La plausibile narrazione individualizzata dell’emigrazione non è requisito per il rilascio del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie al migrante che proviene da una zona di conflitto armato

Con sentenza dell’1 aprile 2015, la Corte di Appello di Bari s’interroga sul requisito per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ad un soggetto migrante che provenga da una zona di conflitto armato interno ma non abbia reso una narrazione verosimile delle ragioni dell’emigrazione.

E’ noto che la Direttiva 2004/83/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta, protegge non solo i migranti cui sia riconoscibile lo status di rifugiato, ma anche coloro per i quali nel paese di origine o in cui avevano la dimora abituale sussista fondato motivo del rischio effettivo di subire un grave danno (regime di protezione sussidiaria). Tale è considerata, in particolare, la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale.

La Corte di Giustizia ha interpretato l’articolo 15, lettera c), della citata direttiva “nel senso che si deve ammettere l’esistenza di un conflitto armato interno, ai fini dell’applicazione di tale disposizione, quando le forze governative di uno Stato si scontrano con uno o più gruppi armati o quando due o più gruppi armati si scontrano tra loro, senza che sia necessario che tale conflitto possa essere qualificato come conflitto armato che non presenta un carattere internazionale ai sensi del diritto internazionale umanitario e senza che l’intensità degli scontri armati, il livello di organizzazione delle forze armate presenti o la durata del conflitto siano oggetto di una valutazione distinta da quella relativa al livello di violenza che imperversa nel territorio in questione” (CGUE, sentenza del 30 gennaio 2014, Diakité c. Commissaire général aux réfugiés et aux apatrides, nella causa C-285/12).

Sul fronte interno, tuttavia, si segnalano due distinti e antitetici indirizzi giurisprudenziali: alcuni giudici di merito sostengono che  la mera provenienza da una zona teatro di conflitto armato interno sia ex se condizione sufficiente per la protezione sussidiaria, mentre altri togati ritengono che una plausibile narrazione individualizzata dell’emigrazione da parte del migrante costituisca comunque requisito per il rilascio.

Nella sentenza in questione, la Corte territoriale barese, sposando la tesi più garantista, afferma che la mera provenienza da una tormentata regione geografica (nel caso di specie la regione del Casamance in Senegal) giustifica il riconoscimento della protezione per gravi motivi umanitari.

Cfr. anche App. Bari 5 marzo 2015, che concede lo status di rifugiato ad un cittadino pakistano di religione Ahmadya perseguitato nel suo paese dai musulmani, Trib. Catanzaro 2 gennaio 2015 che, per ragioni analoghe, riconosce lo status di rifugiato ad un cittadino pakistano di religione sciita, nonché App. Bari 17 luglio 2014 che concede la “protezione sussidiaria” ad un cittadino pakistano.