Fideiussione prestata dall’incapace naturale: per il Tribunale di Verona il negozio è unilaterale e deve quindi essere annullato ex art. 428, co. 1, c.c.

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di CAMILLA FIN, Dottoranda di ricerca nell’Università di Verona

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Il Tribunale di Verona, con sentenza dell’8 gennaio 2015, ha preso posizione sul controverso problema riguardante la natura giuridica del contratto con obbligazioni a carico del solo proponente disciplinato dall’art. 1333 c.c., al fine di stabilire quale sia la disciplina applicabile ove si voglia ottenerne l’annullamento per incapacità naturale del soggetto promittente. Più precisamente, si è trattato di stabilire se questo tipo di negozio debba essere annoverato tra gli atti unilaterali, il cui annullamento per incapacità naturale può essere pronunciato nel rispetto dei requisiti dettati dal comma 1° dell’art. 428 c.c., o se lo stesso non debba piuttosto venire qualificato come un contratto in senso proprio, per il cui annullamento diverrebbe, quindi, necessario che siano soddisfatti i (più stringenti) requisiti delineati nel comma 2° della medesima disposizione.

Nel caso di specie, era stato stipulato un contratto di fideiussione omnibus (contratto che la giurisprudenza pacificamente riconduce alla fattispecie descritta dall’art. 1333 c.c.: cfr., fra molte, Corte d’Appello di Venezia, 23.10.1997, in Nuova giur. civ. comm., 4/1999, con nota di A. SIMIONATO) tra un istituto di credito ed un soggetto che, al momento della sottoscrizione, era incapace di intendere e di volere. Quest’ultimo, nel giudizio di opposizione ad un decreto ingiuntivo con cui gli era stato ordinato, in quanto fideiussore, il pagamento di una cospicua somma di denaro, lamentando la commissione a proprio danno del reato di circonvenzione di incapace ex art. 643 c.p., chiedeva che venisse accertata la nullità della fideiussione medesima o che ne fosse pronunciato l’annullamento ai sensi dell’art. 428 c.c.

Il Tribunale di Verona, trovatosi quindi a decidere in via preliminare la questione relativa al modo in cui la violazione della norma penale è in grado di incidere sulla validità del contratto, e cioè se essa ne determini la nullità o piuttosto la mera annullabilità, ha innanzitutto statuito che nei casi in cui venga perpetrato in danno di un soggetto incapace il reato di cui all’art. 643 c.p., il rimedio esperibile in sede civilistica va individuato nell’annullamento del contratto per incapacità naturale, e non nella declaratoria di nullità del medesimo per violazione di norma imperativa.

Tale affermazione si inserisce nella scia di quell’orientamento interpretativo oggi forse ancora minoritario in giurisprudenza, ma senz’altro preferibile, secondo il quale ogni volta in cui un reato sia stato commesso da una parte a danno dell’altra nella fase antecedente (o successiva) alla stipulazione del contratto, la fattispecie deve essere sempre riqualificata civilisticamente allo scopo di verificare a quale patologia del negozio giuridico siffatto comportamento abbia concretamente dato luogo, non essendo consentito per contro sostenere che all’illiceità penale del contegno di uno dei due soggetti corrisponda indefettibilmente, sul piano privatistico, la nullità del contratto (Cass., 15.1.1993, n. 427, in Rep. Foro it.,1993, voce Contratto in genere, n. 422; C.M. BIANCA, Diritto civile, III, Il contratto, Milano, 2000, p. 618).

Ed infatti, la contrapposta tesi secondo cui, nel caso di circonvenzione di incapace, il contratto dovrebbe sempre considerarsi nullo dal momento che, essendo l’interesse pubblico alla libertà negoziale il bene giuridico tutelato da siffatta disposizione, quest’ultima dovrebbe essere qualificata quale norma imperativa, la cui violazione comporterebbe, ai sensi del comma 1° dell’art. 1418 c.c., la nullità virtuale del contratto (Cass., 7.2.2008, n. 2860, in Contr., 2008, p. 707 ss.; Cass., 23.5.2006, n. 12126, in Società, 2006, p. 1105 ss.), non appare pienamente condivisibile per le seguenti ragioni.

Innanzitutto si può rilevare, in senso contrario rispetto all’opinione appena menzionata, come l’inciso finale del 1° comma dell’art. 1418 c.c. («salvo che la legge disponga diversamente») lasci ferma la possibilità che a fronte della violazione di una norma imperativa venga prevista una sanzione diversa da quella della nullità, e al contempo statuisca che, nell’ipotesi in cui ciò accade, il diverso rimedio predisposto dal legislatore deve prevalere su quello della nullità, il quale, per parte sua, è destinato ad operare soltanto quando vi sia un “vuoto” di sanzione all’interno dell’ordinamento. Ciò detto, anche volendo spingersi ad accogliere l’opinione incline ad attribuire natura imperativa alla disposizione di cui all’art. 643 c.p., non si può però mancare di sottolineare che, lì dove l’art. 428 c.c. espressamente qualifica come annullabile il negozio concluso dal soggetto incapace di intendere o di volere, esso sembrerebbe proprio rappresentare uno dei casi in cui la legge “ha disposto diversamente” e in cui è quindi destinata ad operare la sanzione dell’annullabilità, in luogo di quella della nullità contenuta nel 1° comma dell’art. 1418 c.c.

L’opinione poc’anzi ricordata deve, poi, essere respinta se si considera che – come è stato posto in luce anche da una nota pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass., s.u., 19.12.2007, n. 26724, in Danno e resp., 2008, p. 525 ss., con nota di ROPPO) – il precipuo ambito di applicazione del rimedio della nullità virtuale deve essere individuato nelle situazioni in cui ad essere contrario ad una norma imperativa è il negozio giuridico in sé considerato, ossia il regolamento di interessi predisposto dalle parti. Viceversa, quando l’illiceità riguarda il comportamento di uno dei contraenti, indipendentemente dalla natura delle norme con cui siffatto comportamento si pone in contrasto, le conseguenze devono piuttosto essere individuate nella responsabilità precontrattuale della parte che ha agito scorrettamente nella fase delle trattative e nell’annullabilità del contratto per vizi del consenso, purché ovviamente sussistano tutti i presupposti richiesti dalla legge per la loro configurabilità e salvo che il legislatore stesso non abbia disposto diversamente mediante l’introduzione di apposite nullità testuali (cfr. anche A. ZACCARIA, in Commentario breve al codice civile, diretto da G. Cian e A. Trabucchi, sub art. 1418, Padova, 2014, p. 1553).

In relazione, quindi, alla fattispecie della circonvenzione di incapace, la quale – già lo si è detto – deve essere ricondotta all’interno di questo secondo gruppo di ipotesi, la soluzione che reputa applicabile il (meno radicale) rimedio dell’annullabilità non solo si rivela coerente con il principio giurisprudenziale appena ricordato, ma appare altresì conforme alla tendenza del nostro ordinamento – che la dottrina non ha mancato di porre in luce – a «differenziare le sanzioni che riguardano le patologie delle condizioni del soggetto, autore del negozio, da quelle che riguardano la regola, che il negozio esprime» (G.B. FERRI, Introduzione alla invalidità, in Il contratto in generale, a cura di A. Di Majo – G.B. Ferri – M. Franzoni, tomo VII, in Trattato di diritto privato, diretto da M. Bessone, Torino, 2002, p. 27).

Tanto chiarito con riferimento a questa prima questione, occorre ora soffermarsi sul problema concernente la natura giuridica dell’istituto disciplinato dall’art. 1333 c.c., in relazione al quale il Tribunale di Verona ha adottato una soluzione che – come si vedrà – risulta essere pienamente condivisibile.

Con riferimento a tale questione, le incertezze ricostruttive tuttora esistenti sono dovute al fatto che la norma in esame, lì dove si limita a fare dipendere la conclusione del contratto dall’assenza di un rifiuto della proposta da parte dell’oblato nel termine richiesto dalla natura dell’affare o dagli usi, non contiene elementi sufficienti ad orientare chiaramente l’interprete nella determinazione del significato che deve essere attribuito al mancato rifiuto della proposta, cosicché dall’opzione che sul punto si è ritenuto di seguire è dipesa la ricostruzione che si è fatta dell’istituto in esame in termini di contratto in senso proprio o, viceversa, di negozio unilaterale.

A questo proposito, una prima opinione, ravvisando nel mancato rifiuto una manifestazione tacita di accettazione, è giunta a sostenere che la fattispecie disciplinata dall’art. 1333 c.c. avrebbe natura propriamente contrattuale, al contempo precisando, però, che l’oblato conserverebbe sempre la possibilità di fornire la prova dell’assenza di un suo intento negoziale al fine di evitare il perfezionamento dell’accordo (M. SEGNI, Autonomia privata e valutazione legale tipica, Padova, 1972, p. 398).

Sennonché, siffatta ricostruzione non appare del tutto accettabile lì dove finisce per attribuire in ogni caso al silenzio il valore di una manifestazione tacita di volontà, occorrendo, invero, considerare come la dottrina abbia da tempo precisato che il silenzio può assumere un siffatto significato solo in quanto si tratti di silenzio c.d. circostanziato, ossia quando ricorrano elementi e circostanze ulteriori rispetto alla semplice inerzia, che valgano a imprimere al contegno omissivo un significato univocamente qualificabile come manifestazione di un intento negoziale (A. D’ANGELO, Proposta e accettazione, in Trattato del contratto, diretto da V. Roppo, I, Formazione, a cura di C. Granelli, Milano, 2006, p. 205 ss.). è appena il caso di aggiungere poi che, nella fattispecie delineata dall’art. 1333 c.c., la legge – contrariamente a quanto vorrebbe la tesi qui criticata – in nessun modo accorda al promissario la facoltà di provare l’assenza della volontà negoziale asseritamente manifestata con il proprio silenzio, di modo che appare del tutto impraticabile qualificare il comportamento inerte di quest’ultimo soggetto alla stregua di una manifestazione tacita di volontà, la quale viceversa richiede, per essere configurabile, che una simile prova possa essere fornita.

Una seconda tesi, che si inserisce, al pari della prima, nell’ambito dell’orientamento che spiega l’istituto ora analizzato in termini propriamente contrattuali, afferma che la contrattualità della fattispecie deriverebbe dalla possibilità di assegnare al mancato rifiuto dell’oblato il valore di comportamento negativo, munito del significato legale tipico di accettazione (R. SCOGNAMIGLIO, Dei contratti in generale, in Commentario del codice civile, a cura di A. Scialoja – G. Branca, sub art. 1333, Bologna-Roma, 1970, p. 164 s.).

Cionondimeno, in senso contrario all’opinione testé esposta può osservarsi come, se è vero che la formula legislativa espressamente àncora il perfezionamento del contratto al mancato rifiuto, essa in realtà non fornisce alcun criterio di interpretazione di un simile atteggiamento dell’oblato e di conseguenza non può nemmeno reputarsi in grado di attribuire al comportamento medesimo un qualsivoglia valore legale tipico.

Un terzo orientamento, pur concordando anch’esso con quelli precedenti circa la natura contrattuale della fattispecie esaminata, nondimeno sostiene, a differenza dei primi, che il contratto in questo caso si perfezionerebbe per effetto della manifestazione di volontà di una sola parte (il promittente), giacché risulta pienamente coerente con i principi che governano il nostro ordinamento la possibilità, sottesa a questa soluzione, che un soggetto (l’oblato) venga arricchito ancorché non abbia espresso il proprio consenso all’arricchimento (R. SACCO, Contratto e negozio a formazione bilaterale, in Studi per Greco, II, Padova, 1965, p. 953 ss.; ID., in R. Sacco – G. De Nova, Il contratto, I, Torino, 2005, p. 243 ss.; V. ROPPO, Il contratto, in Trattato di diritto privato, a cura di G. Iudica e P. Zatti, Milano, 2011, p. 121, il quale ipotizza l’esistenza di un accordo contrattuale «a struttura leggera»).

Sennonché, ci sembra debbano essere condivisi i rilievi da altri mossi contro questa ricostruzione, i quali fanno sostanzialmente leva sul fatto che, per un verso, la nozione di contratto non può essere svincolata da quella di accordo, atteso l’inequivoco dato testuale dell’art. 1321 c.c., e per altro verso, la soluzione criticata urterebbe contro il principio di ordine generale secondo cui nessuno può divenire parte di un contratto a meno che non manifesti una propria volontà in questo senso (v., in proposito, R. SCOGNAMIGLIO, Dei contratti in generale, cit., p. 164).

Ciò posto, sembra allora doversi ritenere preferibile la tesi, accolta anche dalla pronuncia che si sta analizzando, incline a qualificare la fattispecie in esame quale negozio unilaterale rifiutabile.

A sostegno di siffatta soluzione interpretativa il Tribunale di Verona ha, in particolare, evidenziato come a) «il “rifiuto del destinatario” previsto dal secondo comma dell’art. 1333 c.c. dal punto di vista logico presuppone che la dichiarazione del proponente abbia già prodotto effetti nella sfera giuridica del destinatario, mirando ad eliminarli»; b) «le tesi contrattuali ruotano intorno ad una finzione (quella del mancato rifiuto come accettazione tacita o presunta o comunque come perfezionamento del contratto per valutazione legale tipica) che appare ingiustificata, inficiando la costruzione dell’accordo bilaterale come presupposto necessario del contratto»; c) «di volontà tacita (o presunta) è possibile parlare solo dove la legge ammette la possibilità di provare che, nel caso concreto, tale volontà è mancata o non è desumibile nel comportamento del dichiarante. Se questa prova non può essere data […] deve riconoscersi che la volontà privata non ha, a tal fine, nessuna parte e che l’effetto non ha quindi natura negoziale. […] Sicché, se vuol intendersi la norma per quello che prevede, deve ammettersi che, nella particolare ipotesi da essa contemplata e per ogni promessa gratuita (con obbligazioni cioè a carico del solo promittente), il rapporto può costituirsi senza bisogno di accettazione e quindi, in definitiva, per effetto di un atto unilaterale»; d) «il riferimento alla parola “contratto” nella rubrica e nel testo dell’art. 1333 c.c. e il riferimento alla collocazione sistematica di tale disposizione non possono ritenersi prevalenti, sotto il profilo logico, rispetto alla valorizzazione del significato “rifiuto”, previsto dal secondo comma».

Siffatti argomenti e, più in generale, la soluzione interpretativa a sostegno della quale gli stessi vengono addotti, paiono condivisibili alla luce sia di tutte le osservazioni già poco sopra esposte in merito alla non accoglibilità delle tesi contrattuali sia del ruolo che normalmente viene attribuito alla fattispecie del “rifiuto” nel nostro ordinamento, il quale – secondo un’opinione piuttosto diffusa – consisterebbe nell’eliminare un effetto già prodottosi nella sfera giuridica di colui che è legittimato a rifiutare (c.d. rifiuto eliminativo: si pensi, ad esempio, pure alle fattispecie previste dagli artt. 649 c.c. e 1236 c.c.). Se, dunque, questa è la configurazione del rifiuto nel contesto della teoria del negozio giuridico, sembra, allora, potersi affermare che nel caso di specie risulta sufficiente a produrre l’effetto giuridico nella sfera dell’oblato una manifestazione unilaterale di volontà negoziale del proponente, restando il primo comunque libero di neutralizzare l’effetto medesimo mediante un proprio atto successivo di rifiuto (per questa soluzione v. anche A. D’ANGELO, Proposta e accettazione, cit., p. 209 ss.; C.M. BIANCA, Il contratto, cit., p. 260; A. PALAZZO, Profili di invalidità del contratto unilaterale, in Riv. dir. civ., 2002, p. 587 ss.). Un simile esito interpretativo è stato, peraltro, reputato essere coerente anche con il principio di carattere generale secondo cui per la costituzione di un rapporto sarebbe necessaria la partecipazione volitiva di tutte le parti solo allorché dal rapporto medesimo derivino effetti pregiudizievoli a carico di entrambi gli interessati, ma non anche quando uno dei soggetti coinvolti tragga dall’operazione esclusivamente vantaggi, essendo in questi casi sufficiente a tutelare il beneficiario la facoltà di rifiutare successivamente l’attribuzione già verificatasi a proprio favore (A. D’ANGELO, Proposta e accettazione, cit., p. 210).

Orbene, la soluzione testé proposta secondo cui il rapporto gratuito può formarsi per volontà di una sola parte, oltre a determinare il risvolto di carattere sistematico consistente nell’attribuire alle promesse unilaterali l’effetto di vincolare il promittente anche al di fuori dei casi tipici previsti dalla legge, genera pure una serie di conseguenze fatalmente destinate ad operare sul piano della disciplina applicabile al contratto con obbligazioni a carico del solo proponente.

L’aspetto che qui più interessa, siccome affrontato anche dalla sentenza in commento, è quello concernente i presupposti che devono essere osservati al fine di ottenere l’annullamento del negozio per incapacità naturale del promittente. A tale proposito, se, come sembra, la fattispecie in esame deve essere ricondotta all’interno della categoria dei negozi unilaterali, non può che venire in rilievo il 1° comma dell’art. 428 c.c., il quale richiede che, affinché sia pronunciato l’annullamento dell’atto, quest’ultimo debba avere cagionato un «grave pregiudizio dell’autore»; per contro, non è necessario appurare l’esistenza della mala fede dell’altra parte, trattandosi di un requisito che, ai sensi del comma 2° dell’art. 428 c.c., deve essere soddisfatto nei soli casi in cui l’annullamento abbia ad oggetto fattispecie contrattuali in senso proprio.

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Questa Nota può essere così citata:

C. FIN, Fideiussione prestata dall’incapace naturale: per il Tribunale di Verona il negozio è unilaterale e deve quindi essere annullato ex art. 428, co. 1, c.c., in Dir. civ. cont., 28 marzo 2015