Identità sessuale e transessualismo. Il Tribunale di Messina ammette la rettificazione di attribuzione del sesso in assenza di intervento chirurgico

Per Trib. Messina, I Sez. Civ., 4 novembre 2014, Pres. Est. Bonazinga C., la rettificazione dell’attribuzione del sesso può aver luogo anche in assenza di intervento medico-chirurgico, quando la persona interessata abbia già adeguato, a mezzo cura ormonale, il fenotipo al “sesso mentale”, così raggiungendo stabilità e benessere psico-fisici. In tal caso, anzi, l’operazione demolitorio-ricostruttiva degli organi sessuali primari sarebbe “inopportuna” e “rischiosa” (cfr. la nota alla presente di Winkler, Rettificazione anagrafica di sesso e assenza di intervento chirurgico: a Messina si può, in www.quotidianogiuridico.it, 3 marzo 2015).

La sentenza si pone in controtendenza rispetto alla giurisprudenza dominante, che ritiene necessario ai fini della rettificazione il trattamento chirurgico, particolarmente invasivo e spesso molto sofferto (così Tribunale di Vercelli, 12.12.2014; Trib. Roma, 18.7.2014, Trib. Brescia, 15 ottobre 2004, in Famiglia e Diritto, V, 2005, 527 ss., con nota critica di VERONESI, Cambiamento di sesso tra (previa) autorizzazione e giudizio di rettifica. Per Trib. Roma, 18.10.1997, in Diritto di famiglia e delle persone, 1998, 1033, con nota di LA BARBERA, Transessualismo e mancata volontaria, seppur giustificata, effettuazione dell’intervento medico-chirurgico, se l’operazione è rischiosa per lo stato di salute, la stessa è rinunciabile). Larga parte dei giudici di merito sostiene, infatti, che la normativa prevista in Italia in tema di transessualismo esprima la tutela esclusiva dell’interesse statuale, volta a dare certezza sul genere, maschile o femminile, di un soggetto: un interesse preminente che escluderebbe qualsiasi forma di bilanciamento con gli interessi delle persone coinvolte (ne dà atto Corte Cost., 11.6.2014, reperibile in www.giurcost.org).

Per i giudici messinesi, di orientamento opposto, la normativa in questione deve invece dare risalto al diritto alla identità personale ed alla salute del transessuale.

Ripercorrere le linee logiche e apologiche della parabola argomentativa dei giudici sarebbe arduo, se si prescindesse dal quadro legislativo.

La normativa di riferimento sul tema è contenuta nella Legge 14 aprile 1982 n. 164, Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso, poi modificata dal Decreto Legislativo 1 settembre 2011 n. 150, recante Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69. Ai sensi dell’art. 1 della legge del 1984: “la rettificazione si fa in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”. L’art. 31, co. 4, del decreto del 2011, prevede inoltre che “quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico‐chirurgico, il tribunale lo autorizza con sentenza passata in giudicato”.

Con tale disciplina, l’ordinamento si è preoccupato di prevedere una procedura di rettificazione del sesso (rectius: “di modificazione del sesso” poiché il termine “rettificazione” dà risalto all’interesse statuale, senza cogliere l’interesse dell’istante), già attribuito alla persona al momento della nascita in base a esame morfologico degli organi genitali (art. 28 ss. del Decreto del Presidente della Repubblica, 3 novembre 2000, n. 396, Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile). In tal modo, ha specificatamente riconosciuto al soggetto affetto da disturbo di identità di genere (c.d. CID) il diritto di risolvere la cesura esistente tra il sesso anagrafico da un lato e quello psicologico dall’altro, giusta modifica dei registri dello stato civile.

Tuttavia, tale rettificazione non è consentita dalla legge sic et sempliciter, essendo condizionata alla sopravvenienza di modificazioni dei caratteri sessuali. Proprio tale espressione, particolarmente generica e “fumosa”, ha alimentato la disputa giurisprudenziale al cui interno si colloca la sentenza peloritana.

Come si è detto, la pronuncia del Tribunale di Messina segna un punto di discontinuità nel formante giurisprudenziale, riconoscendo la mera eventualità dell’intervento chirurgico (ma già in passato cfr. Trib. Rovereto, 03.5.2013, in Nuova giurisprudenza civile commentata, 2013, I, 1116, con nota di BILOTTA, Identità di genere e diritti fondamentali della persona; Trib. Roma, 11.3.2011 e Trib. Roma, 22.3.2011, in Nuova giurisprudenza civile commentata, 2012, 243 ss., con nota di SCHUSTER, Identità di genere: tutela della persona o difesa dell’ordinamento?), sulla scorta di molteplici argomenti.

In primo luogo, i giudici hanno modo di rilevare che “l’adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico‐chirurgico” va effettuato, per legge, soltanto “quando risulta necessario”: sintagma significativo della sua mera “eventualità”.

In secondo luogo, gli stessi escludono che il termine “adeguamento” sottintenda una modificazione di tutti i caratteri sessuali, primari e secondari, risultando sufficiente il mutamento di questi ultimi quando la persona abbia raggiunto già un equilibrio psico-somatico e portato a maturazione la consapevolezza sulla propria identità sessuale. La legge italiana non tutelerebbe, quindi, il solo transessualismo ma anche il c.d. transgenderismo (cioè il fenomeno di mutamento della identità sessuale a seguito di mero trattamento ormonale).

Tale lettura delle norme troverebbe conferma nella ratio della disciplina, che andrebbe rintracciata nella garanzia dell’identità della persona (di cui l’identità sessuale è species, v. Corte Cost. 24.05.1985 n. 161, reperibile in www.giurcost.org) e del suo benessere mentale e corporale (così già Corte Cost. ordinanza del 24 maggio 1985 n. 161, reperibile in www.giurcost.org, per la quale la legge n. 164 del 1982 è simbolo di “civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità” e strumento per la “ricomposizione dell’equilibrio tra soma e psiche” del transessuale).

Ad ulteriore conferma di questa impostazione, il Collegio, ricorrendo ad un argumentum ab absurdo, afferma che il c.d. “costringimento al bisturi” accorderebbe prevalenza all’interesse della collettività alla congruenza tra corporeità materiale e sesso anagrafico, interesse privo di copertura costituzionale, a scapito dello stesso interesse all’identità personale, che invece è diritto inviolabile riconosciuto dall’art. 2 Cost., dalla normativa internazionale e da quella europea.

Ma l’iter motivazionale attinge anche alla giurisprudenza europea, tanto di quella della Corte del Lussemburgo quanto di Strasburgo. La prima ha, in particolare, chiarificato il nesso esistente tra il diritto all’identità di genere della persona transessuale e l’affermazione della sua piena dignità umana (Corte di Giustizia, 30 aprile 1996, causa C-13/14 e Corte di Giustizia, 27 aprile 2006). La Corte EDU ha più volte fornito protezione al transessuale ai sensi dell’art. 8 e dell’art. 12 CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, 11 luglio 2002, n. 28957/95, Goodwin c. Regno Unito).

Infine, il Tribunale si preoccupa di sottolineare i rapporti tra l’identità percepita in interiore hominis e la sua proiezione nella società: “se è vero che l’identità di genere sotto il profilo relazionale può essere considerata un aspetto costitutivo dell’identità personale, la sua esplicazione risulterebbe ingiustificatamente compressa ove la modificazione chirurgica dei caratteri sessuali divenisse presupposto indefettibile della rettificazione degli atti anagrafici, specie quando la modificazione chirurgica possa risolversi in un danno alla salute fisica o psicologica del soggetto, costituzionalmente tutelata ai sensi dell’art. 32 Cost.. Non vi sono, infatti, interessi superiori da tutelare”.

L’orientamento argomentativo dei giudici messinesi trova il gradimento della stessa dottrina.

L’imprescindibilità dell’intervento chirurgico è considerata pratica “crudele”, dato che il diritto all’identità sessuale potrebbe essere validamente esercitato tramite una procedura giuridico-formale di mutamento del nome e del sesso nei registri dello stato civile, “permettendo così di presentarsi socialmente in conformità con il sesso psicologico” (le parole in virgolettato sono di RODOTÀ, La vita e le regole, tra diritto e non diritto, Milano, 2009, 88. Sulla garanzia dell’identità personale e sul ruolo primario dell’autoderminazione individuale, MARELLA, “Diritti della persona”, in Amadio G.-Macario F. (a cura di), Diritto civile. Norme, questione, concetti, I, Bologna, 2014, 152-153; BILOTTA, voce Transessualismo, in Digesto, discipline privatistiche, Agg., Torino 2013, 759 ss.; PATTI, Rettificazione di sesso e intervento chirurgico, in Famiglia persone e successioni, 2007, 25; SALVEZZA, Sonni tranquilli per i transessuali, in Il Corriere Giuridico, X, 1985, 1051; PATTI-WILL, La «rettificazione di attribuzione di sesso»: prime considerazioni, in Rivista di diritto civile, 1982, II, 730 ss.). Si è anche sottolineato che gli ordinamenti europei, da quello svedese, che per primo ha introdotto una normativa in tema di transessuali, a quello tedesco, in particolare segnato da due pronunce del Bundesverfassungsgericht in sfavore all’operazione (ma così anche il progetto di riforma), da quello inglese a quello spagnolo e austriaco, si muovano nella direzione della mera eventualità dell’intervento stesso (PATTI, Mutamento di sesso e «costringimento al bisturi »: il Tribunale di Roma e il contesto europeo, in Nuova Giurisprudenza Civile Commentata, 2015, 39 ss.).

In conclusione, una piccola annotazione è doverosa: la sentenza lascia aperta la questione della qualificazione del diritto de quo come diritto personalissimo, già affermata da un arresto recente e mai più ribadito dal case law (Trib. Roma, 11.3.2011, cit., ha infatti ammesso la legittimazione del genitore all’azione per autorizzazione all’intervento chirurgico).

Sulla diversa questione del divorzio conseguente al cambiamento di sesso cfr. Corte Cost. 11 giugno 2014 n. 170, in Dir. civ. cont. 28 agosto 2014 con nota di BARTOLINI, Cambiare sesso da sposati. La Consulta sul divorzio del transessuale.