L’eccezione di difetto di rappresentanza secondo le Sezioni Unite: a proposito di Cass. Sez. Un. 3 giugno 2015 n. 11377

Anno II, numero II, aprile-giugno 2015

di FEDERICO RUSSO, Ricercatore di Diritto processuale civile nellUniversità di Palermo

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La fattispecie affrontata dalle Sezioni Unite con la sentenza in commento è quella del contratto concluso dal terzo contraente con il rappresentante, nel caso in cui il rappresentato, convenuto in giudizio dal terzo, eccepisca la natura di falsus procurator del soggetto che, nella fase negoziale, lo aveva apparentemente rappresentato.

La questione investe, in particolare, la possibilità di configurare tale condotta come mera difesa o eccezione in senso lato, rilevabile anche ex officio, ovvero come eccezione in senso stretto, rilevabile a sola istanza di parte, nei termini previsti, per il processo ordinario di cognizione, dagli artt. 166 e 167 c.p.c.

La problematica è di massimo rilievo. Invero, se prima degli anni ’90 affermare la non rilevabilità di ufficio di una determinata eccezione voleva dire consentirne la deduzione per tutto il non breve primo grado di giudizio e fino all’atto di appello (giusta il previgente art. 345 c.p.c.), oggi tale arco tempo è, come noto, drasticamente ridotto. Sicché esiste la concreta possibilità che il falsamente rappresentato, per una distrazione nelle fasi iniziali del processo, si ritrovi a subire gli effetti di un contratto da lui mai stipulato, ed ex lege tendenzialmente privo di effetti.

Con la decisione in commento le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno ribaltato il precedente orientamento che considerava l’eccezione di difetto di rappresentanza non rilevabile d’ufficio, in quanto connessa ad uno specifico potere del falsamente rappresentato di ratificare o meno il contratto, determinando o impedendo il perfezionamento di quella che veniva definita una fattispecie a formazione progressiva (Cass. 24 ottobre 2013, n. 24133; Cass. 14 maggio 1997, n. 4258; Cass. 8 luglio 1993, n. 7501; Cass. 19 luglio 1978, n. 3606; in dottrina cfr. F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, 2011, p. 1060, V. Roppo, Il contratto, in Trattato di diritto privato diretto da P. Iudica e P. Zatti, Milano, 2011, p. 243 ss. ed in partt. p. 284 ss R. Sacco – G. De Nova, Il contratto, tomo II, Torino, 1993, in Trattato di diritto civile diretto da R. Sacco). Nella sua massima ufficiale, la decisione afferma che:

In caso di contratto concluso da falsus procurator, la deducibilità nel giudizio costituisce una mera difesa poiché la sussistenza del potere rappresentativo in capo a colui che ha speso il nome altrui integra un elemento costitutivo della pretesa fatta valere dal terzo contraente, sicché non è soggetta alle preclusioni di cui agli artt. 167 e 345 cod. proc. civ., può essere dedotta dalla parte interessata e, ove il difetto risulti dagli atti, può essere rilevata dufficio dal giudice.

Interessante, al riguardo, il ragionamento seguito dalla Suprema Corte, secondo cui non sarebbe accettabile proprio la premessa sottesa al precedente orientamento giurisprudenziale che il contratto concluso dal falsamente rappresentante sarebbe una fattispecie a formazione progressiva; laddove, per converso, la deduzione del vizio sarebbe stata da considerare fatto impeditivo del diritto ex adverso azionato, corrispondente all’esercizio di un diritto potestativo di far valere l’inefficacia del contratto.

Le Sezioni Unite, in particolare, ribaltano esattamente la suesposta visione: il contratto concluso dal falsus procurator non sarebbe temporaneamente vincolante anche per lo pseudo rappresentato, fino all’esercizio di un diritto potestativo, da parte di questo, di sciogliersi dall’efficacia; piuttosto il contratto sarebbe di per sé inefficace, salvo l’esercizio, da parte dello pseudo-rappresentato medesimo, del “diritto potestativo” di “imputarsi il contratto, realizzando, attraverso la ratifica, la condizione esterna di efficacia dello stesso, non quello di sciogliersi dal vincolo. Ciò si dedurrebbe, tra l’altro, dalla stessa lettera dell’art. 1388 c.c., a norma quale il contratto concluso dal rappresentante in nome del rappresentato “produce direttamente effetto nei confronti del rappresentato solo se concluso nei limiti delle facoltà conferite al rappresentante.

La legge, dunque, pare condizionare proprio l’operatività del contratto (la sua efficacia nei confronti del rappresentato) alla sussistenza della legittimazione rappresentativa in capo al rappresentante (e non, viceversa, considerare tale effetto prodotto ope legis, salvo il potere del falsamente rappresentato di opporsi all’operatività del contratto).

In questi termini, il difetto di rappresentanza in capo al falsus procurator non sarebbe un fatto impeditivo del diritto della controparte alla produttività di effetti del contratto; al contrario, sarebbe la sussistenza del potere di rappresentanza a costituire

una circostanza che ha la funzione specifica di rendere possibile che il contratto concluso dal rappresentante in nome del rappresentato produca direttamente effetto nei confronti del rappresentato: come tale, essa è ricompresa nel nucleo della fattispecie posta a base della pretesa e integra un elemento costitutivo della domanda che il terzo contraente intenda esercitare nei confronti del rappresentato.

O, ancora con altre parole, non è il difetto di rappresentanza ad essere una circostanza impeditiva della operatività del contratto, ma – al contrario – è “la legittimazione rappresentativa, accanto allo scambio dei consensi e alla spendita del nome altrui” ad essere piuttosto “elemento strutturale e come ragione dell’operatività, per la sfera giuridica del rappresentato, del vincolo e degli effetti che da esso derivano.

Ricostruita nei termini de quibus la deduzione del difetto di rappresentanza può essere qualificata, in coerenza con quanto affermato dalle sezioni unite (e prima ancora da Chiovenda e dalla dottrina in materia di eccezione – v. bibliografia citata alla fine contributo), come semplice contestazione del fatto (qualora si contesti il fatto storico, e.g., dell’esistenza di una procura), ovvero del diritto (qualora – ad esempio – venga dedotta una nullità della procura).

Invero, chi agisce in giudizio contro il rappresentato per ottenere l’adempimento di un contratto concluso con il rappresentante, sta affermando – esplicitamente o implicitamente – anche l’esistenza effettiva del potere del rappresentante di spendere il nome del rappresentato: Se Tizio e il rappresentante di Caio stipularono un contratto, e Tizio agisce contro Caio per l’adempimento del contratto medesimo, la domanda di Tizio presuppone – appunto- l’esistenza e la validità della rappresentanza.

Per contro, se Caio deduce l’inesistenza di tale potere starà in realtà contestando o il fatto dell’esistenza della rappresentanza, ovvero la conformità al modello legale del negozio che la ha conferita. Conseguentemente una simile eccezione potrà rilevata anche d’ufficio dal giudice: – con il solo limite della non contestazione della parte costituita, giusta il disposto degli artt. 115 c.p.c. e 2697 c.c., qualora il vizio dedotto sia un vizio di fatto; – senza alcun limite nell’ultimo caso, i.e., qualora la deduzione del vizio di rappresentanza si sostanzi in una semplice contestazione del diritto (e.g., la procura era nulla, perché rilasciata in forma diversa da quella prescritta; ovvero l’atto è stato compiuto dall’amministratore esorbitando i poteri ad esso attribuiti dalla legge). La rilevazione del vizio giuridico, infatti, costituisce applicazione della regola iura novit curia, e l’essenza stessa del giudicare (v. anche, infra, le implicazioni in materia di onere della prova).

La soluzione in parola appare coerente con la concezione, a nostro avviso, da accogliere, che sono eccezioni in senso stretto procedurale (secondo una terminologia da noi accolta: rilevabili, scil., a sola istanza di parte) quelle espressamente previste come tali dalla legge ovvero quelle correlate ad un potere di impugnazione del diritto o della domanda avversaria, ovvero ancora correlate ad una facoltà concessa alla parte di rifiutare l’adempimento (come accade nell’eccezione di prescrizione o nell’eccezione generale di inadempimento). Solo in queste ipotesi, in estrema sintesi, l’eccezione è diretta a paralizzare una domanda di per sé fondata, e che diviene infondata solamente a seguito della proposizione dell’eccezione. Mentre, in altri termini, un contratto nullo resta tale quale che sia la condotta processuale del soggetto convenuto per l’adempimento, non può dirsi lo stesso per un contratto a prestazioni corrispettive, in cui il convenuto per l’adempimento eccepisca a sua volta la risoluzione per inadempimento della propria controparte. Nel primo caso il giudice che, nel silenzio delle parti, non rilevasse la nullità emetterebbe una sentenza ingiusta; nel secondo caso la sentenza resterebbe giusta, dal momento che la decisione se far valere o meno l’inadempimento dell’attore, e la scelta delle conseguenze giuridiche da far derivare da tale fatto (eccezione di inadempimento, risoluzione, richiesta di adempimento, etc.) non possono che essere riservate ad una valutazione discrezionale della parte.

Applicato questo schema concettuale alla fattispecie in esame, a noi pare che la decisione che imputasse in capo allo pseudo-rappresentato le conseguenze di un contratto da lui non voluto e verosimilmente neppure conosciuto, perché concluso da un falsus procurator sarebbe una sentenza ingiusta (S. Pagliantini, Leccezione di inefficacia ex art. 1398 nella fattispecie complessa della falsa rappresentanza, in Riv. dir. civ., 6/2014, p. 1429 ss.; S. Pagliantini, La condizione di erede beneficiato come eccezione rilevabile dufficio: lopinione del civilista, in Giusto proc. civ., 2013, p. 1125 ss.). Il diritto sostanziale, invero, non pare subordinare l’inoperatività del contratto ad una scelta discrezionale del falsamente rappresentato. Lo schema normativo pare essere – come correttamente ritenuto dalle Sezioni Unite – semmai esattamente rovesciato: il contratto è e resta inefficace nei confronti del falsamente rappresentato, a meno che questi non decida di volersene avvalere.

Il meccanismo della eccezione in senso stretto procedurale, semmai, potrebbe essere ravvisato in una situazione rovesciata, in cui il terzo contraente, venuto a conoscenza del vizio di rappresentanza, instaurasse un’azione di accertamento dell’inoperatività del contratto (nei confronti di procuratore e rappresentato), preliminare ad un’azione di risarcimento dei danni contro, appunto, il falsus procurator.

Non pare a noi che una simile azione potrebbe essere considerata inammissibile, neppure sotto il profilo della carenza di interesse. Non vi è dubbio che il terzo contraente ha tutto l’interesse a che venga accertata, con sentenza idonea al giudicato anche nei confronti del falsus procurator, l’inoperatività del contratto; presupposto per poter chiedere contro di esso i danni. Inoltre, sebbene il pregresso orientamento (Cass. 24 ottobre 2013, n. 24133; Cass. 14 maggio 1997, n. 4258; Cass. 8 luglio 1993, n. 7501; Cass. 19 luglio 1978, n. 3606) precisasse che la facoltà di scelta se mantenere o considerare inoperante il rapporto competesse al solo rappresentato, tale affermazione deve essere, oggi, coordinata con la nuova configurazione data all’eccezione di difetto di rappresentanza dalle Sezioni Unite. Ciò che è rimesso alla volontà dello pseudo-rappresentato è, appunto, esclusivamente il potere di ratificare il contratto, e non la scelta, ambivalente, se mantenerlo o rimuoverlo. Pertanto il suo esercizio (della ratifica di un contratto ex se inoperante, non della scelta se mantenere o ratificare) può legittimamente essere considerato un diritto potestativo del falsamente rappresentato, ad ottenere il rigetto dell’azione di accertamento dell’inefficacia del sinallagma. La domanda del contraente – diremmo proseguendo il ragionamento sviluppato nel testo – sarà di per sé fondata, salvo che lo pseudo-rappresentato eserciti il potere di ratifica, allo stesso modo di come la domanda di adempimento di un contratto a consenso viziato da dolo è fondata, salvo che il contraente non lo impugni deducendo il relativo vizio. L’avere configurato il contratto concluso da parte del falsus procurator come inoperante “salva ratificaex art. 1399 c.c., comporta che tale ultima condotta – appunto la ratifica – se esercitabile senza una particolare forma, possa essere qualificata come eccezione.

E’ vero che, giusta il tenore dell’ultimo comma dell’art. 1399 c.c., finché il terzo contraente non abbia fissato allo pseudo-rappresentato un termine per ratificare il contratto (ciò che potrebbe fare anche con l’atto di citazione introduttivo del giudizio, se sottoscritto dalla stessa parte), questi potrebbe comunque provvedervi, anche in corso di causa, con conseguente rimessione in termini, ex art. 153 c.p.c., per la deduzione tardiva dell’eccezione. Si sarebbe, insomma, pur sempre in presenza di una eccezione in senso stretto, ancorché esercitabile, anche ex art. 153 c.p.c., nel corso del processo, giusta il mutamento dello stato di fatto e di diritto consentito dalla norma sostanziale.

Diverso è, invece, a nostro avviso, il caso del terzo contraente che, dopo avere invitato ai sensi dell’art. 1399 quarto comma c.c. il rappresentato a pronunziarsi sulla ratifica e non aver ricevuto alcuna risposta (o avere ricevuto una risposta negativa), agisca in giudizio per l’accertamento della mancata ratifica e la conseguente condanna al risarcimento del falsus procurator. Analogamente a quanto da noi sostenuto per il caso di accertamento dell’avvenuta risoluzione del contratto per verificarsi della clausola risolutiva espressa (cfr. F. Russo, Contributo allo studio delleccezione nel processo civile, Roma, 2013, in part. par. V.4.), la deduzione in parola, traducendosi nell’accertamento di un fatto già avvenuto e già di per sé produttivo di effetti, costituirebbe eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio dal giudice.

Interessanti, al riguardo, sono anche le conseguenze in tema di onere della prova, che la Corte ricava dal principio affermato. In linea di principio è il soggetto che chiede l’adempimento del contratto a dover dimostrare l’esistenza di un valido potere di rappresentanza in capo al procuratore apparente. Così se il rappresentato, costituitosi in giudizio, neghi di aver rilasciato la procura, sarà onere del terzo che ha contrattato con il rappresentante l’onere di provare l’esistenza e i limiti della procura (Cass. Sez. Un. 3 giugno 2015, n. 11377. In precedenza il principio era stato affermato dalla giurisprudenza prevalente: Cass. 10 ottobre 1963, n. 2694; Cass., 7 gennaio 1964, n. 13; Cass. 13 dicembre 1966, n.2898;Cass. 26 ottobre 1968, n. 3598; Cass. 30 maggio 1969, n.1935; Cass. 8 febbraio 1974, n. 372; Cass. 25 novembre 1976, n. 4460; Cass. lav., 29 luglio 1978, n. 3788).

Una simile prova potrà, ovviamente, essere fornita anche per presunzioni. Si pensi al caso della rappresentanza organica, con particolare riferimento alle associazioni non riconosciute, ove può risultare, in concreto, assai difficile per il contraente fornire in giudizio la prova dell’esistenza del potere di rappresentanza in capo al procuratore.

L’esistenza di una procura rilasciata alcuni anni prima, ad esempio, potrà ragionevolmente far presumere che tale potere fosse rimasto in capo al rappresentante al momento della stipula del contratto. Non occorre, in questo caso, scomodare il controverso principio della vicinanza o riferibilità della prova (la cui trattazione esulerebbe dai limiti di questo commento); l’art. 1396 c.c., infatti, prevede espressamente che le modificazioni della procura devono essere portate a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, e che in mancanza, non sono opponibili ad essi “se non si prova che questi le conoscevano al momento della conclusione del contratto. Analogamente, il secondo comma della medesima disposizione prevede che “Le altre cause di estinzione del potere di rappresentanza non sono opponibili ai terzi che le hanno senza colpa ignorate. Ancora, la mancata contestazione del vizio di rappresentanza da parte del rappresentato comporterà le conseguenze di cui all’art. 115 c.p.c., con conseguente relevatio ab onere probandi.

Qualora, invece, lo pseudo-rappresentato affermi non l’inesistenza originaria della procura e del potere di rappresentanza, ma la sua eventuale revoca, in questo caso starà – a nostro avviso – deducendo effettivamente un fatto modificativo del diritto avversario; fatto che avrà onere di provare (oltre all’ulteriore dimostrazione, richiesta dall’art. 1396 c.c., di avere portato la revoca a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, o in mancanza che questi le conoscevano al momento della conclusione del contratto).

Invero, l’aver ricondotto l’esistenza di un valido potere di rappresentanza tra gli elementi costitutivi del diritto fatto valere comporta che la deduzione di un fatto modificativo della procura (quale una sua revoca portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei) vada considerata come una condotta analoga all’affermazione di qualsivoglia fatto modificativo, impeditivo o estintivo del diritto. Il falsamente rappresentato che alleghi l’esistenza di una revoca successiva alla procura, in effetti, tiene una condotta processuale analoga a quella del debitore che affermi, ad esempio, l’esistenza di una remissione del debito, o di un accordo simulatorio diretto a privare di effetti il contratto.

Non sarà, dunque, onere del terzo contraente dimostrare – oltre all’esistenza di una valida procura – anche il fatto negativo e indefinito dell’inesistenza di sue modifiche o revoche successive; egli avrà validamente assolto all’onere a proprio carico semplicemente producendo una valida procura, mentre sarà onere dello pseudo-rappresentato dimostrare che tale procura sia stata revocata, modificata etc.

Si osservi che, con riguardo a tale specifica ipotesi, la posizione dello pseudo-rappresentato contumace continuerà ad essere piuttosto gravosa, qualora si costituisse in giudizio successivamente al maturare delle preclusioni istruttorie.

Invero, sebbene la revoca della procura non andrà considerata, a nostro avviso, eccezione in senso stretto, il falsamente rappresentato non potrebbe dimostrare il proprio diritto, dal momento che, successivamente ai termini ex art. 183 c.p.c., gli sarebbe preclusa la produzione documentale necessaria come mezzo al fine. Di più, ci si potrebbe spingere ad affermare che egli non potrebbe neppure dedurre il fatto nuovo della successiva revoca della procura, qualora si costituisse in giudizio successivamente alla maturazione delle preclusioni assertive (ad oggi, il primo o comunque il secondo termine previsto dall’art. 183 c.p.c.). Pur non essendo in presenza di una eccezione in senso stretto, infatti, si sarebbe comunque in presenza di una nuova deduzione di fatto, da far valere, al netto di eventuali rimessioni in termini ex artt. 294 e 153 c.p.c.) o entro i richiamati termini ex art. 183 c.p.c.

Un’analoga difficoltà incontrerebbe, a maggior ragione, lo pseudo-rappresentato contumace in primo grado, che proponesse appello avverso la sentenza, deducendo appunto il vizio di rappresentanza (sempre in forza di una revoca o modifica della procura medesima). Pur potendo astrattamente dedurre, infatti, il difetto di rappresentanza (ma si vedano le considerazioni di cui sopra con riguardo alle preclusioni assertive) non potrebbe provare l’esistenza del fatto sopravvenuto, stante il disposto dell’attuale art. 345 c.p.c. (salvo dedurre e dimostrare il dolo della parte, ciò che consentirebbe di applicare l’art. 395 c.p.c. in materia di revocazione).

Fuori dall’ipotesi sopracennata della deduzione della revoca o modifica della procura – non affrontata da Cass. sez. un. 11377/2015 – la semplice allegazione, da parte del falsamente rappresentato, dell’inesistenza del potere di rappresentanza non prevede, secondo la giurisprudenza, “alcuna specifica limitazione temporale, pur dovendo essere coordinata con il principio di non contestazione di cui all’art. 115 c.p.c. (Cass. Sez. Un. 3 giugno 2015, n. 11377 in commento; conf. Cass. 16 luglio 2002, n. 10280; Cass. lav. 9 ottobre 2007, n. 21073; Cass. 17 maggio 2011, n. 10811; Cass. lav. 16 novembre 2012, n. 20157; Cass. 12 novembre 2013, n. 25415).

Va da sé che ove la deduzione del difetto di procura si sostanziasse in una quaestio iuris, (quale è, e.g., il possibile profilo di nullità della procura per difetto di forma), l’eventuale difetto di contestazione sarebbe del tutto irrilevante.

Nulla quaestio, ovviamente, se il rappresentato avesse ab origine agito in giudizio per adempimento del contratto o per risoluzione o comunque formulando domanda che presupponesse validità del contratto; come pure se, convenuto in giudizio, avesse tenuto una condotta incompatibile con la deduzione del vizio di rappresentanza. Ultronea, tuttavia, la motivazione addotta al riguardo da Sez. Un. 11377/2015, secondo cui in tali ipotesi il comportamento del rappresentato nel processo opererebbe “anche sul terreno del diritto sostanziale, facendo venir meno, con la ratifica (se pur tacita) loriginaria carenza dei poteri di rappresentanza e, con essa, la non vincolatività, per la sfera giuridica della persona il cui nome è stato speso, del contratto stipulato dal falsus procurator”. Ciò sarà anche vero, ma già la sola condotta processuale sarebbe incompatibile con la volontà di contestare la legittimazione a rappresentare del procuratore.

Un’ultima osservazione discende, a nostro avviso, dal coordinamento tra il principio della rilevabilità d’ufficio del difetto di rappresentanza con il divieto di decisioni della terza via, ricavabile dall’art. 101 c.p.c., questione, affrontata ex professo dalle Sezioni Unite con le decisioni n. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014 in materia di nullità (su cui v.  F. RUSSO, La rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite (note in margine a Cass. sez. un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014), in Dir. civ. cont., 15 marzo 2015).

Rilevato ex officio un possibile vizio di rappresentanza, il giudice dovrà sottoporre la questione al contraddittorio delle parti, invitandole a dedurre sul punto. Quindi, laddove lo pseudo-rappresentato non esercitasse, nei modi previsti dalla legge, il potere di ratifica, ovvero non documentasse di avervi già provveduto, il giudice dovrebbe rigettare la domanda di adempimento proposta dal terzo contraente. L’art. 1399 c.c., infatti, prevede espressamente che la ratifica debba essere eseguita con le forme prescritte per la conclusione del contratto (la soluzione era già stata avanzata, in dottrina, da S. PAGLIANTINI, Leccezione di inefficacia., cit., p. 1433 ed in partt. nota 13, sulla scorta della precedente decisione, sempre in materia di nullità, Cass. Sez. Un. 14828/2012).

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

In argomento:

Betti, Teoria generale del negozio giuridico, in Tratt. dir. civ. it., diretto da Vassalli, Torino 1960, p. 599 ss.; L. Bruscuglia – A. Giusti, (voce) Ratifica (dir. priv.), in Enc. Dir., vol. XXXVIII, Milano, 1987, p. 697 ss.; G. Furgiuele, (voce) Ratifica (diritto civile), in Enc. giur. Treccani, XXVI, Roma, 1991; F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, 2011, p. 1060; G. Minervini, Eccesso di procura del rappresentante e responsabilità del dominus, in Foro. it., 1947, I, c. 380); G. Mirabelli, (voce) Ratifica (diritto civile), in Nov. Dig. It., Vol. XIV, Torino, 1967, p. 879 ss.; S. Pagliantini, L’eccezione di inefficacia ex art. 1398 nella fattispecie complessa della falsa rappresentanza, in Riv. dir. civ., 6/2014, p. 1429 ss.; S. Pagliantini, La condizione di erede beneficiato come eccezione rilevabile d’ufficio: l’opinione del civilista, in Giusto proc. civ., 2013, p. 1125 ss.; S. Pagliantini, Nuovi profili del diritto dei contratti, Torino, 2014, 63; V. Roppo, Il contratto, in Trattato di diritto privato (diretto da P. Iudica e P. Zatti), Milano, 2011, p. 243 ss. ed in partt. p. 284 ss.; R. Sacco – G. De Nova, Il contratto, tomo II, Torino, 1993, in Trattato di diritto civile (diretto da R. Sacco).

 

Sulla nozione di “eccezione” in generale:

Bolaffi, Leccezione nel diritto sostanziale, Milano, 1936, p. 103 ss; M. Cappelletti, Leccezione come controdiritto del convenuto, in Riv. dir. proc., 1961, p. 266 ss; Id., Nuovi fatti giuridici ed eccezioni nuove nel giudizio di rinvio, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1959, p. 1610 ss.; G. Chiovenda, Principii di diritto processuale civile – Le azioni. Il processo di cognizione, Napoli, 1965 (rist. an.), p. 272 ss.; Id., Sulla eccezione, in Saggi di diritto processuale civile, I, Bologna, 1903 (rist., Milano, 1993), p. 149 ss.; Id. Prefazione a F. Escobedo, Leccezione in senso sostanziale, Milano, 1927, p. IV.; V. Colesanti, Eccezione (dir. proc. civ.), in Enc. dir., vol XV, 1965, p. 172 ss.; S. Costa, Eccezione (diritto vigente), in Novissimo Digesto Italiano, 1968, p.349 ss.; F. Escobedo, Leccezione in senso sostanziale, Milano, 1927, p. 3 ss; G.A. Micheli, Corso di diritto processuale civile, I, Parte generale, Milano, 1959, p.82; A. Motto, Poteri giurisdizionali e tutela sostanziale, Torino, 2012, p. 203 ss.; R. Oriani, Eccezioni rilevabili (e non rilevabili) dufficio. Profili generali (I), in Corriere Giur., 2005, 7, p. 1011; R. Oriani, Eccezione, Postilla di aggiornamento, in Enc. giur., vol. XII, 2000, p.1 ss.; Id., Eccezione, in Dig. disc. priv., sez. civile, vol. VII, 1991, p.262 ss; F. RUSSO, Contributo allo studio delleccezione nel processo civile, Roma, 2014; F. RUSSO La rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite (note in margine a Cass. sez. un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014), in Dir. civ. cont., 15 marzo 2015; nonché F. RUSSO, Il regime processuale delle eccezioni di difetto di legittimazione attiva e passiva e di difetto di titolarità del rapporto. A proposito del l’ordinanza di rimessione alle sezioni unite 13 febbraio 2015 n. 2977, in Dir. civ. cont., 25 maggio 2015S; Satta, Commentario al codice di procedura civile, I Disposizioni generali, Milano, 1966, p 429 ss. (sub art. 115).

 

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Questa Nota può essere così citata:

F. RUSSO, L’eccezione di difetto di rappresentanza secondo le Sezioni Unite: a proposito di Cass. Sez. Un. 3 giugno 2015 n. 11377, in Dir. civ. cont., 29 giugno 2015