Illecito antitrust e nesso di causalità: l’allocazione del danno da maggiorazione del prezzo applicato da un’impresa estranea all’intesa vietata. “Umbrella Effects” nel caso “Kone”

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di CLARA MATRANGA, dottorando di ricerca

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Corte di giustizia UE, causa C-557/12, 5 giugno 2014, Kone AG e altri contro ÖBB Infrastruktur AG stende generosamente il perimetro già elastico della risarcibilità dei danni da illecito antitrust, espungendo la connessione diretta tra le imprese partecipanti all’intesa vietata e il danneggiato dalle condizioni necessarie ai fini dell’ottenimento del ristoro. La pronuncia, allocando il peso del danno causato dal comportamento di un’impresa terza rispetto all’intesa sulle partecipanti alla stessa, descrive un atteggiamento di policy espansiva della tutela del mercato che, però, collide con le normative interne degli Stati Membri, contribuendo ad ampliare la discrasia tra queste e l’interpretazione sistematica del diritto dell’Unione.

A seguito di ricorso in appello da parte di una serie di società operanti nel mercato degli ascensori e delle scale mobili, già sanzionate dalla Commissione europea nel febbraio 2007 per la partecipazione ad un’intesa ritenuta illecita e poi convenute dinnanzi al Tribunale austriaco dalla OBB Infrastruktur AG, il Giudice di appello rimetteva alla Corte europea di Giustizia la questione pregiudiziale dell’ammissibilità di una richiesta di risarcimento a dette società da parte di un soggetto danneggiato che avesse contratto non direttamente con le fautrici dell’intesa, bensì con un’impresa terza, la quale avesse giovato del livello volutamente alto dei prezzi di mercato, poi applicato in via autonoma alle proprie relazioni contrattuali.

Il fondamento della domanda dell’attrice – fenomeno dei c.d. umbrella effects – è dato dal verificarsi di un approfittamento, da parte dell’impresa non partecipante, della situazione di mercato falsata dall’intesa illecita, nello specifico resasi concreta nell’innalzamento dei prezzi oltre la misura che legittimamente avrebbe a configurarsi ove l’accordo non disturbasse lo svolgersi concorrenziale delle relazioni contrattuali. L’effetto mediato di tale variazione si risolve così nella possibilità di adeguamento della price policy degli altri concorrenti operanti sul mercato, secondo una autonoma decisione che però poggia su una situazione di per sé inficiata dal comportamento anticoncorrenziale delle imprese colludenti. (Per un approfondimento, anche dal punto di vista economico, della tematica dei prezzi di protezione, cfr. R. Inderst, F.P. Maier-Rigaud, e U. Schwalbe, Umbrella Effects (Luglio 23, 2013). Journal of Competition Law and Economics, 2014, 10(3), 739-763)

Tale fenomeno, a detta della Corte, non può essere ignorato da quest’ultime, rientrando in quella forbice di eventi prevedibili da parte delle stesse, con conseguente passibilità di condanna al risarcimento per i danni correlati, seppur «alla luce delle circostanze di specie e, segnatamente, delle peculiarità del mercato interessato» (CEG in commento, par. 34).

A partire da queste considerazioni, i Giudici della CEG hanno avuto buon gioco nel riconoscere in astratto la possibilità che le imprese colludenti rispondano del comportamento pur autonomo dell’impresa terza, avendone in un certo senso indotto la determinazione attraverso la distorsione dei dati – rectius, di uno dei dati, segnatamente il prezzo – che convergono a fondarne l’assunzione. E, però, il ragionamento della Corte non manca di una certa laconicità nell’affermazione del principio così enucleato, alle cui radici si richiamano le esigenze di garantire l’effettività dell’applicazione della disciplina europea della concorrenza (secondo la fortunata formula dell’effetto utile) e di rafforzarne il carattere operativo, senza però poter disconoscere l’autentica paternità della regolamentazione vera e propria del risarcimento ai sistemi di diritto nazionale, i cui operatori vengono così chiamati a rispettare i dicta della sentenza pur dentro strutture di disposizioni interne che non facilmente li abilitano al raggiungimento del risultato indicato dalla curia.

Orbene, la statuizione della Corte di Lussemburgo, secondo cui l’art. 101 TFUE osta ad un’interpretazione ed applicazione del diritto nazionale che escluda «in termini categorici, per motivi giuridici» (CEG in commento, par. 37) la risarcibilità del danno da prezzo di protezione a carico dei partecipanti all’intesa, si fa forte di una ben nota schiera di precedenti, da cui muove espressamente i propri passi, inaugurata dalla pronuncia Courage (CEG, C-453/99) e seguita dalle decisioni dei casi Manfredi (CEG, da C-295/04 a C-298/04, 13 luglio 2006) e Pfleiderer (CEG, C-360/09, 14 giugno 2011).

Il portato sostanziale delle sentenze ora citate si coagula intorno all’obiettivo di legittimare chiunque all’azione legittimata dalla violazione dell’art. 101 TFUE (già art. 85 del Trattato), riconoscendo, in linea di principio, una generale possibilità di accesso al risarcimento del danno derivante dall’illecito anticoncorrenziale, ove tuttavia non vengano a mancare l’analisi del contesto giuridico-economico e relazionale delle parti nonché il nesso di causalità tra la violazione de qua e il danno prodottosi in capo al richiedente.

Le ragioni di tale evoluzione giurisprudenziale sono più che evidenti, mirando la Corte ad un assetto dei rapporti di mercato tale per cui la concorrenza, bene primario, viene additata come unicum imprescindibile ad un corretto funzionamento dello stesso, secondo gli obiettivi stabiliti dalla Comunità, ora Unione, europea. Nell’afflato garantistico così perpetrato, solo un mercato in cui anche ai soggetti privati è permesso di far pesare il danno subito in capo ai fautori delle condotte illecite risulta essere efficiente e filoconcorrenziale: per dirla in breve, il migliore dei mercati possibili.

E, tuttavia, non sempre il fine giustifica il mezzo, dovendosi pur avere contezza del fatto che attuare certi obiettivi, diremmo, politici rebus sic stantibus comporta una difficoltà di manovra non superabile, se non al costo di uno scardinamento indesiderato degli assunti di partenza, che restano – in assenza di necessarie modifiche a monte di questi – vincolanti così come dati.

Lungi dal negare il pregio della pronuncia pregiudiziale, consistente nel riconoscimento della preminenza della tutela dei soggetti del mercato, e in un’ottica compensativa del torto e in prospettiva ricercatamente deterrente, non può farsi a meno di evidenziare l’assertività della stessa, ove viene dato come scontatamente possibile il salto della normativa nazionale in tema di nesso di causalità diretta quale fonte imprescindibile della risarcibilità.

Gli obiettivi perseguiti dalle norme dei Trattati, di per sé poco specifiche in quanto miranti a fissare risultati, appunto, e lasciare libertà di mezzi, difficilmente si gioveranno della causalità come intesa nei Paesi Membri, la quale fungerà poco o nulla allo scopo di giustificare l’allocazione del danno, se non come etichetta apposta ai fini della chiusura del cerchio (Sul tema cfr. E. Camilleri, A decade of EU antitrust private enforcement: chronicle of a failure foretold?, in European Competition Law Review, 10/2013, 531-537).

Orbene, in materia di illecito antitrust, e quindi di private enforcement della disciplina anticoncorrenziale, numerosi sono i problemi connessi alla mancata elaborazione di una nozione ufficiale di causalità comune agli Stati Membri, i quali perpetuano così l’applicazione della disciplina interna.

Quello del nesso causale, in effetti, non è argomento che possa essere facilmente aggirato, costituendo il perno del sistema della responsabilità civile, su cui la dottrina nostrana ha elaborato ben più di una teoria per giungere a fissarne un paradigma generalmente utilizzato quale guida nel riconoscimento dello stesso (In dottrina, su tutti P. Trimarchi, Causalità e danno, Milano, Giuffrè, 1967).

In particolare, si allude all’interpretazione dell’art. 1223 c.c. (Risarcimento del danno), il quale prevede letteralmente che il ristoro dovrà comprendere ciò che risulti essere «conseguenza immediata e diretta» del fatto causativo del danno, qui con specifico riferimento alla responsabilità contrattuale, ma chiaramente applicabile anche a quella aquiliana. Nella ricerca di una via interpretativa, si è giunti all’approdo abbastanza condiviso che vede passibili di risarcibilità anche quei danni che pur non essendo materialmente conseguenze dirette ed immediate del fatto, ne costituiscano tuttavia un portato normale o regolare (cfr. sul punto L. Castelli, La causalità giuridica nel campo degli illeciti anticoncorrenziali, Danno e responsabilità, 11/2013, pag. 1051). Tale conclusione si inscrive in un quadro di lettura della nozione di causalità che vede scissa la figura in due facce: la causalità materiale, ossia la riconducibilità fattiva del danno all’evento (nel nostro caso, la violazione della norma antitrust) tale che il primo sia dipeso in via principale dal verificarsi del secondo e non ne sarebbe potuto scaturire altrimenti a parità di fattori, e la causalità giuridica, ossia l’area di copertura del risarcimento riconosciuta come addebitabile all’autore del fatto, con esclusione delle conseguenze ritenute imprevedibili, sconnesse o troppo “lontane” dallo stesso.

Tra gli elementi che concorrono ad interrompere il nesso causale così definito tra l’evento ed il danno vi è da annoverare certamente l’intervento di un terzo soggetto che con un condotta autonoma e volontaria abbia causato direttamente il fatto, andandosi a sostituire all’evento primario, non solo per maggiore vicinanza al danno ma per esserne esso stesso causa principale.

Sussumendo, allora, la fattispecie in commento (ossia, pro memoria, il danno derivante da maggiorazione del prezzo praticata da un’impresa non partecipante all’intesa vietata) nello schema astratto così delineato nel nostro sistema, otterremo un’equazione difficilmente confutabile, tale per cui la condotta autonoma del soggetto terzo vale ad interrompere la corsa a ritroso alla ricerca dell’evento causativo del danno.

Sul punto, la Corte rileva come «ancorché la determinazione del prezzo offerto sia considerata quale decisione puramente autonoma, adottata dall’impresa non aderente all’intesa, si deve tuttavia rilevare che tale decisione ha potuto essere presa con riferimento ad un prezzo di mercato falsato dall’intesa» (CEG in commento, par. 29), volendo significare che la condotta dell’impresa terza sia stata indotta prevalentemente dalle condizioni del mercato createsi a seguito dell’intesa.

Sulla stessa scia, chi giustifica la decisione in commento rileva come la causalità materiale corrente fra l’intesa illecita ed il danno al compratore sia rilevabile dallo studio delle leggi economiche, essendo del tutto privo di colpa il comportamento del terzo che si fonda sui dati di un mercato in cui il prezzo è compromesso dalla violazione perpetrata a monte (L. Castelli, op.cit., 1052; C.Lombardi, E piovve anche sotto l’ombrello: umbrella effects e nesso di causalità in ambito antitrust secondo la Corte di giustizia, in Danno resp., 7/2014).

A ciò, tuttavia, potrebbe opporsi una remora per l’eccessiva deresponsabilizzazione del soggetto terzo che, pur effettivamente influenzato dalle condizioni del mercato de quo, resta artifex della scelta di politica imprenditoriale che assume, profittando comunque della situazione creatasi in forza di una violazione cui non ha partecipato: free rider suo malgrado, potrebbe dirsi.

L’ultimo sintagma, in effetti, non è di poco rilievo, né scevro di conseguenze, valendo ad escludere, in capo all’impresa terza, qualsiasi addebito di illiceità della condotta, trattandosi di un comportamento perfettamente lecito e rientrante nella normale ottica di determinazione del prezzo. E, tuttavia, se non colposa né biasimabile, tale condotta è anche libera, non essendo il fenomeno del prezzo di protezione in alcun modo vincolante, perlomeno non in senso letterale, avendosi la concorrenza di numerosi fattori nella determinazione del prezzo di un’impresa, tra cui, oltre il prezzo praticato nel mercato, i costi dalla stessa sostenuti e le scelte di politica concorrenziale, che bene potrebbero condurre, ove ciò non comporti la fuoriuscita dal mercato, persino ad una compressione dei prezzi a scopi pubblicitari e di incremento delle vendite.

Mancherebbe, a ben guardare, persino la necessaria causalità materiale intesa come condicio sine qua non dell’evento: chi potrebbe, infatti, escludere che l’impresa terza avrebbe comunque scelto di maggiorare il prezzo, a motivo di altri fattori che ne influenzassero le decisioni? L’evento-intesa, in questo senso, ha sicuramente creato un terreno di coltura ben propizio all’adozione di una simile decisione, che avrebbe, però, potuto aversi anche in assenza del suo verificarsi.

La stessa Corte, prudentemente, non ha mai mancato, fin qui, di ricondursi, come su accennato, alla causalità quale imprescindibile requisito per il configurarsi della responsabilità in capo al soggetto (con particolare vigore nella decisione Manfredi, cit.), non volendo e non potendo negare simile anello di riconduzione del danno alla sua fonte.

Resta, pertanto, l’intendimento del concetto di fonte quello su cui far convergere i consensi, tentativo che i Giudici europei hanno, negli anni, approssimato, elaborando una nozione di causalità che non prescinde dalla diretta connessione tra l’evento ed il danno. A suggello di detta formulazione la pronuncia Brasserie du Pêcheur (CEG, C-46/93 e C-48/93, 5 marzo 1996), ove la Corte espressamente vincola la risarcibilità del danno in capo ai singoli cittadini alla condizione che ricorrano la violazione di una norma comunitaria attributiva di diritti e «un nesso causale diretto tra tale violazione e il danno subito dai singoli» (punto 2 della massima).

Tali considerazioni, è ovvio, vanno cautamente ricondotte su un terreno di concretezza che guardi alla situazione reale del mercato di cui trattasi e tenga conto degli elementi effettivamente in gioco nella fattispecie di volta in volta allo scrutinio del giudice. Ma in linea di principio – chè di principio la Corte disquisisce – è innegabile la portata indipendente della determinazione dell’impresa terza, così come lo è, conseguentemente, la difficoltà di giustificazione della lettura data in questa sede dell’art. 101 TFUE, come ostativo ad una normativa che, in fondo, non fa altro che applicare una concezione di causalità piuttosto diffusa tra gli Stati Membri, ove porti ad escludere l’addossabilità del danno conseguente ad una condotta di terzi in capo ai colludenti.

E proprio a partire dalla comunanza della visione piuttosto stringente del nesso di causalità, così diffusa nei sistemi nazionali dei Paesi dell’Unione, che mal si coniuga un’apertura tanto forzosa del raggio di comprensione della colpevolezza, quale quella che fonda la decisione in commento. Se, infatti, l’opera creatrice della Corte di Giustizia funge da guida al diritto nazionale sulla base non solo del diritto primario dell’Unione (che nulla stabilisce nella materia de qua) ma anche e soprattutto dei principi da essa enucleati (in particolare, il principio di effettività delle previsioni comunitarie), occorre far menzione della fonte di tali principi, che non può essere rinvenuta se non nella comunanza di vedute dei convenenti europei (sui principi generali del diritto civile cfr. Y. Adar e P. Sirena, La dialettica di principî e regole nel diritto europeo dei contratti: dai PECL al CESL, e oltre, in Oss. dir. civ. comm., 2/2013, 203-234).

Diversamente, l’opera della Corte di Lussemburgo rischierebbe di porsi come eccentrica rispetto al compito propriamente affidatole, che è sì riconosciutamente creativo in senso lato – lì dove i dicta non si limitano all’esplicitazione del portato normativo, ma portano anch’essi nuova vita alle norme – ma pur sempre entro una cornice che è, e deve essere vincolata, a queste ultime, nonché (in prospettiva politica) al consenso che ha conferito vita e potere alla Corte medesima, ossia quello degli Stati.

Pertanto, la decisione in commento amplia il compasso della causalità, tracciando una circonferenza più comprensiva ma che dismette in sostanza il mantenimento della competenza in materia di disciplina della responsabilità in capo ai sistemi nazionali, più volte riconosciuto dalla stessa Corte, che, pur mossa da meritorie preoccupazioni, sembra togliere poi quel dava prima.

Volendo, tuttavia, intendere la causalità quale cruna dell’ago per cui far passare le violazioni normative, si pone giocoforza il dramma dell’allocazione ingiusta del danno così verificatosi, che parrebbe non trovare fuga dalla sfera della vittima, non potendosi facilmente ricondurre né a quella dei partecipanti all’intesa (per le ragioni suesposte) né in quella dell’impresa che ha effettivamente praticato il sovrapprezzo (data la perfetta liceità del comportamento).

Quid iuris? L’ingiustizia sembra, in effetti, poco accettabile, ed è questa parvenza, probabilmente, ad aver spinto la Corte in una direzione che accontenta l’istanza di un’equa allocazione del danno, pur non riuscendo a colmare i dubbi in punto di legittimità.

Vi è, peraltro, non solo un problema tuttora irrisolto di compensazione del danno – secondo la visione cara al sistema continentale della responsabilità – bensì uno ulteriore, relativo alla politica di deterrence che vuole, non troppo velatamente, accompagnare l’applicazione del diritto in ambito concorrenziale, al fine del perseguimento dell’obiettivo sempre sotteso della perfezione del mercato.

E, però, merita accennare che l’ottica deterrente, pur lecita nell’occhio di chi legifera, non può pervadere realmente l’ordito normativo della responsabilità civile, essendo la stessa – nella sua tradizione continentale – del tutto decentrata rispetto al problema della punizione, per guardare, invece, come è noto, alla riparazione del danno causato alla sfera della vittima. Sicchè, non fungerebbe allo scopo giustificativo l’addurre simili preoccupazioni monitorie alla base della posizione espansiva della Corte, imponendosi la funzione compensativa quale fondamento di un sistema di actions for damages tutto calibrato sull’effettività del danno, e da essa innescato. (cfr. M. Barcellona, Funzione compensativa della responsabilità e private enforcement della disciplina antitrust, in Contr. impr., 2008, 120-145).

Non ci si può esimere, perciò, dalla considerazione – tanto scontata quanto offuscata – che la politica del diritto non è ancora diritto: la differenza non è sottile, così come non lo è il passaggio tra i due poli, la cui realizzazione resta nelle mani di chi legifera in senso tecnico, in qualsiasi sistema ci si trovi e ad ogni livello di esso.

In soccorso, e non in antitesi, al ragionamento giunge recentissima la Direttiva 2014/104/UE (…norme che regolano le azioni per il risarcimento del danno ai sensi del diritto nazionale per violazioni delle disposizioni del diritto della concorrenza degli Stati membri e dell’Unione europea), che incarna lo spirito della sentenza in commento, conferendo (stavolta sì) normatività a delle soluzioni che rispondono a domande sempiterne sollevate dalla riflessione sul private enforcement (Per una panoramica sul testo della direttiva cfr. Editorial comments: “One bird in the hand…” The Directive on damages actions for breach of the competition rules, in Common Market Law Review, 51/2014, 1333–1342)

E, tuttavia, grande assente resta il tema della colpa e dei requisiti della causalità, pur sempre relegato alle competenze nazionali, che continuano a riempire il vuoto lasciato a livello europeo. Il che non è necessariamente un male, data la franca difficoltà dei Paesi convenenti di rendere del tutto al sistema europeo la competenza sui criteri di definizione delle cause e degli effetti della responsabilità civile.

Così, si profila problematica l’affermazione del considerando n. 11, per cui «Tutte le norme nazionali … comprese quelle relative ad aspetti non trattati nella presente direttiva quale la nozione di nesso causale fra la violazione e il danno, devono rispettare i principi di efficacia e di equivalenza»: quantomeno contraddittoria, infatti, appare la scelta di non interferire con i sistemi nazionali in materia di giudizio di causalità – per non aggravare evidentemente il già travagliato processo di approvazione del testo della direttiva – e, contemporaneamente, di additare specificamente il tema, sottolineando espressamente la necessità del rispetto di quei “superprincipi” che rendono efficaci le norme UE esistenti.

Al proposito, però, conviene ricordare che l’art. 101 TFUE, del cui effetto utile si tratta, non menziona minimamente il problema del private enforcement, che è stato introdotto e reso legittimo solo in fasi successive attraverso diversi passaggi giurisprudenziali e normativi. Pertanto, si fatica a intravedere la soluzione prospettata come via sola per l’adempimento del dovere di non vanificare l’effetto della norma, ove la stessa sia, come è, una clausola piuttosto generale, che per l’appunto indica gli effetti ma non vincola ai mezzi.

Un lieve suggerimento, a sostegno della posizione della Corte nella pronuncia Kone (comunque sopravvenuto, si badi, alla decisione) è ravvisabile nella sezione della direttiva interamente dedicata al trasferimento del sovrapprezzo (artt. 12-16), la quale stabilisce patentemente la risarcibilità del danno da parte degli infringers in favore degli acquirenti anche indiretti, colpiti dal sovrapprezzo ad essi trasferito dagli anelli intermedi della catena di approvvigionamento. Qui, in effetti, così come nella simmetrica previsione della passing-on defence, è precettiva la decisione dell’Unione di evitare l’assenza di responsabilità in capo all’autore della violazione.

Se la politica di fondo sembra quindi collimare, occorre far notare, però, la sostanziale diversità tra la catena di approvvigionamento e il sistema, diremmo, orizzontale della concorrenza. Nel primo caso, infatti, la struttura vincolistica propria della catena porta a ritenere e prevedere come conseguenza ovvia la traslazione del sovrapprezzo in capo ai soggetti acquirenti del bene seppur in relazione solo indiretta, rectius mediata, con gli autori primari della violazione.

Nella seconda ipotesi, invece, non vi è ragione di parlare di relazione tout court, poiché, come già argomentato, la decisione del concorrente è del tutto autonoma, pur se favorita dalle condizioni create dalla violazione dei partecipanti all’intesa.

Il parallelo, dunque, rischia di provare troppo, non resistendo all’osservazione che nel caso in commento l’unico collante tra la violazione del diritto della concorrenza e la responsabilità per il danno resta una necessaria solidità del giudizio sul nesso causale, attualmente piuttosto pericolante.

Quel che, invece, sembra meritevole di attenzione, perché rende diritto ciò che finora aspirava ad esser tale senza poterne ancora vantare l’etichetta, è la presunzione, stabilita dall’art. 17 della direttiva, per cui «da una violazione sotto forma di cartello derivi un danno, in particolare attraverso un effetto sui prezzi». Tale previsione, passibile di confutazione ad opera delle imprese cartelliste, reca effettivamente un benefico effetto ai soggetti danneggiati, esonerandoli dalla prova, invero, ardua della realizzazione del danno a partire dall’esistenza del cartello, il quale è connotato dal carattere di segretezza, che resta anche limite alla presunzione stessa, come si evince dalla lettera del considerando 47 della direttiva.

E, ancora, tale presunzione, che certamente agevola la posizione attorea in sede di richiesta del risarcimento del danno, si rende applicabile alla quantificazione del danno. Ciò implica che vi siano precompresi tutti i necessari passaggi di accesso alla riparazione, cosa che viene a mancare lì dove l’acquirente in questione non abbia avuto a che fare, né per forma né per sostanza, con il cartello in sé. Qui, si capisce, è ancora tutto da provare.

Traendo qualche conclusione, ciò che può evincersi dalla pronuncia pregiudiziale in commento è una cura particolare del fenomeno della risarcibilità del danno da illecito anticoncorrenziale; una cura figlia di una politica dell’Unione che ne pervade l’ossatura fino al midollo, ossia la spinta centripeta alla ricerca della massima concorrenzialità, che però, in questo caso, regge male il proprio peso, rischiando di costare troppo ad un sistema come quello sovranazionale che può fare tanto, ma di certo non tutto.

La scelta politica è rispettabile, volendosi coniugare l’istanza di equità e quella di giustizia nei due aspetti del sollevamento dell’acquirente dal carico del danno e della punibilità dell’autore della violazione in via più ampia possibile. Ma possibile, appunto.

La forzatura, in buona sostanza, risulta evidente, lì dove vengano pretermessi i criteri di imputazione della responsabilità civile ovvero vengano estesi a dismisura, fino al punto in cui l’elasticità si perde. Il rimedio, al proposito, sarebbe quello di una normazione che esplicitamente possa definire una via per rendere efficace il sistema del private enforcement al fianco del braccio pubblico dell’Unione, sia per compensare le vittime che per evitare le condotte illecite.

Ma tale presa di posizione spetta ad una congrega di Paesi che non sembra pronta al passo, e manda avanti la Corte a perseguire quei risultati attraverso gli strumenti che possiede, ossia una lettura europeisticamente orientata delle norme nazionali.

Quest’ultima, tuttavia, necessita di norme europee alla cui luce essere messa in atto, norme che al momento non additano affatto al problema della causalità, trovandosi altrimenti di fronte al rischio di sfocare una lente che già scruta nel buio.

 

Questa Nota può essere così citata:

C. MATRANGA, Illecito antitrust e nesso di causalità: l’allocazione del danno da maggiorazione del prezzo applicato da un’impresa estranea all’intesa vietata. “Umbrella Effects” nel caso “Kone”, in Dir. civ. cont., 11 marzo 2015