Convivenza more uxorio e solidarietà post-coniugale

Anno II, Numero II, aprile/giugno 2015

di EMANUELE BILOTTI, Professore associato nell’Università Europea di Roma

BILOTTI

Scarica il PDF della Nota

Un rapporto stabile e continuativo di convivenza more uxorio, intrapreso dall’ex coniuge “debole” dopo il divorzio o anche prima di esso, può valere  di per sé a escludere in maniera definitiva la spettanza dell’assegno post-matrimoniale? Con la sentenza in esame (Cass. 3 aprile 2015 n. 6855, Rel. Dogliotti) la Suprema Corte dà a questo interrogativo una risposta affermativa finalmente priva di ambiguità e incertezze, contribuendo così a consolidare quell’orientamento della propria giurisprudenza, che, già in precedenza, sia pure con qualche esitazione, aveva indicato la strada del superamento dell’idea di un’impossibile assimilazione tra convivenza e nuove nozze quanto alla loro automatica efficacia ablativa della cd. solidarietà post-coniugale.

Invero, almeno fino a una recente decisione dell’agosto del 2011 (si tratta di Cass., 11 agosto 2011, n. 17195, in Fam. e dir., 2012, 25 ss., con nota adesiva di A. FIGONE, La convivenza more uxorio può escludere l’assegno divorzile, e in Nuova Giur. Civ. Comm., 2012, I, 45 ss., con nota – anch’essa sostanzialmente adesiva – di L. OLIVERO, Nuovi amori e vecchi assegni di divorzio), che non è rimasta senza séguito (v. infatti, ancor più di recente, Cass., 18 novembre 2013, n. 25845), la Suprema Corte aveva continuato a ripetere che la regola secondo cui il diritto all’assegno si estingue in caso di nuove nozze del titolare (art. 5, comma 10, l. 898/1970) non poteva applicarsi in caso di convivenza more uxorio dell’ex coniuge, che, in conseguenza del divorzio, si fosse trovato nella situazione di mancanza di mezzi adeguati a godere dello stesso tenore di vita in atto durante la convivenza matrimoniale. E ciò perché – si diceva – un semplice rapporto di convivenza, sia esso precedente o successivo al divorzio, non comporta comunque la nascita di reciproci doveri di mantenimento, idonei a escludere la solidarietà post-coniugale (sulla ratio dell’art. 5, comma 10, cit., v. G. BONILINI, L’assegno post-matrimoniale, in Lo scioglimento del matrimonio. Art. 149 e l. 1° dicembre 1970, n. 8983 a cura di BONILINI e F. TOMMASEO, ne Il Codice Civile. Commentario diretto da F. Busnelli, Milano, 2010, 700). Peraltro, già prima della riforma del 1987, la giurisprudenza di legittimità aveva riconosciuto che la convivenza more uxorio rilevava comunque ai fini della determinazione della misura dell’assegno, sempre che avesse comportato un miglioramento delle condizioni economiche del beneficiario tale da ridurre – o anche da rimuovere del tutto – quella situazione di mancanza di mezzi adeguati a conservare il tenore di vita coniugale, che costituisce il presupposto dell’assegno (per riferimenti giurisprudenziali v. OLIVERO, op. cit., 52; v. anche le indicazioni raccolte in F. MACARIO, Diritto di famiglia. Questioni giurisprudenziali, Torino, 2011, 5 s.; per riferimenti alla giurisprudenza più risalente v. E. QUADRI, Assegno di divorzio e convivenza more uxorio, in Nuova Giur. Civ. Comm., 1997, I, 306 ss. e Id., Orientamenti in tema di convivenza «more uxorio» e assegno di divorzio, in Foro it., 1986, I, 1369).

L’orientamento consolidatosi nella giurisprudenza della Suprema Corte era dunque nel senso che un rapporto di convivenza more uxorio non fosse in nessun caso per sé sufficiente a far venire meno il diritto all’assegno post-matrimoniale (o, in caso di convivenza precedente al divorzio, a impedirne la nascita). Quel rapporto era nondimeno destinato ad assumere rilevanza per quello che era in grado di dare all’ex coniuge in termini di stabilità economica, non diversamente dall’assistenza prestata dalla famiglia di origine del beneficiario dell’assegno. E tale rilevanza poteva arrivare fino al punto di determinare la “quiescenza” del diritto all’assegno laddove la nuova convivenza garantisse all’ex coniuge un tenore di vita analogo o più elevato rispetto a quello goduto durante il matrimonio (o rispetto a quello potenzialmente consentito dalle risorse allora disponibili).

Questo stato della giurisprudenza di legittimità ha subìto una significativa evoluzione a seguito della già indicata pronuncia dell’agosto del 2011. In quell’occasione la Suprema Corte, pur ribadendo che «non vi è né identità, né analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno», e un rapporto stabile e continuativo di convivenza more uxorio, «che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale», ha però stabilito che anche un rapporto di convivenza, laddove assuma i connotati della stabilità e della continuità e si “trasformi” perciò in «una vera e propria famiglia di fatto», «rescinde… ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso».

L’interprete istituzionale sembra così aver fatto propria l’idea di un’influenza automatica sul diritto all’assegno post-matrimoniale della convivenza more uxorio stabilmente e continuativamente intrapresa dall’ex coniuge “debole” prima o dopo il divorzio, l’idea cioè della rilevanza della semplice esistenza di un simile rapporto di convivenza quale fatto ostativo alla perdurante sussistenza – o alla stessa nascita – del diritto all’assegno, senza dunque che si debba avere alcun riguardo all’incidenza di quel rapporto sul tenore di vita dell’ex coniuge beneficiario. Per i giudici della Suprema Corte, infatti, «il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale non può che venir meno di fronte all’esistenza di una famiglia, ancorché di fatto». E ciò perché, nel caso di una convivenza stabile e continuativa, i partners danno vita pur sempre a un “progetto” e a un “modello” di vita in comune «analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio», e cioè a un “progetto” di «arricchimento e potenziamento reciproco della personalità dei conviventi» e di «trasmissione di valori educativi ai figli», un “progetto” di vita in comune in forza del quale «la mera convivenza si trasforma in una vera e propria famiglia di fatto».

Invero, anche l’indicata decisione dell’agosto del 2011, pur avendo operato, com’è stato detto efficacemente, una «promozione sul campo per la famiglia non fondata sul matrimonio» (così OLIVERO, op. cit., 50), non era però ancora pervenuta a un’assimilazione davvero completa tra nuovo vincolo coniugale e convivenza more uxorio quali fatti ugualmente idonei a escludere una volta per tutte il vincolo di solidarietà post-coniugale che fonda il diritto all’assegno dell’ex coniuge “debole”. Anche in quella pronuncia i giudici della Suprema Corte continuavano infatti ad affermare che, in presenza di una convivenza stabile e continuativa dell’ex coniuge beneficiario (anche solo potenziale) dell’assegno, il relativo diritto non si estingue del tutto o non è senz’altro impedito nel suo costituirsi, ma entra piuttosto in uno stato di “quiescenza”, con la conseguenza che quello stesso diritto «potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com’è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, estranea al nostro ordinamento».

L’idea della “quiescenza” del diritto all’assegno di divorzio continuava dunque a essere riproposta dai giudici della Suprema Corte anche in un contesto argomentativo che aveva invece accolto la logica della convivenza stabile e continuativa come “nuovo inizio”, idoneo a «rescinde[re]… ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso». In dottrina era stata perciò giustamente rilevata «la natura ibrida, e in parte forse contraddittoria, dell’impatto prodotto dalla convivenza, che sembra partecipare dell’efficacia dirimente a priori delle nuove nozze sulla falsariga del comma 10° dell’art. 5 della l. div., ma senza rinunciare alla rivedibilità a posteriori propria dei criteri sul se e sul quanto dell’assegno iscritti invece nel comma 6° del medesimo articolo» (così OLIVERO, op. cit., 51, che riteneva comunque la bontà della soluzione proposta dalla Corte di Cassazione «anche con queste ambivalenze non del tutto risolte»; la contraddittorietà del principio di diritto affermato dalla Suprema Corte non veniva invece in alcun modo evidenziata da FIGONE, op. cit., 28). In effetti, non è contestabile che l’orientamento giurisprudenziale inaugurato dall’indicata decisione dell’agosto del 2011 fosse percorso da una tensione irrisolta tra due rationes incompatibili: quella per cui anche una convivenza stabile fa venir meno il diritto all’assegno a prescindere da qualsiasi comparazione tra il tenore di vita matrimoniale e quello successivo al divorzio e quella per cui un rapporto di mero fatto non può mai essere idoneo di per sé a escludere la solidarietà post-coniugale, sicché è comunque necessario valutare se e in che misura quel rapporto incida sulla situazione di insufficienza di mezzi del beneficiario dell’assegno. Insomma, è come se i giudici della Suprema Corte, nel disconoscere l’immanenza nel sistema di una ratio che pure per tanto tempo avevano difeso e nell’accoglierne una del tutto diversa, e anzi antagonista, non avessero però avuto il coraggio di chiudere definitivamente col passato e fossero rimasti “a metà del guado”, dando corpo a un orientamento incerto e contradditorio.

Solo con la decisione in esame la Suprema Corte supera finalmente ogni residua perplessità e decide di assumere il nuovo orientamento nella pienezza delle sue implicazioni, abbandonando così in maniera definitiva il convincimento di un’impossibile assimilazione tra convivenza e nuovo vincolo coniugale quanto alla loro efficacia ablativa, diretta e automatica, della solidarietà post-coniugale. In effetti, la decisione in esame riafferma anzitutto l’idea, già espressa con chiarezza nella pronuncia del 2011 e già riproposta anche in altre occasioni successive, secondo cui «il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner non può che venir meno di fronte all’esistenza di una vera e propria famiglia, ancorché di fatto». Si ribadisce perciò che una convivenza che ha assunto i connotati della stabilità e della continuità «rescinde… ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso». I giudici della Suprema Corte danno quindi conto di essere ben consapevoli che «nell’ambito della giurisprudenza… ormai nettamente maggioritaria, talora si è affermato… che il fenomeno andrebbe spiegato con una sorta di “quiescenza” del diritto all’assegno, che potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com’è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, ancora estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l’ex familiare di fatto, salvo eventuali accordi economici stipulati tra i conviventi stessi». Aggiungono però che «riesaminandosi la questione, sembra… assai più coerente, rispetto alle premesse sopra indicate, affermare che una famiglia di fatto, espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, da parte del coniuge, eventualmente potenziata dalla nascita di figli (ciò che dovrebbe escludere ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge) dovrebbe essere necessariamente caratterizzata dalla assunzione piena di un rischio, in relazione alle vicende successive della famiglia di fatto, mettendosi in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra conviventi (ferma restando evidentemente la permanenza di ogni obbligo verso i figli)» (i corsivi sono aggiunti).

Insomma, con la decisione in esame i giudici della Suprema Corte sembrano ormai prendere atto del fatto che, se anche una convivenza stabile e continuativa, non diversamente da un nuovo legame matrimoniale, deve reputarsi idonea a escludere ogni residua solidarietà post-coniugale, allora non può esserci neppure uno spazio logico per ipotizzare una “reviviscenza” del diritto all’assegno laddove l’apporto della convivenza dovesse poi venir meno, lasciando l’ex coniuge “debole” in una situazione economica anche di grave difficoltà, ma comunque senza la possibilità di far valere qualsiasi pretesa assistenziale né nei confronti dell’ex coniuge “forte” né nei confronti dell’ex convivente, salvo solo l’eventuale ricorso, nei confronti di quest’ultimo, ai rimedi restitutori del diritto comune in funzione compensativa. È un’esigenza elementare di “coerenza rispetto alle premesse” a imporre questa soluzione: una commistione tra rationes normative riconosciute come rigorosamente alternative è ormai reputata insostenibile. La logica della definitiva esclusione della solidarietà post-coniugale viene finalmente assunta in pienezza: la nuova convivenza non può che cancellare una volta per tutte ogni residua forma di sopravvivenza del disciolto vincolo coniugale. Non c’è possibilità di tornare indietro. Per i giudici della Suprema Corte, infatti, l’ex coniuge, che, in maniera libera e consapevole, scelga di convivere more uxorio in maniera stabile e continuativa, assume pienamente su di sé il rischio relativo «alle vicende successive della famiglia di fatto».

Tanto più che questa regula iuris – e cioè la definitiva e irrimediabile esclusione della solidarietà post-coniugale in caso di convivenza stabile e continuativa – è riconosciuta dai giudici della Suprema Corte con riferimento a un caso in cui il rapporto di convivenza è già terminato nel momento in cui viene introdotto il giudizio per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, e dunque senza che l’adozione di una simile opzione ermeneutica sia stata in qualche modo condizionata dalla necessità di far fronte a una situazione di lunga “quiescenza” del diritto all’assegno, una situazione in cui una successiva “reviviscienza” di quel diritto avrebbe forse potuto sembrare più difficile da giustificare (cfr. OLIVERO, op. loc. citt.).

Dopo aver chiarito la portata innovativa della decisione in esame, si può ora provare a formulare qualche considerazioni sul nuovo orientamento giurisprudenziale che con essa sembra ormai aver assunto una conformazione definitiva. Ebbene, anche a non voler considerare la correttezza del percorso argomentativo proposto dai giudici della Suprema Corte, la soluzione indicata appare comunque suscettibile di valutazioni tutt’altro che univoche già su un piano di semplice opportunità.

Certo, è ben noto che si tratta di una soluzione già accolta da tempo – e in maniera inequivocabile – anche in altri ordinamenti europei. E così, ad esempio, in Francia, l’art. 283, comma 2, code civil prevede chiaramente che, non diversamente da un nouveau mariage, anche un concubinage notoire è idoneo a far cessare de plen droit la pretesa dell’ex coniuge alla pension alimentaire. E anche nel diritto spagnolo vige una regola sostanzialmente analoga: l’art. 101, comma 1, código civil, dispone infatti che «el derecho a la pensión se extingue… por contraer el acreedor nuevo matrimonio o por vivir maritalmente con otra persona». La stessa soluzione, poi, ha finito per prevalere anche in seno alla Commission on European Family Law: i Principles of European Family Law indicano infatti sia le nuove nozze sia una long-term relationship quali possibili cause di termination of the maintenance obligation (v. Principio 2:9, comma 1; in argomento, da ultimo, cfr. F. BEUERMANN, Der nacheheliche Unterhalt. Grundlagen und Ausgestaltung im deutschen Unterhaltsrecht und in den Prinzipien der Commission on European Family Law, Antwerpen, 2013, 193 ss.; nella dottrina italiana v. almeno S. PATTI, I principi di diritto europeo della famiglia sul divorzio e il mantenimento tra ex coniugi, in Familia, 2005, 337 ss.). In Europa va dunque consolidandosi, a quanto pare, un vero e proprio trend nel senso di una sostanziale assimilazione tra convivenza e nuove nozze quanto all’idoneità di entrambe a incidere in maniera automatica e definitiva sulla permanenza del vincolo di solidarietà post-coniugale. Del resto, anche tra gli interpreti italiani non manca chi si dichiara convintamente favorevole a una simile soluzione; si tratta tuttavia di una preferenza che viene formulata unicamente sul piano dello ius condendum, mentre sul diverso piano dello ius conditum si ribadisce senz’altro la correttezza dell’orientamento giurisprudenziale tradizionale (cfr. BONILINI, op. cit., 705 s.).

In ogni caso, l’opportunità della soluzione ora accolta dalla nostra giurisprudenza di legittimità si scontra con talune obiezioni tutt’altro che banali. In effetti, si può anzitutto osservare che far conseguire da un rapporto di convivenza – quand’anche stabile e continuativo, ma pur sempre non formalizzato per volontà dei suoi stessi protagonisti – l’esclusione definitiva di ogni forma di solidarietà post-coniugale vuol dire anche condizionare in maniera non irrilevante una “scelta esistenziale” che il singolo dovrebbe invece poter assumere in piena libertà. È vero che chi sceglie di convivere senza matrimonio mette in conto la possibilità che in qualsiasi momento il rapporto di reciproca assistenza morale e materiale instaurato col proprio partner possa venir meno in maniera definitiva, e dunque accetta il rischio della mancanza di qualsiasi forma di ultrattività di quel rapporto. È anche vero però che chi sceglie di convivere senza matrimonio lo fa anche perché non vuole che dalla propria scelta possano conseguire effetti giuridici di sorta, neppure effetti estintivi di eventuali pretese (assistenziali), delle quali s’intende piuttosto conservare la titolarità.

Invero, non è affatto infrequente il caso di chi, dopo lo scioglimento di un matrimonio, sceglie di non formalizzare un nuovo rapporto affettivo solo perché non vuole perdere il diritto a una quota della pensione di reversibilità dell’ex coniuge o ad altri benefici patrimoniali a suo carico. Si tratta senza dubbio di comportamenti opportunistici, che certo non è bene assecondare. Si potrebbe tuttavia osservare che non è neppure opportuno che una pur condivisibile deterrenza di certi comportamenti si realizzi per il tramite di un’indubbia compressione della libertà del singolo di autodeterminarsi nella propria vita affettiva. Da questo punto di vista la diversa soluzione di valutare di volta in volta il reale apporto della convivenza in termini di stabilità economica dell’ex coniuge “debole” appare senz’altro preferibile. Il rigoroso onere probatorio che quest’ultima soluzione finisce inevitabilmente per far gravare sull’ex coniuge “forte” – e che costituisce, in definitiva, la vera ragione che preme nel senso del suo superamento (cfr. FIGONE, op. loc. citt.) – in realtà non è altro che il “prezzo” che si deve pagare per una scelta normativa di non interferenza nella libertà dell’ex coniuge “debole” di autodeterminarsi nella propria vita affettiva – una scelta che non incentiva comportamenti opportunistici, ma che neppure comprime la libertà del singolo di convivere senza matrimonio.

C’è poi il problema del limite della discrezionalità giudiziale cui potrebbe dar luogo la soluzione favorevole a un’incidenza automatica della convivenza sulla permanenza della solidarietà post-coniugale. È vero che, come s’è detto, sia il legislatore francese sia quello spagnolo sembrano accontentarsi a tal fine della semplice prova di un rapporto di convivenza, ed escludono così, a quanto pare, ogni discrezionalità giudiziale nel riconoscimento del presupposto della convivenza rilevante. È pur vero, però, come pure s’è visto, che in seno alla Commission on European Family Law è prevalsa invece l’idea di distinguere tra convivenza e convivenza e di far discendere un effetto ablativo – o senz’altro impeditivo – di qualsiasi vincolo di solidarietà post-coniugale solo da una long-term relationship, e dunque, a quanto pare, solo da una convivenza che abbia assunto quegli stessi caratteri di stabilità e continuità che anche i nostri giudici di legittimità riconoscono ormai come indici idonei a distinguere tra «mera convivenza», non sufficiente a impedire l’operatività del parametro normativo dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale dall’ex coniuge beneficiario dell’assegno, e «vera e propria “famiglia di fatto”», la sola capace di cancellarne in maniera definitiva il presupposto. Ora, è evidente che, come si è già detto, una soluzione di questo tipo pone anzitutto un delicato problema di controllo della discrezionalità giudiziale. Quand’è infatti che una convivenza può cominciare a riconoscersi come long-term relationship? A partire da quale momento può cioè dirsi compiuta la sua trasformazione in una «vera e propria “famiglia di fatto”»? Qual è il limite temporale idoneo a segnare il confine tra l’una e l’altra fattispecie?

In realtà, ancor più radicalmente, ci si deve forse chiedere se, sulla base dei caratteri indicati di stabilità e continuità del rapporto di fatto, è davvero possibile, come ritengono i giudici della Suprema Corte, operare una distinzione credibile tra convivenza e convivenza e individuare così un particolare gruppo di convivenze contraddistinte dall’elaborazione, ad opera dei partners, di un progetto di vita in comune analogo a quello che caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio. Insomma, se ciò che conta è la qualità del progetto di vita in comune sotteso a una convivenza, è davvero la stabilità del rapporto ciò che consente di ritenere la serietà di quel progetto? Per quale ragione un progetto di vita in comune appena iniziato, ma comunque caratterizzato da una reciproca assistenza morale e materiale, dovrebbe essere considerato meno serio o più instabile di uno di più lunga durata? Le convivenze more uxorio non sono forse tutte ugualmente meritevoli in quanto formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità dell’individuo e allo stesso tempo, però, tutte ugualmente instabili? Non è forse proprio la loro strutturale instabilità ciò che le distingue dal vincolo coniugale? Come si può pretendere, allora, di operare una distinzione tra convivenze “stabili” e “instabili”?

Beninteso, è certo che a posteriori – sia pure con una certa approssimazione e una inevitabile discrezionalità nella valutazione – anche un rapporto di convivenza senza matrimonio può dirsi più o meno stabile in considerazione della sua durata. È altrettanto certo, però, che una regola di automatica estinzione della solidarietà post-coniugale a seguito del coinvolgimento dell’ex coniuge “debole” in un rapporto di convivenza “stabile” non può fondarsi su una simile valutazione retrospettiva, ma richiede un giudizio prognostico sulla stabilità del rapporto. Ma come può formularsi un simile giudizio prognostico rispetto a un fatto che si caratterizza proprio per la sua esistenza precaria? Si deve riconoscere, in realtà, che quel giudizio è logicamente possibile solo se la stabilità del rapporto affettivo ha assunto i connotati del dover essere giuridico, e dunque solo rispetto alla convivenza matrimoniale e non a un mero rapporto di fatto. Con riferimento alla convivenza senza matrimonio, invece, di stabilità del rapporto si può parlare solo in termini di rilevazione di un dato di fatto, e dunque solo all’esito di una considerazione a posteriori della sua durata. Ma, come si è già detto, non è evidentemente sulla base di una valutazione retrospettiva che può decidersi della permanenza o meno della solidarietà post-coniugale in caso di convivenza dell’ex coniuge “debole”.

Insomma, anche a non voler considerare il problema di un’inevitabile discrezionalità giudiziale nel distinguere tra convivenze “stabili” e “instabili”, una regola di automatica estinzione del diritto all’assegno post-matrimoniale in caso di convivenza non è forse neppure correttamente concepibile se non a patto di rinunciare del tutto a distinguere tra mere convivenze e vere e proprie famiglie di fatto. In effetti, in assenza del vincolo matrimoniale, non si vede davvero in base a quale altro criterio l’interprete potrebbe permettersi di esprimere un giudizio sulla “serietà” del progetto di vita in comune sotteso alla scelta di vivere insieme. L’unica vera alternativa all’orientamento giurisprudenziale consolidatosi fino alla decisione della Suprema Corte dell’agosto del 2011, ora ribadito nella pienezza delle sue implicazioni, sembra essere allora rappresentata dall’opzione già fatta propria con chiarezza sia dal legislatore francese sia da quello spagnolo, e cioè dalla soluzione di una parificazione tout court della convivenza e delle nuove nozze quali fattispecie ugualmente impeditive della permanenza – o della stessa nascita – di un vincolo di solidarietà post-coniugale. Ci si deve chiedere però se una scelta di questo tipo non travalichi le competenze dell’interprete e non debba piuttosto essere riservata al legislatore, e dunque alla mediazione politica dei conflitti sociali. In fondo, è proprio questa l’obiezione più grave che sembra possibile avanzare nei confronti di una decisione come quella in esame.

—————————————————

La Nota può essere così citata:

E. Bilotti, Convivenza more uxorio e solidarietà post-coniugale, in Dir. civ. cont., 11 aprile 2015