Responsabilità per naufragio colposo della compagnia di navigazione: una lucida rimeditazione giurisprudenziale del danno non patrimoniale da inadempimento

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di SIMONE ALECCI, Dottore di ricerca

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Trib. Palermo, 13 gennaio 2015, Est. Ciardo, contribuisce a delineare con pregevole nitore argomentativo l’orizzonte della relazionalità – autentica essenza del rapporto obbligatorio – sullo sfondo del quale la prestazione si insinua, accanto ad una nutrita costellazione di obblighi di protezione, solo come una delle possibili variabili.

La decisione dell’organo giudicante costituisce l’esito processuale sul versante civile del grave incidente in cui rimasero coinvolti i passeggeri dell’aliscafo Ustica Lines che la sera del 7 agosto 2008 solcava le acque del porto di Trapani. La sentenza di condanna, che stringe nella tenaglia della tutela risarcitoria la società armatrice ed il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nella veste di successore della soppressa Autorità portuale locale, apre il varco a stimolanti- per quanto sibillinamente evocate nel nucleo motivazionale- occasioni di riflessione sul crinale della nozione normativamente rilevante di causalità e della “struttura dogmatica assiologicamente orientata” degli obblighi di protezione (cfr., in questi termini, L. MENGONI, Spunti per una teoria delle clausole generali, in Riv. crit. dir. priv., 1986, 18).

Muovendo dal primo dei due prismi tematici evocati, cioè quello del linguaggio eziologico, risalta immediatamente che la ricostruzione della dinamica del sinistro non appare per nulla inficiata dai ricorrenti concettualismi che inquinano l’attuale dibattito sulla correlazione causale tra inadempimento (già in sé evento lesivo) ed i diversi pregiudizi ulteriori che di questo sono conseguenza immediata e diretta. In altre parole, l’impalcatura metodologica del provvedimento sembra tradire chiaramente la consapevolezza che il nesso di derivazione causale non rappresenta un legame esistente in rerum natura, essendo la causalità né più né meno che una delle molteplici forme, logicamente pregnanti e di stampo puramente naturalisitco-cognitivo e, dunque, pre-giuridico, della conoscenza umana (lo rileva, con la consueta acribia, C. CASTRONOVO, Danno biologico. Un itinerario di diritto giurisprudenziale, Milano, 1998, 206)

Il fermento dogmatico delle più diffuse teorie causali elaborate nell’arco del secolo breve, del resto, testimonia che la traslitterazione della causalità sul piano giuridico rappresenta sì un’operazione intellettiva complessa, ma pur sempre incardinata entro gli steccati di uno statuto unitario (la cui edificazione più meditata su scala internazionale risale al fortunatissimo volume di H. HART- T. HONORE’, Causation in the Law, Oxford, 1959, tra le suggestioni del quale nessuno studioso dell’epoca ha potuto fare a meno di imbattersi). Non è casuale, difatti, la circostanza che persino la dottrina penalistica, pur al cospetto di una solenne codificazione dell’istituto, non abbia quasi mai omesso di confrontarsi con i più rilevanti apporti scientifici provenienti dalla dimensione civilistica (pioneristici gli studi di P. TRIMARCHI, Causalità e danno, Milano, 1967 e di F. REALMONTE, Il problema del rapporto di causalità nel risarcimento del danno, Milano, 1967).

La coerente disamina delle cause e delle concause dell’evento lesivo condotta dal Tribunale sulla scia dell’accertata responsabilità colposa del comandante dell’aliscafo, al netto di un utilizzo forse troppo disinvolto delle cosiddette prove atipiche (che alcuni studiosi, tra cui G. MONTELEONE, Manuale di diritto processuale civile, Padova, 2012, I, 428, per quanto nel pieno di un corso giurisprudenziale di segno opposto, reputano utilizzabili entro margini molto più ristretti di quelli diffusamente adottati), potrebbe dunque rappresentare l’occasione propizia per tumulare una volta per tutte la distinzione- stancamente riproposta dalla prevalente manualistica- tra causalità civile e causalità penale. Si tratta, invero, di una diversificazione priva di qualunque valore sostanziale, in quanto il linguaggio causale riflette un processo logico di cui si serve il diritto, al pari delle scienze naturali, per collegare il prima al dopo.

Ecco che allora, prendendo spunto da quel passaggio del sillogismo giudiziale nel quale l’organo giudicante passa al setaccio i profili di concorrente responsabilità dell’autorità governativa derivante dall’avere omesso (soprattutto alla luce di un episodio analogo verificatosi un anno prima) di adeguare i dispositivi di sicurezza alla normativa settoriale nonché di modificare specifiche disposizioni regolamentari imponendo ai vettori limiti di velocità più stringenti anche nello specchio d’acqua esterno al porto, si dovrebbe cominciare a rimarcare con inequivocabile decisione che la presunta differenziazione tra causalità penale e civile è ontologicamente inconsistente, in quanto riveste una valenza eminentemente tassonomica o, come sono soliti esprimersi i penalisti con riguardo al complesso problema del trattamento sanzionatorio della cooperazione colposa, una funzione meramente di disciplina.

Essa, infatti, attiene in via esclusiva alla misurazione della relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso che, pure in ambito civilistico, è possibile ricostruire- sempre entro i limiti della regola del più probabile che non- sulla base di modelli, come quello dello “scopo della norma violata” nell’alveo della teoria dell’imputazione obiettiva dell’evento, squisitamente penalistici. Il che- è appena il caso di specificarlo- caratterizza anche le coordinate del giudizio prognostico effettuato dal giudice amministrativo chiamato a misurarsi con la risarcibilità degli interessi legittimi “a risultato non garantito” (dimensione mimetica in cui, come opportunamente messo in luce, tra gli altri, da C. MARZUOLI, Conclusioni, in La responsabilità della pubblica amministrazione per lesioni di interessi legittimi. Atti del LIV Convegno di studi di scienza dell’amministrazione, Milano, 2009, 467, non di rado alla discrezionalità astratta può corrispondere una progressiva vincolatività della fattispecie concreta).

Una simile puntualizzazione sgombra il campo da equivoci in un momento storico come quello attuale in cui il tema della causalità, soprattutto con riferimento alla responsabilità medica per danno da nascita indesiderata, ha assunto una connotazione modaiola di non poco momento che trascura palesemente di considerare che il discorso causale vive e si articola in funzione del giudizio di responsabilità (lo rimarca senza perifrasi C. CASTRONOVO, Sentieri di responsabilità civile europea, in Europa e dir. priv., 1998, 819).

Non dovrebbe prevalere, in buona sostanza, l’ambivalenza insita in un modello compartimentato di perimetrazione del concetto normativamente rilevante di causalità, come se il discorso eziologico potesse variare, ancor prima della misurazione svolta dall’inteprete, in funzione del giudizio nel quale confluisce. Da questa prospettiva, non pare azzardato- ed in tale direzione si articola, d’altronde, la notevole digressione di G. CRICENTI, Il danno da nascita indesiderata rimesso alle Sezioni Unite (per le ragioni sbagliate), in Dir. civ. cont., 9 marzo 2015– ritenere convincente il criterio della regolarità causale di cui la giurisprudenza si serve per assottigliare l’onere probatorio ricadente sulla gestante non informata delle gravi malformazioni del feto, se non altro perché scindere la prova della causalità da quella dell’omessa informazione (che nell’ipotesi specifica della nascita indesiderata, prendendo le mosse dal postulato errato per cui il concepito si duolerebbe della nascita e non della malattia, equivale a non considerare assolto l’onere processuale semplicemente allegando la richiesta di diagnosi) provocherebbe in controluce la riemersione della famigerata dicotomia obbligazioni di mezzi- obbligazioni di risultato, viscosa astrazione di matrice dottrinale che può avere un senso ove la si adoperi, anche qui, solo per misurare il rapporto tra la componente del comportamento e quella del bene o dell’utilità pulsanti nella struttura dell’obbligazione (cfr., sul punto, le illuminanti pagine di M. GIORGIANNI, L’inadempimento, Milano, 1975, 227).

A ben vedere, peraltro, si rivela del tutto irragionevole perseverare nella sovrapposizione della causalità materiale alla causalità giuridica, poiché- come emerge plasticamente dal reticolo motivazionale della sentenza commentata- la causalità è e non può che essere sempre giuridica. Ciò non significa, tuttavia, negare che il linguaggio causale possa esibire un duplice aspetto, il primo legato al fatto in sé ed alla sua riconduzione al soggetto responsabile (più prosaicamente, si tratta di rispondere alla domanda: chi ha commesso l’illecito?) ed il secondo collegato all’evento e preordinato alla delimitazione delle conseguenze dannose che da quello stesso evento si dipanano (detto altrimenti, quanto deve pagare il responsabile). Sebbene la maggioranza degli interpeti stenti a rinunciare a questa precisazione (fermamente contrari a tale sfumatura, reputata foriera di insidiosi equivoci, sono A. BELVEDERE, Causalità giuridica?, in Riv. dir. civ., 2006, 7 e R. SCOGNAMIGLIO, Responsabilità civile, in Responsabilità civile e danno, Torino, 2010, 76), non manca chi pone condivisibilmente l’accento sull’esigenza di non confondere la duplicità funzionale del nesso causale con il rapporto di causalità, che rimane in ogni caso uno soltanto (cfr., a tal proposito, la rigorosa riflessione di A. IULIANI, Gli equivoci della giurisprudenza creativa, in Rivista di diritto dell’economia, dei trasporti e dell’ambiente, 2013, 389, a margine delle funamboliche variazioni sul tema dell’ontologia sociale ordite da Cass. Civ., 2 ottobre 2012, n. 16754).

Proprio questo snodo argomentativo consente di approdare al secondo corno prospettico emergente dalla vicenda processuale, che è quello relativo al rilievo che assume nella fenomenologia del rapporto obbligatorio la teorica degli “obblighi di protezione”, posto che soltanto con riferimento a questi ultimi e ai danni-conseguenza che evocano in chiave rimediale- e non anche al danno da inadempimento cui la logica ed il linguaggio eziologico appaiono sonoramente incongrui (è fin troppo ovvio che non possa esservi spazio per una concatenazione causale tra il fatto dell’inadempimento ed il valore ad esso riferito ed in esso inglobato delle perdite subite e del mancato guadagno) -l’accertamento della causalità gioca un ruolo decisivo.

Ed infatti, nel condannare la società armatrice ed il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti solidalmente al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dall’attrice, l’organo giudicante sembra prender implicitamente le mosse dalla constatazione per cui in qualunque obbligazione il bene dovuto è sempre qualche cosa che va oltre l’atto del debitore e che, pertanto, l’interesse del creditore, nel momento in cui penetra l’alone di un rapporto contrattuale, non è diretto soltanto alla prestazione, bensì anche a non subire pregiudizio nella sfera della propria persona e delle proprie cose quando queste risultano circuitate nella regolamentazione negoziale.

La peculiarità degli “obblighi di protezione” è rappresentata dall’autonomia che esibiscono rispetto al nucleo del rapporto obbligatorio alla cui orbita, nondimeno, rimangono mediatamente avvinti (il che, come puntualmente evidenziato da F. PIRAINO, Adempimento e responsabilità contrattuale, Napoli, 2011, 682, vale a tenerli distinti dalle mere regole di condotta, esterne al piano prospettico della funzione realizzativa del diritto di credito). È noto che l’esigenza di rafforzare, oltre le geometrie della concezione tradizionale dell’obbligazione, interessi che sarebbero protetti solo attraverso la tutela aquiliana attecchisce in un ordinamento, come quello tedesco, in cui quest’ultima è più debole rispetto a quella contrattuale. Nel quadro ordinamentale italiano, d’altra parte, è addirittura lo stesso dettato codicistico in materia di contratto di trasporto (art. 1681 c.c.) a distinguere nettamente l’obbligo di prestazione propriamente inteso dai doveri di protezione che si collocano oltre l’orizzonte dell’adempimento (cfr., in quest’ottica, C. CASTRONOVO, Obblighi di protezione, in Jus, 1976, 145; L. MENGONI, La parte generale delle obbligazioni, in Rivista critica di diritto privato, 1984, 510), il che lascia emergere altrettanto chiaramente che l’essenza dei secondi riposa sul piano dell’affidamento, colorato dalla buona fede in senso oggettivo, atto a cementare le sfere di due o più soggetti che si relazionano in esecuzione o in occasione di una dinamica negoziale.

Decifrata in questi termini, la complessità del rapporto obbligatorio assume rilievo non tanto per il riconoscimento della responsabilità della società armatrice (stante l’ancoraggio positivo assicurato dal combinato disposto degli artt. 1681 c.c. e 409 cod. nav.) quanto per l’annessione all’area del contratto di quella, ritenuta concorrente, del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Nonostante l’ordito motivazionale si limiti a richiamare l’art. 2055 c.c. (che, come saggiamente rimarcato da Cass. Civ., Sez. Un., 15 luglio 2009, n. 16503, riproduce, esclusivamente dalla prospettiva del danneggiato, un dato normativo muto rispetto alla natura ed al titolo delle concorrenti responsabilità; e cfr. Cass. 30 marzo 2010 n. 7618), non sembra avventato rintracciare nell’iter logico-giuridico disegnato dal giudicante i segni della teoria, anch’essa di origine teutonica, degli “obblighi del traffico” (la cui concettualizzazione si deve a VON BAHR, Verkeherspflichten, Köln, 1980), congegnata per risolvere il problema dei contegni omissivi le cui conseguenze possono rivelarsi pregiudizievoli nei confronti dei terzi. Articolate inizialmente in prospettiva extracontrattuale, le suggestioni promananti da questa originale astrazione dogmatica hanno aperto il varco ad una riconcettualizzazione del rapporto obbligatorio incentrata sul postulato per cui colui il quale opera nel traffico (in questo caso il Ministero) non è assimilabile al “passante” destinatario del solo dovere generico di non ledere la sfera giuridica altrui, ma ad un soggetto sul quale incombe uno specifico e determinato “obbligo di attenzione” che gli deriva dal ruolo rivestito nel più ampio quadro di una vicenda contrattuale di cui non è necessariamente parte integrante (e qui l’assonanza con il modello penalistico del “reato omissivo improprio” imbastito attorno all’istituto della “posizione di garanzia” è a dir poco immediata).

La morfologia dinamica degli obblighi di protezione, condensata nell’apparente ossimoro racchiuso nel noto costrutto dell’obbligazione senza prestazione, si spinge oltre atti di consenso liberamente manifestati sino a ricomprendere situazioni di affidamento generate in esecuzione o, più semplicemente, in occasione di un contatto negoziale (irriducibile, a meno di non voler generare inopportuni moti centrifughi della responsabilità contrattuale, al mero contatto sociale che, rievocando la configurazione approntata da LARENZ, Lehrbuch des Schuldrechts, München, 1987, I, 104, richiama invece l’area del torto extracontrattuale e della rarefazione, insuscettibile persino della più embrionale forma di relazionalità, propria del quisque de populo).

La concorrente responsabilità dell’autorità governativa, ricostruita attraverso il giudizio controfattuale di causalità omissiva, non può che colorarsi, allora, di una venatura contrattuale: in prospettiva extracontrattuale, del resto, l’esito non avrebbe potuto essere analogo. Il prisma di convergenza rimediale nel quale confluisce il concorso di responsabilità prende forma, dunque, proprio nell’art. 2055 c.c., il cui spettro normativo, a ben vedere, non rivela proprio nulla sull’identità o diversità delle norme violate, postulando soltanto che il fatto dannoso sia imputabile a più soggetti.

Il transito dalla logica aquiliana a quella contrattuale fondato sull’appassimento del concetto stesso di prestazione (visto e considerato che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non ha stretto alcuna relazione contrattuale con il soggetto danneggiato) esige inevitabilmente il ricorso al medium logico-normativo della buona fede (cfr., testualmente, L. NIVARRA, Acune precisazioni in tema di responsabilità contrattuale, in Europa e dir. priv., 2014, 66, il cui approccio risente dei sentieri arati dall’elaborazione dogmatica tedesca), che a sua volta permette di approdare alla conclusione che la pubblica amministrazione non ha leso un generico interesse giuridicamente protetto (il che aprirebbe le maglie della tipicità in forma progessiva di cui all’art. 2043 c.c.), bensì è venuta meno all’osservanza di un obbligo specifico e determinato.

Ma è sul versante più squisitamente rimediale della fattispecie concreta che tale ricostruzione, implicitamente attingibile dall’impianto motivazionale, emerge in tutta la sua coerenza endosistematica.

Ed infatti, nel procedere alla liquidazione del danno non patrimoniale patito dalla passeggera dell’aliscafo, l’organo giurisidizionale si sottrae ammirevolmente all’inconcepibile antinomia, sdoganata dalla catastrofe argomentativa delle Sezioni Unite del 2008, di legare la risarcibilità di tale forma di pregiudizio al sistema della responsabilità aquiliana (dunque, in buona sostanza, all’art. 2059 c.c.). La categoria dell’ingiustizia del danno, del resto, ove innestata all’esterno del terreno della responsabilità extracontrattuale, assume le sembianze di una clamorosa assurdità logica, peraltro ingenerata dalla fallace convinzione che il sottosistema della responsabilità da inadempimento sarebbe strutturalmente inadeguato alla rimozione dei danni non patrimoniali. In realtà- e l’estensore del provvedimento emesso dal Tribunale di Palermo pare avvedersene soprattutto nella misura in cui non avverte l’esigenza di agganciare la risarcibilità del danno non patrimoniale nelle sue varie sfaccettature intracategoriali ai diritti costituzionalmente garantiti mediante il varco offerto dall’art. 2059 c.c.- la monade contrattuale è tutt’altro che inadatta ad ospitare simili meccanismi di tutela, in quanto è proprio attraverso il piano degli “obblighi di protezione” e della clausola generale di buona fede e di correttezza che i valori della persona lesi da eventi ulteriori rispetto all’inadempimento acquisiscono dignità in prospettiva rimediale.

E se è vero, come ammesso da S. MAZZAMUTO, Rimedi specifici e responsabilità, Perugia, 2011, 369, che la limpidità di questa ricostruzione non può comunque prescindere da un appiglio positivo e che, al contempo, tale riferimento non può agevolmente individuarsi né nell’art. 1223 c.c. (recante i segni della patrimonialità) né tantomeno- a differenza di quanto argomentato da molti- nell’art. 1174 c.c. (che, parafrasando C. CASTRONOVO, Danno esistenziale: il lungo addio, in Danno e resp., 2009, 9 e E. BETTI, Teoria generale delle obbligazioni, Milano, 1953, I, 51, altra funzione non assolve oltre quella di rendere chiaro che l’interesse non patrimoniale non è geneticamente contrastante con la natura essenzialmente patrimoniale dell’obbligazione), non pare arduo riconoscere nell’art. 1218 c.c., che nulla rivela d’altronde sul requisito della patrimonalità o della non patrimonalità, la norma di fondazione e di giustificazione della risarcibilità di ogni pregiudizio connesso all’inadempimento. Adottando queste coordinate ermeneutiche, appare chiaro che anche la stessa disciplina consumeristica (ad esempio l’art. 47 del codice del turismo sul danno da vacanza rovinata, comunque inapplicabile alla fattispecie concreta) non sarebbe altro che la mera traduzione in ambito settoriale di un principio già ricavabile su scala generale da una rilettura in chiave moderna- e cioè arricchita dell’allusione dogmatica agli “obblighi di protezione”- del concetto stesso di obbligazione.

Sotto quest’aspetto l’afflato teorico della sentenza di condanna avrebbe probabilmente potuto mostrare maggiore incisività; d’altronde, la laconicità analitica con la quale procede all’enumerazione delle singole poste di danno lascia integra la configurazione del rapporto obbligatorio in un’ottica complessa, ove attorno al nucleo della prestazione pulsa una serie di obblighi che assicurano la piena realizzazione di tutti gli interessi per il soddisfacimento dei quali il vincolo è sorto.

Una fugace conclusiva osservazione si appunta, infine, sull’improprio utilizzo della curiosa categoria del “danno da rimbalzo o di riflesso” con riguardo alla sfera delle giovani figlie della danneggiata. Questo è forse il passaggio più friabile delle coerenti argomentazioni del provvedimento, se non altro perché trascura di considerare che la lesione sofferta dai familiari non può mai dirsi filtrata da quella della vittima “primaria” dell’evento produttivo di danno (contrattuale o aquiliano che sia), ma è essa stessa autonoma ed immediata (l’aveva finalmente compreso Cass. Civ., 31 maggio 2003, n. 8828). Il che- si badi- non è il portato di un manierismo puramente teorico o nominalistico, in quanto le ripercussioni che si riverberano sul campo pratico sono tutt’altro che irrilevanti. Una per tutte: l’inammissibilità dell’eccezione avanzata dal danneggiante nei confronti dei parenti danneggiati dell’eventuale concorso di colpa della vittima “primaria”.

 

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Questa Nota può essere così citata:

S. ALECCI, Responsabilità per naufragio colposo della compagnia di navigazione: una lucida rimeditazione giurisprudenziale del danno non patrimoniale da inadempimento, in Dir. civ. cont., 13 marzo 2015