“Institutio ex re certa” o legato?

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di GABRIELE LA MALFA RIBOLLA e MARINA MINASOLA, Avvocati 

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La sentenza 10 marzo 2014 della seconda sezione civile del Tribunale di Palermo Giud. Nozzetti, offre significativi spunti di riflessione in merito all’individuazione, tutt’altro che agevole, del discrimen tra istituzione di erede e legato nell’ipotesi di assegnazione di beni determinati da parte del testatore.

Nella fattispecie sottoposta all’attenzione del Tribunale di Palermo, veniva in rilievo una scheda testamentaria mediante cui la testatrice aveva inteso distribuire il suo intero patrimonio tra il marito, la sorella ed i sette nipoti.

In particolare, la controversia aveva ad oggetto la sussistenza o meno della qualità di erede in capo ad una delle nipoti, la quale, precettata del pagamento di un debito relativo ad una condanna alle spese legali della de cuius, aveva presentato opposizione al suddetto atto di precetto affermando la propria qualità di mera legataria. La nipote negava inoltre la propria qualità di erede legittima, evidenziando come al momento dell’apertura della successione fosse ancora in vita il coniuge della dante causa, e, in via subordinata, affermava di non aver mai accettato né espressamente né tacitamente l’eredità.

 

Com’è noto, la distinzione è assai rilevante principalmente per due ordini di ragioni: in primo luogo, a differenza di ciò che accade nell’ipotesi di legato, nella successione a titolo universale l’erede dovrà rispondere pro quota dei debiti del de cuius e godrà della capacità espansiva del lascito anche alle poste attive non espressamente contemplate. In secondo luogo, mentre l’acquisto del legato costituisce un effetto automatico dell’apertura della successione, salva la possibilità di successiva rinuncia, per l’acquisto dell’eredità occorre un’accettazione, la quale potrà essere espressa, tacita o presunta.

Ebbene, il problema della differenziazione in concreto tra le due ipotesi si pone in tutta la sua criticità ove siano stati indicati nell’atto di ultima volontà singoli cespiti dell’asse ereditario od un complesso di essi. In tali casi la disposizione non necessariamente sarà qualificabile come a titolo particolare: ai sensi del secondo comma dell’art. 588 cod. civ., potrebbe affermarsi, infatti, la sua natura universale, ove si reputasse che mediante essa il testatore abbia inteso assegnare i beni “come quota del patrimonio”.

E’ evidente che il riferimento alla mens testantis reca con sé inevitabili difficoltà ermeneutiche, specie nei casi in cui si tratti della successione regolata mediante testamento olografo da un comune cittadino, ignaro delle distinzioni giuridiche cui si è fatto cenno.

Per come ampiamente chiarito dalla giurisprudenza, deve compiersi quindi una duplice indagine: la prima, di carattere oggettivo, avrà esclusivo riguardo al contenuto dell’atto, l’altra, di carattere soggettivo, sarà preordinata ad accertare l’effettiva volontà del testatore. La qualificazione formale del lascito da parte del de cuius e l’eventuale impiego di formule sacramentali non potranno rivestire valore decisivo, dovendosi piuttosto aver riguardo all’intrinseca natura della disposizione: ai fini dell’attribuzione della qualità di erede, ciò che occorrerà accertare è unicamente che il testatore abbia realmente inteso attribuire le proprie sostanze non già come elementi a sé stanti del patrimonio, ma come totalità o quote dello stesso.

Dottrina e giurisprudenza si sono ampiamente dedicate all’individuazione di criteri, di più o meno agevole applicazione, funzionali all’accertamento dell’intenzione del testatore.

Ad esempio, sono state ritenute indicative della volontà di realizzare un’istituzione ex re certa l’attribuzione di tutti i beni residui, non rientranti tra quelli già assegnati a titolo particolare, ovvero l’assegnazione di una intera categoria o gruppo di beni, oppure ancora l’espressa menzione della quota di legittima spettante all’istituito (Amadio G., L’oggetto della disposizione testamentaria, in Successioni e donazioni, a cura di P. Rescigno, I, Padova, 1994, 897 ss.; Basini G. F., “Lasciti” di beni determinati, ed istituzione di erede ex re certa, in Fam. Pers. Succ., 2007, 3, 243 ss.; Barba V., Istituzione ex re certa e divisione fatta dal testatore, in Riv. Dir. Civ., 2012, 1, 53 ss.; Delle Monache S., Distribuzione testamentaria dei beni tra i congiunti e istituzione d’erede “ex re certa”, in Riv. dir. privato, 2004, 908 ss.; Giannattasio C., Delle successioni. Successioni testamentarie, in Comm. cod. civ., Torino, 1978; Mengoni L., L’istituzione di erede “ex certa re” secondo l’art. 588, comma 2°, c.c., in Riv. trim. dir. e proc. civ., 1948, 744 ss.; Salis L., L’istituzione di erede in cosa determinata, in Dir. e giur., 1946, 81 ss.; Trabucchi A., Il rispetto del testo nell’interpretazione testamentaria, in Scritti giuridici in onore di F. Carnelutti, Padova, 1950, 685 ss.)

Parte della dottrina ha sostenuto che l’unico criterio oggettivo sul quale, in tali casi, sarebbe possibile far leva, sia costituito dalla valutazione a posteriori della sussistenza di un rapporto proporzionale tra il valore dei beni assegnati e quello dell’intero patrimonio (Prandi F., Interpretazione del testamento, rilevanza dei motivi e “institutio ex re certa”, in Foro Pad., 1974, 130).

Altri invece, in armonia con la giurisprudenza dominante, hanno affermato la necessità di valorizzare proprio l’elemento soggettivo della volontà, eventualmente ricorrendo ad elementi estranei alla scheda testamentaria e facendo ricorso ai consueti canoni d’interpretazione.

Di tale avviso si è mostrata, da ultimo, anche la Corte di Cassazione, secondo la quale “in tema di distinzione tra erede e legatario, ai sensi dell’art. 588 cod. civ., l’assegnazione di beni determinati configura una successione a titolo universale (“institutio ex re certa”) qualora il testatore abbia inteso chiamare l’istituito nell’universalità dei beni o in una quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato se egli abbia voluto attribuire singoli, individuati, beni. L’indagine diretta ad accertare se ricorra l’una o l’altra ipotesi si risolve in un apprezzamento di fatto, riservato ai giudici del merito e, quindi, incensurabile in cassazione, se congruamente motivato” (Cass. civ., Sez. II, 25 ottobre 2013, n. 24163).

L’institutio, a sua volta, non va confusa con la divisione fatta dal testatore ex art. 734 cod. civ.: soltanto nella seconda fattispecie, si ha una predeterminazione delle quote dell’asse ereditario spettanti ai singoli eredi, risultando queste viceversa nel primo caso determinabili soltanto ex post, mediante la c.d. operazione di “apporzionamento”, consistente appunto nel calcolare il rapporto tra il valore dei beni assegnati ed il totale del patrimonio (Torrente A., Schlesinger P., Manuale di diritto privato, Milano, 2011, 1242).

Ciò chiarito in via generale, può passarsi all’analisi del caso sottoposto al vaglio del Giudice della sentenza in commento, che si segnala non soltanto per la propria chiarezza espositiva ma anche per la soluzione, sotto taluni profili originale, cui in concreto perviene.

Come anticipato, veniva in rilievo una scheda testamentaria mediante cui la testatrice aveva inteso distribuire il suo intero patrimonio tra il marito, la sorella ed i sette nipoti.

In particolare, la controversia aveva ad oggetto la sussistenza o meno della qualità di erede in capo ad una delle nipoti, la quale, precettata del pagamento di un debito relativo ad una condanna alle spese legali della de cuius, aveva presentato opposizione al suddetto atto di precetto affermando la propria qualità di mera legataria. La nipote negava inoltre la propria qualità di erede legittima, evidenziando come al momento dell’apertura della successione fosse ancora in vita il coniuge della dante causa, e, in via subordinata, affermava di non aver mai accettato né espressamente né tacitamente l’eredità.

Il testamento olografo in questione attribuiva all’opponente un magazzino ed un quadro, 1/7 dei gioielli e dei quadri residui, non specificamente menzionati nell’atto di ultima volontà, ed una quota-parte (risultata pari a 3/28) dell’eventuale saldo di un conto corrente di titolarità della defunta e di un fondo monetario. Ai fini della risoluzione della controversia, dunque, era necessario comprendere se la testatrice avesse inteso o meno assegnare i beni in questione come quota del suo patrimonio complessivo, procedendo in particolare all’esatta interpretazione delle seguenti disposizioni testamentarie conclusive: “I rimanenti gioielli e quadri cercate di dividerli di comune accordo in parti uguali i 7 nipoti diretti. Se troverete soldi nel mio c/c e nel fondo monetario alla banca darete a mio marito ¼ della somma rimasta dopo avermi cremata ed il resto lo dividerete in parti eguali i 7 nipoti diretti”.

Secondo la difesa di parte opposta, le richiamate disposizioni avrebbero integrato un’istituzione di erede per almeno quattro concorrenti ragioni.

Anzitutto la testatrice avrebbe espressamente inteso suddividere l’intero suo patrimonio tra i congiunti (“lascio le mie poche cose così suddivise”) e, di conseguenza, nell’operare le varie attribuzioni avrebbe avuto riguardo all’intero asse ereditario.

In secondo luogo, avrebbe inteso operare una chiamata diretta dei nipoti nella quota-parte di 1/7 ciascuno dei beni mobili residui, invitandoli a dividerli di comune accordo: per costante giurisprudenza, l’attribuzione di tutti i beni residui, non ulteriormente specificati, dei quali il testatore non abbia già disposto a titolo particolare, costituisce disposizione a titolo universale di una quota del patrimonio ereditario.

In terzo luogo, avrebbe inteso attribuire anche quote eguali dell’eventuale saldo attivo del conto corrente e del fondo monetario, al netto della quota riservata in favore del coniuge.

Infine, avrebbe imposto ai nipoti un duplice onere positivo (consegnare al coniuge ¼ delle somme rimaste e curare gli adempimenti per la propria cremazione) ed un onere negativo (astenersi dal prelevare mobili e quadri fino a quando il coniuge non avesse smantellato l’abitazione).

A ciò la difesa di parte convenuta ha aggiunto che, in ogni caso, sarebbe intervenuta una successione legittima, essendo la nipote succeduta per rappresentazione a fratelli o sorelle premorti della de cuius.

A fronte di tali rilievi parte opponente ha replicato, escludendo anzitutto che, nel caso di specie, si fosse realizzata un’attribuzione di tutti i beni residui. La disposizione testamentaria attributiva dei “rimanenti gioielli e quadri”, in quanto non separatamente elencati, avrebbe avuto –secondo tale prospettazione- un margine di specificità tale da renderla ben distinta da disposizioni di contenuto effettivamente residuale (come, ad esempio, quelle di subentrare “nel resto dei beni” o “in tutto il resto”). Potrebbe infatti ritenersi “residuo” soltanto ciò che non fosse affatto specificato, neanche nel genere.

Secondo la prospettiva difensiva, poi, si sarebbe potuta avere istituzione di erede soltanto nell’ipotesi di attribuzione di una quota dell’intero patrimonio unitariamente considerato, non già di una quota di singolo bene, quale il saldo del conto. Peraltro, ad avviso della giurisprudenza, “i chiamati a succedere in beni specifici di due tipi, immobili e disponibilità bancarie, con quote diverse, ricevono quanto loro devoluto a titolo particolare, prelegato rispetto ai legittimari (…)” (Trib. Roma Sez. IX, 12 febbraio 2003).

Anche la sussistenza degli oneri sarebbe stata irrilevante, dato che ai sensi dell’art. 647 c.c. questi ultimi possono essere pacificamente posti anche a carico del legatario.

Viene poi sottoposta a vaglio critico la tesi di parte avversa secondo cui l’esaurimento dei cespiti patrimoniali comporterebbe la natura universale delle disposizioni.

Infine, si è contestata l’affermata qualità di erede legittima, in quanto non suffragata da sufficienti elementi di prova.

Con la sentenza in commento il Giudice palermitano ha assunto una posizione estremamente netta, giungendo a negare la qualità di erede in capo a parte opponente e, per l’effetto, a dichiarare nullo l’atto di precetto.

Il Decidente spiega anzitutto come –contrariamente a quanto sostenuto dai convenuti- non sia ipotizzabile la coesistenza tra successione testamentaria e legittima, avendo la testatrice disposto della totalità del proprio patrimonio ed esaurito così l’asse ereditario.

In tal senso la pronuncia non si discosta dalla giurisprudenza consolidata che, in armonia con il tenore letterale dell’art. 457 cod. civ., pone in questi casi la delazione ex lege e quella per testamento in rapporto di rigida alternatività. E’ pacifico infatti che la successione c.d. ab intestato può coesistere con quella testamentaria soltanto nell’ipotesi in cui il de cuius abbia pretermesso la considerazione di taluni cespiti, potendo giustificarsi solo in tal caso l’intervento in via sussidiaria del legislatore.

La sentenza prosegue poi con un chiaro excursus in merito alla vexata quaestio della distinzione tra disposizioni a titolo universale e particolare nel caso di assegnazione da parte del testatore di beni determinati.

Sgombrato il campo dalla incontroversa irrilevanza a tal fine delle espressioni e denominazioni usate nell’atto di ultima volontà, il Tribunale di Palermo pone l’accento sulla necessità di procedere al predetto duplice scrutinio, oggettivo sul contenuto dell’atto e soggettivo sull’intenzione del testatore, al dichiarato scopo di valutare se la disposizione sia stata fatta in relazione all’universum ius ovvero per attribuire singoli beni individuati.

In tali premesse la sentenza si pone assolutamente in linea con l’orientamento dominante, per poi parzialmente discostarsene nei corollari applicativi.

Secondo la decisione, non possono considerarsi pertinenti alla fattispecie i precedenti giurisprudenziali che considerano a titolo universale il lascito dei beni residui, in seguito al prelievo di quelli per i quali si è già provveduto a titolo particolare: le disposizioni “di chiusura” contenute nel testamento esaminato, sarebbero state infatti volte esclusivamente a prevenire un futuro contenzioso tra i successori, senza alcuna certezza in ordine all’effettiva capienza dei cespiti indicati.

Aderendo alla prospettazione di parte opponente, il giudice ritiene poi che “residua” possa considerarsi esclusivamente la rimanente parte imprecisata del patrimonio indeterminata anche nel genere, non già le attribuzioni di beni ulteriori rispetto a quelli specificamente assegnati individuati per categoria.

Precisa il Tribunale che “è peraltro di assoluta evidenza che altro rispetto all’attribuzione di categorie di beni per quote indivise è l’istituzione del beneficiario in una quota aritmetica dell’intero patrimonio (nel che si sostanzia il carattere universale della disposizione), ciò che sembra essere rimasto invece estraneo alla volontà della disponente, che mai alcun cenno ha rivolto, nel corpo dell’atto di ultima volontà, al rapporto proporzionale tra i singoli lasciti e il valore complessivo dell’eredità”.

Entrambi i risultati ermeneutici richiamati presentano elementi di originalità.

Sotto il primo profilo –relativo alla impossibilità di reputare “residua” la disposizione riferita a beni genericamente individuati per categoria- il Giudice aderisce ad una impostazione che, lungi dall’essere pacifica, potrebbe realisticamente non considerarsi maggioritaria.

Secondo una giurisprudenza tanto risalente quanto consolidata, infatti, “quando l’attribuzione di quota del patrimonio, ancorché individuata quanto al suo aspetto materiale nei componenti, avviene per classi o gruppi di beni (come, ad es.: tutti i mobili o tutti gli immobili, e/o quote di essi) è da ritenere, se altri elementi intrinseci della scheda non depongano chiaramente in contrario, che l’attribuzione stessa abbia luogo a titolo universale, onde il beneficiato acquista la qualità di erede e non già quella di legatario” (Cass. civ. Sez. II, 06/11/1986, n. 6516 e, negli stessi termini ex multis, Trib. Monza, 09/10/2006; nel primo precedente richiamato, ad esempio, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto incensurabile perché adeguatamente motivata l’interpretazione della volontà del disponente operata dai giudici del merito, che avevano considerato a titolo universale la disposizione con cui il testatore aveva attribuito, ad un soggetto, la nuda proprietà di tutti i beni immobili e, ad altro, la proprietà di tutti i beni mobili). L’individuazione di classi di beni o quote di essi non comporta quindi in realtà di per sé la determinatezza del lascito e la sua configurabilità come disposizione a titolo particolare.

Quanto al mancato riferimento espresso, nel corpo del testamento, al rapporto di proporzionalità eventualmente sussistente con il patrimonio globalmente inteso, anche tale dato viene di norma ritenuto dalla giurisprudenza irrilevante. E’ pacifico che la determinazione della quota debba in ogni caso avvenire in un momento successivo mediante il raffronto dei beni assegnati con l’intero patrimonio, consistendo anzi proprio in ciò la differenza con l’istituto della divisione operata dallo stesso testatore: “la institutio ex re certa ex art. 588, comma 2, c.c. e la divisione fatta dal testatore ex art. 734 c.c., si differenziano, in generale, per il fatto che, nella prima fattispecie, non si ha predeterminazione di quote, che occorrerà determinare ex post, verificando il rapporto proporzionale tra il valore delle res certae attribuite ed il valore dell’intero asse; viceversa, nella seconda ipotesi, le quote sono già predeterminate dal testatore” (Trib. Vicenza, Sez. II, 14 giugno 2012).

Il Tribunale prosegue la sua diffusa analisi sconfessando altresì gli ulteriori due rilievi della difesa di parte opposta.

Anzitutto considera non convincente “l’assunto secondo il quale le disposizioni testamentarie con cui il de cuius dispone di tutto il suo patrimonio, esaurendo interamente i suoi possedimenti, avrebbero per ciò solo, carattere universale”, non potendosi per tale ragione derogare alla necessità di accertare l’effettiva volontà del testatore.

Reputa poi irrilevante, l’eventuale apposizione di oneri alla disposizione testamentaria. Tale ultimo elemento non può infatti incidere sulla qualificazione della disposizione medesima, ben potendo apporsi un modus tanto all’istituzione di erede quanto al legato.

Per tutte le rilevate motivazioni in fatto ed in diritto, il Giudice palermitano conclude affermando l’insussistenza, nel testo dell’atto di ultima volontà, di “elementi indicativi della reale intenzione della testatrice di considerare i beni attribuiti, anziché nella loro individualità, nel loro rapporto con il tutto, quali frazioni dell’asse, e della volontà di realizzare, in tal modo, un’istituzione di erede, seppure in rebus certis, invece che un legato” e pertanto, non reputando integrata la condizione prevista dall’ultimo comma dell’art. 588 c.c., giunge a negare all’attrice lo status di erede e, con esso, la responsabilità per i debiti ereditari.

Alla luce di quanto fino ad ora esposto, emerge con chiarezza come dietro l’apparente nettezza delle conclusioni del giudice di merito si celi una forte confusione dei formanti giurisprudenziale e dottrinario, i quali pervengono il più delle volte a soluzioni anche al loro interno difformi in ragione della sottostante mancata nitidezza del quadro normativo.

La necessità di procedere ad una indagine per sua stessa natura ipotetica e soggettiva in ordine alla volontà del testatore, rende l’individuazione del discrimen tra institutio e legato un’operazione ermeneutica contraddistinta da connaturati margini di incertezza.

Come si è visto, lo stesso giudice palermitano non tenta neppure di elaborare criteri interpretativi di generale applicabilità, limitandosi piuttosto a negare la portata pregnante di quelli evocati nel corso del giudizio da parte opposta.

Nell’incertezza, il Tribunale di Palermo pare prediligere un’interpretazione favorevole ai beneficiari delle disposizioni testamentarie. Laddove infatti, come nel caso di specie, il testatore abbia provveduto ad esaurire l’intero asse ereditario mediante l’assegnazione di beni determinati, l’attribuzione della qualità di erede comporterebbe unicamente effetti “negativi” sulla sfera giuridica del destinatario della disposizione, in quanto questi sarebbe tenuto a rispondere con il proprio patrimonio e -salva accettazione con beneficio d’inventario- ultra vires, dei debiti del de cuius. In assenza di una chiara volontà del testatore in tal senso, dunque, il Giudice sembra manifestare un favor verso il successore, escludendo l’attribuzione in capo ad esso della titolarità dei rapporti giuridici passivi del suo dante causa.

 

Questa Nota può essere così citata:
G. LA MALFA RIBOLLA – M. MINASOLA, Institutio ex re certa o legato?, in Dir. civ. cont., 6 marzo 2015