non equiparare l’olografo, con inaccettabile semplificazione ad una qualsivoglia scrittura proveniente da terzi, destinata, come tale a rappresentare, quoad probationis, un’ordinaria forma di scrittura privata non riconducibile alle parti in causa”. Invero, una volta distinto il piano della morfologia del negozio da quello della rilevanza probatoria della forma che lo contiene, il dilemma dell’inquadramento in una delle due categorie di prove documentali riconosciute dall’ordinamento appare essere un falso problema.

Certo, potrebbe anche accadere che fra i documenti prodotti dalle parti di un giudizio per provare un determinato fatto vi sia un testamento olografo, ma in questo caso esso sarebbe certamente da ricondurre alla categoria delle prove documentali atipiche provenienti da terzi estranei alla lite e, in quanto tale, liberamente apprezzabile dal giudice senza che tale equiparazione possa considerarsi semplicistica. Si pensi alle eventuali dichiarazioni di scienza effettate dal de cuius nella sua scheda e possibilmente invocate a sostegno dell’accertamento di un fatto in un determinato giudizio che potrebbe coinvolgere gli stessi eredi in conflitto o soggetti terzi (es. “lascio a Tizio 100 perché ho concesso a Caio di abitare nella mia villetta di campagna per dieci anni”). Ma tale possibile attitudine a rilevare quale semplice prova documentale è certamente da escludere nei giudizi in cui si discute dell’eventuale sua nullità, proprio perché in questi ad essere oggetto di indagine è il testamento in quanto negozio, e in quanto tale soggetto ai requisiti di validità imposti dalla legge, e non anche la scheda in quanto mero documento attestante fatti.

In questo modo la «terza via» offerta dalle Sezioni Unite è in realtà una «via di fuga» dalle opacità insite nel precedente del 2010 (per le quali si rimanda a G. FINOCCHIARO, Sul regime giuridico delle scritture private provenienti da terzi, in Riv. dir. proc. 2011, pp. 971-983), appunto criticato per aver sollecitato la ricerca del criterio atto a discernere, fra i documenti provenienti da terzi e in quanto tali qualificabili in termini di prove atipiche liberamente apprezzabili dal giudice, quelle che sarebbero dotate di valenza probatoria sostanziale e processuale intrinsecamente elevata tale da richiedere una querela di falso al di là di un espresso riferimento normativo.

Condivisa la ricostruzione, una riflessione si impone, però, sul fronte delle conseguenze applicative. Vero è, infatti, che nessun dubbio dovrà ancora muoversi sull’individuazione della parte gravata dal relativo onere probatorio che sarà certamente l’erede legittimo – o l’aitante tale – pregiudicato, in tutto o in parte, dall’esistenza del testamento sospettato di falsità; ma altre perplessità si insinuano, peraltro sollecitate proprio dall’autorevole precedente del 1951 richiamato che, qualificando l’azione in termini di accertamento negativo, concludeva ritenendo non fosse comunque quella la sede per precisare se sul fronte probatorio fosse “all’uopo necessaria la querela di falso” (così Cass. 15 giugno 1951, n.1545 in Foro it.,1951, I, 855 e in Riv. dir. proc., 1952, II, p. 69). E’ infatti d’obbligo chiedersi: 1. se, tale azione di accertamento negativo escluda sempre e comunque il giudizio di falso, nel senso che questo, sebbene non necessario e non necessitato, sia comunque invocabile dalla parte interessata, al fine di ottenere la completa rimozione del valore del documento con effetti erga omnes e non nei soli riguardi della controparte (sul punto si veda Cass, SS.UU., 4 giugno 1986, n. 3734); 2. Se, in ogni caso, la prova della mancanza di autografia che in tal modo chi contesti l’autenticità dello scritto deve fornire, rimandi comunque alla disciplina della querela di falso. Evenienza, questa, che ribalterebbe l’interprete al punto di partenza, ossia alla difficoltà di ritenere applicabile la querela di falso in relazione ad un documento che si colloca nella categoria delle scritture private.

Il primo profilo, di interesse certamente teorico ma dai riflessi pratici più sfumati, importa una riflessione in ordine alle eventuali diverse conseguenze del giudicato di accertamento negativo rispetto a quello di falsità del documento. Pur aderendo alla tesi c.d. privatistica del processo e ai suoi riflessi sul fronte del giudicato di nullità [profilo questo indagato, anche se sotto il profilo della declaratoria di nullità in assenza di espressa domanda di parte, da F. RUSSO, La rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite (note in margine a Cass. sez. un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014), in Dir. civ. cont., 15 marzo 2015, cui si rinvia anche per i riferimenti bibliografici] e dunque pur dovendosi ritenere che una sentenza di accertamento negativo dell’esistenza del requisito dell’olografia, una volta divenuta definitiva, farebbe stato solo fra le parti del giudizio, i loro eredi e aventi causa, la speculazione in ordine alla maggiore opportunità di esperire il procedimento di falso al fine di ottenere il risultato della definitiva eliminazione dal mondo giuridico della scheda, è destinata a perdere una sua consistenza sul fronte applicativo proprio per la rilevanza comunque relazionale che la vicenda successoria apre. I limiti soggettivi del giudicato, di ampiezza tale da comprendere gli eredi e aventi causa delle parti, rendono infatti l’accertamento negativo del tutto confacente all’interesse delle parti, che è appunto quello di risolvere il contrasto sorto sul titolo della delazione. Appare cioè difficilmente immaginabile l’evenienza di un soggetto terzo, portatore di un interesse giuridicamente rilevante e legittimante il diritto di azione, che possa rimanere fuori dall’ambito di applicazione del giudicato di accertamento negativo eventualmente formatosi. In ogni caso, a fronte di questa efficacia più limitata del giudicato, apprezzabile solo sul piano teorico, più evidenti sarebbero per la parte i vantaggi sotto il profilo procedimentale. Non sarebbe infatti necessaria la partecipazione al giudizio del p.m.; verrebbe esclusa la competenza funzionale del collegio; ma soprattutto ci si muoverebbe al di fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 221 c.p.c. che impone, già al momento della proposizione della querela, l’indicazione, a pena di nullità “degli elementi e delle prove della falsità”. Il procedimento manterrebbe cioè una sua struttura unitaria, regolata dalla disciplina ordinaria.

Accertamento negativo della sussistenza dell’olografia e falsità, dunque, non sono sinonimi. Ma è allora così certo che la questione che il testamento possa essere oggetto di querela di falso sia definitivamente messa fuori gioco? L’analisi delle norme di riferimento potrebbe infatti indurre a ritenere che l’ambito di applicazione dello specifico strumento disciplinato dagli artt. 221 c.p.c. sia in realtà più ampio di quello che sembrerebbe derivare da una valutazione fatta alla luce della disciplina di diritto sostanziale sulle prove. E’ vero, cioè, che l’art. 2700 c.c. afferma che l’atto pubblico fa piena prova fino a querela di falso, ma nessuna norma esclude che la querela di falso serva, solo ed esclusivamente, ad eliminare la pubblica fede attribuita o acquisita da un documento. La falsità non è, cioè, sinonimo di pubblica fede, dal momento che anche un documento privato può essere affetto da falsità (cfr. art. 482, 485 e soprattutto art. 491 ove trattando dei documenti equiparati agli atti pubblici agli effetti della pena, si menziona proprio il testamento olografo). Il procedimento di falso in sede civile manifesta chiaramente la sua vocazione penale, ove, però, l’accertamento del falso è funzionale alla reazione avverso la condotta illecita e dunque all’individuazione del falsario. Ma è proprio la specifica funzione di tale ingresso del giudizio di falso nel processo civile ad offrire all’interprete delle valide coordinate di riferimento. Il giudizio incidentale di falso, cioè, resta pur sempre funzionale al regime, di formazione ed efficacia, delle prove nel processo. D’altra parte, il costante riferimento al piano “documentale” presente anche nell’art. 221 c.p.c. porta a ritenere che la querela di falso si muove necessariamente sul piano della valenza certificativa dell’atto contenente il negozio e non anche su quello sostanziale. Lo strumento è infatti preordinato non all’accertamento del falso in quanto conseguenza di un comportamento avversato dall’ordinamento, quanto all’esigenza che il documento falso, e perciò destinato a condurre il giudice ad una decisione obbligata dal sistema delle prove legali ma errata, venga eliminato dal mondo giuridico.

Non si può però escludere che l’erede legittimo, pregiudicato dalla non autenticità del testamento, sia anche interessato a ricercare l’autore del falso, onde, ad esempio, chiedere il risarcimento dei danni conseguenti a tale condotta. Ma anche in questo caso l’azione da intraprendere non sarebbe la querela di falso, quanto l’accertamento della condotta delittuosa da compiersi in sede penale o, se del caso, incidenter tantum, in sede civile, al fine di ottenere l’auspicato risarcimento.

Resta ancora aperto il quesito in ordine alla prova che, in seno all’azione di accertamento negativo, la parte dovrà offrire per convincere il giudice che il testamento manca dell’elemento essenziale dell’olografia. Sotto questo profilo non pare possa muoversi dubbio alcuno che tale prova sia destinata a ridursi in una consulenza tecnica calligrafica e/o grafologica. Consulenza che dovrà essere eseguita attraverso il confronto con le scritture di comparazione su cui v’è accordo fra le parti, o comunque con quelle di provenienza accertata per sentenza di giudice o atto pubblico (art. 218 c.p.c.). E sarà chi contesta l’autenticità del negozio a dover assolvere all’onere di produrre o comunque indicare tali scritture di comparazione, in assenza delle quali la consulenza tecnica non potrà eseguirsi e dunque la prova dovrà reputarsi non raggiunta.

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Questa Nota può essere così citata:

L. MORMILE, Impugnazione di testamento olografo: la «terza via» delle Sezioni Unite, in Dir. civ. cont., 2 settembre 2015