Accertamento della nullità e azioni di impugnazione del contratto

Anno II, Numero I, gennaio/marzo 2015

di NICOLA RIZZO, Ricercatore nell’Università di Pavia

Russo

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Le pronunce delle sezioni unite della Cassazione, 12.12.2014 n. 26242 e 12.12.2014 n. 26243, danno risposta alle questioni sollevate dalle ordinanze di rimessione n. 21083 del 2012 e n. 16630 del 2013 (dalla specola processualcivilistica cfr. F. RUSSO, La rilevabilità d’ufficio delle nullità nel sistema delle eccezioni secondo le Sezioni Unite (note in margine a Cass. sez, un. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014), in Dir. civ. cont. 15 marzo 2015)

Il problema posto alle sezioni unite dall’ordinanza n. 21083 del 2012 è “se la nullità del contratto possa essere rilevata d’ufficio non solo allorché sia stata proposta domanda di adempimento o di risoluzione del contratto, ma anche nel caso in cui sia domandato l’annullamento del contratto stesso”.

La questione che porta all’ordinanza di rimessione n. 16630 del 2013 ha riguardo, invece, “alla individuazione delle condizioni per la formazione e l’estensione dell’efficacia del c.d. giudicato implicito esterno, riguardante la sentenza di rigetto della domanda di risoluzione rispetto alla successiva azione di nullità concernente lo stesso contratto”.

Le sentenze n. 26242 e 26243, condividendo la medesima motivazione, saranno trattate unitariamente nel commento che segue.

Nel tentativo di costruire un regime del rilievo d’ufficio della nullità del contratto, la Corte non può che cominciare con l’analisi della funzione dell’istituto della nullità.

Difatti, e ad una prima osservazione, il potere officioso del giudice sembra stridere con il principio della domanda espresso dalla regola dell’art. 99 c.p.c., e con la conformazione dispositiva del processo civile, tanto da potersi subito dedurre che il rilievo d’ufficio abbia la funzione di tutelare un interesse forse diverso, e sicuramente superiore, rispetto a quello delle parti. Si tratta dell’interesse che la previsione legale astratta della nullità dispieghi la sua efficacia nella fattispecie concreta, quindi nell’accertamento della situazione sostanziale oggetto del processo.

Se questo è il fine del rilievo officioso, e certamente lo è, ciò che diviene rilevante è determinare la funzione delle differenti previsioni, o meglio dei differenti tipi, di nullità disciplinati dal legislatore, in base alla considerazione che, se in alcune di queste ipotesi, la nullità non fosse dettata per l’affermazione di un interesse superindividuale, verrebbe meno la ragione della sua rilevabilità d’ufficio e con essa il relativo dovere del giudice.

A questo riguardo, la conclusione della Corte è l’affermazione di un’unitaria funzione dell’istituto della nullità, come qualificazione giuridica negativa di atti che si pongono in contrasto con gli interessi generali dell’ordinamento. Respingendo opinioni anche assai ben argomentate nella letteratura (v. G. Filanti, Inesistenza e nullità del negozio giuridico, Jovene, 1983, 128 s.; G. Iudica, Impugnative contrattuali e pluralità di interessati, Cedam, 1973, 89 s.; di recente S. Pagliantini, Struttura e funzione dell’azione di nullità contrattuale, in Riv. dir. civ., 2011, I, 753 s.), la pronuncia rifiuta le tesi che, trasportando la distinzione tra c.d. nullità strutturali e c.d. nullità politiche da un piano descrittivo ad uno funzionale, ritengono solo le seconde volte alla tutela di interessi della comunità, mentre le prime avrebbero lo scopo di proteggere interessi particolari, seppure rilevanti.

Invece, nell’ordine di idee fatto proprio dalle sezioni unite, e senz’altro condivisibile, tanto la comminatoria di nullità per difetto di forma quanto quella per illiceità della causa mirano al perseguimento di un vantaggio che supera la dimensione individuale (cfr. V. Roppo, Il contratto, nel Trattato Iudica-Zatti, Giuffrè, 2011, 708 s.).

Seguendo lo stesso ragionamento, anche le nullità di matrice comunitaria, mentre proteggono l’interesse individuale dell’appartenente ad una determinata categoria socioeconomica, garantiscono l’utile collettivo, identificato con un mercato aperto ad attori sempre nuovi, in grado di migliorare la qualità delle prestazioni offerte diminuendone i costi, e ad utenti consapevoli e perciò liberi di scegliere. Le nullità disciplinate nel codice del consumo, per restare in quest’ambito, tutelano la funzione sociale del consumo e, così, un interesse sulla cui generalità non si possono avere dubbi, considerata anche, su di un piano pregiuridico, la matrice ideologica della costruzione del mercato unico europeo. Quindi, la regola per cui la nullità opera solo a vantaggio della parte protetta, che è l’unica legittimata a domandarne la dichiarazione in giudizio, non contraddice la natura superindividuale dell’interesse tutelato dalla norma, né inibisce il potere di rilevazione officiosa del giudice che, proprio all’opposto, risulta coessenziale al perseguimento della finalità di protezione individuata (sulle nullità di protezione v., in particolare, M. Girolami, Le nullità di protezione nel sistema delle invalidità negoziali, Cedam, 2008; G. D’Amico, Nullità virtuale – nullità di protezione (Variazioni sulla nullità), in Le Forme della nullità, a cura di Pagliantini, Giappichelli, 2009, 12 s.; A. Gentili, Le nullità di protezione, in Eur. dir. priv., 2011, 77 s.).

La rilevabilità d’ufficio è, dunque, parte integrante dello statuto della nullità, senza che vi sia possibilità di distinguere tra i diversi tipi di nullità di diritto comune, e tra questi, considerati come un insieme, e le nullità di diritto privato europeo. Anche in questo secondo ambito, ed a prescindere dalla presenza o meno di una previsione espressa nella fattispecie, il giudice ha il dovere del rilievo officioso a tutela della parte protetta dalla nullità, anche se ad una decisione della parte è, poi, rimessa la scelta di avvalersene oppure no, in base ad una valutazione compiuta nel proprio esclusivo interesse (cfr. S. Monticelli, Limiti sostanziali e processuali al potere del giudicante ex art. 1421 c.c. e le nullità contrattuali, in Giust. civ., 2003, II, 295 s).

La Corte pone il primo punto fermo della decisione – che rappresenta, guardando agli argomenti utilizzati, anche uno dei due fili conduttori della pronuncia – con l’affermazione dell’unitaria funzione della nullità quale presidio degli interessi generali dell’ordinamento (S. Monticelli, Fondamento e funzione della rilevabilità d’ufficio della nullità negoziale, in Riv. dir. civ., 1990, I, 669 s.). Non vi sono, a questo riguardo, distinguo da operare, se non quelli implicati dalle peculiarità della comminatoria di nullità nelle singole ipotesi. Così, se il giudice sarà tenuto al rilievo officioso in ogni caso, la conseguente dichiarazione della patologia riscontrata sarà inibita dall’opposizione della parte tutelata nelle nullità di protezione del cosiddetto contraente debole.

Queste premesse sono indispensabili per risolvere una delle principali questioni affidate alle sezioni unite: l’affermazione o la negazione del dovere, per il giudice, di rilevare d’ufficio la nullità del contratto quando l’oggetto del processo sia stato plasmato dalla proposizione di un’azione di annullamento o di rescissione, ovvero quando sia stata dispiegata un’azione di nullità ma per una causa diversa da quella che, il giudice ritiene, emerga dalle allegazioni e dalle prove offerte dalle parti.

È importante tornare, per un attimo, agli argomenti usati ed all’atteggiamento tenuto dalla precedente pronuncia delle sezioni unite in questa materia (Cass., sez. un., 4.9.2012, n. 14828, in N.g.c.c., 2013, I, 15 s., con nota di Scognamiglio; in I Contratti, 2012, 11, 869 s., con nota di Pagliantini.). Risolvendo, positivamente, il problema della rilevabilità d’ufficio della nullità nella fattispecie in cui sia domandata in giudizio la risoluzione per inadempimento, la Corte riconosce che la cosiddetta funzione oppositiva del rilievo d’ufficio sussiste non soltanto quando si controverta sulla possibile esecuzione del contratto, ma anche nell’ipotesi in cui se ne chieda lo scioglimento. È dovere dell’organo giurisdizionale, anche in questo caso, evitare di attribuire efficacia ad un contratto nullo, esito cui si perverrebbe tanto attraverso una pronuncia di risoluzione quanto con il rigetto della domanda, per una causa diversa dalla nullità.

Questo risultato è, da lungo tempo, una comune acquisizione della dottrina (G. Stolfi, Sopra un caso di modificazione della domanda in corso di giudizio, in Giur. it., 1948, I, 2, 151 s.; F. Amato, Risoluzione, rescissione, annullamento di un contratto nullo?, in Giur. it., 1971, I, 1, 447; N. Irti, Risoluzione di contratto nullo, in Foro pad., 1971, 741 s.; R. Sacco, voce «Nullità e annullabilità», nel Digesto IV ed., Disc. priv., sez. civ., XII, Utet, 1995, 305 s.; e di recente M. Mantovani, Le nullità e il contratto nullo, nel Trattato Roppo, Giuffrè, 2006, 87 s.; Roppo, op. cit., 791 s.), che senza distinzioni ritiene che l’ipotesi della proposizione di un’azione di risoluzione, al pari di quella di adempimento, rappresenti la situazione tipica dell’operare del rilievo officioso: tanto se si chieda l’esecuzione quanto lo scioglimento del rapporto contrattuale, la domanda di tutela trae la propria forza dall’efficacia del contratto, di cui, proprio perché operante nella realtà giuridica, può chiedersi l’adempimento e, proprio perché fonte effettiva di un rapporto d’obbligazione, può contestarsi l’inadempimento.

A dire il vero, più che di efficacia del negozio, quale presupposto dell’azione di risoluzione, la dottrina e la giurisprudenza (minoritaria), favorevoli alla rilevabilità d’ufficio della nullità anche in questa ipotesi, spesso parlano di validità del contratto. Premessa e conclusione del discorso sono, senz’altro, coerenti: richiesta dall’attore la risoluzione del contratto, trattandosi di una domanda che implica un’assunzione di validità dello stesso, l’autorità giudiziaria deve reagire con il rilievo della nullità, strumento disciplinato proprio per soddisfare la necessità, su di un piano logico e giuridico, di risolvere tale questione, di portata pregiudiziale, rispetto alla domanda proposta.

Ora, considerato che il contratto risolubile (per inadempimento) è un negozio valido ed efficace, discorrere di efficacia o di validità quale presupposto dell’azione è sostanzialmente indifferente (o meglio, è indifferente riguardo ad una richiesta di risoluzione di un contratto nullo; non lo è già più se la stessa domanda viene proposta con riferimento ad un contratto annullabile, visto che il giudice non ha il potere di rilevare d’ufficio l’annullabilità), ma se il discorso si allarga alle altre ipotesi di impugnazione del contratto, cioè all’annullamento ed alla rescissione, sostenere che il rilievo d’ufficio della nullità abbia la funzione di contrastare un’azione che poggia sull’efficacia ovvero sulla validità del contratto implica rilevanti conseguenze.

In questo contesto più ampio e diversificato, se l’interprete tratta la locuzione validità ed efficacia quasi come fosse un’endiadi, è portato a negare che il rilievo d’ufficio della nullità possa valere anche per l’ipotesi in cui la domanda sia volta all’annullamento od alla rescissione del contratto. Qui si arena anche la pronuncia delle sezioni unite del 2012, che investita, ad ampio spettro, della questione dei rapporti tra l’azione di nullità e le azioni di impugnazione del contratto, formula una conclusione esclusivamente con riguardo all’azione di risoluzione per inadempimento (oggetto peraltro della concreta fattispecie controversa), lasciando intravedere però, con un obiter dictum, una propensione negativa verso l’individuazione di un analogo dovere di rilievo officioso del giudice qualora la parte richieda l’invalidazione del contratto, nelle forme dell’annullamento o della rescissione (cfr., in questo ordine di idee, C. Scognamiglio, Il giudice e le nullità: punti fermi e problemi aperti nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, in N.g.c.c., 2013, I, 28 s.; S. Pagliantini, A proposito dell’ordinanza interlocutoria 21083/2012 e dintorni: rilievo d’ufficio della nullità all’ultimo atto?, in Corr. giur., 2013, 2, 178 s.) .

Proprio postulando che lo scopo del rilievo officioso sia quello di resistere a domande che assumono il contratto come valido (cfr. A. Gentili, Le invalidità, in Trattato Gabrielli, Utet, 2006, 1587 s.), infatti, diverse opinioni si sono manifestate contro la possibilità che una domanda di annullamento o di rescissione venga contraddetta da una constatazione di nullità del negozio.

Delle tesi che vogliono limitare la rilevabilità d’ufficio della nullità alle fattispecie in cui sia domandata l’esecuzione o la risoluzione del contratto, ferro di lancia è il rilievo che con l’annullamento (così come con la rescissione) si fa valere l’invalidità del contratto sulla base di un suo vizio genetico, e che la demolizione del vincolo opera ex tunc portando all’eliminazione degli effetti che il contratto ha prodotto fra le parti (cfr, in questo senso, anche C. Consolo, Poteri processuali e contratto invalido, in Eur. dir. priv., 2010, 941 s.), così realizzando un risultato non dissimile da quello che produrrebbe una dichiarazione di nullità.

Se, al contrario, si identifica la funzione della rilevabilità d’ufficio della nullità in un presidio, posto dall’ordinamento, contro l’eventualità che si attribuisca efficacia ad un atto che conseguenze non ne ha prodotte né potrebbe sortirne – non solo tra le parti, ma anche nei confronti dei terzi – allora la conclusione a riguardo delle azioni di annullamento e rescissione deve cambiare di segno, rendendo possibile un trattamento unitario del rapporto tra azione di nullità e azioni di impugnazione del contratto.

Seguendo questa logica, la giurisprudenza, con le pronunce in commento, riporta il dato normativo dell’art. 1421 c.c. ad un pieno vigore, stabilendo che il giudice dovrà rilevare d’ufficio la nullità del contratto, che risulti dagli atti del processo, non solo quando sia chiesta l’esecuzione o la risoluzione del contratto (oltre che per inadempimento, anche per impossibilità ed eccessiva onerosità sopravvenuta), ma anche quando l’esercizio della giurisdizione sia provocato da una domanda di annullamento o di rescissione (cfr. Roppo, op. cit., 791 s.).

L’argomentazione sostenuta dalle sezioni unite rivela un’intima coerenza: se la nullità è comminata per l’utilità generale, è interesse dell’ordinamento che un contratto affetto da nullità non produca effetti, neppure menomati, né tra coloro che ne sono parte né rispetto ai terzi; per questa ragione l’organo giurisdizionale deve rigettare, attraverso il rilievo d’ufficio (e la successiva dichiarazione) della nullità, le azioni che postulino ed implichino una qualche efficacia del contratto (v. Cass., 2.4.1997, n. 2858, in N.g.c.c., 1998, I, 120, con nota di De Fazio; Cass., 22.3.2005, n. 6170, in N.g.c.c., 2006, I, 372 s., con nota di Dottore, in Corr. giur., 2005, 7, 957 s., con nota di Mariconda.).

La Corte motiva questa conclusione vagliando, una ad una, tutte le ipotesi, legalmente previste, in cui il contratto annullabile o rescindibile può, nondimeno, produrre degli effetti, in primo luogo nei confronti dei terzi ma anche tra le stesse parti (il riferimento è, in particolare, alle fattispecie di cui agli artt. 1432, 1445, 1450, 1452 c.c.).

Maggiori difficoltà incontra la Corte nel confermare la conclusione raggiunta anche con riferimento all’ipotesi di risoluzione per impossibilità sopravvenuta, dato il suo operare come causa di scioglimento di diritto del rapporto (v., a questo riguardo, S. Pagliantini, La rilevabilità officiosa della nullità secondo il canone delle Sezioni Unite: “Eppur si muove”?, in I Contratti, 2012, 11, 874 s.). In ogni caso, la sussistenza del dovere di rilievo officioso anche in questa ipotesi viene motivata con considerazioni di economia processuale, nel senso che per il giudice sarebbe più facile dichiarare nullo il contratto piuttosto che impegnarsi in difficili accertamenti sulla natura dell’impossibilità prodottasi, o sulla determinazione dell’esatto momento dell’individuazione nei contratti di vendita di cose generiche, o sulla parzialità dell’impossibilità (caso in cui, peraltro, il contratto produce effetti, seppure in misura ridotta).

Per le stesse ragioni analizzate fin qui – e si tratta di un altro tema su cui, dalla pronuncia a sezioni unite, era atteso un responso chiaro – il giudice dovrà rilevare d’ufficio la causa di nullità che, pur emergendo dagli atti del processo, non sia stata posta dall’attore a fondamento della domanda di dichiarazione di nullità, proposta ma per una causa diversa (cfr. per questa soluzione F. Corsini, Rilevabilità d’ufficio della nullità contrattuale, principio della domanda e poteri del giudice, in Riv. dir. civ., 2004, II, 667 s.; Consolo, op. cit., 951 s.). La giurisprudenza maggioritaria (v., fra le tante, Cass., 8.1.2007, n. 89, in De Jure online; Cass., 15.9.2008, n. 23674, in N.g.c.c., 2009, I, 197 s., con nota di Nardi) negava che il giudice potesse dichiarare la nullità del contratto sulla base della rilevazione di una causa differente da quella addotta dalla parte, da un lato paventando il rischio di una perdita di terzietà del giudice, che individuando l’esatta causa di nullità rilevante nella fattispecie avrebbe di fatto affiancato e coadiuvato l’attore nell’azione in giudizio, dall’altro configurando la dichiarazione di nullità per una causa diversa da quella prospettata come una vera e propria sostituzione d’ufficio della domanda di parte.

Dal punto di vista del diritto sostanziale, la soluzione positiva formulata dalla Corte ben si spiega con la centralità assegnata alla comminatoria della nullità nella difesa degli interessi della collettività, ruolo al cospetto del quale una pronuncia di rigetto della domanda, per una pretesa impossibilità che il giudice rilevi una causa di nullità differente (e con la conseguente formazione di un giudicato implicito sulla validità del contratto), sarebbe difficilmente sostenibile. Nella prospettiva del diritto processuale, la conclusione raggiunta viene giustificata riqualificando la domanda di nullità, di solito definita eterodeterminata, come autodeterminata, cioè come un’azione che si identifica solo sulla base del petitum fatto valere in giudizio, e compatibile con qualsiasi causa petendi. Di modo che, trattandosi di domanda che si individua solo sulla base del petitum, il rilievo di una causa di nullità altra rispetto a quella fatta valere non possa in alcun modo tradursi in una sostituzione d’ufficio della domanda, che rimane tale anche dopo il rilievo della differente patologia, né in un’abdicazione, da parte del giudice, al fondamentale dovere di terzietà che deve improntarne la condotta.

Una meditata opinione (Scognamiglio, op. cit., 36 e 37), pur propendendo per la tesi che il giudice non possa operare, neanche in questo caso, una sostituzione della causa petendi della domanda di parte, e debba dunque respingere la richiesta di accertamento azionata, aveva sollevato il problema di un’assurda efficacia sanante del giudicato che, nella situazione descritta, si formerebbe sulla sentenza di rigetto della domanda proposta. Il ragionamento è il seguente: il rigetto di una domanda di nullità fondata sulla base di una supposta ed insussistente causa (pur in presenza di una causa di nullità reale, ma non rilevabile) darebbe luogo ad un giudicato che, coprendo tanto ciò che è stato dedotto quanto ciò che le parti avrebbero potuto dedurre, sancirebbe sostanzialmente la validità del contratto; sorgerebbe così la possibilità che il convenuto, vittorioso nel primo processo, faccia valere in un secondo momento una pretesa implicante l’efficacia del contratto, ad esempio chiedendone l’adempimento alla controparte.

Secondo quest’opinione, una soluzione ipotizzabile per rimediare all’inconveniente provocato dal formarsi di un giudicato che, di fatto, sanerebbe il negozio nullo, potrebbe essere la seguente: una verifica sulla nullità del contratto nel successivo giudizio, compiuta al solo fine di valutare l’eventuale abusività della domanda di adempimento. Il riscontro, nel secondo processo, di una causa di nullità irrilevabile, avrebbe in questo caso la sola funzione di paralizzare la domanda di adempimento qualificandola come un abuso del diritto (o in questo caso del processo). Del resto, l’art. 54 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – e questo è il presupposto di fondo della tesi – renderebbe l’abuso del diritto un principio di rilievo costituzionale nel nostro ordinamento.

Le sezioni unite prendono in considerazione questa soluzione al problema descritto, e la rifiutano rilevando, esattamente, che in questo caso non sarebbe comunque individuabile alcun abuso perpetrato nel secondo processo dal convenuto vittorioso nel primo. D’altra parte, avendo accolto la tesi della natura autodeterminata della domanda di nullità, il problema che si è suggerito di risolvere con l’argomento dell’abuso del diritto neppure si pone ormai. Nondimeno l’argomento dell’abuso emergerà, come vedremo, in un altro passaggio della motivazione della pronuncia, e sempre a proposito di un problema riguardante il giudicato.

Fin qui, per ragioni essenzialmente espositive, si è analizzata soltanto la questione della rilevabilità d’ufficio della nullità, cioè se e rispetto a quali azioni di impugnazione del contratto sorga un dovere del giudice di constatare, a prescindere da un’iniziativa delle parti, la nullità del negozio.

Questione diversa, anche se intimamente legata alla prima, è quella della forma e dell’efficacia della dichiarazione di nullità conseguente alla rilevazione officiosa. Si tratta del problema del giudicato (v., per un chiaro inquadramento della questione, A. Proto Pisani, Appunti sul giudicato civile e sui suoi limiti oggettivi, in Riv. dir. proc., 1990, 386 s.; L. Montesano, Limiti oggettivi di giudicati su negozi invalidi, in Riv. dir. proc., 1991, 15 s.).

Per meglio inquadrare ed analizzare le scelte compiute dalle pronunce in commento, conviene, anche questa volta, fare un rapido passo indietro e tornare alla precedente decisione delle sezioni unite in questa materia.

Come oramai è noto, con la sentenza n. 14828 del 2012, la Cassazione afferma il dovere del giudice di rilevare d’ufficio la nullità del contratto quando sia stata proposta in giudizio un’azione di risoluzione (per inadempimento). Risolto questo primo interrogativo, la pronuncia affronta il problema dell’ipotizzato contrasto tra la dichiarazione di nullità, resa a seguito di una rilevazione officiosa, ed il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato.

Le sezioni unite osservano, con argomenti che saranno integralmente fatti propri dall’odierna decisione, come nella gran parte dei casi il problema di una pretesa incoerenza tra il rilievo d’ufficio della nullità ed il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato neppure si ponga, nel quadro della nuova dinamica processuale che l’attuazione del principio costituzionale del contraddittorio ha imposto nel rito civile. I novellati artt. 183 e 101 c.p.c., infatti, impongono al giudice, rispettivamente nella fase di trattazione ed in quella di decisione, di indicare alle parti le eccezioni rilevabili d’ufficio sulle quali potrebbe fondarsi la decisione, dando alle stesse voce per metterne in discussione la fondatezza, oltre che l’opportunità di chiederne al giudice il vaglio con una pronuncia idonea al giudicato. A fronte, dunque, di una domanda di risoluzione del contratto (o di annullamento o rescissione, si può aggiungere ora) e dell’evocazione, da parte del giudice, della possibile nullità del medesimo, sarà verosimile attendersi che l’attore muti l’iniziale petitum in un’azione di accertamento della nullità, rendendo così, nell’ipotesi in cui il giudice dichiari nullo il contratto, esattamente coincidente la tutela richiesta con quella pronunciata.

Questa notazione della Corte, sul probabile esito della segnalazione della questione di nullità, si accompagna ad una conclusione negativa riguardo all’idoneità al giudicato dell’accertamento della nullità del contratto, nell’ipotesi in cui, al contrario, alcuna delle parti, pur dopo la rituale indicazione dell’eccezione in senso lato, chieda al giudice una pronuncia sul tema della validità del contratto. Quindi, nel caso in cui la domanda di risoluzione fosse rigettata sulla base di una dichiarazione di nullità (incidenter tantum), quest’ultima non sarebbe idonea a divenire cosa giudicata; del resto, precisa la Cassazione, un giudicato implicito sulla validità del contratto potrà formarsi soltanto qualora la validità sia il presupposto della risposta del giudice alla domanda di risoluzione. Per essere più chiari, un giudicato implicito sulla validità del contratto potrà definirsi, oltre che in caso di accoglimento della domanda di risoluzione, anche nelle fattispecie in cui il rigetto della stessa sia motivato in un modo che presupponga la validità del contratto (ad esempio, non sulla base di una prescrizione dell’azione).

La Corte risolve così il contrasto che si era creato, in giurisprudenza, circa il formarsi o meno di un giudicato implicito sulla validità del contratto nell’ipotesi tanto del rigetto quanto di un accoglimento della domanda di risoluzione. La divergenza sul punto si atteggiava in questo modo: se si ritiene che il giudice possa respingere una domanda di risoluzione rilevando d’ufficio la nullità del contratto, la mancata impugnazione di una sentenza in cui questo rilievo manchi farebbe sorgere un giudicato (implicito) sulla validità del contratto; al contrario, laddove al giudice non sia consentito rispondere ad una domanda di risoluzione con un rilievo di nullità, il rigetto della domanda di risoluzione (per una ragione differente dalla nullità) così come il suo accoglimento non possono determinare la formazione di un giudicato implicito sulla validità del contratto, che potrà sempre essere messa in discussione in un successivo giudizio.

A seguito dell’ordinanza n. 16630 del 2013 della II sezione, non persuasa dalle conclusioni formulate dalla pronuncia del 2012 riguardo alla questione del formarsi o meno di un giudicato sulla nullità o sulla non nullità del contratto nelle ipotesi considerate, le attuali sentenze delle sezioni unite riesaminano il tema a tutto tondo.

Per aver chiaro il quadro delle soluzioni elaborate, conviene distinguere le ipotesi in cui si sia esplicato nel processo un rilievo officioso della nullità del contratto, da quelle in cui al contrario la questione della nullità non sia stata affrontata né su istanza di parte né per un’iniziativa del giudice.

Nel primo caso, le sezioni unite, sulla falsariga della precedente sentenza del 2012, prevedono che la situazione tipica destinata a verificarsi, a seguito dell’officiosa indicazione alle parti della nullità e della relativa instaurazione di un contraddittorio tra le stesse sulla questione pregiudiziale, sia la proposizione in via principale o incidentale (ex art. 34 c.p.c.), da parte di una di esse, di una domanda di accertamento della nullità del contratto (domanda giudiziale che, potendo essere trascritta in base all’art. 2652, avvantaggia chi la propone nell’eventuale conflitto con gli aventi causa della controparte).

Nell’ipotesi in cui sia, quindi, richiesta una pronuncia sulla nullità, il giudice potrà dichiararla nel dispositivo della sentenza, e si tratterà di una decisione idonea al giudicato. Simmetricamente, laddove il giudice concluda negativamente l’accertamento sulla nullità negoziale, dandone atto nel dispositivo della pronuncia, si formerà sulla stessa (chiaramente se non impugnata sul punto) un giudicato di non nullità del contratto, che non potrà certo essere messo in dubbio dalla successiva proposizione di un’azione di nullità fondata su di una causa diversa, considerata l’affermata natura autodeterminata di questa domanda.

Vengo ora al caso ben più complesso, come si è già notato, in cui nessuna delle parti spieghi, a seguito del rilievo officioso, una richiesta per l’accertamento della nullità. In questa situazione il giudice, se ritiene sussistente la patologia ipotizzata, rigetta la domanda di adempimento o l’impugnativa negoziale proposta (di risoluzione, annullamento o rescissione) dichiarando nella motivazione della sentenza, e non nel dispositivo, la nullità del contratto. La Corte, con una considerevole e certamente apprezzabile innovazione della propria giurisprudenza, ritiene la dichiarazione di nullità così formulata, nella motivazione della sentenza, idonea all’effetto di giudicato.

Nell’ipotesi in cui, al contrario, il giudice non ritenga sussistente la nullità, pure scorta in un primo momento, accoglie la domanda proposta dall’attore (o la rigetta per una causa, evidentemente, diversa dalla nullità). Questa pronuncia implica il formarsi di un giudicato implicito sulla non nullità del contratto. Sarà, quindi, interdetta alle parti la proposizione di un’azione di nullità in un successivo processo: non avendo sfruttato la possibilità di agire nel precedente contesto, una domanda di nullità proposta in un nuovo giudizio significherebbe, osserva la Corte, venire contra factum proprium, porre perciò in essere una condotta di abuso del diritto (o meglio del processo), abuso sulla cui contrarietà all’ordinamento ormai non sarebbe più ammeso nutrire dubbi, per effetto della norma di cui all’art. 54 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che ne avrebbe sancito la rilevanza costituzionale anche nel nostro ordinamento giuridico.

Nello spazio di questo primo commento, nulla si può dire sull’abuso del diritto (cfr. sul concetto di abuso del processo M. Taruffo, L’abuso del processo, in L’abuso del diritto Teoria storia e ambiti disciplinari, a cura di Velluzzi, Ets, 2012, 137 s.) né sull’idea che il relativo divieto sia assurto al livello di un principio costituzionale. Mi limiterò al semplice rilievo che il ricorso all’argomento dell’abuso del diritto nulla aggiunge alla conclusione già raggiunta dalla Corte, sull’impossibilità per le parti di far valere la nullità in un successivo giudizio, conclusione motivata e già sufficientemente giustificata sulla base di una corretta individuazione dell’oggetto del giudicato in quest’ipotesi.

Tornando ora all’esame della fenomenologia del giudicato sulla non nullità del contratto, le ipotesi in cui sia mancato, nel processo, un rilievo d’ufficio della nullità del contratto, ed il giudizio si sia concluso con una pronuncia di accoglimento della domanda proposta (che sia di adempimento ovvero di risoluzione, annullamento o rescissione), fanno registrare la formazione, senza inconvenienti, di un giudicato implicito sulla non nullità del contratto. Più problematica è, invece, la situazione in cui, sempre in mancanza di un rilievo officioso della nullità, il giudice abbia rigettato la domanda dispiegata in giudizio. In questo caso, la Corte distingue tra le ipotesi in cui la motivazione della sentenza si pronunci in modo non equivoco sulla validità del contratto (ma sarebbe stato meglio dire sulla sua non nullità), nel qual caso si formerebbe comunque un giudicato implicito sulla non nullità del contratto; e le ipotesi in cui la decisione sul rigetto sia avvenuta per la cosiddetta “ragione più liquidità”, eventualità in cui, al contrario, alcun giudicato implicito di non nullità prenderebbe consistenza.

Quello della cosiddetta “ragione più liquida” è un principio, elaborato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, secondo cui il giudice, per raggiungere l’obbiettivo, di rango costituzionale (ex art. 111 Cost.), della ragionevole durata del processo, può ignorare una questione pregiudiziale per esaminarne una di merito, se così facendo la controversia può giungere ad una più rapida definizione (v. Cass., sez. un., 8.5.2014, n. 9943).

La Corte porta alcuni esempi di “ragione più liquida”: la prescrizione del diritto azionato, l’adempimento, la palese non gravità dell’inadempimento, l’eccezione di compensazione legale.

L’evidente ricorrenza di una di queste fattispecie dovrebbe indurre il giudice a respingere senza indugio la domanda proposta, senza porsi la questione della possibile nullità del contratto.

La legittimità di una decisione fondata sulla “ragione più liquida” è spiegata, anche in questo caso, sulla base di considerazioni di economia processuale – si tratta del secondo filo conduttore dell’argomentazione della pronuncia – ed in particolare con la constatazione della non inesauribilità della risorsa giustizia.

Mentre sulle intenzioni delle sezioni unite non si può che convenire, sulla scelta operativa effettuata in quest’ipotesi i dubbi sono due. Si è detto che si formerà un giudicato implicito sulla non nullità del contratto nel caso in cui la motivazione della sentenza abbia accertato, inequivocamente, la validità del contratto: in quale caso, premesso che in quest’ipotesi non vi sarebbe stato nel corso del giudizio un rilievo d’ufficio della nullità, si potrebbe ritenere senza equivoco accertata la non nullità del contratto? Il secondo dubbio, che corrobora il primo, è il seguente: se il giudice respinge la domanda proposta valutando, nel merito, la situazione sostanziale oggetto della sua cognizione, in quali ipotesi si potrà ritenere che il rigetto sia avvenuto per la “ragione più liquida” ed in quali, invece, si riterrà che la decisione implichi la formazione di un giudicato implicito sulla non nullità del contratto?

In altre parole, se il giudice rigetta la domanda di risoluzione perché si convince che l’adempimento dell’obbligazione si sia certamente prodotto, considerato che l’adempimento è tale quando è sorta l’obbligazione da adempiere e questa, a sua volta, presuppone la non nullità della fonte contrattuale, quando l’adempimento rappresenterà solo la “ragione più liquida” e quando costituirà, invece, un’affermazione non equivoca della non nullità del contratto?

Ancora e in ultima analisi: se è vero, e certamente lo è, che la risorsa giustizia non è inesauribile, il mancato formarsi di un giudicato implicito sulla non nullità del contratto, nell’ipotesi di decisione fondata sulla “ragione più liquida”, implicando la possibilità che le parti, a buon diritto, facciano valere la nullità in un successivo processo, non esaurisce la non inesauribile risorsa giustizia ancor di più rispetto ad un primo processo, certamente più lungo e complesso, ma in grado di porre una parola definitiva sul tema della nullità del contratto?

Quando la Corte definisce idonea al giudicato la dichiarazione di nullità espressa nella motivazione della sentenza e non nel dispositivo (in mancanza di una domanda di parte volta all’accertamento della nullità, rilevata d’ufficio dal giudice), spiega di star facendo un’applicazione estensiva della teoria “del vincolo selettivo al motivo portante”.

Si tratta di una costruzione teorica di matrice tedesca, ma fatta propria anche da una parte della nostra letteratura processualcivilistica, che una dottrina aveva proposto di utilizzare per ovviare alle gravi conseguenze di cui poteva essere foriero l’arroccamento della giurisprudenza maggioritaria nel negare efficacia di giudicato all’accertamento, incidenter tantum, della nullità del contratto, contenuto nella motivazione di una sentenza di rigetto di una domanda di adempimento o di risoluzione (nel caso in cui si ammettesse il rilievo officioso anche in questa ipotesi). La conseguenza grave, e paradossale, poteva essere la seguente: l’attore soccombente nel giudizio di risoluzione del contratto, a seguito di un accertamento della nullità dello stesso ma senza efficacia di giudicato, poteva ritrovarsi convenuto in un successivo processo per una richiesta di condanna all’adempimento del medesimo contratto, sulla cui nullità nessun giudicato si sarebbe formato.

La teoria “del vincolo al motivo portante” avrebbe permesso al convenuto di rifarsi all’accertamento della nullità compiuto nel precedente giudizio – il motivo portante appunto – per paralizzare la domanda di adempimento della controparte (cfr. Consolo, op. cit., 972 s.).

La stessa dottrina, cui si deve la proposta dell’ingegnoso rimedio, in un primo commento all’odierna pronuncia delle sezioni unite ha negato che la dichiarazione di nullità resa in motivazione possa avere la consistenza di un vero e proprio giudicato, ritenendola invece un’applicazione della teoria “del vincolo selettivo al motivo portante” (C. Consolo e F. Godio, Patologia del contratto e (modi dell’) accertamento processuale, in Studi senesi, CXXVI, 2014, 139 s.). Efficacia di giudicato potrebbe averla solo la dichiarazione di nullità resa nel dispositivo, mentre un accertamento contenuto in motivazione potrebbe dar luogo soltanto ad una preclusione extraprocessuale sulla nullità del contratto, vincolante soltanto per le parti del primo giudizio ma non per i terzi, che in ipotesi potrebbero agire in un giudizio successivo facendo valere il contratto dichiarato nullo con un accertamento non efficace nei loro confronti.

Questa interpretazione della pronuncia delle sezioni unite, o meglio dell’idoneità al giudicato della dichiarazione di nullità contenuta in motivazione, non può essere accolta, non solo perché si scontra, frontalmente, con il principio di economia processuale richiamato più volte nella sentenza (v., riguardo all’argomentare “per valori” delle sezioni unite, le interessanti considerazioni di S. Pagliantini, Rilevabilità officiosa e risolubilità degli effetti: la doppia motivazione della Cassazione…a mo’ di bussola per rivedere Itaca, ibidem, 191 ss.), ma soprattutto, dal punto di vista tecnico, perché non si vede la ragione per la quale, una volta instaurato il contraddittorio delle parti sulla possibile nullità del contratto rilevata officiosamente, un accertamento della stessa contenuto in motivazione debba avere un’efficacia dimidiata rispetto ad un accertamento di nullità reso nel dispositivo della sentenza. Come spiega il Pugliese “se la decisione di alcuni punti o questioni non appare dal dispositivo, ma è indicata nella motivazione, questa viene legittimamente a far parte del giudicato” (G. Pugliese, voce «Giudicato civile», in Enc. dir., XVIII, 1969, 864.).

Un punto problematico della decisione in commento, che avrebbe bisogno di rimeditazione, riguarda la fattispecie della nullità parziale.

Sostiene la Corte che, di fronte ad una domanda di accertamento della nullità parziale di un contratto, il giudice ha il dovere di rilevare la nullità totale dello stesso. Con questa soluzione, le sezioni unite innovano la giurisprudenza che, salvo qualche rara pronuncia dissonante, era salda nell’affermare l’irrilevabilità officiosa di una nullità totale qualora fosse stata chiesta in giudizio la sola declaratoria di nullità parziale. La conclusione negativa circa l’irrilevabilità veniva giustificata, in questo caso, con l’individuazione di un rapporto regola eccezione – smentito dalla dottrina (V. Roppo, I poteri del giudice ex art. 1421 cod. civ. e la nullità parziale del contratto, in Foro pad., 1971, 1099 s.) – tra nullità parziale e nullità totale, in conseguenza del quale la dichiarazione della piena nullità del contratto potrebbe seguire soltanto ad un’istanza di parte, pena una concretizzazione del vizio di ultrapetizione per la sentenza che la pronunci in risposta ad una domanda di nullità parziale.

La Corte, sulla base della distinzione tra rilievo e dichiarazione della nullità, ritiene che ricorra, anche in questa ipotesi, il dovere del giudice di rilevare d’ufficio la nullità totale del contratto (v., per questa soluzione, Consolo, Poteri processuali e contratto invalido cit., 977 s.), ma al contempo giudica che, in mancanza di una richiesta di parte volta al suo accertamento, l’organo giurisdizionale non possa dichiarare la nullità (totale) in motivazione ma debba limitarsi al rigetto della domanda di nullità (parziale).

La soluzione lascia perplessi, anzitutto perché può portare ad un successivo giudizio sulla nullità del contratto, ed in secondo luogo per la ragione che, se privato della clausola nulla l’equilibrio negoziale (che l’art. 1419 c.c. ha di mira) appare irrimediabilmente compromesso, è dovere del giudice, come insegnano le sezioni unite, evitare che quel contratto possa produrre effetti (sbilenchi).

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Questa Nota può essere così citata:

N. RIZZO, Accertamento della nullità e azioni di impugnazione del contratto, in Dir. civ. cont., 15 marzo 2015