Esclusione dell’associato ex art. 24 c.c.

Con sentenza 12 febbraio 2015 la III Sezione del Tribunale di Roma, Giud. Cardinali, si è pronunciata sulla vicenda dell’espulsione, da uno dei principali partiti politici del Paese, di uno dei suoi membri, in attuazione di un provvedimento disciplinare adottato in conseguenza del coinvolgimento di quest’ultimo in un grave procedimento penale.

Nella specie, l’attore chiedeva che venisse dichiarata l’invalidità di tale provvedimento, sulla base del fatto che lo stesso era stato adottato in violazione delle norme statutarie e regolamentari, oltre che in spregio ai fondamentali principi di difesa e di contraddittorio, regole – queste – “che, secondo il costate orientamento della giurisprudenza e della dottrina, devono presiedere l’espulsione dell’associato di cui all’art. 24 c.c.”. Lo stesso chiedeva altresì la condanna dell’associazione al risarcimento del danno subito in conseguenza dell’illegittima espulsione.

Il Tribunale osserva che, al di là di un’eventuale violazione delle regole statutarie, il provvedimento de quo deve considerarsi illegittimo, in quanto non era stato preceduto da alcuna contestazione dell’addebito sul quale l’irrogazione della sanzione si fondava; prosegue affermando che dovendosi considerare “pienamente condivisibile il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale il diritto dell’associazione ad escludere il singolo membro, cioè a risolvere il rapporto associativo nei confronti di costui, costituisce emanazione della potestà disciplinare sui propri associati, onde deve ritenersi necessaria la preventiva contestazione degli addebiti all’interessato (cfr. Cass. Civ. n. 3490/69 citata dall’attore), non può non rilevarsi che la convenuta, nonostante ne avesse l’onere, non ha fornito alcuna prova di aver comunicato l’intenzione di adottare il provvedimento di esclusione e gli addebiti posti a fondamento di tale volontà”.

Di fatto, l’espulsione dal partito, che non sia stata preceduta dalla contestazione dell’addebito, non ha messo l’associato nella posizione di potere esercitare effettivamente il proprio diritto di difesa – quindi, per usare le parole del giudice, “di potere interloquire a riguardo” – e , per questo, deve considerarsi contrastante con i “principi costituzionali che tutelano la libertà di associazione e il metodo democratico cui devono ispirarsi le associazioni partitiche che concorrono a determinare la politica nazionale, con conseguente invalidità della delibera di espulsione oggetto della presente impugnazione che, pertanto, deve essere annullata”.

Sotto l’altro profilo, attinente la pretesa risarcitoria, il giudice non ritiene sussistenti i presupposti per il suo accoglimento posto che, al di là di ogni considerazione circa l’assolvimento dell’onere probatorio relativo all’allegazione dello specifico danno subìto o dei criteri atti a quantificarlo, l’esclusione non ha comportato né una lesione al diritto dell’associato a partecipare all’attività del partito, dal quale si era già autosospeso, né un danno all’immagine, “la cui compromissione discende in via diretta” – più che dall’espulsione in sé – “dalle vicende che lo hanno visto coinvolto nel procedimento penale e dai fatti che in tale procedimento sono stati accertati”.